Lunedì sera Franco Bernabè, ex numero uno di Acciaierie d’Italia scelto nel 2021 per salvare il destino dell’Ilva di Taranto, parlava dell’ultima inchiesta sui dossieraggi come un esempio di «grandissima sciatteria e mancanza di controlli». Forse non ricordava che tra i clienti della Equalize di Enrico Pazzali e Carmine Gallo, c’era proprio l’Ilva. Come racconta l’informativa dei Carabinieri del nucleo di Varese, infatti, «i rapporti con Ilva necessitano di uno specifico approfondimento e sono state registrate numerose «conversazioni circa i rapporti tra il gruppo e la società in amministrazione straordinaria». A quanto sostengono gli inquirenti, infatti, il rapporto tra il gruppo e la società metallurgica è tenuto da Vincenzo Meles, procuratore di Ilva Spa. È proprio Pazzali a riuscire a piazzare la piattaforma Beyond all’acciaieria di Taranto, grazie ai suoi rapporti con Vincenzo Falzarano, già dirigente in Eur Spa (dove Pazzali è stato ad dal 2015al 2020) e ora proprio in Ilva. La consulenza è di 17.800 euro. Ma ce ne sono molti altri. C’è Erg, che aveva contattato Equalize per quella storia di presunto insider trading da parte dei suoi dipendenti, un incarico che verrà a costare più di 117.000 euro. Il fondo Clessidra ha invece fatture per 154.000 euro. Heineken, 25000 euro. Banca Profilo invece ha speso 43,800 euro mentre Barilla si è fermata a 17000; Bennet: 4000. Gli affari vanno bene, anche perché in una conversazione tra Gallo e Pazzali, il secondo spiega al primo di bonificargli 51.000 euro sul proprio conto di Poste Italiane e 300.000 su quello di Intesa San Paolo per un totale di 351.500. I clienti sono i più disparati come le ricerche, tra cui quella sull’oro olimpico Marcell Jacobs. Secondo gli inquirenti i clienti si dividono in tre categorie. Chi è all’oscuro della natura dei dati contenuti nei dossier, chi non si interessa della natura dei dati ed accetta comunque il rischio ma anche chi è pienamente consapevoli dell’origine illecita del dato e che anzi li richiedono proprio per la loro delicatezza e affidabilità. Eni ha fatture per 377.000 euro. Il Cane a sei zampe aveva fatto ricorso a Equalize per un report sull’imprenditore Francesco Mazzagatti, imputato a Milano nel processo sul falso complotto che è derivato da quello principale su Eni-Nigeria. D’altra parte, Mazzagatti faceva parte della cricca di Piero Amara e Vincenzo Armanna. Eni aveva appunto commissionato un dossier che poi è stato depositato al processo sulla presunta tangente da 1 miliardo, dove tutti gli imputati sono stati assolti perché il fatto non sussiste. In quel dossier confezionato da Gallo e Calamucci emergeva come Mazzagatti fosse legato agli ambienti della criminalità organizzata tanto che si spiegava che la crescita del gruppo Napag si stava sviluppando grazie alle connivenze con ambienti della malavita calabrese. Mazzagatti aveva sporto querela contro il dossier, ma sia il tribunale di Terni sia quello di Milano avevano archiviato le accuse. Il direttore degli affari legali di Eni Stefano Speroni risulta indagato. Ieri la società, in una nota, ha ribadito «di non essere mai stata, e di non essere, in alcun modo al corrente di eventuali attività illecite condotte da Equalize a livello nazionale o internazionale». Poi «conferma di avere a suo tempo conferito a Equalize un incarico investigativo a supporto della propria strategia e difesa nell’ambito di diverse cause penali e civili [..]». Aggiunge anche che «non risultano sottratti o mancanti atti di Eni, altre informazioni riservate o commercialmente rilevanti, o effrazioni ai sistemi informatici della società». Durante le perquisizioni di ieri in via Pattari a MIlano, sede di Equalize, sarebbero stati trovati anche atti riservati di Eni.
L’inchiesta della Dda di Milano e dei carabinieri di Varese svela il lato oscuro delle agenzie investigative e dell'accesso abusivo alle banche dati nazionali. Quattro persone sono ai domiciliari. E' indagato anche Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano e azionista di Equalize.
Le accuse sono di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. Ma la maxinchiesta della Dda sul dossieraggio portata avanti dalla procura di Milano rischia di aprire il vaso di pandora di quello che il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha definito come un «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate» che potrebbe valere milioni di euro.
Gli indagati sono più di 50, mentre le persone fermate sono sei. Quattro sono finiti agli arresti domiciliari. Tra questi l’ex super poliziotto Carmine Gallo, che ha passato una vita in procura di Milano e ha avuto stretti contatti con diversi procuratori. Tra gli indagati ci sono anche Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, e il banchiere Matteo Arpe insieme con il fratello Fabio. Ma nelle carte compaiono anche i nomi di Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv Capital di Del Vecchio jr o Fabio Candeli, l’amministratore delegato di Banca Profilo, banca di cui è azionista Arpe tramite il fondo Sator. Tutto passava da Equalize, la società dove il socio di maggioranza è Enrico Pazzali (presidente della fondazione Fiera Milano).
A detta della procura, quindi, Equalize avrebbe ricevuto in questi anni incarichi per approfondire questioni di business, ma anche per spiare la situazione patrimoniale di possibili co eredi testamentari. Accedere ai dati sensibili avveniva spesso tramite accessi telematici abusivi. L’agenzia Equalize, infatti, non solo tramite l’aiuto di alcuni hacker, potevano appoggiarsi su funzionari di polizia infedeli che, per il lavoro fatto in passato potevano raccogliere ogni tipo di informazioni sulle vittime.
Queste venivano sarebbero state prelevate in particolare dalle banche dati strategiche nazionali, come lo Sdi (per i precedenti di polizia dei cittadini), il Serpico dell'agenzia delle entrate, e il sistema valutario legato alle cosiddette Sos di Bankitalia, per poi rivenderle su commissione dei clienti. Fra gli spiati tramite l’accesso alle banche dati ci sono il presidente del Milan Paolo Scaroni, ma ance il presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini o il banchiere Massimo Ponzellini.
Per due settimane abbiamo discusso degli amori estivi del ministro Sangiuliano, dando voce a una donna che è spuntata all’improvviso e, approfittando dei social, ha lanciato una serie di accuse contro l’ex capo del dicastero della Cultura, senza risparmiare neppure il presidente del Consiglio.
Tuttavia, proprio mentre gli occhi dei giornalisti e di conseguenza dell’opinione pubblica erano concentrati su Maria Rosaria Boccia e le sue oscure minacce contro l’uomo che l’ha portata agli onori delle cronache, un paio di questioni sono state sottovalutate dalla grande stampa. La prima è quella che riguarda una sorta di centrale di dossieraggio in attività all’ombra della Direzione nazionale antimafia. Un tenente della Guardia di Finanza distaccato a pieno servizio presso l’organismo di polizia che indaga sulle associazioni a delinquere, invece di fare indagini trascorreva il suo tempo a passare ai raggi X la vita di esponenti politici e personalità pubbliche, girando poi le informazioni raccolte ai giornalisti del Domani, ovvero al quotidiano fondato da Carlo De Benedetti. In qualche caso addirittura erano i cronisti a sollecitare le notizie, attivando la ricerca del funzionario di polizia giudiziaria. Nel mirino, guarda caso, c’erano uomini di centrodestra, in particolare della Lega, ma anche prelati, e in qualche caso a sollecitare le ricerche, illecite, erano pure uomini appartenenti ai servizi segreti. Di certo fatti del genere, che rischiano di inquinare la vita politica, sono assai più gravi delle scampagnate del ministro Sangiuliano con al seguito la signora Maria Rosaria Boccia. E invece i giornaloni hanno dedicato più articoli al primo (e alla prima) che al cosiddetto caso Striano. Nonostante il procuratore di Perugia abbia depositato in commissione Antimafia una valanga di documenti, tutti secretati perché una fuga di notizie potrebbe provocare un terremoto politico-istituzionale, la grande stampa ha preferito occuparsi delle notti brave di Sangiuliano invece che delle oscure trame di agenti e pistaioli (così chiamavamo i cronisti addetti ai complotti negli anni Settanta). Chissà perché.
I giornaloni hanno manifestato analogo disinteresse anche per un’altra vicenda di cui, come sopra, noi della Verità ci siamo occupati con impegno. Ricordate? Prima delle vacanze, un’esponente del Consiglio superiore della magistratura venne accusata di aver spifferato notizie riservate a un magistrato sotto provvedimento disciplinare. Per questo ci fu una protesta nei suoi confronti da parte dei colleghi, i quali minacciarono di uscire dall’aula se lei avesse partecipato a una riunione in cui l’organismo del Csm doveva nominare il nuovo procuratore di Catania. Adesso la consigliera presunta «chiacchierona» rilancia, accusando il Sistema non solo di averle impedito di votare per il capo dei pm della città siciliana, ma di voler nascondere ben altro, ovvero una strategia per insabbiare indagini e inquinare inchieste. Insomma, una bomba atomica.
Però, invece di discutere di cosa c’è dietro il caso Striano e il caso Natoli (questo il nome della consigliera che denuncia il marcio del Consiglio superiore della magistratura), sui giornali la maggior parte delle pagine dedicate alla politica è ancora occupata dal gossip che riguarda Gennaro Sangiuliano e la sua bella.
Io ovviamente non credo ai complotti, però non posso fare a meno di domandarmi perché i giornaloni sembrino più interessati alle sottane di Maria Rosaria Boccia che alle trame dentro al Csm e a quelle di presunti investigatori infedeli. Capisco che una bella donna come la bionda di Pompei faccia girare la testa. Ma mi domando se oltre a far perdere la capoccia a Sangiuliano, l’esperta in grandi eventi l’abbia fatta perdere anche ai cronisti. A meno che la Boccia sia solo una clamorosa operazione di distrazione di massa. Che in tal caso è perfettamente riuscita.
Ecco #DimmiLaVerità del 4 settembre 2024. Ospite il giornalista Fabio Amendolara. L'argomento del giorno è: "Tutti i segreti dell'inchiesta Dossieraggi".
Il malloppone dell’inchiesta di Perugia sui dossier è stato consegnato ieri mattina alla Commissione parlamentare antimafia: oltre 3.000 pagine fitte sul cortocircuito all’interno di una delle articolazioni più delicate della Procura nazionale antimafia, quella che valuta le Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) e che ha accesso a importanti banche dati. La discovery, determinata dal capo della Procura perugina Raffaele Cantone dopo l’ultimo scoop della Verità, sebbene il magistrato abbia precisato che l’indagine non è ancora conclusa e che gli accertamenti sono tuttora in corso, riguarda tutti i documenti raccolti dagli inquirenti fino al rigetto della richiesta di misure cautelari avanzata nei confronti dell’ex magistrato della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati (nel frattempo andato in pensione) e dell’ufficiale della Guardia di finanza Pasquale Striano (trasferito in un ufficio senza incarichi operativi). Restano fuori dalla documentazione messa a disposizione della presidente Chiara Colosimo, che per garantire riservatezza ha fatto numerare le copie,
le ulteriori attività del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza, dalle quali sarebbero emersi ulteriori accessi abusivi. Cantone, dopo aver trasmesso la documentazione al Tribunale del Riesame con l’impugnazione del rigetto, ha inviato lo stesso incartamento alla Commissione antimafia, che già da tempo lo aveva richiesto. Nella nella nota d’accompagnamento, però, ha rimarcato che si tratta di documentazione riservata. Durante un’audizione in Commissione antimafia, avvenuta lo scorso marzo, il procuratore di Perugia aveva evidenziato la vastità dell’indagine, definita «mostruosa» e «inquietante», paragonandola a un «verminaio». Una grossa fetta dell’inchiesta è concentrata sul movente: perché Striano ha effettuato quegli accessi abusivi? E per conto di chi? L’ipotesi è che non ci sia un unico mandante, ma piuttosto diverse sollecitazioni provenienti non solo da giornalisti, ma anche da «soggetti privati» o «organici all’interno di organismi istituzionali». Un aspetto che si evince dall’ordinanza del gip. Come anche il numero degli accessi abusivi: ben 172 tra politici, personaggi del mondo dello spettacolo, ministri, imprenditori e calciatori. Motivo per cui da ieri la caccia dei cronisti, incuriositi da chi si nasconda dietro alle due definizioni usate nell’ordinanza, si è intensificata. Accessi abusivi a parte, nel corso delle attività che il gip riconosce come difensive, ci sarebbero dei contatti di Laudati con esponenti delle istituzioni e ministri. Tra i quali Matteo Piantedosi.
Tuttavia ci sarebbero ancora molti accessi che i magistrati non sono riusciti a spiegare. Le indagini hanno finora delineato un quadro in cui Striano avrebbe agito per fini personali e non sarebbe stato manovrato da qualcuno.
La ricostruzione è resa ulteriormente complessa dal fatto che le indagini tecniche sono state avviate dalla Procura di Perugia quando gli accessi abusivi erano già stati compiuti da diverso tempo. Ma ora che i documenti sono approdati in Commissione antimafia c’è un primo scoglio da affrontare: «Il vicepresidente è Federico Cafiero De Raho, ex magistrato grillino, che guidava la Procura nazionale antimafia all’epoca dei fatti», ha sottolineato il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha precisato: «Non è indagato, non è accusato di nulla, però lui era lì quando succedevano queste cose». Non solo era lì, ma all’epoca ha anche elogiato Striano per le «notevoli doti di riservatezza e di lealtà» e per la sua condotta «irreprensibile». E ora Gasparri si chiede: «Può rimanere a fare il vicepresidente della Commissione antimafia, organo che deve fare delle verifiche anche sul suo operato? Questo non è possibile. Quindi il grillino Cafiero De Raho deve lasciare la Commissione perché non può indagare su un’attività che lo ha visto comunque coinvolto. Non voglio arrivare a conclusioni, ma c’è un profilo di opportunità chiaro. Fuori Cafiero De Raho dall’Antimafia». Dalla barricata pentastellata hanno subito risposto: «Fango su Cafiero De Raho». Secondo il capogruppo M5s in commissione Antimafia Luigi Nave e le vicepresidenti dei gruppi 5 stelle alla Camera e al Senato Vittoria Baldino e Alessandra Maiorino, si tratterebbe di un attacco «strumentale», che additerebbe il loro collega come «complice o corresponsabile». L’interpretazione autentica dei fatti in chiave grillina è che «in realtà» Cafiero de Raho «è vittima e parte offesa». Alla Procura nazionale antimafia, secondo i grillini, «arrivavano dall’Uif (l’Ufficio di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), con un meccanismo automatico di selezione, esclusivamente le segnalazioni per operazioni sospette riconducibili a mafia e terrorismo. La Procura nazionale antimafia non aveva accesso a tutte le segnalazioni per operazioni sospette. Gli accessi abusivi alle Sos non riguardanti mafia o terrorismo contestati a Striano sono avvenuti presso la postazione del Nucleo speciale di polizia valutaria e, quindi, al di fuori della sfera di controllo della Procura nazionale antimafia». Infine cercano di scaricare le responsabilità sul vice di Cafiero De Raho: «All’interno della Procura nazionale antimafia la responsabilità del gruppo «Ricerche», composto da oltre 60 appartenenti alla polizia giudiziaria, era affidata al procuratore aggiunto Giovanni Russo. Mentre L’Ufficio segnalazioni per operazioni sospette era condotto dal sostituto procuratore nazionale Antonio Laudati». Una posizione centrista è invece quella del capogruppo dem in Commissione antimafia Walter Verini, che invita a «evitare di usare un luogo istituzionale come la Commissione antimafia per speculazioni e strumentalizzazioni politiche, delle quali vediamo segni inquietanti». Con la discovery degli atti innescata da Cantone la Commissione antimafia potrà valutare le presunte incompatibilità di De Raho segnalate da Gasparri. E forse è questo il motivo che ha spinto la presidente Colosimo a non rendere subito disponibili gli atti ai commissari.







