Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Ecco #DimmiLaVerità del 29 settembre 2025. Il responsabile nazionale automotive della Lega, Alberto Di Rubba, commenta le follie green e il divieto di circolazione dei motorini a Milano.
Lombardia Film Commission (Ansa)
Ora fa il grande accusatore ma Marco Ghilardi in una lettera a Ubi parlava di «contestazioni paradossali» e «operazioni regolari».
Marco Ghilardi, l'ex direttore della filiale di Ubi Banca a Seriate, è considerato uno dei grandi accusatori di Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i due revisori contabili della Lega ai domiciliari per l'affare da 800.000 sul cineporto di Cormano acquistato da Lombardia film commission. Anche ieri Ghilardi spiegava sui giornali di essere stato «tradito e di pagare per colpe di altri». Eppure, stando agli atti in mano alla Procura di Milano, esistono due Ghilardi. Perché nel giro di due mesi il banchiere, nato a Carobbio in provincia di Bergamo nel 1971, ha cambiato completamente versione.
Basta seguire le date sui documenti in mano agli inquirenti per vedere come dal 21 maggio, data della contestazione disciplinare di Ubi, al 29 luglio, data delle dichiarazioni alla Guardia di finanza, l'opinione di Ghilardi su Manzoni e Di Rubba sia profondamente cambiata. Dopo le contestazioni della banca, infatti, l'ex direttore aveva deciso di arruolare l'avvocato Gabriele Fava, della Fava e associati, tra i più affermati studi italiani specializzati in diritto del lavoro.
E il 29 maggio invia una lettera di giustificazioni. Otto giorni prima Ubi spiegava in una missiva come, «a seguito delle verifiche effettuate, è risultato che lei ha violato le norme contrattuali tempo per tempo vigenti ed il Codice di comportamento». Tra le contestazioni vengono citati i conti della Lega e i bonifici effettuati dai due commercialisti vicini al Carroccio. Nella lettera di risposta firmata da Ghilardi e dall'avvocato Fava, si legge che «le attività imprenditoriali svolte nel tempo da parte dei signori Di Rubba e Manzoni, che, in virtù dei personale rapporto instauratosi con il vostro dipendente, hanno comportato la scelta del vostro istituto per l'effettuazione di operazioni finanziarie, hanno senza dubbio giovato economicamente a Ubi». Non solo. Scrivono gli avvocati di diritto del lavoro: «D'altronde, risulta che anche successivamente al trasferimento del signor Ghilardi presso la sede di Monza, i rapporti bancari relativi ai signori Di Rubba e Manzoni siano rimasti regolarmente attivi presso la filiale di Seriate».
I legali di via Durini contestano punto per punto. Sull'accredito proveniente da Gamenet di 64.000 euro, ricordano che si tratta di una vincita a una sala slot a Grumello. Riguardo alla Dea consulting, che ha come cliente la Lega nord per Salvini premier, Fava e associati scrivono che «non si comprende come possano o debbano risultare potenzialmente sospette delle operazioni di pagamento di regolari fatture emesse da parte di un professionista verso il proprio cliente per prestazioni correttamente rese». La lettera scagiona anche la posizione di Di Rubba, perché si deve considerare «che non possono di certo considerarsi sospette operazioni effettuate da parte del signor Di Rubba nei confronti e in favore di soci in affari quali il signor Manzoni o altre società in ogni caso connesse o riconducibili al signor Di Rubba stesso».
Lo stesso discorso vale per Manzoni, perché anche in questo caso, scrivono gli avvocati di Ghilardi, «pare potersi affermare che numerosi accrediti per attività professionali a fronte di emissione di regolari fatture non paiono destare particolare sospetto se provenienti da società clienti del signor Manzoni». Sul caso Film commission, infine, si parla di «contestazioni paradossali», tant'è «che la contestazione di cui trattasi sul punto appare del tutto generica e non circostanziata». L'8 giugno Ubi invia la lettera di licenziamento. Ma il 10 luglio Ghilardi incarica Fava di adire per vie legali o per arrivare un accordo. A fine luglio è di fronte ai magistrati per accusare Di Rubba e Manzoni.
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Filippo del Corno (Ansa)
Nessuna domanda dei magistrati milanesi ai 2 commercialisti vicini alla Lega per il filone sulla Lombardia film commission durante gli interrogatori di garanzia. L'intercettazione col virus trojan: «L'assessore Filippo Del Corno non va d'accordo con Sala».
Nessun accenno ai presunti 49 milioni di euro della Lega, ma solo domande sui due capi di imputazione di cui sono accusati sul caso Lombardia film commission, ovvero peculato e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i due revisori contabili della Lega, si definiscono estranei alle accuse durante l'interrogatorio di garanzia nel tribunale di Milano, dopo gli arresti della scorsa settimana. «Confidano nella giustizia», spiega l'avvocato Piermaria Corso che nei prossimi giorni presenterà istanza di revoca dei domiciliari dei suoi assistiti. L'inchiesta sull'immobile di Cormano, acquistato dalla fondazione controllata da Regione Lombardia per 800.000 euro, segna quindi un nuovo colpo di scena. Se Manzoni, durante le dichiarazioni spontanee del 3 settembre, aveva parlato anche dei fondi scomparsi della gestione dell'ex tesoriere Francesco Belsito, ieri invece non è stato sentito sull'altro filone di indagine, in mano a Genova e Bergamo. Gli inquirenti quindi non hanno fatto nemmeno riferimento alla segnalazione della guardia di finanza sul bonifico di 19 milioni di euro che lo studio notarile Mauro Grandi - autore del rogito dei capannoni nell'hinterland milanese – aveva fatto in Svizzera, in favore della Balican, società di Cipro: questa segnalazione sembra slegata dalle indagini perché legata alla ricapitalizzazione della start up Prima assicurazioni.
Dopo Di Rubba e Manzoni manca ancora all'appello per l'interrogatorio di garanzia il terzo indagato finito ai domiciliari, ovvero Michele Scilieri, il commercialista senior dei tre. L'avvocato Massimo Dinoia aveva chiesto qualche giorno di tempo per l'eccessiva pressione mediatica. Scilieri, unico tra gli indagati a cui gli inquirenti avevano installato un captatore informatico nel telefono, dovrà spiegare diverse cose rispetto all'affare Lombardia film commission. Scilieri non è un commercialista qualunque. A descriverlo con dovizia di particolari è Luca Sostegni, il suo factotum, ancora nel carcere di San Vittore, che in un interrogatorio del 18 luglio ricorda che «Scillieri è parente del banchiere svizzero Del Bue, di cui è cugino. So che Scillieri frequentava Lugano e aveva rapporti con Del Bue». Il riferimento è a Paolo Del Bue, persona conosciuta in procura di Milano, perché coinvolto in passato in diversi indagini, dalla Arner Bank di Lugano fino al processo su David Mills. Scillieri è un commercialista di lungo corso. Conosce bene la città. In una intercettazione del 29 maggio 2020 - un dialogo tra lui e Di Rubba intercettato dal trojan - i due discutono della situazione della fondazione cinematografica lombarda, al centro delle polemiche tra Regione e palazzo Marino. Citano anche l'assessore del comune di Milano Filippo Del Corno («Non penso vada d'accordo con Sala» dice Di Rubba) e proprio Scilieri ricorda che «il presidente del collegio sindacale è del comune». Del resto, l'operazione dell'acquisto dell'immobile di Cormano fu approvata anche dall'amministrazione comunale di centrosinistra, quando il presidente era Di Rubba. A spiegare la storia dell'acquisto del capannone di Cormano è Sabrina Samurri, ex direttore generale all'assessorato alla Cultura. Il 24 luglio 2020 di fronte alla guardia di finanza, il dirigente lombardo che seguì l'operazione di acquisto spiega come funziona Lombardia film commission. «La Regione non esercita direttamente poteri esclusivi di indirizzo; ma, al pari degli altri soci (cioè Comune e Camera di commercio ndr), partecipa alla gestione della Fondazione con un membro nominato all'interno del consiglio di amministrazione e in assemblea». Samurri spiega la situazione che si era venuta a creare prima del 2017. Mi consta che Lfc avesse in corso una procedura di sfratto dall'immobile del comune di Milano in via San Gottardo. La prima idea è stata quella di utilizzare come sede di Lfc la Manifattura Tabacchi, in viale Fulvio Testi su cui Regione Lombardia ha un diritto di superficie, aveva gli spazi per un cineporto, doveva essere un “polo cine audio-visuale"». E ancora «Un'altra idea era riutilizzare i vecchi padiglioni di Expo, partecipando alla gara, pero non è mai stata una opzione presa in seria considerazione perché richiedeva delle tempistiche troppo lunghe». Proprio Samurri ricorda che fu Del Corno, durante l'assemblea del 28 novembre del 2017, a chiedere «di condizionare il perfezionamento del rapporto contrattuale all'esecuzione dei lavori di ristrutturazione». Proprio sul costo di quel lavoro, a fronte dell'acquisto di 400.000 euro da parte degli indagati, effettuati dalla ditta di Francesco Barachetti (anche lui sotto indagine) si incentrano gli approfondimenti della procura di Milano. Intanto una nuova perizia del 5 agosto, richiesta da Lfc a una società esterna, ha certificato che il valore dell'immobile è di 820.000 euro, 20.000 euro in più di quanto pagato, un affare per i soci della fondazione cinematografica lombarda.
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Alberto Di Rubba (YouTube)
I pm dell'inchiesta sulla Lombardia film commission sono a caccia dei «mitici» 49 milioni. Che però per il commercialista Andrea Manzoni non sono mai esistiti. L'ex direttore di banca accusa il revisore del partito. Oggi previsto il via agli interrogatori.
«Personalmente reputo che non vi siano mai stati 49 milioni quali disponibilità liquide sui conti della Lega nel periodo di mia competenza». È la mattina del 3 settembre quando Andrea Manzoni, revisore della Lega alla Camera, si presenta in procura di Milano per rilasciare dichiarazioni spontanee sul caso Lombardia film commission. Lo accompagna l'avvocato Piermaria Corso. Ma invece di discutere solo del cineporto di Cormano, Manzoni parla «spontaneamente» anche dei presunti 49 milioni che la Lega avrebbe fatto sparire in questi anni, questione su cui indagano anche le procure di Genova e Bergamo. Quell'incontro con i pm Eugenio Fusco e Stefano Civardi non andrà bene, anche perché il gip Giulio Fanales, nelle 60 pagine di ordinanza di custodia cautelare che porteranno ai domiciliari Manzoni, definirà il resoconto del commercialista della Lega «non attendibile».
Bisogna partire da qui per capire la matassa di materiale probatorio su cui stanno lavorando i magistrati della procura milanese. Perché se da un lato ci sono le indagini e gli interrogatori sul caso Lombardia film commission, dall'altro c'è sempre aperto quel faro sui rimborsi elettorali scomparsi all'epoca del tesoriere Francesco Belsito. Oggi sono previsti gli interrogatori di garanzia dello stesso Manzoni e dell'altro arrestato, Alberto Di Rubba, revisore della Lega al Senato, entrambi difesi da Corso. Era previsto anche quello del terzo commercialista, Michele Scilieri, ma ieri l'avvocato Massimo Dinoia ha deciso di tirarsi indietro per la troppa pressione dei media: si terrà nei prossimi giorni.
Il 3 settembre, durante le dichiarazioni spontanee, Manzoni ha raccontato di come è entrato in contatto con la Lega. «Quando Matteo Salvini fu eletto segretario a fine del 2013 e Giulio Centemero nominato tesoriere nel settembre 2014, Centemero mi chiamò quale contabile e quindi mi occupai personalmente della contabilità e dell'amministrazione del partito». Proprio qui Manzoni fa un inciso: «Personalmente reputo che non vi siano mai stati 49 milioni quali disponibilità liquide sui conti della Lega nel periodo di mia competenza, in quanto occorre distinguere fra i conti di disponibilità dell'associazione federale e i conti in disponibilità delle articolazioni locali che, sebbene prima del 2015 non fossero istituite come associazioni indipendenti, anche prima del 2015 di fatto avevano conti correnti sui quali aveva firma solo il delegato locale». Non solo. Manzoni ricorda anche il caso Sparkasse del 2017, quando ci fu una segnalazione di Bankitalia su 3 milioni di euro. «Quando venne perquisita la Sparkasse io temevo che fosse successo qualcosa prima della gestione Centemero». E «allora» continua Manzoni «si decise di affidare una revisione completa allo stesso gruppo della divisione forensic della Pwc (PricewaterhouseCoopers) che qualche anno prima fece un controllo alla Lega credo nel 2012 quando ci fu Maroni».
Manzoni ricorda di fronte ai pm anche quando conobbe Michele Scilieri, l'altro commercialista agli arresti domiciliari. «Ho lavorato per lui nel suo studio quando era ubicato in via Vincenzo Monti a Milano, fino al 2010, 2011». Manzoni è rimasto sempre in ottimi rapporti con Scilieri. «A mio giudizio è sempre stato un professionista stimato, era inoltre considerato competente in quello che è il settore fallimentare, essendo nominato anche in concordati, ad esempio «Viaggi nel ventaglio» o «Valtour». Dopo aver raccontato anche come aveva conosciuto Sostegni (factotum di Scilieri), Manzoni ha parlato anche del capannone di Cormano, acquistato da Lombardia film commission, ai tempi in cui il presidente era proprio Di Rubba. «Da questa operazione immobiliare né io né Di Rubba abbiamo guadagnato alcunché, immagino anche Scilieri». Ma allo stesso tempo, in mano ai pm ci sono le parole di Marco Ghilardi ex responsabile Ubi Banca di Seriate, che il 31 luglio scorso parlò ai pm delle operazioni «sospette» sui conti riconducibili a Di Rubba: «Mi spiegava dei suoi movimenti in denaro solo a parole». Ghilardi per questo motivo sostiene di aver perso il posto di lavoro. E Sostegni, nel carcere di San Vittore il 29 luglio, raccontò che «Scilieri si vantava delle amicizie che aveva con Di Rubba e altri esponenti locali della Lega, tanto da aver ricevuto l'incarico di vendere la sede della Lega in via Bellerio». Secondo Sostegni «c'era l'esigenza di concludere l'operazione, perché, trattandosi di un immobile di proprietà della Lega Nord, si correva il rischio di sequestro della procura di Genova, in relazione alle indagini per la truffa sui rimborsi elettorali». L'intenzione, a quanto pare, «era di vendere a un ipermercato, forse la Crai».
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