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Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia durante un'intervista a margine dell’evento «Con coraggio e libertà», dedicato alla figura del giornalista e reporter di guerra Almerigo Grilz.
Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia durante un'intervista a margine dell’evento «Con coraggio e libertà», dedicato alla figura del giornalista e reporter di guerra Almerigo Grilz.
Ci sono esistenze dalla breve durata che, nella loro sincopata parabola, concentrano una tale quantità di eventi e una tale intensità di esperienze da sembrare molto più lunghe di quanto in realtà siano state. È sicuramente questo il caso del giornalista e reporter di guerra triestino Almerigo Grilz, rimasto ucciso in Mozambico il 19 maggio del 1987, a 34 anni, mentre stava documentando, filmandolo con una cinepresa, uno scontro armato tra le milizie del Fronte di Liberazione e quelle della Resistenza Nazionale mozambicana, nel contesto della guerra civile che ha insanguinato il paese africano dal 1977 al 2019. Alla vicenda di Grilz ha adesso dedicato un lungometraggio, Albatross, il regista e attore Giulio Base. Presentato ieri sera in anteprima al cinema Moderno di Roma, il film, che sarà distribuito nelle sale dalla Eagle Pictures a partire dal 3 luglio, va ad aggiungersi ad altre meritorie iniziative che, negli ultimi anni, hanno contribuito ad assottigliare la spessa coltre di polvere sotto la quale la memoria di Grilz era stata sepolta: ricordiamo qui, fra le altre, le due tavole firmate nel 2017 dal fumettista Nazareno Giusti per il settimanale culturale La Lettura con il titolo «Trent’anni di solitudine» e il libro La marcia dei ribelli, raccolta dei diari tenuti da Grilz fra il 1986 e il 1987 pubblicata due anni fa dalla casa editrice Spazio InAttuale per la cura di Pietro Comelli. Dicevamo dell’oblio a cui Almerigo Grilz, tuttora senza dubbio assai meno noto di quanto meriterebbe, pareva fatalmente condannato. I motivi del silenzio intorno alla sua figura sono presto detti e sono di natura politica: Grilz era infatti un uomo di destra, della destra estrema, tanto da essere stato, da ragazzo, sia a capo del Fronte della Gioventù triestino sia vicesegretario nazionale dell’organizzazione giovanile missina. Non solo: Grilz, nel periodo della militanza, che coincide con gli anni più caldi degli scontri tra destra e sinistra in Italia, si rese protagonista anche di alcune azioni violente, dall’uso di spranghe al lancio di bottiglie. Nulla di diverso da quanto compiuto da tanti attivisti «rossi» poi approdati al successo professionale (in ambito giornalistico e non soltanto), ma Grilz aveva appunto la «colpa» di aver fatto quelle cose stando a destra. Quanto di eccezionale da lui realizzato nel giornalismo - professione vissuta in tutto e per tutto come una missione, al punto di sacrificarle dapprima l’amore e gli affetti, quindi la stessa vita - è stato quindi per decenni sostanzialmente ignorato e addirittura occultato dal mondo della comunicazione, che a Grilz era disposto a elargire esclusivamente lo stigma del fascista. Il clima, come dicevamo, è almeno in parte cambiato negli ultimissimi tempi e il film di Giulio Base, prodotto da One More Pictures e Rai Cinema, ne è sicuramente una riprova, potendo peraltro annoverare nel cast, accanto a giovani promesse quali Francesco Centorame (che interpreta Grilz), Michele Favaro e Linda Pani, un mostro sacro del cinema internazionale come Giancarlo Giannini, il cui ruolo (di fantasia) è quello di un ex militante di sinistra, poi giornalista di successo, il quale, avendo conosciuto Grilz in gioventù e avendone potuto apprezzare le doti umane e professionali, fa ritorno a Trieste per perorare, lui progressista e famoso, un’iniziativa a sostegno della memoria di Almerigo. La pellicola ripercorre diligentemente, in ordine cronologico, la biografia di Grilz, narrandone il sacro fuoco che presto si sposterà in maniera definitiva dall’attivismo politico al giornalismo, inteso non solo come pensiero e scrittura (e disegno, poiché Almerigo è stato anche un capace disegnatore) ma come azione fisica, come diretta partecipazione agli accadimenti del mondo, in particolare i più drammatici. La svolta, nella carriera di Grilz, e il film non manca ovviamente di raccontarlo, avviene quando nel 1983, con gli amici e colleghi Fausto Biloslavo e Gian Micalessin (due tra i migliori inviati di guerra italiani, fra le altre cose autori, con Davide Arcuri, proprio di un recente documentario su Grilz), fonda l’agenzia di stampa Albatross Press (da cui il titolo del film): da quel momento la sua vita, fino alla prematura conclusione, consisterà interamente nel viaggiare nei luoghi più martoriati e pericolosi del pianeta per documentarne le sorti attraverso la scrittura, i già ricordati disegni a penna biro e gli apprezzatissimi servizi filmati che venivano acquistati da emittenti di tutto il mondo. Sempre ieri sera, a margine della proiezione romana di Albatross, Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera, ha consegnato la Medaglia della Camera dei deputati all’Associazione Amici di Almerigo, formata da un gruppo di persone impegnate nell’organizzazione di attività culturali, artistiche e ricreative volte alla conoscenza e alla diffusione della vita e del lavoro di Almerigo Grilz e della sua professione, a cominciare dal Premio Grilz che, dal 2024, viene assegnato a reporter di guerra sotto i quarant’anni. Sembra insomma che alla morte corporale non corrisponderà per Almerigo Grilz, come in tanti avrebbero voluto, la morte civile e intellettuale.
A sinistra è ripartita la caccia al fascista. Stavolta il bersaglio dei «compagni» è Almerigo Grilz. C’è solo un problema: il grande fotoreporter di guerra è morto. Nel 1987, per la precisione: quasi 40 anni fa. Grilz, infatti, cadde a Caia, in Mozambico, mentre stava facendo il suo lavoro, per cui era noto e stimato anche al di fuori dei nostri confini nazionali: «Ruga» (così lo chiamavano gli amici) fu colpito da un proiettile vagante durante i combattimenti di una sanguinosa guerra civile, che lui stava documentando con la sua cinepresa. Grilz è stato il primo inviato di guerra italiano a morire sul campo dopo il secondo conflitto mondiale. Di solito, per aver dimostrato una simile dedizione al proprio mestiere, un giornalista si merita un premio. Ed è proprio quello che, dopo decenni di oblio, sono riusciti a istituire gli infaticabili amici di Almerigo, tra cui spiccano i due sodali di una vita: Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, anche loro stimati cronisti di guerra.
Il premio, rivolto ai giornalisti under 40 che documentano gli scenari di guerra con articoli, foto o video, ha trovato la sua collocazione a Trieste, città natale del fotoreporter, con il patrocinio delle Regioni Lombardia e Friuli-Venezia Giulia. La giuria, presieduta da Toni Capuozzo, è composta da autorevoli firme della stampa italiana, tra cui i già citati Biloslavo e Micalessin, ma anche Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti, Giovanna Botteri e Peter Gomez: una giuria, come si può vedere, assolutamente bipartisan. Come è giusto che sia.
C’è però un problema: Almerigo Grilz era missino. E questo, per i gendarmi della memoria, è qualcosa di intollerabile. Così la galassia antifascista si è riunita nel solito calderone di sigle e siglette (che contano più associazioni che persone) per inscenare la consueta protesta e per chiedere al sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, e al presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, di ritirare il sostegno all’iniziativa. La protesta, peraltro, è stata annunciata a trombe spiegate con un comunicato condiviso persino dai colleghi dell’Assostampa del Friuli-Venezia Giulia. E pensare che Grilz era proprio un iscritto al loro Ordine dei giornalisti.
«Giovedì 9 maggio», si legge nella nota, «si svolgerà a Trieste la cerimonia in cui verranno annunciati i nomi dei finalisti del premio giornalistico Grilz per giovani reporter under 40. È la prima assegnazione ufficiale di questo premio di giornalismo intitolato al neofascista triestino. Una vergogna per Trieste democratica e antifascista». Dopo il lamento iniziale di ordinanza, i redattori del comunicato passano alla consueta opera di dossieraggio sul defunto Grilz: «La biografia agiografica pubblicata nel sito ufficiale» del premio, si legge, «omette completamente il passato del camerata Almerigo Grilz, che nelle scorribande violente del Fronte della gioventù amava esibirsi nel saluto nazifascista. Responsabile di comportamento violento all’università, si rese protagonista di spedizioni antislovene nei paesi del Carso e nelle frazioni periferiche di Trieste. Un discutibile esempio per i giovani giornalisti che ambiscono al premio».
Ricordati i «saluti nazifascisti» (?) e gli scontri avvenuti in ateneo negli anni Settanta (cioè anni in cui l’estrema sinistra studentesca si distingueva per moderazione e rifiuto della violenza), i prodi giustizieri antifascisti proseguono: «Negli anni Ottanta, mentre i pediatri triestini del Burlo Garofolo erano impegnati in Mozambico in una missione umanitaria di cooperazione, Grilz stava con le bande antigovernative della Renamo, tagliagole prezzolati responsabili di stupri, massacri e mutilazioni e responsabili dell’uccisione di almeno 8.000 bambini. Non risulta che Grilz abbia mai fatto parola di quelle stragi di civili, dimostrando di essere stato non solo privo della necessaria pietas, ma anche omissivo: non proprio un obiettivo reporter di guerra». Se Almerigo fosse vivo, avrebbe saputo rispondere a tono a queste accuse infamanti. Eppure, a occhio, gli estensori della nota sembrano avere un’idea molto edulcorata della natura dei conflitti etnici nell’Africa del tempo. E comunque segnaliamo una sospetta omissione: il governo del Mozambico, all’epoca, era un satellite sovietico guidato dal miliziano marxista Samora Machel, che non era proprio uno stinco di santo. Insomma, situazioni così delicate è meglio inserirle nel loro contesto storico, anziché tagliarle con l’accetta dell’ideologia.
Ma non è finita qui: gli autori del comunicato, infatti, riesumano anche un vecchio articolo del 1983 in cui Almerigo elogiava Benito Mussolini. Un missino che elogia il Duce: che scoop, signori. Quello che però non viene detto è che il pezzo di Grilz era la recensione a una mostra sul fascismo organizzata a Milano dal socialista Bettino Craxi. Evidentemente a sinistra c’era più apertura mentale allora, negli anni Ottanta, che nel 2024. Del resto, è curioso che i «compagni» se la prendano tanto con Grilz, ma non abbiano mai detto nulla, ad esempio, sul loro idolo Giorgio Napolitano. Lo stesso Napolitano che, da membro del Comitato centrale del Pci, osannò i carri armati sovietici che reprimevano nel sangue la «primavera ungherese». Eppure, al di là di questo, è proprio l’intera polemica ad apparire sterile e, a tratti, vomitevole. Lo ha sottolineato giustamente Fausto Biloslavo in risposta al comunicato antifascista: «Il premio», ha dichiarato, «è giornalistico e guarda avanti, ai giovani, non indietro come questi nostalgici degli anni Settanta che si mettono in testa assurde censure e addirittura una damnatio memoriae su Grilz».
«Why not». Lo ripeteva spesso Almerigo Grilz. Tanto da farlo diventare un motto. «Lo ripeteva», racconta l’inviato di guerra, nonché suo amico fraterno Fausto Biloslavo, «nelle situazioni più impensabili, quando si trattava di mangiare una brodaglia ammuffita fra i ruderi di Beirut, non essendoci altro da mettere in pancia, o davanti all’obbligato travestimento musulmano, con tanto di turbante e lunghe tuniche, per entrare clandestinamente nell’Afghanistan occupato dall’Armata rossa». E ora la vita di Almerigo Grilz diventa un film. Albatross, il titolo, le cui riprese sono iniziate a Trieste mercoledì scorso.
Primo giornalista italiano caduto in guerra dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quel giorno Grilz, il 19 maggio 1987, era a Caia, in Mozambico, e stava riprendendo uno scontro a fuoco tra i soldati governativi e i ribelli della Renamo, la resistenza nazionale mozambicana. Gli ultimi appunti di Almerigo, custoditi in agende che lui usava come diari di guerra, recitano: «La sveglia è chiamata poco dopo le 5. [...] Fa freddo, l’erba è umida e c’è una nebbiolina brinosa tutto attorno. Riteniamo opportuno iniziare la giornata con un sorso di whisky, che fa l’effetto di una fiammata in gola». Nelle sue agendine lui annotava scrupolosamente tutto, ogni momento, ogni testimonianza, ogni racconto, il tutto accompagnato da disegni e mappe. «In pochi minuti la colonna è in piedi. I soldati, intirizziti nei loro stracci sbrindellati raccolgono in fretta armi e fardelli. [...] Il vocione del generale Elias [...] li incita a muoversi: “Avanza primera compagnia! Vamos in bora!”». Da qui più niente. È il 18 maggio 1987. Il giorno dopo Grilz sarà ucciso. Aveva 34 anni. Il proiettile di un cecchino gli trapasserà la nuca.
Nel documentario video inserito all’interno di una mostra che gli inviati Fausto Biloslavo e Gian Micalessin hanno ideato e curato, si vede perfettamente il momento della morte di Grilz. È lì che corre, mentre filma i guerriglieri. Il fiato che avanza. Le riprese a tutto campo e poi all’improvviso un colpo secco. Almerigo cade a terra. La cinepresa continua a riprendere, inquadra il piede di lui e poi si ferma. Fissa. Immobile. Il piede già quasi inerme. La camera continua a riprendere. È lì fissa su quel campo giallo e verde, su quel cielo azzurro che sa di grigio, come a dire: «Mi avete ammazzato ma qualcuno continuerà per me».
E Biloslavo e Micalessin hanno continuato. Sono andati ovunque nel mondo a raccontare le guerre dimenticate. Insieme ad Almerigo avevano fondato la Albatross, un’agenzia di stampa indipendente, da cui ora il film trae il nome. La regia è di Giulio Base per la produzione «One More» con Rai Cinema e il sostegno di Fvg Film Commission - PromoTurismoFvg. Un viaggio cinematografico che parte dagli anni Settanta, dove si ripercorre la storia di due giovani che, partendo da posizioni politiche opposte, sviluppano amicizia e rispetto reciproci: Almerigo, interpretato da Francesco Centorame, e Vito personaggio di fantasia, impersonato da Giancarlo Giannini. Perché era così Almerigo.
Scrive Toni Capuozzo - nel fumetto sulla biografia di Grilz - Almerigo era «uno che preferì andare dove si combatteva piuttosto che sedersi in qualche redazione. Uno che non si chiese se il giornalismo dovesse essere di sinistra o di destra: raccontava i fatti, le battaglie, anche se in quel suo rigore morale, in quel suo vagabondare inquieto si leggono bene ideali non rinnegati». Il film infatti, le cui riprese andranno avanti fino al 15 novembre prossimo a Trieste, offre una riflessione sulla memoria, l’amicizia e il coraggio di perseguire la propria missione, anche a costo della vita. Un’opera priva di preconcetti ideologici, capace di scavare in profondità un personaggio ancor oggi discusso, spogliandolo del suo alone politico, raccontandone invece il lato prettamente umano. Dopo il 15 novembre la troupe si sposterà in altre regioni italiane.
Nel 2017 è uscito anche il fumetto Almerigo Grilz: Avventure di una vita al fronte, con i disegni di Francesco Bisaro. Un lavoro frutto di una lunga e complessa ricostruzione resa possibile solo grazie e attraverso il materiale storico, le testimonianze, i ricordi degli amici di Almerigo. E nel 2023, nell’anno in cui Grilz avrebbe compiuto 70 anni, con 40 anni di ritardo si è riusciti a esercitare il diritto alla memoria. Perché si sa, Almerigo, nel marasma di riconoscimenti alle vittime politicamente corrette, era scomodo. Grazie all’associazione Amici di Almerigo è stato istituito anche il premio giornalistico a lui intitolato.
«Why not», racconta Biloslavo, «divenne un motto, che assieme a Gian Micalessin ci portò a viaggiare in mezzo mondo raccontando la cosiddetta “pace” degli anni Ottanta, ovvero guerre terribili e spesso dimenticate, ultimi bagliori dello scontro senza quartiere fra le superpotenze». Chi lo sa. Magari oggi se gli avessero chiesto: «Almerigo facciamo un film?», lui avrebbe risposto: «Why not».

