Donna, ingegnere aerospaziale dell'Esa e disabile. La tedesca Michaela Benthaus, 33 anni, prenderà parte ad una missione suborbitale sul razzo New Shepard di Blue Origin. Paraplegica dal 2018 in seguito ad un incidente in mountain bike, non ha rinunciato ai suoi obiettivi, nonostante le difficoltà della sua nuova condizione. Intervistata a Bruxelles, ha raccontato la sua esperienza con un discorso motivazionale: «Non abbandonate mai i vostri sogni, ma prendetevi il giusto tempo per realizzarli».
La neo premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Sanae Takaichi non si vergogna del passato bellicista nipponico: sarà la prima premier donna.
In un segnale di rottura con il passato, il Giappone si prepara ad avere una guida femminile: Sanae Takaichi sarà la prima donna premier del Paese, dopo aver sconfitto il favorito Shinjiro Koizumi alle elezioni del Partito liberal-democratico (Ldp). Ma il significato della sua nomina va oltre il mero elemento di genere: la nazionalista Takaichi aspira a essere la Margaret Thatcher nipponica e per certi aspetti della sua linea politica ricorda il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
«Il mio obiettivo è diventare la Lady di ferro», ha detto durante la campagna a un gruppo di studenti. D’altra parte, come per la premier italiana, per Takaichi sono prioritari l’interesse nazionale e il ripristino del prestigio del Giappone sulla scena internazionale. Nella sua agenda politica, che segna uno spartiacque, spicca infatti il cosiddetto «Japan first». In tema di immigrazione, si impegna a dare un giro di vite agli immigrati che violano le regole. Si è poi già detta favorevole all’istituzione di un comitato statale per controllare gli investimenti esteri in settori sensibili.
Considerata l’erede dell’ex premier Shinzo Abe, assassinato nel 2022, mira a far rivivere la sua visione economica «Abenomics», ovvero una maggiore spesa pubblica e un allentamento monetario. Nel suo programma rientrano anche l’abolizione della tassa temporanea sulla benzina, l’introduzione di crediti di imposta rimborsabili per le famiglie a basso reddito e il riavvio degli impianti nucleari. Sempre sulla scia della visione militare di Abe, la Iron lady giapponese appoggia la revisione della Costituzione pacifista giapponese del dopoguerra per includere le forze di autodifesa.
Riguardo alla politica estera si apre poi una nuova pagina: ha affermato che sarà più spesso all’estero per comunicare che «il Giappone è tornato». Ma non solo: ha ventilato l’ipotesi che Tokyo potrebbe formare una «quasi alleanza di sicurezza» con Taiwan. Non stupisce quindi che Taipei ha già accolto calorosamente la sua vittoria, sostenendo che «Takaichi è una fedele amica di Taiwan». Diametralmente opposta è stata la reazione cinese che ha solamente dichiarato di «averne preso atto». Tra l’altro, le sue visite presso il santuario Yasakuni dedicato ai giapponesi caduti nelle guerre a partire dal XIX secolo, inclusi i criminali di guerra, poco piacciono alla Cina e alla Corea del Sud. Ritengono infatti che sia il luogo simbolo del passato militarismo nipponico. Ma la stessa Takaichi ha dichiarato che le visite al Santuario non dovrebbero essere una questione diplomatica.
Nei suoi 64 anni di vita Takaichi ha avuto una carriera variegata: da batterista heavy metal a conduttrice televisiva, fino a ricoprire diversi incarichi nel governo nipponico, diventando Ministro per la Sicurezza economica e per gli Affari interni. La miccia del suo nazionalismo emerge già negli anni Ottanta, quando, trasferitasi per un periodo negli Stati Uniti, lavorava nell’ufficio della democratica, Patricia Schroeder. Dopo quell’esperienza, aveva commentato: «Se il Giappone non riuscirà a difendersi, il suo destino sarà sempre in balia della superficiale opinione pubblica statunitense». Ma per quanto riguarda i dazi, ha promesso che manterrà gli impegni commerciali assunti dal predecessore con gli Stati Uniti, incluso il programma di investimenti. Peraltro, già entro la fine del mese è prevista la visita del presidente americano, Donald Trump, nel Paese nipponico.
L’ufficializzazione del suo incarico in Parlamento avverrà il 15 ottobre. L’opposizione è frammentata: non sono attesi imprevisti.
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(IStock)
Rimini, arrestati due genitori originari del Bangladesh: la figlia 18enne maltrattata e riportata in patria con l’inganno perché già «promessa» a un signore benestante.
Costretta a sposarsi con l’inganno. E come se non bastasse, picchiata e drogata. È con queste accuse che i genitori di una giovane bengalese residente a Rimini sono finiti ai domiciliari. Un destino segnato a cui la giovane, arrivata in Italia a sette anni, è riuscita a sottrarsi con fatica solo dopo essersi rivolta ad un centro antiviolenza di Rimini. E grazie all’aiuto di carabinieri e Procura. Fino all’ordinanza di custodia cautelare con la quale il gip Raffaele Deflorio ha messo agli arresti la madre di 42 anni e il padre di 55.
Secondo le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Rimini, lo scorso dicembre la giovane era stata costretta a partire per il Bangladesh con un vero e proprio raggiro. I genitori le avevano fatto credere che il viaggio di famiglia fosse finalizzato a visitare la nonna malata ma una volta arrivata a Dacca, la ragazza scopre quanto era stato architettato per lei: un incontro con un uomo facoltoso, di dieci anni più grande che sarebbe dovuto diventare suo marito. Nonostante si fosse più volte rifiutata, pur di portare a termine il proprio piano i genitori le avevano sottratto documenti e carta di credito, fino ad obbligarla ad assumere calmanti per piegarne la volontà.
Sottoposta a controlli continui, minacce e maltrattamenti, la giovane viene dunque costretta a sposarsi. Nonostante i genitori l’avessero indotta ad assumere farmaci per favorire la gravidanza, la ragazza riesce a procurarsi di nascosto la pillola anticoncezionale e con l’aiuto di un’amica si mette in contatto con un consultorio del dipartimento Salute donna di Rimini che la indirizza a un centro per vittime di violenza. La «difficoltà a rimanere incinta» si rivela la sua salvezza perché i genitori acconsentono a tornare in Italia per un periodo. È a questo punto che lo scorso aprile, quando la ragazza atterra all’aeroporto di Bologna con tutta la famiglia, scatta il blitz dei carabinieri che la prendono in carico e la portano in una località protetta. Una storia di matrimoni forzati, oltre che combinati, frequenti nella comunità musulmana residente in Italia, con le giovani, spesso minorenni costrette a viaggi nei paesi d’origine, convolare a nozze e poi rientrare in Italia in un secondo momento al seguito dei «novelli» sposi. Un fenomeno per lo più sommerso per il quale non ci sono dati certi e accurati. Una stima la offre però Action Aid secondo cui in Italia sono almeno 2.000 le bambine e le ragazze che ogni anno si trovano a rischio di matrimoni forzati. Tra le comunità straniere più interessate dal fenomeno quelle di Bangladesh, Somalia, Nigeria, Egitto e Pakistan.
Esemplare, in negativo, la storia di Saman Abbas, diciottenne di origini pakistane, scomparsa nelle campagne di Novellara (Reggio Emilia) i primi di maggio del 2021. Da subito i sospetti ricadono sulla famiglia, in particolare sui genitori che non accettano il rifiuto della ragazza di sposare il cugino in Pakistan all’età di 17 anni. Saman sogna una vita diversa da quella della famiglia, ama vestire all’occidentale e ama un ragazzo italiano. Non ne vuole sapere di sposarsi con il cugino e così chiede aiuto ai servizi sociali, denunciando le minacce e le violenze subite in casa in seguito al rifiuto del matrimonio forzato. Viene collocata in una struttura protetta ma ad un certo punto torna a casa. Ha bisogno dei documenti per sposarsi, studiare e lavorare, oltre che per richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. E il rientro le sarà fatale.
Una brutta storia finita con il ritrovamento del corpo dopo due anni in una fossa. E con la condanna dei genitori all’ergastolo proprio lo scorso 18 aprile. Insieme ai genitori, per l’omicidio della giovane vengono condannati anche due cugini. Con l’aggravante della premeditazione e soppressione di cadavere.
Alla giovane di Rimini è andata meglio.
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(IStock)
- Aveva bloccato la porta con un tavolo e staccato il campanello d’allarme, però è stato dichiarato incapace di intendere. A Modena egiziano di 17 anni violenta una donna.
- Lista Paesi sicuri: proposta Ue che ricomprende fra gli altri Bangladesh, Egitto e Tunisia. Soddisfazione di Palazzo Chigi. In Albania i clandestini trasferiti nel Cpr provocano alcuni disordini.
Lo speciale contiene due articoli.
Dal lettino nel corridoio del reparto dell’ospedale Molinette di Torino, dove si curano disturbi alimentari e dove la maggior parte delle pazienti sono donne, un fotografo iracheno di 36 anni ricoverato con un generico disturbo d’ansia legato a crisi di panico, in piena notte si alza, entra in una stanza, blocca la porta con un tavolo, mette fuori uso il campanello d’allarme e dopo aver strappato il catetere vescicale di una trentaseienne la violenta selvaggiamente. La poveretta urla, nessun infermiere accorre, l’uomo scappa nella stanza accanto e cerca di aggredire un’altra paziente anoressica ma per fortuna lì il campanello funziona e scatta l’allarme.
A distanza di un anno, il fotografo iracheno arrivato nel 2017 a Torino come richiedente asilo politico è stato assolto perché secondo il giudice era «totalmente incapace di intendere e di volere al momento delle condotte». Adesso è in libertà vigilata. Dobbiamo restare con il fiato sospeso, aspettando un nuovo raptus psicotico ai danni di qualche altra donna?
La vicenda e la crudezza dei particolari lasciano pochi dubbi sull’approssimazione con cui i tribunali a volte accettano le perizie, senza approfondire dinamiche e comportamenti inspiegabili. Era la mattina del 25 marzo del 2024 quando l’uomo si presenta al pronto soccorso del presidio che fa parte dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della salute e della scienza di Torino. Forse si trovava in preda di un mix di cannabis e alcol.
Fino alle nove di sera l’iracheno è sottoposto ad accertamenti, poi viene ricoverato nel piccolo reparto accanto a quello della psichiatria universitaria e dove vengono trattati disturbi alimentari quali l’anoressia nervosa. Lo lasciano nel corridoio, s’addormenta sulla barella ma tre ore dopo si sveglia. «Entra nella camera che aveva di fronte e dove c’era la mia assistita che stava malissimo, con forti disturbi alimentari», racconta l’avvocato Elena Negri che difende la donna stuprata.
L’uomo sposta un tavolo davanti alla porta perché nessuno entri, mette fuori uso il campanello, strappa alla giovane il catetere vescicale e la violenta con brutalità. «Una cosa tremenda. Considerando la dinamica, difficile pensare che non sapesse quello che stava facendo», commenta il legale. La donna urla ma nessuno sembra sentirla, i due infermieri della notte sono nel locale caffè in fondo al corridoio.
Il fotografo scappa dalla stanza, entra in quella accanto dove sono ricoverate due donne e cerca di assalirne una. La palpeggia, i pantaloni di nuovo calati pronto a ripetere la violenza, poi il campanello finalmente funziona e il personale arriva. L’uomo viene spostato in psichiatria centrale (allora il posto c’era!), dove rimane un mese fino a quando non viene incarcerato alle Vallette.
Nella perizia disposta dal giudice per le indagini preliminari, lo scorso luglio gli psichiatri Franco Freilone e Maurizio Desana dichiarano che l’iracheno era socialmente pericoloso, ma che al momento delle violenze commesse era incapace di intendere e di volere. In via cautelare viene trasferito in una Rems, residenza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi, però da questa può anche uscire «con permesso del giudice per andare alla presentazione di un suo libro di fotografie», precisa Negri. Due giorni fa è arrivata la sentenza di assoluzione.
Il legale, che ha rifiutato il rito abbreviato per non dover accettare come definitiva l’assoluzione dell’imputato, rimane con forti dubbi. «Il nostro codice prevede di non doversi procedere quando c’è incapacità di intendere e di volere, ma in questo caso non si capisce perché è stata accolta una perizia che aveva dei limiti e dei mancati approfondimenti, da me inutilmente richiesti anche se c’era il tempo per poterli fare».
Spiega meglio: «La perizia fa riferimento a una possibile schizofrenia o disturbo schizofreniforme, quindi contrasta con la diagnosi fatta al momento del ricovero, ovvero psicosi non specificata. Persona un po’ disturbata per uso di cannabis e alcol». Al pronto soccorso era stato valutato addirittura «vigile, cosciente e collaborativo».
Se era schizofrenico, perché non se ne sono accorti quelli che l’avevano visitato a lungo e poi l’hanno ricoverato nel reparto sbagliato, non nella psichiatria centrale e con la grave negligenza di non allertare gli infermieri?
Si chiede l’avvocato: «Ha senso questa incapacità di intendere e di volere limitata al momento delle violenze commesse, posto che prima l’uomo era una persona totalmente capace e lo era anche poco dopo?». Aggiunge: «Si doveva approfondire il consumo di cannabinoidi dell’iracheno, perché chi si mette volontariamente nelle situazioni di alterazione poi risponde delle proprie azioni, anzi è un aggravante».
La sua giovane assistita, già con gravi problemi di anoressia, per molti mesi è rimasta traumatizzata dall’abuso sessuale. Di certo, né lei né ogni altra donna si sentirà tranquilla a sapere che l’iracheno è in libertà vigilata, seppure con un percorso terapeutico. Troppi sono gli episodi di violenza che la cronaca registra.
Due giorni fa, uno straniero di 17 anni ha violentato una signora di 65 anni intenta a fare jogging in una frazione della provincia di Modena. Era in bicicletta, l’ha avvicinata, trascinata in un fossato e anche picchiata perché non urlasse. Il giovane era ospite di una comunità per minori non accompagnati. Sempre che non si tratti di un adulto, che ha mentito sulla vera età per entrare nel programma specifico di accoglienza.
«Aggiornare la lista di Paesi sicuri»
Giorgia Meloni incassa un altro punto a favore sul piano internazionale. Ieri ha commentato con soddisfazione «la proposta della Commissione europea di stilare una lista di Paesi considerati sicuri di origine, che contiene, tra gli altri, anche Bangladesh, Egitto e Tunisia». Non solo: la Meloni ha valutato come «altrettanto positiva la proposta di anticipare l’entrata in vigore di alcune componenti del Patto migrazione e asilo, in particolare la possibilità di designare Paesi sicuri di origine con eccezioni territoriali e per determinate categorie e di applicare il criterio del 20 per cento». In sostanza, se un Paese terzo ha un tasso di riconoscimento inferiore al 20%, i richiedenti asilo possono essere sottoposti a una procedura semplificata direttamente alla frontiera. «Si tratta infatti», ha spiegato la Meloni, «di fattispecie che consentono di attivare le procedure accelerate di frontiera, come previsto dal Protocollo Italia-Albania». Una «ulteriore conferma», secondo il presidente del Consiglio, «della bontà della direzione tracciata dal governo italiano» e di un’Italia che «sta svolgendo un ruolo decisivo per cambiare l’approccio europeo nei confronti dei flussi migratori». E per l’Italia è centrale proprio il protocollo con l’Albania. Dove alcuni dei 40 immigrati trasferiti l’altro giorno nel Centro per il rimpatrio di Gjader e destinati all’espulsione (molti dei quali con precedenti penali e condanne sulle spalle anche per reati particolarmente gravi come il tentato omicidio e la violenza sessuale su minorenne), una decina in tutto, sono stati identificati come i protagonisti della distruzione di arredi e suppellettili negli alloggi. Alcuni vetri delle finestre sono andati in frantumi. Tre di loro si sarebbero anche procurati delle ferite da taglio (un atto di autolesionismo con finalità dimostrativa), che hanno richiesto l’intervento dei sanitari. Gesti plateali, per dimostrare la scarsa propensione al rispetto delle regole. Una forma di protesta contro il trasferimento in Albania. Al loro arrivo, appena scesi dalla nave militare Libra, l’europarlamentare dem Cecilia Strada, ergendosi a paladina dei diritti umani, aveva denunciato l’impiego di fascette contenitive durante le fasi dell’operazione. Che, come dimostra l’esito delle condotte all’interno del centro, erano necessarie. I fatti, insomma, hanno dato torto alla retorica degli indomiti difensori dell’accoglienza a tutti i costi. Il nuovo decreto Sicurezza approvato dal governo ha introdotto pene più severe per chi danneggia le strutture di accoglienza e i Cpr e prevede la detenzione. La situazione, però, nonostante fonti della stampa albanese ieri parlassero di un trasferimento nell’area detentiva della stessa struttura, che è sotto il controllo degli agenti della polizia penitenziaria, è risultata facilmente gestibile dal personale addetto alla sicurezza. Dal Viminale hanno fatto sapere che non risulta ancora operativo il mini-carcere presente nell’hub albanese. Uno degli stranieri, invece, torna in Italia. Si tratta di un georgiano di 39 anni che è stato ritenuto «non idoneo» alla «vita in una comunità ristretta». Su richiesta del suo legale è stato sottoposto alla valutazione della Commissione vulnerabilità, che ha attestato la presenza di patologie che non gli permetterebbero il trattenimento. È stato subito disposto il rientro a Bari, dove rimarrà in attesa di una idonea sistemazione.
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(IStock)
Si sospetta uno scambio di persona. Nel 2018 aveva subito già un’ingiusta denuncia.
A processo perché (forse) avrebbe guardato una ragazza che si sarebbe sentita pedinata e molestata. Senza lavoro perché sotto indagine, con persino un’investigazione a tappeto su tutti i vicini che vivono nel suo stesso condominio. È la storia di F. M., 28 anni, da 8 finito nelle maglie della giustizia senza possibilità di uscirne. Giovedì 20 novembre si è svolta la seconda udienza che lo vede imputato per l’articolo 660 del Codice penale, ovvero molestie in luogo pubblico. Peccato che lui non abbia molestato nessuno, come ha più volte ribadito.
La storia comincia il 20 dicembre del 2023, quando Claudia (nome di fantasia, ndr) decide di sporgere denuncia per stalking al commissariato della polizia locale di piazzale Accursio a Milano. A quanto si legge nel capo di imputazione, dalla fine di novembre la ragazza si sarebbe sentita seguita più volte da un uomo. Il presunto stalker l’avrebbe guardata spesso, «seguendola avanti e indietro e controllandola, in alcuni casi fissandola e in un’occasione sedendosi accanto a lei presso la fermata Atm della linea 57 «senza motivo rilevato», anche perché «poi si allontanava senza utilizzare alcun mezzo pubblico».
La ragazza denuncia quasi subito. Ma soprattutto entra in confidenza con alcuni agenti della municipale, in particolare con il vicecommissario donna. Le due si parlano spesso, rassicurando così la ragazza nel caso in cui si senta ancora molestata. Così il 9 gennaio scorso Claudia porta a spasso il cane nell’area vicino a piazzale Accursio. Sostiene di aver visto il suo molestatore che l’avrebbe guardata. Scrive subito al vicecommissario. La avverte che l’uomo e lì. In pochi minuti gli agenti della locale sono in strada sulle tracce del ragazzo, lo vedono e lo seguono fino a casa. Uno di loro, dirà di fronte al giudice, ha fatto parte della squadra antiborseggio. Durante l’udienza è stato ascoltato il vicecommissario che ha riferito di non aver visto nulla di particolare nel comportamento di F.M.. Lo stesso agente che lo ha pedinato sostiene di non aver visto nulla di particolare. Ma in ogni caso le indagini continuano. Ma era davvero lui la persona che aveva guardato Claudia?
L’avvocato Michele Miccoli, che segue il ragazzo, ha depositato a processo un atto che attesta come il presunto molestatore fosse, tra le 18.30 e le 19.30, al commissariato dei carabinieri Magenta a fare denuncia per smarrimento della carta di identità. Si trovava quindi in via Novara, a 6,8 chilometri di distanza da piazzale Accursio. Il misfatto, secondo quanto ricostruito in udienza, sarebbe avvenuto tra le 19 e le 19.20. A piedi ci si mette almeno un’ora, mentre in macchina appena 13 minuti. Con i mezzi più di mezz’ora. Era davvero lui a passare da quelle parti? A questo punto gli agenti della locale decidono di controllare tutti gli abitanti del condominio dove abita F.M.. E dopo un mese lo trovano. Da lì scatta il procedimento che finisce in nemmeno un anno subito a processo. Un vero record, calcolando che secondo le statistiche del ministero di Grazia e giustizia, un processo di primo grado dura in media almeno tre anni. E che soprattutto denunce di questo tipo, anche per reati più gravi, fanno fatica ad arrivare subito in aula. Rischia una multa di 230 euro. Caso vuole per di più che per F.M. non sia la prima volta che si ritrova in una situazione del genere.
Nel 2018 era stato fermato perché la polizia locale aveva dato seguito all’ennesima denuncia di una donna che si era sentita molestata da un uomo di circa 40 anni, alto circa 1 metro e 90, magro e con i capelli neri lunghi. In quel caso le accuse erano di molestie sessuali. Il ragazzo era persino stato trattenuto al commissariato senza un legale e per lo stato di agitazione era stato anche trasferito in ospedale con un’ambulanza. Quel procedimento non è mai arrivato a processo: il gip aveva deciso di accogliere la richiesta di archiviazione del pm, anche perché non si poteva evidenziare che, al di là della descrizione fisica dell’uomo, «emerge una discrasia significativa tra l’età riferita dalla giovane (uomo di 40 anni) e quella dell’odierno indagato, nato nel 1995».
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