Da Trump che brandisce il Vangelo come una clava a chi vuole cantare Imagine di John Lennon in chiesa: l'Occidente non sa più leggere il testo sacro ma lo usa come simbolo.
Il sacro non è scomparso dall'Occidente. Si è piuttosto trasformato. È diventato un accessorio identitario, un oggetto da esibire più che da leggere, uno strumento per segnalare appartenenza. Da una parte dell'Atlantico lo si brandisce con ostentazione muscolare. Dall'altra lo si lascia marcire (mestamente) sullo scaffale di una mensola, salvo poi lamentarsi della strumentalizzazione che spesso se ne fa. Due atteggiamenti opposti, ma uniti in un unico cortocircuito culturale molto pericoloso per la gloriosa storia a cui (volenti o nolenti) apparteniamo.
Cominciamo dal Nuovo Mondo. A Pete Hegseth, segretario della guerra degli Stati Uniti d’America, non bastano certo le croci di Gerusalemme tatuate con il «Deus vult» impresso sulla pelle per farne un profeta biblico. Eppure ci prova, sembra quasi crederci mentre recita Salmi al Pentagono, cerca versetti per motivare truppe e folle, alla stessa stregua di un allenatore che incita la propria squadra prima di una partita.
Dal canto suo, Donald Trump è stato visto qualche anno fa mentre usciva da una parrocchia, sventolando la Bibbia davanti alle telecamere come fosse la bandiera della nazionale di calcio. Paula White, pastore e consigliere spirituale del presidente, è convinta che quest’ultimo sia un dono di Dio, paragonabile persino a Gesù Cristo: calunniato, crocifisso eppure infine vittorioso (come ha dichiarato lei stessa in un pranzo pre-pasquale a Washington).
Tutto questo non rappresenta qualcosa di nuovo nello spirito culturale americano. Ma se un tempo, nel condurre le proprie battaglie, si citavano le Scritture con rigore e profondità, oggi quelle stesse Scritture vengono calpestate, usate come clava politica, strumento di marketing elettorale, spesso senza che chi le impugna ne abbia mai studiato il contesto. L'antica anima puritana, figlia della madrepatria britannica, un tempo severa e colta, si è diluita in qualcosa di più rabbioso e tribale.
Nella disputa verificatasi negli ultimi mesi con i vertici della Santa Sede, dagli Usa sono piovute (in abbondanza) citazioni bibliche e rimandi ai Padri della Chiesa. Ad esempio, la guerra sarebbe giusta perché lo dicono le Sacre scritture. E avrebbe persino la benedizione di sant'Agostino, interpretato in un modo o nell’altro a seconda delle proprie esigenze, il quale avrebbe previsto che in certi casi sia lecito eliminare tutti i nemici pur di restituire la pace al mondo.
Alla luce di questo cortocircuito spirituale americano, i cattolici europei protestano, indignati. No, sostengono, quel versetto significava altro, occorre sempre approfondirne il contesto. Dopodiché, finito lo sfogo, rimettono il volume al suo posto, sullo scaffale, come se nulla fosse accaduto, come se si trattasse di un brutto sogno.
Peccato che in Europa non vada affatto meglio, anzi. Durante la Messa, pullulano fedeli che spesso non sanno nemmeno quel che leggono o ascoltano: accenti sbagliati, nomi storpiati, parole saltate. Emmàus al posto di Èmmaus, tanto per fare un esempio che chiunque frequenti una parrocchia ha sentito almeno una volta. E quando la riflessione è affidata a prediche interminabili che mescolano etimologie greche, lamentele sul banco vuoto e digressioni varie, il risultato è che sopraggiunge una distrazione comprensibile e inevitabile. E così, l’unico momento di incontro con le Sacre Scritture diventa una pena vera e propria.
Eppure, quella stessa cultura cattolica utilizza ogni giorno espressioni tratte dalla Bibbia, senza rendersene conto. La «pazienza di Giobbe», il «lavarsene le mani» come Ponzio Pilato, il «chi semina vento raccoglie tempesta». È quello che Goethe chiamava poeticamente «la lingua materna d'Europa», e che il cardinale Gianfranco Ravasi ha descritto come «il grande codice della cultura, in particolare dell'arte e dell'immaginario popolare». Un codice che continuiamo a usare senza conoscere nemmeno lontanamente la sua origine.
La distanza tra possedere una Bibbia e conoscerne il contenuto produce equivoci anche nella vita quotidiana. Uno dei più bizzarri riguarda Imagine di John Lennon, brano che alcuni «fedeli» vorrebbero cantare durante le messe o i funerali in chiesa. Quando i vescovi lo vietano, si grida alla censura medievale, alla Santa inquisizione.
Il problema è che «Imagine», pur essendo una canzone meravigliosa, teorizza esplicitamente un mondo senza religioni. Cantarla in chiesa costituisce dunque una contraddizione piuttosto evidente. Non serve essere teologi per accorgersene: basta aver letto il testo. Ma se già la Bibbia resta chiusa sullo scaffale, un simile paradosso non può stupire.
Il vero nodo della questione, tuttavia, non è scegliere tra gli americani che recitano versetti a memoria senza capirli e gli europei che li ignorano del tutto. Il punto è che entrambi hanno perso il filo. L'uno usa il sacro come arma. L'altro lo ha trasformato in un pesante e inutile soprammobile. Questo è il paradosso occidentale: non sappiamo più pronunciare correttamente i nomi biblici, ma usiamo comunque la fede per segnalare un'appartenenza che, a quanto pare, o si è snaturata o non esiste più.







