Svelato il «grande mistero» che tormenta gli Sherlock Holmes della domenica: quella maledetta notte Mario Cerciello Rega non aveva la pistola e il suo compagno non l'ha usata sapendo che sarebbe finito nei guai anche solo tirando colpi in aria. C'è più di qualcosa da cambiare.
Sta' a vedere che adesso l'assassinio di Mario Cerciello, il carabiniere ucciso con 11 coltellate da uno studente americano che i genitori descrivono come un ragazzo modello (ma probabilmente lo era solo nell'attaccar briga e nel farsi di coca), è colpa del collega di pattuglia. Eh, già, perché la domanda che tutti i soloni del pronto intervento digitano alla tastiera è la seguente: perché il carabiniere che era in servizio con il vicebrigadiere non ha estratto la rivoltella e non ha esploso alcuni colpi contro l'omicida? Mentre il giovanotto estraeva il pugnale e colpiva a morte il Cerciello, dov'era Antonio Varriale? L'accusa, neanche troppo velata, è comparsa sin dal primo momento nelle cronache dei giornali: in pratica, il compagno e amico del militare ucciso non avrebbe saputo reagire. Anzi, su di lui è caduto il sospetto di essere stato uno sprovveduto, al pari della vittima. I due, infatti, si sono presentati all'appuntamento con l'assassino convinti di avere a che fare con due ladruncoli, colpevoli di aver rubato uno zainetto in piazza e di pretendere un riscatto per restituirlo. Il povero Cerciello era talmente sicuro di dover affrontare due furfantelli di borgata da essersi recato nella piazza senza neppure avere con sé la pistola d'ordinanza. Mentre quell'altro, che gli doveva dar man forte e proteggerlo procedendo all'arresto dei delinquenti, non era neppure pronto a estrarre il revolver. Per di più, altra colpa da mettere sulle spalle dei due rappresentanti delle forze dell'ordine, invece di andare a caccia di ladri con regolare divisa, si sono presentati in borghese, con la conseguenza di poter essere tranquillamente scambiati per ladri invece che per guardie. Dunque, con questi ragionamenti raffinati, da giallisti della domenica a caccia di sospetti, se ne conclude che se Cerciello è stato assassinato con 11 coltellate, gran parte delle quali alle spalle, la colpa non solo è un po' sua, che è andato ad arrestare i banditi dimenticando la pistola, ma anche di chi era con lui in servizio, perché invece di estrarre la rivoltella si è attardato lasciando che Finnegan Lee Elder completasse l'opera e, dopo aver assassinato il vicebrigadiere, addirittura se la desse a gambe levate.
Di questi discorsi da bar sport ne abbiamo sentiti e ne abbiamo letti tanti, perché così come tutti davanti a un bicchiere si sentono allenatori e sono pronti a dare lezione anche a chi ha vinto qualche coppa, dopo aver bevuto un paio di whiskey si credono tutti Maigret e in grado di spiegare a carabinieri e poliziotti come ci si deve attrezzare in caso di pronto intervento contro ladri e rapinatori. In realtà ci sarebbe solo da onorare la memoria di Mario Cerciello, un vicebrigadiere che, una volta allertato, non ha indugiato un solo istante e con il compagno si è subito diretto verso il luogo in cui avrebbe dovuto intercettare i due tizi che avevano chiesto un riscatto per uno zainetto. Nella fretta ha dimenticato la pistola d'ordinanza o semplicemente ha pensato che per arrestare i ladruncoli non ci fosse bisogno del revolver? Non lo sappiamo. Ma di certo ha pesato il fatto che, da esperto qual era, sapeva che una volta presi i due sarebbero stati rimessi in libertà talmente in fretta che non avrebbero rischiato nemmeno un giorno a Rebibbia. Dunque, l'arma in apparenza non era necessaria, ma bastava il distintivo, perché gli «scippatori» ed estortori non rischiavano praticamente nulla, se non di essere portati in caserma e trattenuti per qualche ora in attesa del magistrato.
Quanto poi al collega Varriale, quello che non sarebbe stato lesto a estrarre la pistola e a sparare all'assassino, vale la pena di leggere quello che ha detto ieri, in conferenza stampa, il comandante provinciale dell'Arma. Il compagno di Cerciello non ha agito con lentezza, né si è dimostrato incapace di intervenire davanti all'assassinio del vicebrigadiere, come qualcuno vorrebbe far credere. Semplicemente non c'è stato tempo di reagire. Come ha spiegato il generale Francesco Gargaro, comandante della piazza di Roma, i due carabinieri sono stati sopraffatti prima che potessero rendersi conto di ciò che stava accadendo. «Ma perché Varriale, che non era ferito, non ha impugnato la pistola e sparato?», ribattono gli esperti del pronto intervento. Semplice, replica l'alto ufficiale: «Il carabiniere Varriale non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato incriminato. Né poteva sparare in aria a scopo intimidatorio, perché questo non è previsto nel nostro ordinamento». Ecco, una delle cause di quello che è successo sta tutte in queste poche parole. Sparare a un assassino, a un ladro che ha colpito un carabiniere, non è possibile. Sparare in aria mentre quello aggredisce il collega neanche. Tirargli un colpo di rivoltella per impedire che pugnali a morte un militare neppure. Lo avesse fatto, avesse ucciso il ragazzo modello dell'upper class americana, Varriale probabilmente sarebbe stato indagato e avrebbe pure rischiato la condanna. Così, alla fine, lui e i suoi colleghi, prima di esplodere un colpo ci pensano cento, forse mille volte, temendone le conseguenze. E nel frattempo, un uomo dello Stato come Cerciello muore. La vedova riceverà una medaglia. Noi continueremo a pensare che lo Stato abbia fallito.
- Secondo le regole di ingaggio, le forze di polizia possono sparare solo in concomitanza con la violenza subita. Se un omicida se la svigna è salvo. La benda non inficia l'interrogatorio, ma chi l'ha messa a Finnegan Lee Elder rischia 30 mesi.
- Il vicebrigadiere ucciso aveva dimenticato la pistola in caserma. Se il partner avesse fatto fuoco «avrebbe commesso un reato».
- L'americano accusato dell'uccisione del carabiniere, al liceo rischiò di ammazzare un compagno di squadra con un pugno. Ma il padre lo difende: «È un bravo ragazzo».
Lo speciale contiene tre articoli.
«I carabinieri non hanno sparato, perché non c'è stata la possibilità di usare armi. Non c'è stato il tempo di reagire, né il carabiniere Andrea Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, poiché sarebbe stato indagato per un reato grave». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, lo ha detto senza mezzi termini durante la conferenza stampa sullo stato delle indagini per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cercellio Rega. La questione affligge da tempo gli operatori di polizia che, di volta in volta, si trovano a fronteggiare criminali. E sta alla loro discrezione capire, a volte in pochissimi attimi, se poter usare l'arma d'ordinanza oppure se è meglio lasciarla nella fondina. Nel caso di Varriale, il militare non avrebbe potuto sparare mentre gli aggressori erano in fuga. La legislazione su questo punto è ferrea. E prevede una ratio: ci deve essere proporzione tra l'offesa e la difesa, altrimenti si incorrere nell'eccesso colposo. Cosa diversa sarebbe accaduta se Varriale avesse avuto il tempo di capire che uno dei due aggressori era armato. La proporzione fra la difesa e l'offesa, inoltre, va valutata prima, vale a dire riportandosi al momento dell'azione, e tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. Varriale avrebbe potuto sparare anche se fosse stato aggredito solo il vicebrigadiere. La reazione difensiva, infatti, è ammessa, non solo per salvaguardare un diritto proprio ma anche, così come enunciato nell'articolo 52 del codice penale, un diritto altrui. L'essenziale è che l'oggetto della reazione sia sempre e comunque il reale aggressore. Avrebbe quindi potuto sparare contro chi impugnava il coltello. È l'articolo 54 del codice penale a completare la questione: la legge stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo». E con l'aggressore in fuga, anche solo una ferita di striscio sarebbe stata considerata sproporzionata. L'altra componente essenziale, infatti, è che il fatto deve essere attuale, ossia sussistente in quel preciso momento. Con l'aggressore in fuga, infatti, il pericolo è considerato passato dalla legislazione vigente. Insomma, la possibilità di impugnare l'arma di ordinanza è considerata l'estrema ratio. L'operatore di polizia può sparare solo è in pericolo di vita. A quel punto viene dichiarato «non punibile». Ossia: ha commesso il reato per uno stato di necessità. Quando i giudici andranno a confrontare il diritto dell'operatore di polizia e quello dell'aggressore, che in slang giuridico viene definito «bilanciamento», il piatto della bilancia penderà verso quello di chi è stato costretto a intervenire.
L'altra questione giuridica legata al caso riguarda la possibilità di bendare un arrestato. L'articolo 64 del codice di procedura penale stabilisce che, «salvo le cautele necessarie per prevenire il pericolo di fuga o di violenze, la persona sottoposta alle indagini interviene libera all'interrogatorio anche se in stato di custodia cautelare o detenuta per altre cause». E infatti i magistrati hanno precisato che all'interrogatorio i due indagati americani erano liberi. In più è previsto che non possono essere applicate all'indagato durante l'interrogatorio le manette o altri mezzi di costrizione, «fatta salva la tutela della sicurezza e dell'incolumità di coloro che partecipano all'interrogatorio». L'immagine scattata in caserma precede però l'interrogatorio. Ma anche in questo caso la legge è rigida: l'articolo 608 del codice penale (abuso di autorità contro arrestati) prende che «il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata di cui egli abbia la custodia, anche temporanea (…), è punito con la reclusione fino a 30 mesi».
I tormenti dell’Arma: «Cerciello disarmato e il collega non poteva sparare al ragazzo»
Per sventare una tentata estorsione si è presentato disarmato e con addosso solo le manette. Di certo non poteva immaginare che i due ragazzotti indicati in un primo momento da Sergio Brugiatelli come dei magrebini avessero in tasca un pugnale di tipo militare alla Rambo. E, soprattutto, non poteva immaginare che uno dei due lo avrebbe usato per assassinarlo. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega era disarmato. La sua pistola d'ordinanza l'hanno trovata i suoi colleghi nell'armadietto che gli era stato assegnato nella caserma del comando stazione Farnese. «Come mai? Lo sa solo lui». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, affronta la questione, rispondendo ai cronisti, tra i primi punti della conferenza stampa convocata per spiegare quelle che, anche dopo la ricostruzione logica e motivata che il gip ha messo nero su bianco nella sua ordinanza con cui ha privato della libertà statunitensi Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, qualcuno fa passare come questioni oscure e melmose.
«Probabilmente è stata una dimenticanza», ha detto il generale, «fatto sta che era disarmato, ma se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire». In quel momento il generale rappresenta l'Arma. E infatti risponde a nome di tutti, usando il plurale, come se anche lui fosse stato con i suoi uomini in piazza Belli. «Non pensavano di essere aggrediti dopo aver esibito i tesserini». Aspetti che di certo non prestano il fianco a chi a tutti i costi cerca ambiguità nell'operato dei militari. E infatti il generale non nasconde la sua contrarietà, esprimendo «disappunto e dispiacere per ombre e misteri sollevati sulla vicenda». Gargaro ha sottolineato la «linearità dell'intervento effettuato». E le pattuglie che non sono intervenute? «Erano nelle vicinanze», spiega il comandante, «e non dovevano essere riconoscibili. Non c'è stato il tempo di reagire perché tutto è avvenuto in pochi secondi». D'altra parte lo ha confermato nella sua relazione di servizio anche il carabiniere Andrea Varriale, che affiancava il vicebrigadiere nell'operazione. Varriale era armato. «Ma», ha aggiunto il generale con una punta di malcelata amarezza, «non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. E sarebbe stato un reato grave». E anche per la pista dei nordafricani c'è una spiegazione: «L'identikit ci era stato dato subito dopo il fatto da Brugiatelli, che ci ha detto che si trattava di due persone di carnagione scura».
Brugiatelli aveva fatto da tramite con i pusher romani di Trastevere e probabilmente «aveva timore a svelare che conosceva gli autori dell'omicidio», ha precisato l'ufficiale. Brugiatelli, dopo il furto del suo zainetto, ha fermato i militari a Trastevere. In quell'occasione gli è stato detto di denunciare, all'indomani, in qualsiasi posto di polizia. Ma subito dopo ha contattato il suo numero e gli hanno risposto i due americani. È in questo frangente che gli viene chiesto di portare 80 euro e una dose di coca in piazza Belli. In cambio avrebbe ottenuto il suo zaino. «La seconda chiamata di Brugiatelli al 112», spiega ancora l'ufficiale, «è arrivata dal telefono di Medi». Medi è l'uomo che era a Trastevere con Brugiatelli al momento del furto. A quel punto, configurata la tentata estorsione, i militari sono intervenuti subito.
«Brugiatelli», chiarisce il generale, «non è una persona nota, ha dei precedenti datati 10 anni fa e i carabinieri che operavano in quel momento non lo conoscevano, lo hanno identificato quando è giunta la pattuglia di Varriale e Cerciello Rega».
Altro punto considerato strano: perché Varriale non ha sparato un colpo almeno in aria? Il generale spiega: «Perché la sua prima preoccupazione è stata quella di soccorrere il collega e tamponare la ferita. Il vicebrigadiere era impossibilitato a reagire. E gli spari in aria non sono previsti da alcuna normativa». In più, subito dopo l'omicidio del collega, «Varriale era sotto choc», ha detto l'ufficiale, «e non riusciva a ricostruire bene quanto avvenuto». L'altro tema caldo è il ragazzo fotografato bendato in caserma prima dell'interrogatorio. Il generale sostiene che «assolutamente non è stato bendato».
È a questo punto che interviene il procuratore facente funzioni Michele Prestipino: «Gli interrogatori sono avvenuti nel rispetto della legge. Gli indagati sono stati sentiti dai magistrati e sono stati condotti alla presenza dei difensori e degli interpreti e sono stati anche fonoregistrati». Ecco perché gli inquirenti ritengono che non siano inutilizzabili. «Nella fase precedente degli interrogatori, uno degli indagati è stato ritratto seduto bendato», ha detto Prestipino, «e questo fatto è stato oggetto di tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma, che ha definito il fatto grave e inaccettabile. Sono state avviate indagini necessarie per definire le responsabilità (potrebbe configurarsi l'abuso di autorità contro arrestati, ndr)». Anche per la Procura buchi neri non ce ne sono. È ovvio però che ci sono dei dettagli ancora da ricostruire. È lo stesso Prestipino a spiegarlo: «Qualche aspetto oscuro c'è ancora. Stiamo facendo indagini per ricostruire ancora più nei particolari la vicenda. E per farlo ci sono degli accertamenti di natura tecnica che non si possono ottenere in una notte, come l'analisi dei tabulati, la perizia medico legale e le verifiche sul coltello».
Lo yankee ruppe la testa a un rivale
Comunque Finn «è un bravo ragazzo», ripetono il padre e lo zio dagli States. Solo, ignorano che se il loro viziatissimo rampollo, imbottito di Xanax già a 19 anni, avesse ammazzato un poliziotto a San Francisco, oggi, con molte probabilità, ne starebbero vegliando il cadavere. Eppure sono gli stessi giornali statunitensi a scavare nel passato di Finnegan Lee Elder, accusato di aver ucciso con 11 coltellate il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, e a scoprire che nel 2016 fu addirittura arrestato per la violenza del pugno con il quale aveva colpito un compagno della squadra di football.
Ieri il San Francisco Chronicle, citando fonti dirette, ha scritto che Finnegan Lee Elder tre anni fa venne arrestato per aver colpito un compagno di classe e di squadra (neppure un avversario) durante una festa notturna. Il pugno era stato talmente violento che, secondo il racconto di chi era presente, causò all'altro ragazzo ferite «potenzialmente letali». Lo zio del presunto assassino, chiamato dai giornalisti, ha ridimensionato l'episodio così: «L'incidente fu uno scontro reciprocamente pre-concordato» e ha assicurato che la scuola poi non prese alcun provvedimento disciplinare contro suo nipote. Forse, stavano provando una scena di cinema, oppure qualche parente poteva calmarlo prima, da minorenne.
Pare che il movente della violenza, andata in scena nel liceo per ricchi Sacred Heart Cathedral Preparatory di San Francisco, fosse maturato durante una festa e a causa di una ragazza. Il malcapitato, comunque, rimase in ospedale diverse settimane e la faccenda fu messa a posto con la massima discrezione tra le due famiglie, visto che si trattava di due minorenni. I giornali dell'epoca raccontarono la storia senza i nomi dei ragazzi coinvolti, scrivendo che quello che oggi sappiamo essere Finn si consegnò, saggiamente, alla polizia. Cosa che non ha fatto qualche notte fa.
L'agenzia AdnKronos ha poi raggiunto una ragazza che aveva frequentato la stessa scuola di Finn, la quale ha confermato l'episodio di violenza e ha spiegato che era ben noto per essere «uno che beveva troppo e che faceva casino». Le droghe, grazie alle quali avrebbe compiuto un omicidio inutilmente efferato, le avrebbe aggiunte dopo. In ogni caso, il tribunale dei minori si occupò del pugno di Finnegan, ma non si sa se sia stato condannato o meno. «Conosco Finn da sempre e non l'ho mai visto violento o perdere la testa», continua a sostenere lo zio, mentre anche il padre continua a raccontare che si tratta di «un bravo ragazzo».
Ethan Elder, questo il nome del genitore, alla Cnn racconta che «Finn è una brava persona» e che la «situazione è precaria», riferendosi all'indagine in corso a Roma sull'omicidio del carabiniere. Sia lui che la moglie, secondo i media Usa, non avrebbero ancora avuto modo di parlare con il figliolo e quindi si sono appellati a un minimo di privacy, pur esprimendo «le più profonde condoglianze alla famiglia del vicebrigadiere Cerciello Rega».
Certo, Finn è un «bravo ragazzo», ma forse i genitori avrebbero potuto dare un'occhiatina anche al suo profilo Instagram, dove traspariva la sua passione per i coltelli e dove si definiva «King of Nothing». Nella breve bio, una anche una perla di saggezza: «La morte è sicura, la vita no». Riletta oggi, con una vedova in più, suona un po' sinistra.







