Per la fotografia scattata nella sala operativa dei carabinieri di via In Selci, in cui si vede Christian Gabriel Natale Hjort ammanettato e con una benda sugli occhi, la Procura ordinaria indaga per i reati di abuso d'ufficio e rivelazione del segreto d'ufficio, la Procura militare di Roma, invece, ha aperto un fascicolo per ipotesi legate anche all'abuso di autorità. E anche l'inchiesta interna all'Arma, disposta dal comando generale, va avanti in fretta. L'accusa di abuso d'ufficio è scattata per il sottufficiale che ha materialmente bendato il ragazzo accusato dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il militare, ritratto ai margini della foto diffusa nelle chat social dell'Arma e finita - pare tramite un sindacalista - nelle mani dei giornalisti, è stato trasferito a un incarico non operativo. Il sottufficiale si è difeso sostenendo che la benda, lasciata sugli occhi dell'indagato solo per pochi minuti, era servita per evitare che leggesse informazioni coperte da segreto sui monitor dei computer. Che, però, da quanto è possibile vedere dalla stessa foto, erano tutti spenti.
L'ipotesi di rivelazione del segreto d'ufficio invece è al momento contro ignoti. Gli uomini del Nucleo investigativo pare stiano analizzando il contenuto dei telefoni dei carabinieri presenti nella stanza, che hanno già riferito alla scala gerarchica. Ma il nome del «fotografo» non è ancora saltato fuori. Sono tutti già stati identificati e i loro nomi compaiono nella prima relazione di servizio. Rischiano una contestazione per omessa denuncia. Le indagini sull'omicidio nel frattempo vanno avanti. La Procura di Roma ha acquisito i turni di servizio della stazione Farnese per verificare la presenza dalle 24 alle 6 del mattino del 26 luglio di Cerciello Rega e del carabiniere che lo affiancava, Andrea Varriale. Gli investigatori, poi, sono tornati nell'Hotel Meridien per i rilievi scientifici nella suite occupata da Finnegan Lee Elder (assistito dall'avvocato Renato Borzone, storico difensore del faccendiere Flavio Carboni) e da Natale Hjorth. Nella stanza - sequestrata dall'autorità giudiziaria - sono saltati fuori elementi biologici e impronte digitali. L'intenzione dei detective è ricostruire i movimenti all'interno dell'albergo, per accertare oltre ogni ragionevole dubbio chi abbia occultato materialmente il pugnale da Rambo (rinvenuto oltre i pannelli del controsoffitto) usato per assassinare il vicebrigadiere. È stato acquisito anche il contenuto dei bagagli. Sul posto erano presenti i magistrati e gli avvocati degli indagati. «Elder (nel frattempo è sbarcato a Fiumicino anche Ethan Elder, il papà dell'indagato, accompagnato da un avvocato di San Francisco amico di famiglia ndr) non ha precedenti penali», ha detto ai cronisti lasciando l'hotel l'avvocato Roberto Capra. «Lo abbiamo visto questa mattina, è provato». Forse solo dopo i primi giorni di detenzione ha cominciato a realizzare la gravità del quadro. Le fasi della notte insanguinata sono impresse nel video che raccoglie tutte le immagini delle telecamere acquisite dall'Arma. Alle 1.31 di mattina, il sistema a circuito chiuso dell'hotel riprende il rientro dei due ragazzi in stanza dopo il furto dello zainetto di Sergio Brugiatelli, l'uomo al quale si erano rivolti per l'acquisto di cocaina. Alle 3.12 è l'impianto di una gioielleria a riprenderli mentre si dirigono verso via Pietro Cossa, il punto esatto dove avrebbero dovuto incontrare Brugiatelli e concludere l'accordo estorsivo (lo zaino in cambio di 80 euro e 1 grammo di cocaina). È qui che in quattro minuti si consuma l'omicidio. Alle 3,16 le telecamere inquadrano la fuga e il rientro in albergo: i due sono senza zaino, poi trovato nascosto malamente in una fioriera. Il telefono Nokia di Brugiatelli, invece, è stato recuperato sulla scena del crimine.
«Se dopo il furto ho chiamato il 112 è stato perché ho avuto paura», ha raccontato Brugiatelli. «Quando ho chiamato il mio numero di cellulare, mi hanno anche detto che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a cercarmi». Brugiatelli, tramite il suo avvocato Andrea Volpini, ha fatto sapere di non essere un intermediario, né un pusher, né tanto meno un informatore. E ha annunciato che si costituirà parte civile. «In questi giorni passati pensando alla tragedia che ha distrutto la famiglia del carabiniere che mi ha salvato la vita», ha concluso Brugiatelli, «ho letto e sentito false ricostruzioni che proseguono anche dopo la conferenza stampa degli inquirenti». E infine ha aggiunto di non aver mai parlato di magrebini. Infatti i carabinieri sostengono che al momento dell'identikit Brugiatelli aveva detto che i due avevano la carnagione scura.
«Rimando un abbraccio a telecamere spente alla vedova del vicebrigadiere morto mentre faceva il suo lavoro», ha detto in una diretta Facebook il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Leggevo degli articoli di giornale disgustosi», ha aggiunto, «per cui è quasi colpa sua se è morto. Torniamo sulla Terra: la vittima non è il delinquente bendato ma il carabiniere morto in servizio, i suoi familiari, la sua vedova e la sua comunità». Una comunità che gli riconosce di essere caduto sul campo. Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana, paese d'origine del vicebrigadiere, lo scrive nella conclusione di una lunga lettera: «Ciao Mario, eroe dei nostri tempi».
Finirà che a essere condannato sarà lui, il morto. Anzi: Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso con 11 coltellate da un giovane americano, che dai racconti di chi lo conosce è descritto come un balordo drogato e violento, è già stato condannato e senza appello. Per capirlo era sufficiente leggere le prime pagine dei principali quotidiani di ieri. Il problema non era uno studente che si era imbarcato per una vacanza romana con un coltello in valigia, quasi 20 centimetri di lama, in uso ai marines. Né il fatto che questo «bravo ragazzo» fosse strafatto di droga e neppure che avesse rubato lo zaino allo spacciatore per poi chiedere un riscatto in moneta e dosi. No, il problema non è il delinquente, l'assassino reo confesso, l'assoluto disinteresse per la morte di una persona, anzi per la fine di un servitore dello Stato. Il problema che appassiona giornali e commentatori è l'ultimo mistero. Così titolava ieri il Corriere della Sera: «Il carabiniere era senza pistola». E così pure insisteva Repubblica con un altro titolo in prima pagina: «Disarmato verso la morte».
Ecco la ragione di ciò che è successo. Se Mario Cerciello Rega è stato assassinato è perché non aveva l'arma d'ordinanza. Altro che eroe, il povero vicebrigadiere si è comportato da fesso. Quando lo hanno allertato, per dirgli che due ladri avevano chiesto il riscatto della refurtiva, invece di correre in caserma, indossare la divisa, mettersi il cinturone con la pistola, è corso con il collega Andrea Varriale verso il luogo dell'appuntamento e dunque verso la morte. Insomma, è colpa sua se è stato assassinato. Perché se avesse avuto il revolver avrebbe potuto reagire, magari avrebbe sparato. E invece ha dovuto subire 11 coltellate da un ventenne fuori di testa, che dentro era pieno di rabbia e droga.
Del resto, fin dal principio avevamo intuito che sul banco degli imputati sarebbero finiti i carabinieri e non gli assassini. Bastava leggere le cronache. Prima la storia della benda sugli occhi a uno dei due arrestati. Quasi che averlo ammanettato a una sedia e avergli messo un foulard in testa fosse una tortura, giornali e politici si sono schierati dalla parte del complice di un assassino e non da quella dei militari dell'Arma. A nulla sono valse le precisazioni del giudice, il quale ha spiegato che l'arrestato era stato regolarmente interrogato, che non aveva segni di percosse e non c'era evidenza di alcuna costrizione nella confessione. La stampa (non solo quella progressista) e la solita sinistra che solidarizza con chi viola la legge hanno preso spunto dallo scatto per parlare di comportamento disumano è incivile, manco fossimo in presenza di una Guantanamo romana e la caserma dei carabinieri fosse la terribile prigione irachena nota con il nome di Abu Ghraib.
Poi, dopo questo, è arrivata l'accusa al collega di Mario Cerciello Rega di non aver saputo reagire. Perché, lui che l'arma l'aveva, non ha sparato per difendere il vicebrigadiere e ha lasciato che i delinquenti fuggissero? La domanda, ovviamente, sottintendeva già la risposta: il carabiniere di pattuglia, insieme con la vittima, è un imbranato, uno che non sa nemmeno difendersi da un paio di ragazzetti meno che ventenni e, soprattutto, non è neppure in grado di estrarre una rivoltella e di accoppare chi sta aggredendo il collega. Che fosse alle prese con uno che gli era saltato addosso, che non potesse sparare a un assassino in fuga pena finire sul banco degli imputati, che dopo anni di indagini contro le forze di polizia l'uso delle armi sia fortemente sconsigliato e gli stessi carabinieri prima di mettere mano alla pistola ci pensino cento volte, non conta. Nulla conta. Perché i colpevoli sono loro, i carabinieri, mica gli assassini.
Alla fine, dicevo, sarà colpa di Cerciello Rega. È lui che si è fatto ammazzare. Quasi quasi daranno ragione alla professoressa di Novara, che su un social network ha scritto che il vicebrigadiere non aveva uno sguardo intelligente e ha liquidato un assassinio con un semplice «uno di meno, non ne sentiremo la mancanza».
Non so voi, ma io sento la mancanza di uno come Cerciello Rega. Anzi, sento la mancanza di uno Stato che non difende chi ha il compito di difendere i cittadini. La dico tutta: quelli che ora discutono di Cerciello Rega, di come si è comportato, del suo collega che non ha estratto la pistola e perfino di quello che ha messo la benda agli occhi di un accusato di omicidio a me fanno schifo. Quasi più schifo degli assassini.
Svelato il «grande mistero» che tormenta gli Sherlock Holmes della domenica: quella maledetta notte Mario Cerciello Rega non aveva la pistola e il suo compagno non l'ha usata sapendo che sarebbe finito nei guai anche solo tirando colpi in aria. C'è più di qualcosa da cambiare.
Sta' a vedere che adesso l'assassinio di Mario Cerciello, il carabiniere ucciso con 11 coltellate da uno studente americano che i genitori descrivono come un ragazzo modello (ma probabilmente lo era solo nell'attaccar briga e nel farsi di coca), è colpa del collega di pattuglia. Eh, già, perché la domanda che tutti i soloni del pronto intervento digitano alla tastiera è la seguente: perché il carabiniere che era in servizio con il vicebrigadiere non ha estratto la rivoltella e non ha esploso alcuni colpi contro l'omicida? Mentre il giovanotto estraeva il pugnale e colpiva a morte il Cerciello, dov'era Antonio Varriale? L'accusa, neanche troppo velata, è comparsa sin dal primo momento nelle cronache dei giornali: in pratica, il compagno e amico del militare ucciso non avrebbe saputo reagire. Anzi, su di lui è caduto il sospetto di essere stato uno sprovveduto, al pari della vittima. I due, infatti, si sono presentati all'appuntamento con l'assassino convinti di avere a che fare con due ladruncoli, colpevoli di aver rubato uno zainetto in piazza e di pretendere un riscatto per restituirlo. Il povero Cerciello era talmente sicuro di dover affrontare due furfantelli di borgata da essersi recato nella piazza senza neppure avere con sé la pistola d'ordinanza. Mentre quell'altro, che gli doveva dar man forte e proteggerlo procedendo all'arresto dei delinquenti, non era neppure pronto a estrarre il revolver. Per di più, altra colpa da mettere sulle spalle dei due rappresentanti delle forze dell'ordine, invece di andare a caccia di ladri con regolare divisa, si sono presentati in borghese, con la conseguenza di poter essere tranquillamente scambiati per ladri invece che per guardie. Dunque, con questi ragionamenti raffinati, da giallisti della domenica a caccia di sospetti, se ne conclude che se Cerciello è stato assassinato con 11 coltellate, gran parte delle quali alle spalle, la colpa non solo è un po' sua, che è andato ad arrestare i banditi dimenticando la pistola, ma anche di chi era con lui in servizio, perché invece di estrarre la rivoltella si è attardato lasciando che Finnegan Lee Elder completasse l'opera e, dopo aver assassinato il vicebrigadiere, addirittura se la desse a gambe levate.
Di questi discorsi da bar sport ne abbiamo sentiti e ne abbiamo letti tanti, perché così come tutti davanti a un bicchiere si sentono allenatori e sono pronti a dare lezione anche a chi ha vinto qualche coppa, dopo aver bevuto un paio di whiskey si credono tutti Maigret e in grado di spiegare a carabinieri e poliziotti come ci si deve attrezzare in caso di pronto intervento contro ladri e rapinatori. In realtà ci sarebbe solo da onorare la memoria di Mario Cerciello, un vicebrigadiere che, una volta allertato, non ha indugiato un solo istante e con il compagno si è subito diretto verso il luogo in cui avrebbe dovuto intercettare i due tizi che avevano chiesto un riscatto per uno zainetto. Nella fretta ha dimenticato la pistola d'ordinanza o semplicemente ha pensato che per arrestare i ladruncoli non ci fosse bisogno del revolver? Non lo sappiamo. Ma di certo ha pesato il fatto che, da esperto qual era, sapeva che una volta presi i due sarebbero stati rimessi in libertà talmente in fretta che non avrebbero rischiato nemmeno un giorno a Rebibbia. Dunque, l'arma in apparenza non era necessaria, ma bastava il distintivo, perché gli «scippatori» ed estortori non rischiavano praticamente nulla, se non di essere portati in caserma e trattenuti per qualche ora in attesa del magistrato.
Quanto poi al collega Varriale, quello che non sarebbe stato lesto a estrarre la pistola e a sparare all'assassino, vale la pena di leggere quello che ha detto ieri, in conferenza stampa, il comandante provinciale dell'Arma. Il compagno di Cerciello non ha agito con lentezza, né si è dimostrato incapace di intervenire davanti all'assassinio del vicebrigadiere, come qualcuno vorrebbe far credere. Semplicemente non c'è stato tempo di reagire. Come ha spiegato il generale Francesco Gargaro, comandante della piazza di Roma, i due carabinieri sono stati sopraffatti prima che potessero rendersi conto di ciò che stava accadendo. «Ma perché Varriale, che non era ferito, non ha impugnato la pistola e sparato?», ribattono gli esperti del pronto intervento. Semplice, replica l'alto ufficiale: «Il carabiniere Varriale non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato incriminato. Né poteva sparare in aria a scopo intimidatorio, perché questo non è previsto nel nostro ordinamento». Ecco, una delle cause di quello che è successo sta tutte in queste poche parole. Sparare a un assassino, a un ladro che ha colpito un carabiniere, non è possibile. Sparare in aria mentre quello aggredisce il collega neanche. Tirargli un colpo di rivoltella per impedire che pugnali a morte un militare neppure. Lo avesse fatto, avesse ucciso il ragazzo modello dell'upper class americana, Varriale probabilmente sarebbe stato indagato e avrebbe pure rischiato la condanna. Così, alla fine, lui e i suoi colleghi, prima di esplodere un colpo ci pensano cento, forse mille volte, temendone le conseguenze. E nel frattempo, un uomo dello Stato come Cerciello muore. La vedova riceverà una medaglia. Noi continueremo a pensare che lo Stato abbia fallito.







