Poiché il morto era un conservatore e per giunta pure bianco e cristiano, in questi giorni è tornata persino una moda antica ma mai del tutto passata, risalente agli anni Settanta, ai bei tempi della strategia della tensione. È quella della pista nera, del complotto fascista organizzato dalle forze oscure della reazione per screditare i progressisti e imporre una svolta totalitaria. Insomma, Charlie Kirk sarebbe stato ucciso da un estremista di destra ancora più estremo di lui, un super estremista che si è finto sinistrorso per fare ricadere la colpa sugli innocenti antagonisti. I quotidiani online da giorni si sbizzarriscono a pubblicare articoli sui Groyper, definiti «la sottocultura alt-right guidata dall’oltranzista Nick Fuentes». Scrive ad esempio Wired, sempre attento alle nuove tendenze, che «Tyler James Robinson, il ventiduenne cresciuto in una famiglia trumpiana e arrestato sotto il sospetto di aver compiuto il fatto, potrebbe in qualche modo essere collegato a un gruppo politico conosciuto come Groyper. Originato e sviluppatosi online a partire dal 2019, il movimento dei Groyper è associato a posizioni di estrema destra particolarmente oltranziste, sulle quali si innesta una tendenza all’isolazionismo anti-sociale, all’aggregazione su piattaforme online e allo sviluppo di un linguaggio tutto interno e difficilmente decifrabile che attinge dalla cultura dei videogiochi, della viralità social e della cultura digitale». Il Manifesto lo ripete da giorni senza mezzi termini: non esistono opposti estremismi, la violenza è solo di destra, dunque il killer di Kirk dev’essere per forza un fascio sotto mentite spoglie, «un gamer allevato in un ambiente saldamente conservatore, un identikit che non esclude simpatie Groyper, cioè per le fazioni più oltranziste della destra suprematista che considera Kirk troppo moderato e che non escluderebbe una matrice di ultradestra per l’atto omicida». E fin qui si potrebbe anche liquidare il tutto come un eccesso motivato dall’ideologia. Ma la teoria sembra convincere molti. Ad esempio Paolo Berizzi, fascistologo di Repubblica, che scrive su X: «Quindi, a bocce ferme: un Maga uccide un altro Maga ma la colpa è della sinistra violenta e dell’antifascismo. Ok. Saluti da Marte. Mittenti: Meloni, Salvini, Vannacci». Il dem Pierfrancesco Majorino ha rapidamente condiviso il post commentando: «Un’unica obiezione. Non è Marte, è la squallida destra italiana». Se una buona parte della sinistra italiana sostiene che Kirk se la sia andata a cercare, un’altra fetta sceglie questa tesi quasi peggiore, del tipo «è tutta roba loro, roba di fasci». Oppure, nella variante paranoide, «è stato tutto organizzato perché Trump potesse beneficiarne». Sembra sostenere qualcosa di simile pure Dario Franceschini, che ha rilasciato ieri una intervista dai toni fiammeggianti, ben stimolato dal cronista che lo interrogava. Secondo il capetto piddino, questa destra - quella italica, non solo quella trumpiana - potrebbe addirittura attentare allo Stato di diritto. «In questa destra ci sono disvalori evidenti», dice Franceschini. «Noi quando abbiamo perso siamo andati a casa e zitti. Loro hanno aspettato tanto il potere e ne sono innamorati, basta vedere la bulimia nelle nomine. Nella fase finale della legislatura, se capiranno che vanno verso la sconfitta, potrebbero diventare pericolosi». «Ma qual è il pericolo?», chiede preoccupato l’intervistatore, e Franceschini risponde: «Vedo la strumentalizzazione dell’omicidio di Kirk. Chi ha esultato per la sua morte? Eppure, in America come in Italia, stanno additando l’opposizione come l’ispiratrice dell’odio e questo vittimismo serve a sua volta solo a sollevare odio». Cristallino: per Franceschini la destra italiana ha tendenze eversive proprio come quella americana, e sta approfittando della morte di Kirk per alimentare astio contro gli avversari politici. Questa suggestiva posizione viene in qualche modo attribuita da Repubblica anche all’illustre politologo Michael Walzer, tramite intervista il cui titolo ribadisce la tesi della violenza fascista: «Nei campus l’odio nasce dalla cancel culture di destra». Praticamente un triplo carpiato. Il discorso di Walzer, in realtà, è decisamente più complesso. Esiste in effetti un cortocircuito anche a destra: chi ora chiede la cancellazione dei commenti negativi su Kirk sta limitando la libertà di espressione, cosa condannabile di per sé. Non si può dimenticare, tuttavia, quale livello di oppressione, ferocia e censura sia stato raggiunto negli atenei statunitensi grazie al dominio woke, quale demonizzazione sia stata fatta ai danni di Donald Trump e dei suoi sostenitori, anche in Italia. Elemento che Repubblica (e in larga parte anche Walzer) trascura volentieri. «La politica americana ha subito una svolta verso una destra particolare, incarnata dal presidente, che è un demagogo populista e descrive gli oppositori come criminali», dice il politologo. «Nella politica di Trump c’è un invito implicito alla violenza. Purtroppo c’è sempre stata nella nostra storia, ma la differenza è che oggi tutti si sentono parte di una guerra ideologica, incoraggiata da lui». Di nuovo, si trascura completamente il disprezzo che il mondo progressista riversa da anni sui conservatori, si stigmatizza una inesistente cancel culture conservatrice dopo che quella vera, tutta liberal, è stata incoraggiata e difesa, si ripete per l’ennesima volta che tutto il male viene da destra. Siamo all’inversione della realtà: i veri perseguitati sarebbero gli intellettuali e gli attivisti liberal a cui la destra cattiva vuole impedire di odiare il prossimo. E che il morto sia Charlie Kirk - conservatore e cristiano, vilipeso pure dopo la morte - diviene in un lampo un particolare trascurabile.
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega Roberto Vannacci durante un'intervista al Parlamento europeo di Bruxelles.
La più grande delle fake news sono le stesse fake news. Lo diciamo da tempo e lo abbiamo dimostrato con plurimi esempi nel corso degli anni. Che le cose stiano così, per altro, è ormai noto anche a una larga fetta della popolazione, la quale ha compreso come la lotta alle bufale online sia stata ripetutamente utilizzata per silenziare le voci critiche e dissenzienti e per imporre una nuova verità artificiale calata dall’alto. La novità interessante è che qualcosa comincia a muoversi anche a sinistra, nel senso che pure nel fronte progressista qualcuno comincia ad avanzare dubbi sulla narrazione prevalente. Cioè quella secondo cui destre e populisti, magari con l’appoggio dei perfidi hacker russi, sono in grado di spargere bugie sulla Rete e di fare il lavaggio del cervello alla popolazione spingendola a formarsi false convinzioni e, di conseguenza, ad assumere orientamenti politici «sbagliati».
Daniel Zamora, sociologo dell’Università libera di Bruxelles, ha smontato questa visione in un lungo articolo pubblicato da Le Monde Diplomatique, storica rivista della sinistra critica francese, che in Italia esce in allegato al Manifesto. Parliamo di uno studioso di chiaro orientamento progressista, anzi decisamente ostile alle destre e a Donald Trump. Zamora prende le mosse dalla narrazione classica in materia di «post verità», secondo la quale oggi «ogni sensibilità ha il proprio canale YouTube e account Instagram. In questa configurazione, la capacità di argomentare, di ascoltarsi reciprocamente e di risolvere i conflitti attraverso la ragione lascerebbe poco alla volta il posto a una guerra civile digitale fomentata dall’ambizione politica di alcuni miliardari. La principale vittima è la verità stessa. O, per essere più precisi, la nostra capacità di distinguere il vero dal falso.
Questa conversione avrebbe a sua volta originato due evoluzioni degne di nota», prosegue Zamora. «La prima è stata descritta perfettamente dal giornalista statunitense Matt Taibbi: la politica non ha solo “smesso di basarsi sull’ideologia; è diventata un problema di informazione”, ma “il nostro rapporto con i fatti è ormai simile al nostro rapporto con la merce: è un mercato dei fatti”. All’interno dello spazio pubblico, a competere non sono più le idee ma i fatti stessi. Questi vengono presentati in maniera enfatizzata o sommessa, a seconda della loro capacità di attirare l’attenzione sulle piattaforme. Il mercato avrebbe dunque conquistato la sfera pubblica: è vero quel che si vende meglio. Seconda trasformazione: permettendo l’accesso dei profani all’ambito delle competenze professionali, i social network abbattono un monopolio finora rivendicato dai grandi media. Di fronte a una simile disintermediazione, si moltiplicano gli appelli affinché sia ristabilita la gerarchia del sapere e siano protette le popolazioni dalle menzogne».
Questa visione ben riassunta da Zamora e basata sul trionfo della post verità, come dicevamo va per la maggiore, ma non regge. È falso, ad esempio, che il presunto mercato delle notizie sia stato invaso da malintenzionati capaci di ottundere le menti dei cittadini. «È stata data un’esagerata attenzione alle false narrazioni russe in occasione dell’elezione di Donald Trump nel 2016», scrive Zamora. «Solo raramente si ricorda che il contenuto di queste narrazioni rappresenta appena lo 0,0004% di quanto hanno visto gli utenti di Facebook sui loro schermi durante questa campagna presidenziale. Più in generale, come osserva uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature alla vigilia del secondo mandato, nel 2016, i contenuti poco affidabili corrispondono al 5,9% delle visite su siti di informazione. Ma, se si include la televisione, si scende allo “0,1% del regime mediatico dei cittadini statunitensi”. Infine, un’altra inchiesta pubblicata su Science afferma che il consumo di queste informazioni false riguarda soprattutto un gruppo ristretto di elettori con opinioni relativamente estreme. Su Twitter, l’1% degli utenti rappresentava l'80% delle esposizioni alle fake news. Quindi, più che essere indotti in errore capitando su un’informazione, cercavano un’informazione che confermasse il loro “errore”». Come vedete Zamora non sostiene che certi contenuti siano veri, anzi prede le distanze da essi. Si limita a notare che non hanno la pervasività che ad essi viene solitamente attribuita dai grandi media.
Ma se questo pericolo legato alle fake news non esiste, perché tanto rumore attorno ad esse? Zamora lo spiega: «In realtà, la maggior parte della letteratura sulla «disinformazione» nasconde un concetto impronunciabile: se gli individui avessero ricevuto le “buone” informazioni, il Regno unito sarebbe sempre membro dell’Unione europea e i democratici statunitensi sarebbero sempre alla Casa bianca. Se avessero chiuso X e aperto il New York Times, la storia avrebbe preso un’altra direzione. Questa letteratura parte anche dal presupposto che una persona ben informata non possa desiderare l’uscita dall’Ue né il protezionismo. In altri termini, ogni contestazione del quadro liberista sarebbe determinata dall’ignoranza sui “fatti”. Questo argomento si scontra con due obiezioni. Innanzitutto, è poco probabile che i sostenitori dei candidati più classici siano guidati in misura maggiore dalla ragione; poi, si fatica a spiegare il singolare successo dell’estrema destra sulla base solo di modelli psicologici”.
Di nuovo, Zamora mostra di non gradire affatto l’avanzata delle destre, ma riesce comunque ad affermare una grande verità: tutta la fuffa sulle fake news si basa sulla convinzione che le persone dovrebbero pensare nel mondo «corretto», cioè quello gradito all’élite di sinistra. E se esiste un pericolo per la libertà di espressione è proprio questa élite secondo cui bisognerebbe vivere tutti rieducati e contenti.
Recentemente siamo stati tutti allarmati da ogni organo d’informazione che l’estate del 2023 sarebbe stata la più calda «di sempre». La «notizia» è l’iperbole di un articolo pubblicato su Nature, e mi è stato segnalato in un recente dibattito (se lo cercate, lo trovate su Youtube) occorso tra me e Daniele Visioni, un giovane e inesperto scienziato, quale prova inconfutabile della correttezza dell’origine antropica del riscaldamento globale. L’ho definito «inesperto» perché l’inconfutabilità della prova, dice il buon Daniele, è conseguenza del prestigio della rivista ove l’articolo è pubblicato. Ma il metodo scientifico non funziona così: in particolare, il metodo rifiuta qualunque autorità (in questo caso della rivista; ma anche di scienziati), e non si può dire che una cosa è vera perché è pubblicata su una rivista prestigiosa (o perché è affermata da uno scienziato autorevole).
Nature è certamente una rivista prestigiosa ma, a mio parere, l’articolo è sbagliato e, fossi stato io il referee, avrei suggerito la non pubblicazione. Prima di vedere perché, devo ribadire che l’accettazione o il rigetto per la pubblicazione di un articolo non danno alcuna garanzia di correttezza (men che meno di rilevanza scientifica) di esso e, parimenti, anche un articolo con risultati corretti e pregevolissimi potrebbe ben esser rigettato. Questo perché i referee non possono certamente ripetere gli esperimenti o i calcoli dell’autore dell’articolo: la cosa equivarrebbe a interrompere la propria ordinaria attività. Ogni referee ha il proprio approccio per svolgere il compito richiestogli dall’editore. Personalmente, in oltre 40 anni di attività avrò «referato» oltre 100 articoli, e il mio approccio è sempre stato il seguente. Innanzitutto, assumo subito che l’articolo che mi si sottopone sia meritevole di pubblicazione - cioè ripongo ogni fiducia che gli esperimenti e i calcoli siano stati eseguiti in modo corretto. Quindi, procedo alla lettura dell’articolo facendo attenzione che non vi siano contraddizioni interne, premesse o conclusioni ingiustificate, o evidenti fallacie. Se le trovo e ritengo che possano essere corrette senza inficiare l’intero articolo, suggerisco la pubblicazione a condizione che si apportino le correzioni. Se invece è l’intero articolo a essere inficiato, ne suggerisco il rigetto. Nel complesso avrò rigettato il 5% degli articoli propostimi.
oro colato
L’articolo in parola sostiene - e questo è anche il titolo - che «il caldo dell’estate 2023 non ha avuto precedenti negli ultimi 2000 anni». Il principale risultato (che Visioni esibiva, acriticamente, come oro colato), è il grafico in figura, ove sarebbe rappresentata la variabilità climatica degli ultimi 2000 anni.
Che dire? Innanzitutto che, ammesso e non concesso che il grafico sia corretto, esso non rivela alcuna differenza tra gli ultimi 2000 anni e quelli successivi al 1850 (a parte il fatto che questi sono evidenziati in rosso). Ma il grafico sembra sbagliato per varie ragioni.
Scrivono gli autori: «Dimostriamo che l’estate 2023 è stata 2.07 gradi più calda dalla temperatura media misurata negli anni 1850-1900». Ma questa affermazione, che assume una precisione al centesimo di grado, è ingiustificata perché la precisione più alta dei termometri degli anni 1850-1900 era del decimo di grado (ed era addirittura di ±0.2 gradi quella dei termometri tipicamente usati in meteorologia). Non è possibile assegnare alle misure una precisione maggiore di quella degli strumenti usati.
Per tutti gli anni antecedenti al 1850 gli autori si affidano a temperature stimate da informazioni indirette. Ma non ha alcun fondamento scientifico il confronto fra questi valori stimati del passato e i valori ottenuti dalle misure recenti. Questi ultimi, una volta registrati, sono poi statisticamente elaborati (per esempio si calcolano le medie aritmetiche dei valori), ma non è detto che le ricostruzioni da informazioni indirette del passato e i valori di temperatura assegnati siano quelli che si sarebbero ottenuti dalla stessa elaborazione statistica che si fa sulle misure odierne. In particolare, medie diverse forniscono non solo valori diversi ma, addirittura, andamenti diversi (cioè se una media dà un rinfrescamento, un’altra media potrebbe dare un riscaldamento).
zolfo
La risoluzione temporale nelle misure odierne è dell’ordine del giorno, mentre la risoluzione temporale nelle ricostruzioni è, quando va bene, dell’ordine dell’anno. Di fatto, la ricostruzione degli autori vìola un noto teorema della teoria dei segnali, il teorema di Shannon-Nyquist.
La ricostruzione della figura è sbagliata perché contraddice un fatto (e i fatti sono l’ultimo e inappellabile giudice di ogni scienza): l’esistenza del Periodo caldo medievale e della Piccola era glaciale. Quest’ultima, in particolare (un paio di secoli con minimo intorno al 1690) fu un fenomeno globale occorso in corrispondenza di un minimo di attività solare -noto agli astrofisici come minimo di Maunder - è dagli autori considerata un evento locale attribuito a consistenti eruzioni vulcaniche. Corroborano la loro affermazione con riferimenti, ma di fatto citano sé medesimi. Insomma, secondo gli autori la Piccola era glaciale non è esistita perché lo dicono loro.
Insistono che anche il rinfrescamento degli anni 1940-80 fu dovuto ad alte concentrazioni sulfuree in atmosfera (stavolta non da vulcani, ma da attività umane) e scrivono che il rinfrescamento finì «negli anni Ottanta quando in Europa e in Nord America sono state adottate misure efficaci per ridurre l’inquinamento da zolfo». Ma il protocollo di Helsinki per ridurre quell’inquinamento era del 1990, fu firmato nel 1993, e cominciò a essere implementato negli anni successivi. Di fatto, l’inquinamento da zolfo raggiunse i livelli del 1940 non prima del 2000.
Quelli sopra elencati sono solo alcuni dei motivi che, fossi stato io il referee, mi avrebbero indotto a rigettare l’articolo come non meritevole di pubblicazione. Il sospetto che questo sarebbe stato il verdetto finale nasce però subito quando, nel riassunto e nelle conclusioni, gli autori manifestano «l’urgenza a ridurre le emissioni antropiche di CO2», una esortazione politica, ideologica e, soprattutto, acritica giacché non offrono alcun suggerimento di come codesta riduzione debba attuarsi, posto che tutti i tentativi di attuarla han fallito.
accordi di Parigi
Ancora più curioso è quando scrivono che il limite posto dagli Accordi di Parigi di non superare i 2 gradi di riscaldamento è stato già abbondantemente superato; ora, siccome la necessità di non superare questo limite ci è stata venduta come condizione necessaria (pena, in mancanza, indicibili catastrofi) per l’esistenza della nostra stessa civiltà («Existential threat», copyright Joe Biden), posto che il limite sarebbe stato superato senza che sia occorsa alcuna catastrofe, come mai gli autori non concludono, invece, che quegli Accordi erano solo fuffa?
2.Fine
«Fondi neri sul conto di Toti» (La Repubblica). «Toti e i 55.000 euro dal conto del comitato a quello personale» (Corriere della Sera). «Toti e il mistero dei 55.000 euro finiti sul conto personale» (La Stampa). «Soldi sospetti nei conti di Toti» (Il Secolo XIX). Ieri i principali giornali hanno sparato questi titoli che hanno fatto subito immaginare una svolta nell’inchiesta sul governatore della Liguria Giovanni Toti. La premiata stamperia riunita dei quotidiani italiani si è accorta solo due giorni fa di un presunto passaggio cruciale dell’ordinanza di misure cautelari emessa nei confronti di Toti e di altri indagati, un documento che da due settimane tutti i cronisti compulsano senza sosta. Eppure quel capitoletto era sfuggito a tutti. Sino all’epifania di queste ore. Ma la storia della pistola fumante dei fondi neri di Toti è una notizia vera o una patacca costruita a tavolino? Se la risposta giusta fosse la prima, tutti i giornalisti che seguono il caso sarebbero colpevoli di negligenza. Ma temiamo che l’ipotesi corretta sia la seconda. Il presunto scoop, citato nell’ordinanza, è contenuto nell’informativa conclusiva della Guardia di finanza del dicembre 2023. Si trova a pagina 297 dell’Evidenza investigativa firmata dal comandante del Gico Federico Pecoraro e dal capitano Dante Aquino.
Il focus è sui soldi inviati al comitato elettorale di Toti dall’imprenditore Aldo Spinelli, presunti corrotto e corruttore.
Siamo a ridosso delle elezioni del settembre 2022 e il governatore è alla ricerca di finanziamenti. Il 2 del mese, gli investigatori, dopo un pranzo avvenuto sulla barca di u sciù Aldo con Toti ospite, captano alcune conversazioni tra le segretarie dei due indagati per la trasmissione di documentazione. Per le Fiamme gialle «la documentazione citata dalle donne nel corso delle telefonate è plausibilmente quella prevista per procedere all’erogazione liberale in favore di movimenti politici». Il 25 maggio e l’8 settembre Spinelli aveva fatto inviare due bonifici da 15.000 euro sul conto del Comitato Giovanni Toti, soldi tracciati e regolarmente denunciati. A giugno c’erano state le elezioni comunali genovesi e a settembre le politiche. In quel periodo Spinelli puntava all’assegnazione in porto dell’area dove una volta si trovava l’ex Carbonile dell’Enel. Obiettivo che raggiugerà a dicembre di quell’anno. Per la Procura di Genova i finanziamenti in chiaro dell’ottantaquattrenne terminalista erano in realtà tangenti collegate a concessioni e proroghe. Spinelli chiede spazi e Toti risponde intercettato con frasi come questa: «Ti vengo a trovare che non sono ancora venuto prima delle elezioni». Per i pm il classico sinallagma corruttivo. Ma, nelle carte, nessuno parla di fondi neri, né di utilizzo illecito dei finanziamenti.
Ecco che cosa scrivono gli investigatori (capitolo contenuto come detto anche nell’ordinanza e nella richiesta di misure cautelari): «La circostanza (l’erogazione liberale, ndr) trovava poi effettivamente riscontro nel bonifico di 15.000 euro effettuato dalla Spinelli Srl ed accreditato in data 8 settembre 2022 sul conto del Comitato Giovanni Toti Liguria». A questo punto le Fiamme gialle introducono la questione dei bonifici inviati dal Comitato a Toti. Un passaggio di denaro che non viene considerato illecito e che per questo non viene contestato dai magistrati, ma che i giornali trasformano, con grande malizia, nella prova di creazione di fondi neri. Un’accusa che, se fosse stata verificata, sarebbe stata citata già nel primo comunicato della Procura e sarebbe stata contestata nei capi d’accusa del giudice. E, invece, nulla di tutto questo è accaduto. Nell’annotazione si legge solo quanto segue: «Le indagini finanziarie consentivano anche di rilevare che, posteriormente al ricevimento delle erogazioni liberali effettuate dalla Spinelli srl al Comitato Giovanni Toti Liguria (del 25/05/2022 e del 08/09/2022), dal conto corrente […] intestato al citato Ente […] venivano disposti dei bonifici nei confronti del conto corrente […] intestato a Giovanni Toti (persona fisica), abitualmente utilizzato come “conto politico”. Le movimentazioni finanziarie provenienti dal sopra citato conto (del Comitato,ndr) venivano accreditate come di seguito: in data 10 giugno 2022 10.000 euro; in data 21 settembre 2022 10.000 euro; in data 20 ottobre 2022 35.000 euro», tutti bonifici «con causale “contributo per attività politica”». Tutto chiaro? I colpevolisti potrebbero obiettare: ma la destinazione dei fondi è indicata dai totiani. In realtà i finanzieri hanno fatto i doverosi controlli, arrivando a questa conclusione: «Gli accertamenti bancari consentivano di verificare che tale rapporto bancario veniva solitamente utilizzato per sostenere spese correlate all’attività politica posta in essere da Giovanni Toti e dal proprio entourage. Delegata ad operare sul citato conto era Marcella M., segretaria di Giovanni Toti». Il capitolo dell’informativa si chiude così, in modo del tutto neutro, confermando che i soldi su quel conto non erano utilizzati per spese voluttuarie o personali. Inoltre parte di quel denaro sarebbe stato usato per risarcire la deputata di Italia viva Raffaella Paita, che aveva fatto causa a Toti per un post pubblicato su Facebook ritenuto dal Tribunale diffamatorio. In primo grado, il governatore è stato condannato a pagare 25.000 euro, più il costo della pubblicazione della sentenza sui giornali e le spese di lite quantificate in circa 5.000 euro. Il conto finale sarebbe stato di circa 35.000 euro, che il governatore avrebbe pagato dopo l’Appello. In conclusione, al momento, nell’inchiesta non c’è traccia di fondi neri.
L’avvocato di Toti, Stefano Savi, ieri mattina, quando ha letto le locandine dei giornali, è rimasto sconcertato: «Gli stessi finanzieri hanno ammesso che quei soldi sono stati utilizzato per fini politici. Non vi è dubbio che non ci sia stato nessuno utilizzo personale di quei finanziamenti da parte del mio assistito, anche perché il conto era gestito con rigore dalla segretaria di Toti e tutte le uscite sono avvenute tramite carta di credito, in modo tracciabile. Ci riserviamo di verificare se chi ha scritto articoli suggestivi o pubblicato titoli a effetto abbia commesso reati. Di certo non era in buona fede, vista l’inequivocabilità della documentazione. I cronisti stanno raschiando il barile, con poca attenzione per la deontologia». Persino gli investigatori sono rimasti basiti per la strumentalizzazione dell’informativa da loro realizzata: «Anche noi ci siamo stupiti per questi titoli a effetto» ha commentato una fonte. «Se ci fosse evidenza di fondi neri ci sarebbe una contestazione ben specifica, ma se questa non c’è è perché questi fondi non sono stati trovati. Oramai la fantasia non ha più limiti. È una corsa a chi la spara più grossa. Sono tutte cose fuori dal contesto, dal perimetro dell’inchiesta. Si è scritto di filoni sulle mascherine, sulla sanità privata che non c’entrano niente con l’indagine. Più che pagine di cronaca sono ormai pagine di letteratura fantasy». La cronaca vera è che questa mattina Toti verrà sentito dai magistrati. L’interrogatorio dovrebbe iniziare verso le 11 e si dovrebbe svolgere in una caserma della Guardia di finanza. La linea di difesa è sempre la stessa: nessun finanziamento illecito e decisioni prese sempre per il bene della comunità.






