Dicono che sia tutta colpa del cambiamento climatico, del riscaldamento globale, del poveraccio con la scatoletta su quattro ruote alimentata a benzina che inquina e causa i peggiori sconvolgimenti. Poi, però, salta fuori che forse anche la politica c'entra qualcosa. C'entrano le manutenzioni non fatte, i piani di prevenzione non rispettati, gli interventi mancanti. È il caso di Prato, città funestata da una alluvione il 2 novembre del 2023. Il procuratore Luca Tescaroli e i sostituti Alessia La Placa e Valentina Cosci hanno chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco della città toscana Matteo Biffoni, pezzo grosso del Pd locale, del sindaco di Montemurlo Simone Calamai e di numerose altre persone tra amministratori e tecnici. L'elenco è lungo: l'ex vicesindaco di Prato Simone Faggi, l’assessore all’Urbanistica Valerio Barberis; l’assessore alla Protezione civile di Montemurlo Valentina Vespi. E ancora la dirigente Pamela Bracciotti e il capo della protezione civile di Prato Sergio Brachi, gli omologhi del Comune di Montemurlo Sara Tintori e Stefano Grossi. Poi Fabio Martelli, responsabile di settore del Genio civile Valdarno centrale e pure Luca Della Longa, direttore del quarto tronco di Autostrade per l’Italia. Le accuse sono di disastro colposo e, per la maggioranza degli indagati, anche di omicidio colposo, dato che dall'alluvione furono uccisi Antonio Tumulo e Alfio Ciolini, quest'ultimo annegato nel salotto di casa trasformato in una prigione d'acqua. Il centrodestra, anche giustamente, affonda il coltello nella ferita. «Abbiamo piena fiducia nel lavoro della magistratura e auguriamo buon lavoro agli inquirenti», dicono la parlamentare Elisa Montemagni, commissario provinciale di Prato della Lega, e Claudiu Stanasel, ex capogruppo leghista in Consiglio comunale. «Ma è evidente che questa vicenda non sia più solo un caso giudiziario: è anche una questione politica e amministrativa, che chiama in causa le responsabilità di chi ha governato il territorio negli ultimi anni, ignorando segnali e criticità nella gestione del rischio idrogeologico. E il Partito democratico, che amministra da sempre questi territori, non può continuare a voltarsi dall’altra parte, o far finta che la colpa sia di qualcun altro. Davanti a tragedie come quella dell’alluvione, servono serietà, umiltà e assunzione di responsabilità politica. A rendere ancora più grave il quadro complessivo è che questo pesante atto della magistratura si somma alla situazione di un capoluogo, Prato, attualmente commissariato a seguito delle dimissioni del sindaco Bugetti, coinvolta in una separata inchiesta per corruzione. Un’intera classe dirigente del Partito democratico locale è ora al centro di vicende giudiziarie che mettono in discussione anni di gestione amministrativa». Al di là dei consueti scambi di cortesie politici, però, il nodo della faccenda è un altro. Tutti i politici e professionisti di cui sopra, secondo l'accusa, sarebbero responsabili di non aver fatto tutto ciò che si doveva per mettere in sicurezza il territorio. La domanda a cui risponderanno le udienze (la prossima è fissata per il 2 di novembre) è banale quanto angosciante: si potevano evitare i disastri o comunque limitare i danni e salvare vite? Secondo la Procura, sì. Eppure, subito dopo il dramma nel 2023, tutti puntavano il dito verso il cambiamento climatico. «Abbiamo ancora gli occhi gonfi di tristezza e stupore per l’enorme tragedia che ha colpito Campi Bisenzio, Prato, Montemurlo, Agliana, Quarrata (oltre a Lamporecchio e Rosignano)», diceva Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana. «I dati del bilancio finale di Città Clima 2023 ci dicono che questa diventerà la nostra nuova normalità». A sinistra erano in molti a ripetere queste frasi sull'emergenza climatica, la necessità di cambiare rotta eccetera. A un paio di giorni dalla tragedia di Prato, Elly Schlein attaccava proprio sui temi green: «Purtroppo un altro evento climatico estremo si abbatte sulla Toscana e sul Veneto. Grande vicinanza alle popolazioni colpite e alle famiglie dei morti che purtroppo ci sono stati. Però al governo c’è chi continua a negare l’emergenza climatica e blocca le rinnovabili e non investe ancora a sufficienza sulla prevenzione del dissesto». Il problema è che è un po' troppo facile scaricare ogni responsabilità sul clima che muta e sull'emissione di CO2. Soprattutto quando ci sono di mezzo le carenze dei propri amministratori locali, compresi quelli che finiscono sotto indagine. Anche se fossero vere tutte le teorie sull'origine antropica del riscaldamento globale, i politici risulterebbero decisamente più credibili se prima di lanciarsi in discorsi ambiziosi dimostrassero di aver svolto con responsabilità il proprio lavoro. Tradotto: prima di pensare alle emissioni sarebbe il caso di considerare le eventuali carenze delle amministrazioni locali, il modo in cui si occupano della pulizia dei fiumi, della tutela degli argini e della gestione del suolo. Troppo spesso e da troppo tempo, le paternali sul green servono soprattutto a scaricare il barile con eleganza. E invece di contribuire a combattere l'inquinamento, servono a inquinare il dibattito.
È appena uscito l’ultimo Rapporto del dipartimento dell’Energia americano (Doe) titolato Una revisione critica dell’impatto delle emissioni di gas serra sul clima. L’ho letto non senza un pizzico di soddisfazione (e anche di emozione): sono 25 anni che scrivo cose diverse da quelle che si sono lette in tutti i documenti «ufficiali» della «scienza ufficiale»; circostanza che, per una ragione o per un’altra, mi ha costretto a trovarmi coinvolto, in tre diversi contenziosi, a dover dibattere le mie ragioni dinanzi all’aula dei tribunali. È vero che tutte e tre le volte (una delle quali finita fino alla Cassazione) i giudici mi hanno dato ragione.
Ora, c’è un rapporto «ufficiale» che conferma tutto quel che ho sostenuto per 25 anni. Naturalmente non sono il solo a sostenerlo. Anzi saremmo la maggioranza (per quel poco che la maggioranza conta) degli uomini di scienza, che però non hanno avuto la fortuna di aver avuto voce; anzi, a dire il vero, la loro voce è stata volontariamente soffocata dal belante coro mainstream. Io ho solo avuto la fortuna di essere stato gratificato della fiducia del direttore, Maurizio Belpietro. Ma veniamo al rapporto del Doe.
Consta di 150 pagine, divise in 3 parti e 12 capitoli. Prefato dal ministro all’Energia americano (Chris Wright, che non è un avvocato o un filosofo, come s’usa qui da noi in Ue, ma un ingegnere energetico), il rapporto è curato da sei professori (4 della Scienza dell’atmosfera, 1 fisico e 1 esperto di statistica).
Nella prima parte trattano della CO2 quale inquinante. Già nel 1970 l’Agenzia per l’ambiente americana (Epa) aveva individuato gli inquinanti atmosferici, senza inserire la CO2. Essa fu inserita nel 2007, ma fu un errore: la CO2 non ha alcuna delle caratteristiche per trattarla come inquinante: «è simile al vapor acqueo». Anzi «essa promuove la crescita delle piante, una vegetazione più rigogliosa e raccolti più ricchi». Maggiore CO2 in atmosfera significa anche maggiore CO2 disciolta negli oceani, il che comporta una diminuzione del pH. Ma parlare di «acidificazione degli oceani» è inappropriato, perché gli oceani hanno un pH alcalino, cosicché è più appropriato dire che maggiore CO2 comporta una diminuzione della alcalinità degli oceani. Il che è un bene: la vita si è evoluta in acque leggermente acide. L’unica preoccupazione che è venuta in mente a coloro che si preoccupano è il fatto che una diminuzione del pH possa ridurre la velocità di calcificazione delle barriere coralline. Ma è una preoccupazione infondata perché i fatti sono che le barriere coralline sono oggi più estese di 50 anni fa.
Forse che la CO2 induce cambiamenti climatici? Premesso che il clima cambia perché questa è la natura del pianeta (e cambia a qualunque scala temporale, dalla scala delle 4 stagioni, a quella del decennio, del secolo, del millennio, eccetera), l’idea che le attività umane influenzino il cambiamento climatico è sorta dai Rapporti dell’Ipcc che hanno: sottovalutato il ruolo del Sole; considerato scenari irrealistici; sopravvalutato modelli climatici che si sono dimostrati sbagliati. (Quelli per i quali hanno dato il premio Nobel sbagliato, dico io). Mi fa piacere notare che nei capitoli di questa parte del Rapporto citano in abbondanza i lavori del nostro connazionale professor Nicola Scafetta).
Siamo così giunti al capitolo 6, ove si tratta degli eventi meteorologici estremi, dei quali «non si osserva alcuna significativa variazione rispetto alle serie storiche del passato». È vero che negli Stati Uniti si è registrato, dagli anni Cinquanta in poi, un incremento delle ondate di calore, ma se si va indietro nel tempo di un altro secolo, si osserva che gli anni con maggiori ondate di calore in assoluto sono stati gli anni Venti e Trenta
È questa una circostanza che avevamo segnalato anche noi, qui a La Verità (30 luglio 2023) quando riportavamo gli stessi dati e grafici che sono ora riportati nel rapporto Doe.
Nel capitolo 7 trattano dell’innalzamento degli oceani. Mettono subito le mani avanti riconoscendo che, a partire dal 1900, si è avuto un innalzamento di 20 cm.
Tuttavia, gran parte di esso è dovuto a fenomeni di subsidenza (anche questo lo riportavamo anche noi: La Verità del 26 settembre 2024). E, aggiungono, «la maggior parte dell’innalzamento si ebbe negli anni 1820-60, ben prima delle emissioni antropiche di gas-serra».
Nella parte 3 del rapporto si tratta dell’impatto sulla società delle emissioni antropiche e delle politiche climatiche che vorrebbero inibirle. Come detto, le nostre emissioni sono benefiche sulla vegetazione e sui raccolti; invece l’impatto sul clima non sembra neanche essere misurabile.
I danni da eventi climatici estremi sono, oggi, inferiori che nel passato, e questo grazie agli avanzamenti della tecnologia, nelle previsioni meteorologiche e, ove ci sono state, nelle misure di difesa e di governo delle acque. Il rischio di danni da ondate di calore si attutisce grazie alla implementazione di misure di adattamento e di climatizzazione degli ambienti. Il che - aggiungo io - si ottiene finché si ha disponibilità di energia a buon mercato, cosa che ci porta alla fine del rapporto Doe ove, leggiamo: «le politiche di abbattimento delle emissioni e i tentativi di «fermare» il riscaldamento globale, anche ai livelli superiori a quelli degli Accordi di Parigi, fanno più danno che se non si facesse nulla». In particolare, «la politica americana adottata finora non avrà alcun misurabile effetto sul clima globale».
Figuriamoci la politica della Ue o, ancora di più, quella nostra italiana, aggiungo io.
Per una volta che fanno una cosa buona, devono correre a giustificarsi. Robinson, inserto culturale di Repubblica, pubblica un testo inedito di JRR Tolkien, geniale creatore di universi e buon demiurgo del Signore degli anelli, tratto da La caduta di Numenor, che uscirà per Bompiani il 15 gennaio. Una grande opera d’arte che non avrebbe bisogno di cornici, introduzioni o spiegazioni. Ed è qui però che sorge il problema: come presentare al lettore progressista qualcosa che nell’immaginario appartiene alla cultura del nemico destrorso? Come fargli digerire che un autore conservatore e cristiano possa aver realizzato tanto splendore dopo avergli ripetuto per anni che tutto quanto esula dal catalogo Einaudi e dai consigli di Corrado Augias non è cultura? Facile: si cerca di mistificare, di infilare lo scrittore in un contenitore politico. Gesto stupido in sé e ancora più odioso se agito nei riguardi di chi non ha fatto mai mistero delle sue idee. Tolkien diventa dunque un ecologista, si celebra la sua «anima verde», nemmeno fosse un iscritto a Fridays for future e avesse modellato i piccoli Hobbit sul profilo di Greta Thunberg.
La manipolazione è particolarmente subdola poiché Tolkien era, in effetti, un ecologista. Ma di un ecologismo profondo radicalmente differente da quello oggi di moda, per lo più antiumano e materialista ossessionato da riscaldamento globale e auto elettriche. E non ci sarebbe nemmeno nulla di male nel rileggerlo da sinistra, anche perché la sua opera è stata per un po’ un feticcio della controcultura, e ha fertilizzato i sogni della parte migliore del movimento hippy. Del resto egli manifestava un atteggiamento apolitico intimamente aristocratico, il che lo rende superiore alle nostre futili divisioni.
È costretto, sotto sotto, ad ammetterlo perfino Stefano Cappellini, il quale tuttavia - assumendo l’inedito ruolo di commissario politico - si sente in dovere di spiegare come e perché la destra italiana abbia lungamente abusato di Tolkien e dei suoi mondi fatati, e inventa una «appropriazione politica indebita». Tentativo in cui la firma di Repubblica si cimenta arrampicandosi su qualche specchio magico di troppo. «Non fu solo fuffa e scippo, e i semi dell’operazione culturale hanno germogliato eccome: l’ecologismo e il pacifismo di destra, per esempio, nascono così, e anche il vecchio anticapitalismo sociale da fascisti rossi trova nuova vita nei simbolismi tolkeniani. Per le stesse ragioni per le quali, un decennio prima dell’infatuazione destrorsa, Il Signore degli anelli era passato di mano in mano nella generazione hippy e della controcultura universitaria negli Usa, trovando peraltro nuovi lettori di sinistra anche in tempi più recenti», scrive Cappellini evocando a sproposito il rossobrunismo e Julius Evola, perché un po’ di odore di zolfo ci sta sempre bene. Prosegue l’editorialista: «Questo aspetto bifronte del mondo tolkeniano, capace di ispirare letture empatiche da fronti opposti, è molto speciale perché non è detto che si basi per forza su interpretazioni diverse. Portelli ci aveva visto lunghissimo, e mica solo su Tolkien, a proposito di questa convergenza rossobruna: “Uno dei fatti perturbanti degli ultimi tempi è la scoperta che idee e pratiche reazionarie sono presenti anche nella sinistra”. Ma il grande Tolkien, sia chiaro, non ne porta alcuna colpa. Aveva ragione Eco, sull’autore che non controlla nulla di ciò che ha creato, e ha ragione pure Tarchi: Tolkien non è la malattia, è il sintomo». Bel tentativo: si pubblica un reazionario e si tenta di farlo passare da docile ambientalista, purgandolo dei tratti che non sono graditi.
La verità è che Tolkien ha attributo alla natura, nelle sue opere e nella sua politica, un ruolo centrale. Da un lato, seguendo suggestioni pagane, l’ha divinizzata. Dall’altro, come ha ben spiegato Patrick Curry, «l’ecocentrismo di Tolkien coesiste con un altro dei suoi valori e impegni fondamentali, vale a dire un’etica cristiana di amministrazione». Già: poiché la natura è sacra l’uomo ha il compito di conservarla, il che è appunto il cuore del pensiero conservatore.
Tolkien, spiega Curry, suggerisce che «Lothlórien è bella perché lì gli alberi erano amati. Sam è onorato come giardiniere e il suo lavoro di seminare la Contea è benedetto e aiutato nientemeno che da Galadriel. Questo punto di vista è più antropocentrico: la natura è benedetta come risultato delle nostre azioni subcreative (dopo Dio) e i suoi frutti sono per il nostro beneficio (come decretato da Dio)». In tutto ciò non vi è nulla dell’ideologia verde contemporanea. Vi è però molto di antimoderno, anticapitalista e reazionario.
L’amore di Tolkien per la natura è opposizione a quella che egli, in una lettera, definiva la Macchina (o magia) cioè la tecnica utilizzata per il dominio e lo sfruttamento. «Un altro modo in cui la Terra di Mezzo animata e incantata di Tolkien può essere compresa è chiedendosi qual è il suo opposto», scrive ancora Patrick Curry. «La Natura astratta e senza vita creata (non scoperta) dalla tecno-scienza industriale. Quest’ultima si occupa di potere, di dominare cose e persone, non da ultimo trasformando ogni cosa, comprese le stesse persone, in cose (unità intercambiabili che possono poi essere manipolate e vendute). Come Tolkien ha giustamente visto, questa è la nostra Magia moderna. Il risultato è, nella migliore delle ipotesi, il modo in cui i centri commerciali e le catene di negozi non partecipano a nessun luogo in particolare, offrendo una sorta di apparente sicurezza e affidabilità di cui presumibilmente abbiamo il controllo. Nella sua forma più patologica, tuttavia, il risultato è il disastro sociale ed ecologico caratterizzato da Mordor, dove “Terra, aria e acqua sembrano tutte maledette... una terra contaminata, malata oltre ogni guarigione, a meno che il Grande Mare non vi entri e la lavi con l’oblio”».
Il grande avversario, la magia nera contemporanea, è dunque il progresso senza limiti, il desiderio sfrenato di superare ogni confine per manipolare il mondo e il prossimo, il mancato rispetto dell’ordine del creato. In pratica, il programma politico della sinistra liberal odierna. La quale fa benissimo, per carità, a pubblicare e leggere Tolkien. Ma potrebbe per decenza (e per non rendersi ridicola) evitare di edulcorarlo.
«Siamo stati bravi, bravissimi o eccezionali?». In Emilia-Romagna la campagna elettorale è entrata nel vivo con epici accenti e fantasmagorici eccessi. E in contrasto con il proprio ruolo, l’istituzione non ha alcun problema a fare proselitismo per il Pd e a pittare la realtà con i colori dell’arcobaleno. «Per ciò che abbiamo fatto in questi cinque anni siamo da considerare fenomenali, spaziali o soltanto geniali?». Con due alluvioni (gestite male) in un anno e mezzo sarebbe necessaria una maggiore sobrietà, un doveroso rispetto per i cittadini che hanno attraversato l’incubo liquido. Ma da Parma a Cattolica, da Ravenna a Pennabilli il mercato dei voti prende il sopravvento con risultati surreali.
Tutto è demagogia nella marcia di avvicinamento alla tornata del 17 e 18 novembre, e lo diventa anche un questionario online costruito ad arte. L’entusiasmo ombelicale della sinistra di governo deborda nell’intento di sospingere - «sia chiaro, dentro i binari di una competizione leale» (così ripete la presidente ad interim Irene Priolo) - il campo largo guidato da Michele De Pascale all’ennesima conferma contro Elena Ugolini. È la sensazione che si evince alla lettura del quiz comparso sul sito della Regione per coinvolgere gli elettori nel giudizio su ciò che è stato fatto e su ciò che andrebbe migliorato. Risultato: praticamente nulla, tutto perfetto. Una Swissminiature.
Il questionario è a senso unico, c’è spazio solo per l’esaltazione. Chi volesse avanzare critiche si rivolga altrove, lì dentro non si può eccepire, figuriamoci dissentire. Esempi illuminanti. Parlando di welfare non si chiede all’utente se è soddisfatto oppure no, ma «il fondo regionale per la non autosufficienza è cresciuto fino a raggiungere 482 milioni di euro, fra i più alti del Paese. Quante persone fragili ne hanno beneficiato?». Sanità pubblica: «Primi in Italia per la presenza di Case della Salute, con un totale di 135 strutture. Dal 2020 quante ne sono state aperte di nuove?». Le risposte sbagliate non sono contemplate, il computer visualizza solo quelle «giuste».
Nel palazzone di via Aldo Moro a Bologna si fanno le domande e si danno le risposte davanti allo specchio. Puro marketing elettorale che raggiunge vette bolsceviche (tornano in mente i Cccp e il loro «Soviet più elettricità uguale socialismo») nella sezione dedicata alla sicurezza del territorio. Lì il cittadino vorrebbe trovare finalmente uno spazio per protestare contro la «filosofia della nutria» cara a Elly Schlein, contro l’ambientalismo suicida alla base del dissesto idrogeologico, contro l’immobilismo istituzionale nella realizzazione delle vasche di laminazione. E invece no.
Tema del quiz: «In sei giorni la pioggia è caduta per 80 ore. Su una parte di territorio di 16.000 chilometri quadrati sono esondati 23 fiumi e corsi d’acqua, colpiti 45 Comuni in tre province». Ecco, ci siamo, pensa il contribuente con gli stivali infangati. Adesso mi chiedono cosa ne penso e se si poteva prevenire il disastro. Sbagliato, perché la domanda è da problema di prima media: «Quanti litri d’acqua si calcola siano caduti in quei sei giorni?». Una presa in giro. Ancora più lunare il quesito successivo: «Subito dopo l’emergenza, i lavori di ripristino del territorio hanno visto interventi per 793,5 milioni tra somme urgenze e programmazioni di fondi regionali. Quanti interventi sono stati svolti complessivamente?».
Nessuna domanda sull’abbattimento delle liste d’attesa nella Sanità, che Stefano Bonaccini aveva promesso entro fine mandato. Niente sulla copertura con la fibra di tutto il territorio: doveva essere entro il 2021, poi 2023, oggi 2026. Niente sulla sicurezza, con Bologna messa malissimo e Rimini ancora peggio; niente sulla fallimentare riforma dei Centri assistenza urgenza, sulle magagne dei trasporti ferroviari locali (la micidiale Porrettana). Quesiti inesistenti, dettagli. Alla fine del percorso il computer invita a scaricare il «bilancio di mandato». Inutile, è una marcia trionfale.
Tutto ciò è uno spot pubblicitario a spese della collettività. Se n’è accorta Marta Evangelisti, presidente del gruppo Fratelli d’Italia in Regione, che ha presentato un’interrogazione nella quale rileva che «il questionario è impostato in modo da evidenziare solo i comportamenti virtuosi della Regione, senza dare il giusto rilievo, a titolo di esempio, agli obiettivi d’inizio mandato non raggiunti o parzialmente raggiunti». Per questo interroga la giunta per sapere se «ritenga che il questionario, riportato sul sito istituzionale, sia non completamente obiettivo, anzi scorretto e fuorviante per l’utenza, soprattutto in vista delle prossime elezioni».
Sempre Evangelisti ha firmato un esposto al Corecom regionale (l’authority per le Comunicazioni) denunciando la violazione della par condicio. Sottolinea che nel periodo pre elettorale - nel quale sono vietate campagne non caratterizzate dai requisiti di indispensabilità -, «il questionario è autocelebrativo ed evidenzia comportamenti virtuosi senza che vi sia fondamento giuridico a sostegno dei presunti risultati sbandierati». Di più, ostentati con vanteria. Travolti dall’entusiasmo i compilatori dei quiz sono stati a un passo dall’intestare alla Regione anche i gol di Joshua Zirkzee e Riccardo Orsolini.
Il precedente dei «gilet gialli» non ha insegnato nulla ai talebani del cambiamento climatico. Cinque anni fa bloccarono per 19 settimane la Francia protestando contro la legge che, per motivi ecologici, aumentava le accise sul diesel. Un precedente che dovrebbe far riflettere proprio nel momento in cui la manovra 2025 prevede un intervento simile. Far salire i costi del carburante utilizzato prevalentemente per il trasporto merci e l’agricoltura potrebbe non essere una grande idea anche alla luce di quanto accaduto nel 2019 in Francia. Per capire la delicatezza del passaggio bisogna tornare alla fine del 2021 quando il Ministro della Transizione pubblicò il Catalogo dei sussidi ambientali a cominciare dai Sad (Sussidi ambientalmente dannosi) definiti così perché il loro utilizzo ha un impatto negativo sull’ambiente. Il ministero stima in 60 i Sad esistenti, con un valore di 22,4 miliardi collocandone altri 35 (per 11,5 miliardi) tra quelli di incerta classificazione. Sempre secondo il catalogo ministeriale, i sussidi classificati come ambientalmente favorevoli (Saf) sono invece 85 per un valore di 18,6 miliardi.
Confindustria ha proposto una revisione dei sussidi considerati nocivi a partire dal 2026 secondo tre direttrici: il finanziamento di nuove misure, maggiori risorse per misure già esistenti, e riprogrammazione di alcuni interventi. Gli ecoattivisti di Ultima Generazione hanno preparato un piano per il taglio dei Sad da cinque miliardi che non ha fatto molta strada nonostante l’iniziale appoggio del Pd. L’ideologia, infatti, deve scontrarsi con la realtà. Basta scorrere l’elenco dei Sad per capire che loro riduzione avrebbe costi politici e sociali insostenibili.
Ad esempio, è considerata dannosa per l’ambiente l’agevolazione Iva da 2 miliardi per l’energia elettrica consumata dalle famiglie e da alcune categorie di imprese. Per l’ideologia green la differenza delle aliquote va eliminata perché non incoraggia l’ uso efficiente o ridotto dell’energia. La transizione verde renderà le bollette più pesanti. Vengono considerate Sad anche le agevolazioni concesse agli impianti essenziali per la stabilità del sistema elettrico (pari a 500 milioni circa) e la remunerazione dei clienti che si dichiarano disponibili a ridurre i consumi nel caso il gestore lo richieda. Due elementi necessari all’equilibrio del sistema energetico nazionale, a maggior ragione quanto più ci si avvia verso le fonti rinnovabili. È considerata Sad anche l’Iva ridotta sull’acqua minerale e sui fertilizzanti, nonché la differenza tra l’accisa sul gasolio e quella sulla benzina, oltre all’ulteriore sconto concesso agli autotrasportatori (4 miliardi circa).
È considerata ambientalmente dannosa l’esenzione dall’accisa sui carburanti impiegati nella navigazione e la pesca.
Il catalogo compilato dal ministero è ricchissimo. È considerata Sad l’Iva agevolata al 4% per l’acquisto dal costruttore di abitazioni, purché prime case (2 miliardi l’anno). «Il vincolo posto sull’acquirente non è sufficiente per prevenire gli effetti ambientali negativi associati a questa importante agevolazione, che continua a promuovere un mercato immobiliare basato sulle nuove costruzioni invece che sulla ristrutturazione di case o di aree esistenti. Dato che le nuove costruzioni comportano un aumento dei fenomeni di urbanizzazione e di consumo di suolo, si tratta di un Sad». Con questa logica, sembrerebbe che tutto ciò che è nuovo danneggi l’ambiente. Scorrendo le pagine del catalogo si ha il sospetto che la stessa attività economica sia considerata ambientalmente dannosa. Più ancora, si ha la sensazione che l’uomo sia considerato in radice un pericolo esistenziale per l’ambiente. Una ben misera prospettiva, proprio mentre la guerra bussa alle dell’Europa.






