La Commissione investiga sulla vendita di bambole sessuali con sembianze infantili da parte del colosso cinese dell'e-commerce, oltre alle irregolarità su algoritmi IA e alla pubblicità invasiva e subliminale. Lo ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier.
Xu Zewei (Ansa)
Xu Zewei è in carcere a Busto Arsizio, accusato dagli Usa di aver violato i sistemi informatici americani durante la pandemia. Un giudice federale texano chiede l’estradizione, Pechino si oppone. L’imputato parla invece di scambio di persona.
La storia di Xu Zewei, trentatreenne cittadino cinese arrestato a Malpensa lo scorso 3 luglio, sembra uscita da un romanzo di spionaggio, ma si consuma tra i corridoi delle aule giudiziarie di Milano e le stanze del dipartimento di Giustizia americano. Mercoledì 1 ottobre si è svolta l'udienza al Tribunale del capoluogo lombardo, dove il sostituto procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano, Giulio Benedetti, ha confermato la richiesta (già depositata in data 13 agosto 2025) di «deliberare favorevolmente per l’estradizione verso gli Stati Uniti d’America» del detenuto, disponendo, contestualmente, il «sequestro di eventuali corpi di reato e cose pertinenti i reati per i quali è stata domandata l’estradizione».
La Corte si è riservata e ha tempo sei mesi per decidere.
Xu, nel frattempo, continuerà ad essere detenuto nel carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese.
Riassumiamo la vicenda, degna di un libro giallo.
Atterrato in Italia con la moglie per un viaggio di piacere nel luglio scorso, si è ritrovato ammanettato dagli agenti della Polizia postale in esecuzione di un mandato d’arresto internazionale partito dall'ufficio dell'Fbi di Houston.
Per gli Stati Uniti, Xu sarebbe uno degli ingranaggi della grande macchina di cyber-spionaggio che, tra il 2020 e il 2021, avrebbe colpito università, laboratori e centri di ricerca a stelle e strisce per carpire informazioni riservate su vaccini e terapie anti-Covid.
Non un hacker qualsiasi, ma un presunto collaboratore dello Shanghai State security bureau (Sssb), i servizi segreti del ministero della Sicurezza di Stato cinese, accusato di aver partecipato alla campagna denominata «Hafnium» (che è stata condannata anche dall'Unione europea, dal Regno Unito e dalla Nato), con la quale sarebbero state sfruttate le vulnerabilità di Microsoft per penetrare migliaia di server in tutto il mondo.
A detta dell’Fbi, proprio nei mesi in cui il pianeta era flagellato dal virus e scienziati e medici lavoravano febbrilmente a farmaci e cure, Xu e altri avrebbero sottratto (o tentato di farlo) dati vitali: le sequenze genetiche del virus, i protocolli di sperimentazione, i dossier riservati su vaccini e terapie.
I federali americani hanno individuato quattro presunti colpevoli dell’attacco: Xu, un altro smanettone, Zhang Yu, entrambi impiegati in società tecnologiche cinesi (Zewei era direttore generale di Shanghai powerock network), e due 007 non identificati con nome e battezzati «funzionario 1» e «funzionario 2», i quali avrebbero guidato l’operazione che ha portato all’intrusione in tre università e in uno studio legale.
Nei documenti allegati alla richiesta di estradizione si legge: «Dalla fine del 2020 i cospiratori hanno sfruttato alcune
vulnerabilità del Microsoft Exchange server, un prodotto Microsoft per la gestione della posta elettronica, per colpire uno studio legale e altri soggetti in possesso di informazioni sulle politiche e sui responsabili politici del Governo statunitense. Mesi dopo, in una relazione del 2 marzo 2021,
Microsoft ha pubblicamente reso nota una campagna di intrusione portata avanti da hacker sponsorizzati dallo stato cinese e operanti dalla Cina, un gruppo che Microsoft ha chiamato “Hafnium”, che ha sfruttato le stesse vulnerabilità del Microsoft Exchange server (un servizio di messaggistica, ndr)».
Il mandato di arresto è stato emesso a fine 2023 dal Tribunale del Distretto Sud del Texas e i reati contestati sono l’associazione per delinquere finalizzata a causare danni a, e ad ottenere informazioni mediante accesso non autorizzato a, computer protetti, la truffa telematica, il furto d’identità aggravato, l’accesso abusivo a sistemi informatici e il danneggiamento intenzionale di computer protetti.
Gli agenti della Fbi, nella richiesta di estradizione, hanno inserito una cronologia molto dettagliata delle mosse che avrebbe fatto la presunta banda. Per esempio, nel primo capo di accusa si leggono passaggi come questo: «Il 17 febbraio 2020, Xu e Zhang hanno parlato di una certa nota
vulnerabilità di elaboratori elettronici […] il 19 febbraio 2020, Xu ha fornito al funzionario 2 conferma che aveva ottenuto l’accesso al Vpn dell’università […] il 19 febbraio, Zhang ha comunicato a Xu informazioni
riguardo il Vpn della Università 1. Zhang ha anche fornito a Xu un elenco dei nomi utente degli account per i dipendenti dell’università […] il 20 febbraio il funzionario 1 ha dato istruzioni a Xu di mirare agli account email della Università 1». E via così per molte pagine. Il pedinamento virtuale sembra essere stato molto puntuale.
In un breve riepilogo dei fatti viene spiegato come sia stato possibile risalire a Xu. In un account a lui riconducibile hanno trovato comunicazioni tra l’informatico cinese e i suoi presunti complici «riguardanti l’esecuzione di intrusioni informatiche e l’individuazione di vittime e informazioni da colpire». Nella rete sarebbe finite anche «immagini condivise che identificavano vittime e attività di hacking». In una di queste «immagini» era contenuto «l’elenco degli utenti dipendenti» di uno degli atenei sotto tiro. Infine, gli investigatori avrebbero raccolto una comunicazione tra Xu e Zhang in cui il primo «confermava di avere compromesso la rete informatica di un’università texana, da lui indicata per nome».
Per il giudice federale Peter Bray esisterebbe «un grave pericolo di fuga».
La tesi accusatoria sembra immaginata da John Le Carrè: Pechino, il cattivo della trama, sarebbe il regista occulto di una guerra cibernetica per il controllo delle conoscenze scientifiche, Washington la vittima da risarcire, l’Europa, come sempre, l’attore non protagonista, il campo neutro dove si gioca la partita dell’intelligence globale.
Ma la scena in cui si muove Xu è molto più prosaica: una cella del carcere di Busto Arsizio.
Davanti alla Corte d’Appello di Milano si è discussa l’ammissibilità della sua estradizione negli Stati Uniti: se sarà concessa, toccherà poi al ministro della Giustizia Carlo Nordio dare il via libera politico alla consegna; se sarà negata, il giovane potrà riacquistare la libertà.
Nel frattempo, la difesa ha tracciato una linea netta: «Non aveva motivo per compiere ciò che gli viene contestato», ha detto l’avvocato Enrico Giarda.
Xu, davanti alla giudice Veronica Tallarida, ha parlato di «scambio di persona» e di «identità rubata».
«Qualcuno potrebbe aver violato e usato il mio account. Nel 2019-2020 mi sparì un telefono, che motivo avrei avuto per fare spionaggio usando un account col mio nome e cognome?», ha dichiarato con tono incredulo il giovane informatico.
Giarda ha rincarato: «Il suo è un nome molto comune in Cina. Nessuno farebbe spionaggio utilizzando il proprio account anagrafico. Occorre leggere gli atti per capire come l’Fbi sia arrivata a lui. Lo scambio di persona è un’ipotesi che non possiamo escludere». Anche se nella convalida del fermo le nostre autorità hanno scritto che «risultano in atti sufficienti elementi di identificazione del soggetto richiesto in consegna» e gli americani hanno individuato Xu dalle informazioni presenti su un suo «account di comunicazioni elettroniche» e, nella richiesta di estradizione, hanno indicato il numero di passaporto.
La moglie dell’uomo, un’insegnante di matematica, ha scelto di restare in Italia per stargli accanto: ha chiesto il prolungamento del visto, il permesso di visitarlo in carcere e ha affidato la figlia di 7 mesi ai nonni, che si trovano in Cina. «Sono spaesati», ha confidato Giarda. «Sono arrivati da lontano per un viaggio di piacere, si sono ritrovati separati e lui in una casa circondariale con accuse difficili persino da comprendere. Devono metabolizzare questa situazione inaspettata».
Anche il consolato cinese di Milano ha chiesto e ottenuto di incontrare Xu, segno che la vicenda non passa inosservata neppure a Pechino. La difesa, intanto, insiste su alcuni punti: la mancata traduzione degli atti essenziali in lingua cinese, che renderebbe nulla la procedura; la discrepanza sulla sua carriera lavorativa (i documenti fiscali lo collocano in aziende diverse da quelle citate dagli Usa); la fragilità psichica documentata, con segnali di depressione e di pensieri autolesionistici; e soprattutto il rischio che, una volta consegnato, venga perseguito non più per frode informatica, ma, denuncia la difesa, per spionaggio «politico», in violazione del divieto di estradizione per questo tipo di reati sancito dal nostro ordinamento.
Il caso Xu riapre una vecchia ferita: la vulnerabilità delle democrazie occidentali durante i mesi più bui della pandemia. A Washington, la memoria di quelle intrusioni informatiche non è mai sbiadita: per l’Fbi, dietro agli attacchi c’era la longa manus del Partito comunista cinese, determinato a garantirsi un vantaggio nella corsa ai vaccini.
Portare un imputato in carne e ossa davanti a una Corte federale americana, anche a distanza di cinque anni, significherebbe dare un volto a quell’offensiva invisibile, trasformare un capitolo oscuro di cyberspionaggio in un processo penale. E mandare al mondo il messaggio che nessuno, neppure nascosto dietro uno schermo a migliaia di chilometri di distanza, è al riparo dall’azione giudiziaria americana.
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Un’inchiesta dell’Fbi scopre il tentativo dell’hacker del Dragone di trafugare le ricerche sui vaccini in varie università texane. Allarme di Washington: «Deve restare in carcere, dai domiciliari evaderebbe».
pandemia. Secondo la ricostruzione dei federali americani, Xu, cittadino cinese residente a Shanghai, 33 anni, conosciuto anche con i nomi di «Zavier Xu» e «David Xu», non sarebbe solo un tecnico informatico, come sostiene sua moglie (una professoressa di matematica a Shanghai). Sarebbe invece un hacker al servizio del governo cinese. Un soldato silenzioso nella corsa planetaria al vaccino anti Covid. Nell’anno nero del virus, il 2020, mentre il mondo contava i morti e i laboratori scientifici studiavano il siero, Xu, che ufficialmente è un It manager della Shanghai Gta semi conductor Ltd, e il suo team (un gruppo di hacker) avrebbero violato i sistemi dell’Università del Texas per rubare dati sensibili sulle ricerche in corso.
L’obiettivo, secondo l’accusa, era accedere illegalmente ai computer protetti di centri universitari e laboratori di ricerca statunitensi e, forse, non solo. Con un dettaglio che aggrava tutto: avrebbe agito, scrive l’Fbi, «per conto di autorità del governo cinese». Il Tribunale del distretto meridionale del Texas ha firmato il mandato d’arresto il 2 novembre 2023. Ma Xu, difeso dall’avvocato Enrico Giarda (che ha definito la vicenda «fumosa come le accuse», ndr), è stato fermato solo ora, grazie a una segnalazione dell’ambasciata americana a Roma. Del resto per capire meglio l’arresto di Xu bisogna tornare indietro di almeno 5 anni. Siamo nell’estate del 2020. In piena pandemia, l’Fbi avvia un’indagine riservata su accessi sospetti ai server della University of Texas ad Austin, nel cuore di una delle più ambiziose ricerche sul vaccino anti-Covid. I federali iniziano a incrociare connessioni di rete, email interne, grant accademici e donazioni provenienti dall’estero. L’ipotesi che prende forma è quella di un’operazione di spionaggio cibernetico orchestrata dalla Cina per sottrarre informazioni scientifiche strategiche.
La pista porta a un punto preciso sulla mappa: il consolato cinese di Houston, chiuso in modo clamoroso nel luglio dello stesso anno su ordine diretto del Dipartimento di Stato, che lo definisce senza mezzi termini «un centro operativo di furti di dati scientifici e tecnologici». Da quel momento, il Texas entra in una sorveglianza speciale. L’Fbi amplia l’inchiesta a tutto il sistema universitario, inclusi i campus medici, e inizia a interrogare ricercatori sospettati di avere legami non dichiarati con istituzioni cinesi. Nel frattempo, a livello nazionale emergono tre casi che riflettono la stessa preoccupazione strategica. Il primo è quello di Anming Hu, accademico dell’Università del Tennessee, accusato nel 2020 di non aver dichiarato affiliazioni cinesi in progetti Nasa: sarà assolto nel 2021 (l’Fbi non trovò prove di spionaggio). Il secondo è Zhengdong Cheng, professore di Texas A&M e collaboratore Nasa, arrestato nel 2020 per aver nascosto legami accademici con Pechino: nel 2022 viene condannato per frode. Il terzo è Zaosong Zheng, giovane ricercatore beccato nel 2019 a Boston mentre tentava di esportare illegalmente fiale biologiche verso la Cina: sarà condannato dopo un patteggiamento. Nelle carte su Xu si parla di un «concreto pericolo di fuga», anche perché l’uomo «non ha alcun radicamento in Italia» ed «era appena giunto da Shanghai». A confermalo è anche il dipartimento di Stato americano in una nota dello scorso 3 luglio. C’è il «serio rischio» che possa fuggire «se venisse rilasciato dalla custodia» in carcere, «anche per essere posto agli arresti domiciliari durante la pendenza del procedimento di estradizione». Per oggi è fissata un’udienza preliminare per l’identificazione e per valutare l’eventuale consenso all’estradizione. Ma la partita vera si giocherà nelle prossime settimane. Le accuse Usa sono pesanti: frode telematica e furto di identità aggravato (fino a 5 anni di carcere), accesso abusivo a sistemi informatici (altri 5 anni) e soprattutto associazione a delinquere per compiere frodi informatiche (pena massima: 20 anni). Uno dei passaggi chiave porta dritto dentro un account di posta elettronica. Secondo gli investigatori americani, quell’indirizzo era usato da Xu (che sarebbe già stato rinviato a giudizio negli Stati Uniti) per pianificare, insieme ai suoi complici, le intrusioni informatiche ai danni di bersagli ben precisi. Dentro ci sarebbero scambi di messaggi, immagini condivise e persino liste dettagliate di vittime da colpire, tra cui compaiono anche dipendenti dell’università texana. Infatti, negli atti si legge: «Comunicazioni tra Xu e i suoi complici riguardo a intrusioni informatiche e a come prendere di mira», mediante hackeraggi, «vittime e informazioni ben identificate». Oggi davanti ai giudici della Corte d’appello, competente sulle estradizioni, si discuterà solo di due punti: l’identità dell’uomo e il suo eventuale consenso all’estradizione. La moglie, intanto, ha già fatto sapere a mezzo stampa che sia lei che suo marito «non sono d’accordo con l’estradizione negli Stati Uniti».
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Il produttore di smartphone Xiaomi ha aperto gli ordini per la Su7: in mezz’ora raccolte 50.000 prenotazioni. Un acquisto a scatola chiusa con tempi di attesa di almeno 5 mesi per aspettare le batterie fornite dalla Byd.
Chissà se anche noi italiani riusciremo culturalmente ad acquistare le autovetture come i telefonini, sperando che l’obsolescenza non le renda inutilizzabili entro pochi anni. Da qualche giorno in Cina il produttore di elettronica Xiaomi ha aperto gli ordini per la sua vettura Su7, ricevendo una risposta del mercato tale da produrre un aumento del 10% del valore delle azioni in borsa. Prima di descrivere l’auto, due considerazioni. La prima: Xiaomi è un’azienda cinese che produce smartphone, prodotti elettronici, servizi internet e dispositivi per Internet delle cose. Di conseguenza ha una rete commerciale enorme e organizzata. La seconda: Xiaomi può gestire il mercato dell’auto come quello dei telefonini, con liste d’attesa e portali che raccolgono i click più veloci, e ha dichiarato che in mezz’ora scarsa sono state raccolte 50.000 prenotazioni, abbastanza per annunciare tempi d’attesa per ricevere l’auto di cinque mesi. Ma ha detto anche che il prezzo della Su7 sarà inferiore di quello della concorrente Tesla di almeno 4.000 dollari.
Ma siamo sicuri che in Europa sapremo considerare l’acquisto di un bene durevole come un auto alla stregua di un telefonino? E a considerare che probabilmente non durerà quanto le vetture che abbiamo avuto finora perché obsoleta in 2-3 anni come i telefoni. L’evento Xiaomi, avvenuto sul social cinese WeChat e seguito da 2 milioni di persone, capita in un momento di lotta interna alla Cina per le vendite di vetture elettriche: Pechino sta spingendo diversi marchi con sussidi di 20.000 yuan (2.700 euro circa) per le Xpeng e 1.300 euro circa (10.000 yuan) per le Nio. La prima casa aveva segnato il passo delle consegne, sfidata sul mercato dalla Aito, che è di Huawei, altro colosso della telefonia, mentre Nio aveva ridotto la produzione di 2.000 esemplari da gennaio a oggi. A dominare il mercato cinese è sempre Byd, che con quasi 140.000 esemplari venduti a marzo segna +14% rispetto al 2023. Il fenomeno, seppure terrorizzi i mercati europei, mostra una Cina orientata a mangiarsi il mercato europeo per ovviare a una guerra interna in un momento in cui le enormi dimensioni del suo mercato fanno i conti con la crisi economica.
Agli europei l’anti-Tesla di Xiaomi piace per vari motivi, a cominciare dal fatto che i responsabili dello stile aziendale hanno una formazione occidentale, sono infatti Li Tianyuan e James Qiu (rispettivamente ex Bmw e Mercedes), che significa forme armoniose e gusto europeo. L’ingegneria informatica si basa invece su componenti statunitensi marcati Qualcomm e Nvidia, apprezzati in Europa, e ciò dimostra che i cinesi, imbattibili nella produzione, non hanno ancora del tutto la supremazia tecnologica. Quanto a batterie, usando quelle di Catl e di Byd, la Su7 di Xiaomi si annuncia favolosa, salvo che le due aziende non abbiano difficoltà a fornire le celle in tempi rapidi, da qui uno dei possibili motivi dei cinque mesi d’attesa. Ma Xiaomi con il 10% di capitale in più e 50.000 caparre può permettersi delle alternative e anche di vendere la versione Standard sottocosto, come ha dichiarato.
Presentata nel dicembre scorso, la Su7 mostra una certa somiglianza con la Porsche Taycan ma costa da 27.700 a 38.600 euro in Cina (215.000-300.000 Yuan), contro 105.000 della tedesca. Considerando tasse e dazi, in Europa la Su7 potrà costare meno di 40.000 euro, ma è comunque un prezzo aggressivo nei confronti di Volkswagen e soprattutto di Tesla, che nella repubblica popolare viene venduta a 245.00 Yuan, circa 32.000 euro. La piattaforma sulla quale è realizzata la Su7 si chiama «Modena», la carrozzeria raggiunge quasi i 5 metri di lunghezza, gli 1,96 di larghezza (addio stradine dei centri storici), e un’altezza di poco inferiore al metro e mezzo. Sarà disponibile in tre varianti: Standard, Pro e Performance, ma già da quella base offre 300 cavalli di potenza, 210 km l’ora di velocità massima e l’accelerazione da zero a cento in 5,3 secondi.
L’autonomia, stabilita secondo le norme cinesi di omologazione, è dichiarata di 700 km con la batteria Byd da 73,6 Kilowatt e accetta un regime di ricarica di 15 minuti per 350 km. Nelle altre versioni aumentano la capacità della batteria e l’autonomia (94,3 kilowattora per 830 km), e quindi appare la trazione integrale nella «Performance, con 101 Kilowatt, 265 km/h di velocità massima e un’accelerazione da zero a cento di 2,78 secondi. Decisamente più curati della media cinese gli interni, persino migliori di quelli di talune auto europee.
Anche la Su7, come Tesla, sarà dotata di guida automatizzata e degli Adas (dispositivi di sicurezza), obbligatori in Europa e Usa, con due allestimenti, «Pilot Pro» basato su telecamere (come Tesla), e «Pilot Max» che a queste aggiunge il Lidar (radar laser-infrarosso).
Un dettaglio ci rende speranzosi: i freni sono italiani della Brembo. Da oggi, 3 aprile, in 28 città cinesi cominciano le consegne degli esemplari prenotati quando l’auto era ancora soltanto un’idea. L’ha detto il suo co-fondatore Lei Jun in un post sul social media cinese Weibo.
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Manifestazione della United Auto Workers ai cancelli della General Motors in California (Ansa)
Donald snobba la primarie e punta sulla motor valley Usa: «Questa transizione condanna le vostre imprese». Pure Joe Biden cerca in extremis di recuperare consenso tra i lavoratori, ma la base dei sindacati sta con il tycoon.
L’auto elettrica continua ad essere al centro dello scontro elettorale in vista delle presidenziali statunitensi del 2024: un dossier che si interseca con lo sciopero che il sindacato dei metalmeccanici americani (Uaw) ha avviato ormai due settimane fa contro Stellantis, Gm e Ford. Mercoledì sera, mentre gli altri candidati alla nomination presidenziale repubblicana si scazzottavano metaforicamente in televisione, Donald Trump ha tenuto un discorso a Detroit contro le politiche di Joe Biden a favore dei veicoli elettrici. «Un voto per il corrotto Joe significa che il futuro dell’industria automobilistica sarà Made in China», ha tuonato, per poi aggiungere: «L’industria automobilistica viene assassinata. Chiuderanno e costruiranno quelle auto in Cina e in altri posti». «Non fa la minima differenza quello che ottenete, perché tra due anni sarete tutti senza lavoro», ha continuato, riferendosi ai metalmeccanici in sciopero e promettendo di abolire «l’obbligo di veicoli elettrici di Joe Biden». «Se vuoi comprare un’auto elettrica, va benissimo. Sono assolutamente d’accordo. Ma non dovremmo costringere i consumatori ad acquistare veicoli elettrici che non vogliono acquistare», ha anche detto l’ex presidente (che sarà chiamato a testimoniare nel processo civile per frode che lo vede coinvolto a New York).
Con lo sciopero in corso, i metalmeccanici puntano ad alcune rivendicazioni salariali e previdenziali. Tuttavia un ulteriore fronte è rappresentato dalla transizione verso l’auto elettrica. Sono mesi che l’Uaw esprime preoccupazione su tale dossier. È in tal senso che, a maggio, il sindacato ha congelato il proprio endorsement a Biden (endorsement che, al contrario, gli aveva garantito nel 2020). Non solo. A giugno, l’Uaw ha criticato il presidente per aver concesso un maxi prestito a Ford in vista di una joint venture con una società sudcoreana volta all’apertura di stabilimenti per batterie da auto elettrica in territorio statunitense.
La tensione con Biden è proseguita fino alla settimana scorsa, quando la Casa Bianca ha rinunciato a inviare un proprio team per cercare di favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti. Lo stesso Biden ha tenuto un atteggiamento irresoluto verso lo sciopero. Prima ha solidarizzato coi lavoratori, dicendo tuttavia che «nessuno vuole uno sciopero». Poi, dopo che Trump aveva annunciato la sua tappa a Detroit di mercoledì, ha deciso di visitare martedì un picchetto di metalmeccanici in Michigan, assieme al presidente della Uaw, Shawn Fain. E anche qui la chiarezza ha latitato. Secondo Nbc News, Biden, mentre era sul posto, avrebbe detto di appoggiare la richiesta, avanzata dal sindacato, di un aumento salariale del 40% in quattro anni. Una versione poi parzialmente corretta nella trascrizione ufficiale del suo discorso, pubblicata sul sito della Casa Bianca. «Sì, penso che dovrebbero essere in grado di contrattare per questo», si legge nella trascrizione in riferimento all’aumento chiesto dai metalmeccanici. Insomma, parole più caute e un endorsement sostanzialmente rimangiato.
Non sembra invece che, durante la tappa in Michigan, Biden abbia parlato troppo delle sue politiche a favore dell’auto elettrica: secondo Cnn, il presidente e il leader della Uaw si sarebbero limitati a discorrere di una non meglio precisata «giusta transizione». Resta però il fatto che, per molti metalmeccanici americani, l’auto elettrica continua a essere fonte di preoccupazione. Questo spiega perché Trump sta scommettendo molto sulla critica ai veicoli elettrici, puntando ad accattivarsi le simpatie della base del sindacato, visto che le sue alte sfere si sono ultimamente collocate su posizioni poco chiare.
Come detto, Fain ha addirittura accompagnato Biden durante la sua visita di martedì e, negli ultimi giorni, ha più volte criticato Trump. «Non credo che quest’uomo si preoccupi minimamente di ciò per cui si battono i nostri lavoratori, di ciò per cui si batte la classe operaia», ha detto. «Lui è al servizio della classe dei miliardari», ha aggiunto. Ora, è pur vero che Trump, mercoledì, ha parlato alla Drake Enterprises, che è un’azienda non sindacalizzata: il che è un po’ paradossale, visto il contesto dello sciopero della Uaw. Tuttavia ad essere paradossale è anche la presa di posizione di Fain. In fin dei conti, è lui che ha congelato l’endorsement a Biden a maggio: un endorsement che, secondo quanto riferito da Politico l’altro ieri, ancora non è stato sbloccato. Inoltre, stando al sito Open Secrets, nei cicli elettorali del 2020 e del 2022 la maggior parte dei contributi elettorali di Stellantis, Ford e Gm sono andati ai dem.
Da questo punto di vista, la strategia di Trump è quella di estendere il consenso tra la base sindacale per spingerne successivamente i vertici a dargli l’endorsement alle presidenziali. Non è detto che ci riesca. È ciononostante tutt’altro che improbabile che, tra un anno, ampie frange di metalmeccanici possano votare per lui.
Infine, a rendere ancora più complicata la situazione sta il fatto che Ford ha annunciato di voler sospendere l’apertura di uno stabilimento di batterie in Michigan, che nasceva da un’intesa con Catl: azienda cinese che, secondo i repubblicani, intratterrebbe legami con il Pcc. Sullo sfondo, si staglia la battaglia elettorale per il Michigan: Stato cruciale per le prossime presidenziali. Pur perdendolo, nel 2020 Trump vi prese oltre 300.000 voti in più rispetto al 2016. L’ex presidente ne è sempre più convinto: è dai colletti blu di quest’area che passa la sua strada per tornare alla Casa Bianca.
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