Monsignor Giovanni D’Ercole legge il nostro tempo come un’epoca di emergenze permanenti: paura, crisi continue, identità smarrite. Nell’intervista parla di manipolazione culturale, fede indebolita, ideologie sostitutive e del bisogno urgente di riscoprire verità, radici e coraggio.
Riconosciuto il nesso tra la dose di Pfizer e la pericardite sviluppata da una donna. La quale però non vedrà un soldo: a causa di legali impreparati, i tempi per chiedere il risarcimento sono scaduti. E lo Stato non transige.
Gabriella (nome di fantasia) si è vista riconoscere la causalità tra la pericardite di cui soffre e il vaccino Pfizer che le fu somministrato nell’ottobre del 2021, ma non può godere di alcun risarcimento per «decadenza del termine triennale entro il quale va presentata la domanda di indennizzo».
Capita anche questo, purtroppo, nel percorso a ostacoli che sono costretti a seguire i danneggiati. «La giovane signora, 31 anni, di Savona, ha dovuto aspettare molto prima di avere una diagnosi certa», spiega Giuseppe Barone, medico specialista in medicina nucleare e vice presidente dell’associazione no profit Edward Jenner che assiste i danneggiati da vaccino o da malasanità. «Purtroppo, Gabriella si era affidata ad avvocati che le avevano garantito appoggio, invece si è ritrovata fuori tempo massimo e con documentazione insufficiente».
È triste doverlo riconoscere, ma anche la moltitudine di danneggiati è diventato un «affare», trattato da diversi medici o avvocati senza la necessaria competenza o professionalità per seguire le richieste di indennizzo. E le Cmo, le commissioni medico ospedaliere che devono stabilire l’eventuale nesso tra danno e vaccino, non ammettono imperizie.
In ogni caso, alla signora è stato riscontrato un «danno biologico permanente», dopo quell’unica dose di vaccino Covid «e presenta anche danni neurologici», chiarisce lo specialista, tanto che fatica a lavorare perché perdura quella patologia infiammatoria del pericardio associata a versamento pericardico, dispnea, battito cardiaco accelerato e con dolore toracico.
Numerosi studi hanno dimostrato un aumento del rischio di miocardite o pericardite dopo la vaccinazione con vaccini a mRna e negli anni anche le agenzie regolatorie hanno dovuto segnalare il rischio. «Gabriella ha difficoltà a svolgere le normali funzioni della vita quotidiana e lavorative», precisa l’avvocato Antonella Rustico del Foro di Roma, che presenterà ricorso contro il ministero della Salute per il giudizio medico legale della Cmo che ha scartato la domanda per la non tempestività di presentazione.
«Era stata male due giorni dopo l’inoculo, con diagnosi di “sospetta pericardite acuta” e venne esentata dalla somministrazione della seconda dose proprio per le sue condizioni fisiche», aggiunge il legale. Assurdamente, in quell’epoca non bastavano sintomi gravi e continui ricoveri al pronto soccorso, bisognava presentare ogni mese una montagna di documentazione per non dover aggiungere alle sofferenze fisiche l’incubo di una seconda e terza dose e di un prevedibile peggioramento della salute. La Cmo di La Spezia ha riconosciuto il nesso con il vaccino, ma non risarcisce Gabriella perché la domanda non è stata presentata nei termini di legge. «In realtà, la decorrenza è dal momento in cui la persona danneggiata ha notizia del danno accertato, non dal primo ingresso al pronto soccorso. E a Gabriella la pericardite non è stata diagnosticata subito con certezza, i tempi sono stati molto lunghi, dopo numerosi ricoveri e visite cardiologiche che riscontravano una “pericardite recidivante”», precisa l’avvocato. Sono le stesse Asl a stabilire che una domanda «è processabile» quando è «completa di tutta la documentazione amministrativa e sanitaria prevista». Altrimenti viene archiviata.
Non è stato facile inquadrare la malattia auto infiammatoria sistemica che ha tolto la salute di Gabriella, procurandole danni psicofisici irreversibili. Per gli errori del suo precedente legale e per i tempi burocratici il nesso con il vaccino a mRna è stato riconosciuto, ma non può ottenere l’indennizzo per decadenza dei termini. Un anno fa, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva ritenuto opportuno istituire una commissione di studio per censire tutti i casi di reazioni avverse al vaccino Covid che si sono verificati, per valutarli e capire come gestirli. «Credo che si potrebbe fare serenamente […] per avere maggiore chiarezza e soprattutto per dare maggiore tranquillità a tutti. Ci lavoreremo», dichiarò al Giornale d’Italia.
I cittadini danneggiati sono sempre in attesa di essere presi in considerazione per le patologie e le invalidità conseguenti a quegli inoculi. Chiedono anche procedure certe, snelle, perché il nesso di causalità venga riconosciuto e accettato senza la «gabbia» del triennio. La stessa Consulta, con sentenza del marzo 2023, ha definito l’indennizzo da vaccino una prestazione fondata sugli obblighi di solidarietà sociale fissati dalla Costituzione e che non ci può essere decadenza.
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Nino Cartabellotta difende il diktat: «Unico modo per limitare i contagi». Fdi chiede di audire l’azienda Jc, a cui Domenico Arcuri annullò l’acquisto di mascherine dopo l’accordo con Mario Benotti.
È la metasemantica (tecnica argomentativa che va oltre il significato delle parole e consiste nell’uso di frasi dal significato poco comprensibile e talvolta arbitrario) che ha caratterizzato ieri in commissione Covid l’audizione di Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, la fondazione che si sarebbe dovuta occupare di fornire le evidenze scientifiche che riguardavano la salute pubblica durante la pandemia. Un’audizione durata 45 minuti più del previsto, un po’ a causa degli interventi di Alfonso Colucci del Movimento 5 stelle - che il presidente della commissione Marco Lisei (Fratelli d’Italia) non ha esitato a definire «ostruzionistici» - un po’ per i sofismi cui ha fatto ricorso Cartabellotta per schivare le domande mirate rivoltegli dai commissari Alice Buonguerrieri di Fratelli d’Italia, Alberto Bagnai e Claudio Borghi della Lega.
Il riassunto del presidente Gimbe è stato, per sua involontaria quanto comica ammissione, «una sequenza cinematografica»: Cartabellotta ha ripercorso con entusiasmo da storyteller le prime fasi della pandemia, ricorrendo alla tecnica - ben nota agli sceneggiatori di fiction da piccolo schermo - di circostanziare gli orari di uscita dei dpcm e i giorni esatti in cui sono stati istituiti i lockdown e le zone rosse. Ma quando ha dovuto spiegare su quali evidenze scientifiche si siano basate le decisioni del governo Conte e le restrizioni imposte ai cittadini in quel periodo, il copione ha fatto cilecca, lasciando spazio alla realtà della gestione pandemica: la paura, l’improvvisazione, l’ascientificità.
«Noi abbiamo avuto una seconda e terza ondata che hanno fatto una quantità di vittime, non avevamo un servizio sanitario resiliente - ha spiegato il rappresentante Gimbe - l’efficacia del lockdown della prima ondata faceva ritenere saggio che attività ricreative come quella sciistica fossero il danno meno importante per l’economia del Paese ma che sicuramente tutelava la salute delle persone», ha ammesso Cartabellotta al senatore Borghi che gli chiedeva conto del perché il 15 febbraio 2021, un anno dopo l’inizio della pandemia e due giorni dopo la nomina di Mario Draghi alla presidenza del consiglio, fosse stata cancellata la stagione sciistica, «portando danni per miliardi ai lavoratori delle regioni montane». Ancora più vaga è stata la replica del presidente Gimbe ad Alice Buonguerrieri, che gli chiedeva lumi sulle raccomandazioni di paracetamolo e vigile attesa: «Noi non abbiamo effettuato mai nessuna valutazione rispetto a quelle che erano le terapie», ha spiegato Cartabellotta, per poi riconoscere pochi minuti dopo, in uno scontro verbale con il senatore Borghi, di essere stato un influente consigliere in termini di lockdown (nei mesi in cui l’epidemiologia mondiale già sconfessava le misure restrittive delle libertà individuali).
«Durante la prima fase della pandemia non c’erano prove di efficacia di nessun tipo di trattamento quindi la terapia dei malati domiciliari poteva essere fatta soltanto attraverso farmaci sintomatici come paracetamolo piuttosto che fans», ha quindi aggiunto il rappresentante Gimbe rispondendo a Buonguerrieri, per poi dichiarare improvvidamente che «nessuno di questi farmaci era in grado di rallentare la progressione della malattia», a dispetto di tutte le evidenze empiriche che, già allora, mostravano l’efficacia dei fans (e non del paracetamolo) nello spegnere l’infiammazione.
Ed è sulle evidenze scientifiche che, nuovamente, è scivolato Cartabellotta a seguito di una controproducente domanda del senatore pentastellato Alfonso Colucci, che gli chiedeva se le evidenze scientifiche cui la politica deve far riferimento siano quelle che promanano dalle istituzioni nazionali e internazionali. «Non possiamo assimilare il concetto di pubblicazione scientifica con quello di evidenza scientifica», ha risposto il presidente Gimbe, «durante il periodo Covid chiunque poteva pubblicare». Vietato studiare, ha detto insomma Cartabellotta, a meno che gli studi non siano «istituzionali». «Starei attento a lasciar supporre che si possa sostenere una tesi scientifica a seconda dello status», lo ha rimbeccato Alberto Bagnai, «lo status delle prove scientifiche sulla base del principio di autorità ci riporterebbe a prima del Medioevo. Si presume che qualsiasi ricerca, soprattutto sull’efficacia di un farmaco, richieda e prenda del tempo, vorrei che lei chiarisse la differenza tra pubblicazione e evidenza e chi dovrebbe gestire le pubblicazioni e le evidenze». Sfuggente la risposta di Cartabellotta: «Abbiamo prodotto poca ricerca pubblica».
L’audizione è proseguita poi con gli interventi del Cnop (Consiglio nazionale ordine psicologi), che ha lamentato gli effetti delle restrizioni sui più giovani, della Sip (Società italiana di psichiatria) e del Sulpl (Sindacato unitario lavoratori Polizia locale). L’ex premier Giuseppe Conte ha liquidato la didattica a distanza (Dad) come «una misura necessitata», sviando il dibattito sull’uso eccessivo delle tecnologie a scuola.
Filone giudiziario: Alice Buonguerrieri ha ricordato che la commissione vuole sapere se, mentre morivano innocenti, qualcuno lucrava sulla pandemia ai danni dello Stato. «Sulle teste dei cittadini italiani pendono oltre 200 milioni di euro da dover risarcire a un’azienda privata, la Jc Electronics, a causa dell’annullamento (in seguito al maxi contratto avviato con Mario Benotti), dichiarato illegittimo, di un contratto per la fornitura di mascherine in piena emergenza Covid da parte dell’allora struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, nominato dal governo Conte. Fratelli d’Italia insiste sulla richiesta di audizione urgente dei rappresentanti dell’azienda Jc per approfondire la vicenda, su cui va fatta immediata chiarezza. I cittadini italiani hanno diritto a conoscere la verità su quanto accaduto, nello specifico sulle gravi conseguenze economiche di certe scelte».
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Il metodo dell’Agenzia (adottato da Aifa) per valutare la causalità tra vaccini Covid e danni ignora patologie mai riscontrate prima e la scarsa ricerca scientifica sul tema. Riducendo al minimo la responsabilità dei sieri.
L’algoritmo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per il riconoscimento del nesso di causalità tra effetti avversi e la somministrazione del vaccino Covid, deve «essere rivisto e reso più flessibile e adeguato alla realtà epidemiologica e ai complessi meccanismi di azione dei vaccini immunogenici di nuova introduzione».
È una delle conclusioni dell’analisi critica realizzata da tre esperti italiani e appena pubblicata sul Journal of Clinical Medicine. Ciro Isidoro, professore ordinario di Patologia generale e di Oncologia sperimentale presso la Scuola di medicina dell’Università del Piemonte orientale; Paolo Bellavite, specialista in Ematologia e Patologia generale, ricercatore indipendente a Verona; Alberto Donzelli, presidente della Fondazione Allineare Sanità e Salute con sede a Milano, hanno spiegato in un lungo documento gli aspetti controversi e le limitazioni del protocollo Oms previsto per i prodotti vaccinali.
L’applicazione del metodo, che utilizza un elenco di domande specifiche sui problemi correlati al vaccino e un algoritmo per formulare un giudizio, «ha ridotto al minimo i casi in cui può essere riconosciuta la responsabilità di questi “pro vaccini” nel causare eventi avversi gravi o gravissimi». Si aveva a che fare soprattutto con vaccini basati sulla genetica e gli eventi patologici sono stati «inaspettati», quindi il protocollo era del tutto inadeguato a monitorare gli effetti negativi degli anti Covid.
Si comprende, ad esempio, perché nella valutazione dei decessi dopo il vaccino segnalati all’Aifa nei primi due anni (2021-2022) della pandemia, i dati inviati dall’Agenzia italiana del farmaco siano stati «etichettati come “indeterminati” fino al 28,0% e come “non classificabili” il 9,1%». Il 59,4% dei casi fu ritenuto non correlato. Ma andiamo con ordine. La sicurezza dei vaccini, il loro rapporto beneficio/rischio a livello individuale e di popolazione viene verificato, oltre che dalle sperimentazioni (enormemente limitate nel caso degli anti Covid), attraverso la farmacovigilanza post-marketing delle incidenze di eventi avversi successivi all’immunizzazione (Aefi) e con la valutazione della causalità.
Nei vaccini Covid, «i segnali di sicurezza possono essere raccolti solo dopo che sono stati ampiamente distribuiti tra diverse popolazioni e quando vi è una conoscenza sufficiente dei meccanismi patogenetici che possono spiegare il nesso causale con gli eventi avversi», si legge nello studio. Questa grossa limitazione, unita a una farmacovigilanza passiva come in Italia e in molti altri Paesi, non hanno consentito di monitorare reazioni quali trombosi, miocarditi e pericarditi, solo per citare alcune delle gravi patologie sofferte dai vaccinati e non riconosciute. «Per quanto sembri incredibile, l’ordine di grandezza della sottostima della sorveglianza passiva riportata da Aifa è di circa 1.000 volte, rispetto alle fonti ufficiali di sorveglianza attiva», sottolinea alla Verità il dottor Donzelli.
L’algoritmo di valutazione della causalità secondo il manuale dell’Oms ha reso ancora più indeterminata la valutazione di una relazione tra vaccino e danno. Esclude la responsabilità del vaccino nel caso ci siano altre possibili cause, per esempio, se la persona ha anche altre malattie. Ma «una malattia causata solo da un vaccino è una condizione assolutamente improbabile», osservano gli studiosi. Occorre considerare «fattori multipli e interagenti», inclusa la somministrazione dell’anti Covid che può essere stata «fattore scatenante nelle persone “con vulnerabilità clinica”».
Ed è irragionevole che per riconoscere un evento avverso come causato dal vaccino si debba dimostrare la «plausibilità biologica, possibile solo se si conosce il meccanismo con cui il vaccino può provocare il danno». Reazioni come trombosi o miocarditi erano sconosciute, fino a quando non sono state segnalate da chi ne ha sofferto.
Altrettanto critica è l’applicazione imposta dal protocollo della «finestra temporale», entro la quale un evento critico si deve verificare. Per vaccini nuovi non è noto dopo quanto tempo si manifestano, ad esempio le razioni autoimmuni impiegano parecchio a manifestarsi. Alcuni tumori possono svilupparsi rapidamente, altri dopo mesi o anni: ecco a che cosa serve un attento monitoraggio e non l’esclusione della correlazione
Limitante, controversa e diciamo pure assurda è poi la richiesta dell’algoritmo, per supportare la correlazione, che l’evento avverso sia inserito nella letteratura scientifica, altrimenti viene escluso. Per vaccini nuovi «un quadro degli effetti avversi causati dalla vaccinazione è emerso in letteratura solo con il tempo», evidenziano i tre medici.
La considerazione ultima è sulle sole tre determinazioni finali che la procedura Oms permette: associazione causale vaccino ed evento avverso coerente, o incoerente o indeterminata. Nell’ultima categoria finiscono troppi casi ritenuti non certi, ma «“indeterminato” non è una prova di sicurezza», fa notare lo studio. Bisogna «ricalcolare il rapporto rischio/beneficio tenendo conto dell’incertezza statistica, piuttosto che determinare la sicurezza basandosi solo su pochi casi confermati».
Aiuterebbe anche a considerare e valutare tutte quelle sindromi post somministrazioni anti Covid, che pesano sulla salute pubblica dopo una campagna vaccinale di massa che doveva proteggere la popolazione.
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Il Tar «assolve» Conte, Speranza e il Cts. Intanto, uno studio che sarà presentato oggi a Roma certifica il boom di disagio grave nel 10% dei liceali. La stessa quota di aumento nella vendita di psicofarmaci tra i Millennials.
la storiella delle misure introdotte proprio allo scopo di «garantire il diritto all’istruzione, consentendo la ripresa delle attività scolastiche in sicurezza, a tutela della salute». Alla fine della fiera, argomentano i magistrati, le decisioni di Giuseppe Conte e Roberto Speranza si basavano sui pareri del Comitato tecnico scientifico, la cui attività era «connotata da ampia discrezionalità». Ennesimo buon motivo per potenziare la commissione parlamentare d’inchiesta: se tace la legge, si pronunci almeno la politica. Le ferite, infatti, restano aperte.
Si badi a una curiosa coincidenza numerica: i liceali, attesta un nuovo studio, per via di Dad e mascherine obbligatorie, hanno maturato disturbi mentali «a livelli di anormalità abbastanza elevati, oltre il 10%». E proprio ieri, Pharma data factory ha certificato un aumento dello stesso 10% (10,4, per l’esattezza) di vendite di antidepressivi, nella fascia d’età 25-34 anni, tra ottobre 2023 e ottobre 2024. Sono 1,8 milioni di confezioni di cure per il male oscuro o per la stabilizzazione dell’umore.
Oggi, a Roma, verranno presentati i risultati dell’indagine internazionale EuCare schools, realizzata con il contributo dell’Ue su un campione di migliaia di studenti e insegnati in Italia, Portogallo e Messico, per valutare l’impatto delle misure anti Covid. A Palazzo Cipolla, sede capitolina dello Iulm, ci sarà un parterre ecumenico: dallo scienziato contrario ai lockdown, John Ioannidis (Stanford), alla virostar Pier Luigi Lopalco, già assessore alla Sanità in Puglia per Michele Emiliano e consigliere regionale del Pd. Alcuni dei risultati della ricerca li ha anticipati la professoressa Sara Gandini, dell’Università del Salento: «Si evince complessivamente un aumento dei sentimenti di tristezza e rabbia legati alla Dad, al distanziamento, alle mascherine». Quindi, il verdetto più allarmante: «Tra gli studenti delle superiori, è emerso un disagio psichico a livelli di anormalità abbastanza elevati, oltre il 10%. Questo disagio», ha specificato, «aumenta al crescere dell’età […]. Per l’Italia abbiamo potuto constatare anche una perdita di apprendimento, che è significativa nel 2020 e 2021», anche perché «l’Italia è stato il Paese con le scuole chiuse più a lungo». Pure il suo collega Lopalco ha dovuto riconoscere i danni di diktat e serrate: «Durante la pandemia la burocrazia ha ostacolato la frequenza scolastica: anche quando sono diventati disponibili test rapidi a tappeto, per la riammissione a scuola erano necessari ulteriori passaggi […]». Si è dimenticato di menzionare le discriminazioni, feroci sul piano umano e inutili dal punto di vista pratico, perpetrate ai danni degli alunni e degli universitari che rifiutavano di vaccinarsi. Forse perché, alla Asl della sua Lecce, fino a pochi mesi fa continuavano a essere esclusi dai tirocini gli iscritti a infermieristica che rifiutavano doppie dosi e successivi richiami.
La cronologia è impressionante: i governi Conte bis e Draghi, tra il 2020 e il 2022, saltano dai lockdown totali alle riammissioni in aula basate su protocolli cervellotici e vaccinazioni a tappeto, in fasce anagrafiche che il medicinale non avrebbe potuto schermare dalle infezioni, ma che in compenso rischiavano pochissimo dal Covid; poi, arrivano gli strascichi delle lunghe privazioni, con il boom di millennials e gen Z cui tocca fare ricorso agli psicofarmaci.
Mentre i giovani subivano tutto questo, la crema dei partiti, dei sindacati, delle associazioni e dei professionisti (psicologi e psichiatri, ad esempio, avrebbero potuto farsi venire qualche prurito al naso), rimaneva in silenzio. I pochi che protestavano, come i camalli di Trieste, finivano inondati dagli idranti. Non si sentiva voce alcuna che denunciasse il ritorno del fascismo; gli studenti, oggi tanto attenti alle sofferenze dei palestinesi, non si accorgevano dei patimenti dei loro coetanei. Proprio al momento cruciale, il popolo vigile è stato colto da un torpore di massa.
«Lo studio» EuCare, ha detto la coordinatrice del progetto, Francesca Incardona, «dimostra che dobbiamo e possiamo tutelare la scuola anche durante un’emergenza sanitaria, garantendo il diritto all’istruzione in sicurezza e il rispetto del diritto dei minori a che le azioni che li coinvolgono siano sempre nel loro interesse». Il Tar ha fatto spallucce; ne prenda atto la commissione d’inchiesta. La quale non va gestita tipo «plotone d’esecuzione politico», ma nemmeno deve trasformarsi in una cucina di aria fritta. Si può avere la faccia di ammettere, dopo quattro anni, che ai giovani andava assicurata una vita normale pure nel bel mezzo della pandemia? E si può farlo senza ricordare che, dietro il paravento della scienza, governi pasticcioni e incapaci ne hanno spinti nel baratro a migliaia, per poi elargire un misero «bonus psicologo»? Possibile che nessuno debba rispondere dei quasi 2 milioni di antidepressivi ingurgitati da ragazzi che dovrebbero vivere, semmai, i loro anni più belli?
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