2019-08-02
Ansa
Il referendum di dieci anni fa, che vide la vittoria del «Leave», fu il più grande esperimento democratico fatto nell’Ue. La domanda di sicurezza però è rimasta inascoltata e i partiti ora pagano il conto.
Esattamente dieci anni dopo il referendum della Brexit, Keir Starmer saluta tutti dal numero 10 di Downing Street e lascia il posto al prossimo sciagurato della lista, Andy Burnham, il quale da quel 23 giugno 2016 sarà il settimo a premier a provarci. Nei trentasette precedenti i premier erano stati sei nel totale.
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)
Il Pd chiede all’esecutivo di convertirsi al «ci vuole più Europa». Legarsi a leader impopolari come Macron e Merz sarebbe folle.
Un aspetto positivo della vicenda del botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni è che contribuisce a fare chiarezza su ciò che dovrebbe essere la ragione sociale del centrodestra rispetto alla sinistra.
La solidarietà per le parole rivolte da Trump al presidente del Consiglio italiano, infatti, è arrivata sì da sinistra, ma con il prevedibile rimorchio del logoro slogan «ci vuole più Europa».
Ultimo in ordine di tempo il capogruppo del Pd in Senato, Francesco Boccia, che ieri ha rilasciato una serie di dichiarazioni all’Adnkronos. Boccia ha espresso «il nostro sostegno, la nostra solidarietà a Giorgia Meloni per le frasi tipiche di Trump, vergognose». Ma ha colto l’occasione per attaccare il governo, perché gli attacchi del presidente Usa sono «il fallimento della politica estera nelle relazioni tra Italia e Stati Uniti». «Stiamo parlando di un presidente degli Stati Uniti, di un’amministrazione nazionalista, fuori dagli schemi, che sta facendo molti danni negli Stati Uniti e che ha un’unica ossessione, cioè quella di dividere l’Europa, e Giorgia Meloni purtroppo questa cosa o non l’aveva capita o si era illusa che con la sua relazione speciale, che ci ha narrato e raccontato anche in Parlamento più volte, avrebbe forse cambiato il corso degli eventi, invece è Trump che ha cambiato lei, nel senso che è finita male» ha detto poi Boccia.
«Io penso che l’unica strada seria che possa seguire Giorgia Meloni in questo momento sia l’Europa, l’europeismo del nostro Paese. L’Italia è sempre stata cuore e braccia dell’Europa, negli ultimi tre anni e mezzo l’Italia è stata in punta di piedi in Europa e questo non è il nostro ruolo politico, ora mi auguro che in quest’ultimo anno di legislatura recuperi», ha poi concluso l’esponente dem.
Naturalmente una lettura di questo tipo dovrebbe far suonare ben più di un campanello d’allarme nel centrodestra italiano, mostrando i pericoli politici di un allontanamento dagli Stati Uniti. Le braccia materne della sinistra europeista, infatti, non vedrebbero l’ora di accogliere una maggioranza pentita del rapporto stretto con l’amministrazione Usa.
L’agenda europea però è quanto di più indigeribile ci possa essere per una destra contemporanea. Soprattutto, l’occasione storica di una Casa Bianca a guida repubblicana, nettamente schierata su temi identitari, rappresenta una opportunità storica da capitalizzare, piuttosto che da archiviare prematuramente.
È chiaro che Donald Trump è un presidente da approcciare con circospezione. Tuttavia, le posizioni politiche oggi portate avanti dalla Casa Bianca sono quanto di meglio possa capitare al centrodestra italiano, dando una proiezione e una copertura politica fondamentale.
Basti pensare al documento dello scorso novembre sulla Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nel quale Washington afferma a chiare lettere che l’Unione europea mina la libertà politica e la sovranità delle nazioni. Nel documento si legge infatti: «Tra le maggiori problematiche che l’Europa si trova ad affrontare figurano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in sé stessi». Questi sono temi dirimenti per il centrodestra italiano, quelli che gli elettori che lo votano desiderano vedere presidiati.
Nella nuova strategia americana si parla di coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee. I temi su cui esistono assonanze sono molti. Basti pensare alle politiche di decarbonizzazione europee e al loro effetto depressivo sull’economia europea, e a come Trump invece abbia neutralizzato gran parte della legislazione green lanciata da Barack Obama e Joe Biden. Immigrazione e Ucraina sono altri temi su cui l’appoggio americano alle politiche del centrodestra è sostanziale.
Rendere stabile una frattura con gli Stati Uniti non è un buon affare per il centrodestra, mentre le sirene europee cantano cercando di attrarre il governo. Una rottura personale può essere gestita e ricondotta a un superiore interesse politico, ed è un esercizio di maturità che il centrodestra italiano dovrebbe esercitarsi a fare. Sullo sfondo, c’è anche il tema, serissimo, del confronto con la Cina. È stata l’amministrazione Trump ad iniziare un serio confronto con Germania e Cina relativamente all’enorme deficit commerciale americano nei confronti dei due Paesi. Da lì nasce la vicenda dei dazi e la richiesta di abbassare le barriere commerciali non di prezzo che l’Unione europea pone nei confronti degli Stati Uniti.
Insomma, unirsi allo schieramento del «più Europa» per fare dispetto a Trump non è esattamente una strategia lungimirante, considerando anche il fatto che le altre cancellerie europee non godono di ottima salute. Emmanuel Macron è da anni su una china discendente, Friedrich Merz è il più impopolare cancelliere tedesco del dopoguerra e il volenteroso rincalzo inglese Keir Starmer si è appena dimesso.
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Pedro Sánchez e Keir Starmer (Ansa)
Starmer si dimette, Sánchez è assediato: dopo la moglie a processo, il braccio destro condannato a 24 anni per corruzione. È il fallimento dei socialisti, che però l’Unione europea si ostina a non vedere: le politiche che ci impone sono sempre le loro.
In Europa i socialisti non se la passano troppo bene. Di recente in Slovenia il governo di Robert Golob ha gettato la spugna ed è stato sostituito da uno di centrodestra. In Bulgaria la coalizione a cui partecipava anche la sinistra ha ceduto il passo al partito guidato da un ex generale piuttosto critico con l’Europa.
E a Cipro, alle elezioni dello scorso maggio, il partito più votato è stato il Raggruppamento democratico che, a dispetto del nome non ha nulla a che spartire con il nostro Pd ma, anzi, si colloca sul fronte opposto: senza contare che l’estrema destra ha raddoppiato i propri seggi. Certo, ci si può consolare con la sconfitta di Viktor Orbán, ma al trionfo di Peter Magyar (ha conquistato la maggioranza assoluta) si contrappone la scomparsa della sinistra dal Parlamento di Budapest.
Per socialisti e compagni, dunque, il quadro non è confortevole, ma se si aggiunge quanto accaduto ieri è, se possibile, addirittura drammatico. Cominciamo da Keir Starmer, premier di un Paese che da dieci anni non fa più parte dell’Unione, ma che ultimamente aspirerebbe a ritornarvi. Il leader laburista, dopo mesi di passione, si è rassegnato a fare le valigie. Il suo consenso era ridotto al minimo: i sondaggi, infatti, lo davano da tempo in caduta libera, con percentuali che quasi facevano rimpiangere Boris Johnson e perfino Liz Truss. A fargli rapidamente perdere il gradimento pare siano state una serie di scelte sbagliate molto progressiste, tipo togliere i sussidi per il riscaldamento o prendersela con chi protestava contro gli effetti di una immigrazione senza controllo. Risultato, adesso il Labour si affida al sindaco di Manchester, altro socialista, il quale oscilla fra Tony Blair e Jeremy Corbyn, ovvero due che più lontani non potrebbero essere. Le premesse per un nuovo fallimento dunque ci sono tutte, con grande soddisfazione di Nigel Farage, leader di Reform Uk, un tipo che, fino a poco tempo fa, era considerato una specie di guitto (ha partecipato anche alla versione inglese dell’Isola dei famosi), ma che di recente spopola a ogni elezione.
Tuttavia, se la sinistra inglese piange, quella spagnola di certo non ride. Delle difficoltà in cui si dibatte Pedro Sánchez, leader del Psoe, si sa: la coalizione che lo ha portato al governo perde i pezzi e per mantenersi a galla il politico più amato da Elly Schlein è costretto a ogni genere di mediazione. Di recente, però, le cose si sono fatte più complicate, anche perché i guai non sono politici ma giudiziari. Prima le indagini a carico dei familiari, poi quelle sulla sua cerchia di collaboratori, quindi l’irruzione della Guardia civil prima a casa e negli uffici di Luis Zapatero, nume tutelare dei compagni, e poi nella sede dello stesso partito operaio. Nella cassaforte dell’ex premier gli agenti hanno trovato un tesoro, composto da orologi di lusso e gioielli oltre, naturalmente, ai contanti. Un colpo capace di tramortire chiunque, perché nel mirino della magistratura è finita l’icona del progressismo e della moralità. Sánchez ha provato a fare finta di niente, anzi a gridare al complotto, ma è difficile credergli, soprattutto dopo quanto successo negli ultimi due giorni. Prima il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico d’influenze e contro cui è stato deciso il ritiro del passaporto. Per uno che deve guidare un Paese, avere la moglie che non può espatriare non è proprio un bel biglietto da visita. Se poi a questo si aggiunge la condanna del suo ex braccio destro José Luis Ábalos a 24 anni e tre mesi di reclusione per i reati di criminalità organizzata, corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita, si capisce che il faro della sinistra italiana rischia di spegnersi a breve.
A questo punto, visto che su 27 Paesi europei, 14 sono guidati da coalizioni di centrodestra, tre da destra, cinque da partiti liberali e solo quattro dalla sinistra (anche se sulla Slovacchia ci sarebbe da dire), viene spontanea una domanda: ma se l’Europa è sostanzialmente spostata a destra, perché la Ue continua a fare scelte di sinistra? In altre parole: fino a quando Bruxelles potrà continuare a ignorare il fallimento dei socialisti?
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2026-06-23
Psicodramma Strega: Augias invita a separare l’opera dall’autore. E lui se ne intende...
Corrado Augias (Ansa)
Nuova puntata dello psicodramma per le presunte frasi di Michele Mari sulla Murgia: Augias, beccato a copiare, invita a distinguere opera e autore. Per risollevarlo, il premio va dato ai protagonisti delle chat «sessiste» meneghine sulla bellezza delle donne.
«Ma che, siamo in un film di Nanni Moretti, eh? Siamo in un film di Nanni Moretti?!?». Che delizia, nel film Nessuno mi può giudicare (2011), la parodia che Rocco Papaleo fa del migliore Nanni della nostra vita, citando la celebre sequenza di Ecce bombo (1978) in cui il regista romano si avventava sull’avventore di un bar urlandogli: «Ma che, siamo in un film di Alberto Sordi?».
Mi è tornata in mente - la pochade nella pochade - davanti al (preteso) scandalo che si è consumato su quel pulmino diretto a Bisceglie, in cui viaggiavano i finalisti dell’edizione 2026 del premio Strega, vicenda su cui si è già intrattenuto ieri su queste pagine Francesco Borgonovo.
E che vede una dialettica molto accesa tutta interna all’universo progressista, tra uomini - patriarchi? - che invitano a non dare rilievo al pissipissi privato, e donne - neo o post-femministe? - che replicano: manco per niente, è una violenza inaudita, altro che «Mari un martire della libertà di espressione», come ha tuonato ieri un’appassionata Simonetta Sciandivasci su La Stampa, con incipit fulminante: «Stregacidio, giorno 3» (ussignur).
Con annessa preghiera di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega 2023: «Non è il momento di litigare», appello rivolto a «chiunque faccia parte del mondo intellettuale, specie se di sinistra» (per poi aggiungere, testualmente: «Ignoro in effetti se ce ne sia uno di destra». E poi a sinistra si sorprendono se li si accusa di essere animati da pregiudizi, presunzione e arroganza).
«L’affaire Mari» è scandito da tre momenti.
Il primo, la messa al rogo di Michele Mari, «trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile», come lo ha fotografato - con una lettera a Dagospia - lo scrittore Fulvio Abbate, demiurgo del concetto di «amichettismo» de sinistra, e questo nonostante il medesimo Mari abbia assicurato di non aver mai detto quanto attribuitogli, e cioè di ritenere Michela Murgia «una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia».
Parole che avrebbero provocato l’intervento di un’altra finalista, Teresa Ciabatti.
Il secondo, l’entrata in campo dell’«intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela».
Che si è «mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote alla schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei Baci Perugina di Fleur Jaeggy (scrittrice vedova dell’adelphiano editore Roberto Calasso, nda) e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo Platone», ha continuato Abbate, che ha fatto pure coming out: «Si sappia che il sottoscritto ha votato I convitati di pietra, il romanzo di Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi» (per par condicio, ricordo che nel 2017 lo stesso Abbate aveva dichiarato di aver votato per Ciabatti e il suo La più amata, editore Mondadori).
Il terzo, con uno stuolo di interventi - a opera di giornalisti, scrittori, opinionisti maschi - il cui senso era riassumibile nel grido di dolore di Michele Serra: «Ma così, scusate, non si può più andare avanti».
Perché di questo passo «non si può più dire niente»?
No.
Il «basta» è alla pretesa che non ci siano «sporcature» nell’aulico Pantheon dei letterati, «laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso»: «Perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Non fa una grinza.
Se non fosse per un marginale, quanto fastidioso sospetto.
Se le presunte opinioni offensive espresse da Mari le avesse «sparate» uno scrittore estraneo al circoletto degli «Amici della domenica», quelli della fondatrice del premio Strega Maria Bellonci ma pure di Walter Veltroni, nume tutelare degli artisti engagé, «allineati e coperti», cosa sarebbe accaduto?
Per andare giù piatti: se quella sentenza «sessista» l’avesse pronunciata un irregolare fuori dagli schemi, dalle confraternite e dalle conventicole, anarchico o, Dio non voglia, dichiaratamente «di destra», cultore di, che so, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline e Charles Bukowski con il suo famoso «realismo sporco», il «soccorso rosso» sarebbe ugualmente scattato?
Il dubbio mi è sorto leggendo l’esortazione formulata ieri dalle colonne di Repubblica da Corrado Augias: «Saper distinguere l’opera e l’autore» (anche lui quindi facente inconsapevolmente parte della categoria dei «compagni della mozione: vale il romanzo, non il romanziere», irrisi da Sciandivasci).
Argomento non inedito, trattato ad esempio da Claire Dederer nel suo Mostri - Distinguere o non distinguere le vite dallo opere: il tormento dei fan (il Post - Iperborea, 2023).
Augias, per dare forza alla sua tesi, evoca invece Umberto Eco e Marcel Proust.
Dimenticando - ma qui è il Franti che è in me a parlare - le polemiche in cui è finito lui medesimo, per il sospetto che in almeno un suo scritto non si riuscisse a distinguere non tanto l’autore dall’opera, bensì dell’opera (nel 2009 ci fu la querelle sul volume Disputa su Dio e dintorni, scritto con il teologo Vito Mancuso, in cui le conclusioni di Augias ricalcavano quasi alla lettera quelle di Edward Osborne Wilson nel suo saggio La Creazione. Augias non fece un plissé: «Mi sono avvalso di numerose testimonianze, dalla Confessioni di Sant'Agostino a Internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile». Mancuso fu invece più tranchant: «Sono amareggiato, completamente sbalordito, non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere»).
Conclusione odierna di Augias: niente caccia alle streghe, basata per di più sull’«eventuale chiacchiericcio rubato in un pulmino».
Niente affatto, lo aveva anticipato Donatella Di Pietrantonio, vincitrice dello Strega 2024, sul quotidiano Il Centro: «Se vere, sono frasi gravissime. Non sono garantista al punto da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”».
Di più: «Chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm» (a difesa della cui privacy è peraltro intervenuto il Garante).
Giusto.
Ma perché, a questo punto, non far concorrere anche loro?
Anzi: in nome dell’interclassismo, se la loro è la stessa prosa di Mari, perché non premiare - con una clamorosa iniziativa situazionista - direttamente i tranvieri meneghini?
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