content.jwplatform.com
(IStock)
Il leghista Sasso contro il testo sui «due papà», con cui si promuove un reato universale.
«Franco e Tommaso si amavano: volevano fare una famiglia e avere dei bambini. Ma per fare un bambino ci vogliono un maschio e una femmina e l’uomo mette il semino. Mancava l’ovino, e non potevano neanche farlo crescere nella loro pancia. Così nella clinica americana i dottori hanno fatto incontrare l’ovino e il semino portato da Franco e li hanno messi nella pancia di Nancy: Lia ha cominciato a crescere». È una descrizione del ricorso all’utero in affitto di una coppia gay impeccabile, quella di Perché hai due papà?(Lo Stampatello), testo di Francesca Pardi, illustrazioni di Annalisa Sanmartino e Giulia Torelli.
Il volumetto, di poco più di 30 pagine, è già problematico per il fatto che descrive ciò che in Italia - legge 4 del 4 novembre 2024 alla mano - è un reato universale, ma lo è ancor di più dato che è stato distribuito a bimbi delle elementari. A segnalarlo, sollevando il caso, è stato nelle scorse ore il deputato leghista Rossano Sasso, capogruppo in commissione Scienza, cultura e istruzione, secondo cui per questo libro «è giusto e bello che due uomini possano avere un figlio, comprandolo da una donna». In effetti, in Perché hai due papà? l’utero in affitto - ben lungi dall’essere raccontato come reato e pratica che spesso e volentieri vede sfruttate donne povere o comunque alla ricerca di guadagni facili -, viene presentato come un’occasione, resa possibile dal fatto che ci «sono signore gentili che donano i loro ovini per chi non ne ha».
In realtà, «Franco e Tommaso» ovini non è che non ne abbiano: essendo maschi, non ne possono proprio avere, ma questo in Perché hai due papà? viene omesso. E viene pure marginalizzata la signora Nancy, che «ha permesso ai genitori di Lia di farla nascere ma non è la sua mamma»: non sia mai! Battute a parte, è indubbio che quel che ha colpito Sasso - che del tema delle ingerenze Lgbt si occupa da tempo ed è anche autore di un libro sul tema, Il gender non esiste. Giù le mani dai nostri figli (Passaggio al bosco) - è un testo totalmente parziale, per usare un eufemismo. L’esponente leghista ha sollevato il caso dopo esser stato contattato da alcune famiglie, allarmate dal fatto che il testo sia stato distribuito in alcune scuole primarie in Piemonte, precisamente nella provincia di Asti.
L’esponente leghista sta cercando di fare chiarezza sulla vicenda. «In questi giorni», ha dichiarato, «sto ricevendo le lamentele da parte di numerose mamme e papà, perché se a darti questo libro è la maestra, figura della quale i bambini si fidano ciecamente, il gioco è fatto: l’indottrinamento gender è attuato». «Inutile dire», conclude Sasso, «che l’operazione sarebbe stata promossa da attivisti Lgbt di estrema sinistra e condotta in maniera subdola. Ovviamente, all’insaputa dei genitori. Se dovessi accertare la veridicità della vicenda, non esiterò a denunciare pubblicamente i responsabili». Nel frattempo, si augura «che il governo recepisca la risoluzione della Lega - già approvata in commissione - e si porti avanti la nostra proposta di legge per il consenso informato obbligatorio delle famiglie su certi temi».
Continua a leggereRiduci
Dario Nardella (Imagoeconomica)
Il pronunciamento dei giudici sugli affitti brevi nei condomini: il divieto di utilizzo dei locali lede il diritto di proprietà immobiliare.
Non si placa la battaglia tra cittadini residenti proprietari di un immobile e gestori di immobili destinati agli affitti brevi. Questa volta, però, ad avere la peggio sono stati i cittadini residenti che, a Firenze, avevano fatto causa a una società che aveva rilevato due appartamenti del palazzo per proporli per affitti brevi. A raccontare la storia è Repubblica secondo cui due proprietari, difesi dall’avvocato Beatrice Francioli, avevano fatto causa spiegando che il regolamento condominiale del palazzo situati nel centro di Firenze imponeva agli immobili un uso esclusivamente residenziale o destinato a studi residenziali privati. Il giudice ha però dato ragione alla società che si era presa in carico gli appartamenti e difesa dal legale Francesco Spagnoli. Il motivo? La clausola del regolamento condominiale mostrata alla corte non era stata votata all’unanimità da tutti i condomini. Inoltre, i condomini aveva anche chiesto un risarcimento perché il viavai di turisti avrebbe ridotto sicurezza, decoro e tranquillità del palazzo. Ma, anche questa richiesta è stata rispedita al mittente perché, secondo i giudici, non sarebbe corretto affermare che l’arrivo di turisti debba per forza determinare problemi di sicurezza nel condominio. «Il divieto di esercitare una determinata attività all’interno di un appartamento, come quella di affittacamere, self catering apartments, etc.», si legge nella sentenza, «rappresenta una limitazione alle facoltà di godimento incluse nel diritto di proprietà immobiliare». Inoltre, «In astratto», si legge sempre nella sentenza, «l’ospitare turisti in appartamento non comporta alcun tipo di molestia o di danno, non essendovi alcun motivo per ritenere che le persone alloggiate debbano comportarsi, all’interno dell’appartamento, in modo meno civile».
Insomma, questa volta i magistrati hanno dato ragione a chi ritiene che un legittimo proprietario di un immobile abbia il diritto di utilizzare il suo bene come meglio crede. «È corretto che i proprietari di un immobile possano utilizzarlo nel modo che ritengono più opportuno», ha ribadito Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confediliza, alla Verità. «L’unico modo che un condominio ha per vietare il ricorso agli affitti brevi è quello di una votazione all’unanimità. In più, anche in questo caso, la clausola condominiale avrebbe valore solo per gli immobili futuri destinati agli affitti brevi. Non potrebbe essere retroattiva».
Il tema della lotta agli affitti brevi, in realtà, viene da oltreoceano con la città di New York che ha vietato gli affitti inferiori a 30 giorni, a meno che il proprietario non risieda nell’alloggio e non a più di due ospiti. In Italia la questione è molto dibattuta nelle città d’arte come Firenze o Venezia. Quello che però non va dimenticato è che il diritto alla proprietà immobiliare non può essere violato e che chi possiede legittimamente un immobile ha diritto a ottenerne una rendita senza doverne dare conto ai vicini.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Per Confindustria l’incremento della mobilità alimenterà lo sharing: i grandi fondi acquistano gli immobili che poi vengono locati. La Germania insegna: è il modo migliore per abbattere il patrimonio della classe media.
Come sempre accade in Italia, qualunque intervento di regolarizzazione e sanatoria crea polemiche con tanto di strascichi politici. La parola magica in negativo e sottintesa è quella dell’evasione. Non fa eccezione la norma presentata questa settimana in consiglio dei ministri da Matteo Salvini. Si tratta di un intervento che regolarizza tre livelli diversi di irregolarità, dai semplici problemi di natura formale, alle difformità più pesanti. Ne avranno beneficio i proprietari di case, ma anche i Comuni che scopriranno di poter incassare nuovi fondi. «Sulla casa stiamo lavorando non per condonare abusi esterni, ma per aiutare milioni di famiglie che non riescono a comprare o a vendere casa loro», ha spiegato Salvini. «È un problema», ha aggiunto, «che riguarda la maggior parte delle case italiane e sta bloccando gli uffici comunali. Per quanto mi riguarda va regolarizzato: il cittadino paga, il Comune incassa, e il mercato riparte», ha proseguito per poi concludere: «Mi sembra una cosa assolutamente ragionevole, che ovviamente non riguarda le zone sismiche, archeologiche o le ville abusive sulle spiagge».
Insomma, nessuno può negare che in un momento come l’attuale con tassi alti e il pericolo incombente dell’arrivo delle normative Ue sulla casa green, il mercato del mattone sia stagnante e tendenzialmente in flessione. Gli ultimi dati Istat, quelli diffusi l’altro ieri, dimostrano chiaramente quanto sia calato il potere d’acquisto delle famiglie e la predisposizione alle transazioni immobiliari. Dati che cristallizzano quella che è la semplice osservazione empirica del momento, frutto dell’inflazione e delle scelte poco opportune (per usare un eufemismo) della Bce. Sbloccare la burocrazia è dunque un passo intelligente e opportuno. Diffidiamo da chi, come i partiti di sinistra, sventola sempre lo spauracchio dell’evasione, per di più senza mai averla contrasta effettivamente. Ma c’è dell’altro. Sbloccare la burocrazia e gli impicci aiuterà anche i piccoli proprietari a regolarizzare e, se lo desiderano, a vendere in tempi più brevi o a prezzi più congrui. Il che di per sé, oltre a essere un buon training per tenere su il Pil, aiuta anche a stoppare una deriva abbastanza pericolosa che va sotto il nome di sharing economy. O, parlando di case, della cessione ai grandi fondi a fronte di contratti di affitto lunghi quanto il corso della vita. Proprio l’intervento targato Salvini è stata l’occasione di ribadire questo concetto, rigirando completamente la frittata rispetto al ruolo dei piccoli proprietari immobiliari.
Ieri, sulle colonne del Sole 24 Ore è apparsa una intervista a Davide Albertini Petroni, presidente di Confindustria Assoimmobiliare. Dopo essersi dilungato sul concetto, condivisibile, secondo cui «la regolarizzazione spinge la riqualificazione degli immobili», il presidente dell’associazione descrive il punto di vista sul parco case italiano. «Il mercato si sta orientando verso la locazione», spiega ai giornalisti del Sole per via di una serie di mutamenti sociali». Il riferimento è alla necessità di maggiore mobilità tra una città e l’altra, come nel Nord Europa.
La soluzione sarebbe quella di dare quartieri e pezzi di città in mano ai grandi fondi i quali garantirebbero locazioni perfino a valori calmierati, nel caso in cui dovessero nascere partnership pubblico-privato. Ora, vale la pena ricordare che in un recente studio di Bankitalia nell’analizzare il crollo della ricchezza mediana degli italiani (che è passata da 200.000 euro a 150.000 in soli dieci anni) si apriva un inciso dedicato a Berlino. La Germania è il solo Paese Ue - oltre al nostro - che ha visto crollare il patrimonio della classe media. E nel caso tedesco per un motivo preciso. La stragrande maggioranza dei cittadini è in affitto. Ecco perché la scusa di favorire la mobilità ci puzza un po’. È legittimo che una associazione persegua i propri fini e interessi. Ma attenzione: l’economia in sharing porta al crollo dei patrimoni mediani che sono quelli che contraddistinguono la borghesia e quindi tengono in equilibrio il Pil. Ovviamente il nostro non vuole essere un attacco ai fondi, ma a quelle norme e regole che vorrebbero favorirli a tutti i costi. E ci riferiamo alle regole Ue sulle case green. È chiaro che molto dipenderà da come i singoli governi metteranno a terra i decreti attuativi, ma l’obbligo di mettere in regola un numero elevato di immobili (oltre 4 milioni) in pochi anni creerà un collo di bottiglia. Chi non ha la liquidità necessaria per intervenire dovrà chiedere alle banche fidi che, come già sta accadendo ora, saranno più costosi di quelli applicati alle case con classi energetiche migliori. Chi, a scendere nella scala della ricchezza, non otterrà il mutui sarà costretto a vendere la casa. E lo dovrà fare a un prezzo più basso, diventando più povero. La sharing economy andrà bene per le biciclette, già non è il massimo per le auto, ma sulle case innescherebbe un spirale di impoverimento. Non sappiamo se chi sta a Bruxelles faccia finta di non saperlo oppure se, ideologicamente, immagini grandi fondi che gestiscano le case e governi che sussidino i cittadini su modello Reddito di cittadinanza grillino. Il tessuto sociale italiano va sistemato, non cambiato. Piccole aziende e proprietà diffuse sono un bene: vanno stimolate non combattute. È bene tenerlo presente quando, dal prossimo anno, Roma sarà chiamata ad applicare le normative green.
Continua a leggereRiduci
True
2024-01-11
Pasticcio dell’Ema: i contribuenti europei pagano il maxi affitto per l’ex sede a Londra
Londra, la ex sede dell'Ema a Canary Wharf (Ansa)
L’agenzia, traslocata dopo la Brexit, non può disdire il contratto valido fino al 2039. Obbligandoci a sborsare 450 milioni in totale.
C’è una storia che descrive bene lo spreco di denaro pubblico dell’Unione Europea, a cui si aggiunge una totale carenza di organizzazione e pianificazione nella gestione delle sedi istituzionali. La vicenda riguarda la sede di Ema, l’agenzia del farmaco, che ora si trova in Olanda, ad Amsterdam, nello specifico nel quartiere di Zuidas, dove è stato costruito appositamente un edificio già costato oltre 250 milioni di euro per accogliere oltre 900 dipendenti. Negli ultimi mesi si è molto parlato di questa zona, perché l’amministrazione comunale vorrebbe spostare da queste parti il quartiere a luci rosse, mettendo così di fianco a Ema un bordello con prostitute a pagamento.
L’istituzione europea «che garantisce il controllo della sicurezza dei medicinali» ha già protestato con una nota, ma non pare sia servito a molto. E pensare che nel 2014 la stessa agenzia del farmaco aveva stipulato un contratto della durata di 25 anni da 500 milioni di sterline per occupare dieci piani di un palazzo di Londra, al 30 di Churchill place, con 280.000 metri quadrati a disposizione. I burocrati europei, però, non avevano fatto i calcoli con la Brexit che ha rotto l’incantesimo nel 2016. Così l’Europa ha dovuto correre ai ripari, decidendo di assegnare il nuovo quartier generale a un altro Paese europeo. A spuntarla fu Amsterdam (Milano ne uscì sconfitta), dove dal 2019 si sono insediati gli impiegati dell’agenzia. Ma proprio allora sono incominciati i problemi.
Ema, infatti, non può più rescindere il contratto di affitto con la vecchia sede di Londra. I giudici londinesi hanno ribadito più volte che non esistono clausole contrattuali che permettono a Bruxelles di disdire gli accordi stipulati nell’epoca pre Brexit. Insomma, tocca pagare fino al 2039, con una spesa annua di almeno 30 milioni di euro: quasi 450 milioni da qui fino alla fine. Per superare il problema, nel 2019 l’Ue era riuscita a correre ai ripari, subaffittando i preziosi uffici di Churchill Place a Wework, il colosso del coworking.
Per qualche anno la situazione ha funzionato, anche durante la pandemia, ma a novembre dello scorso anno è arrivata la doccia fredda. Wework è fallita. E non può più pagare l’obolo. Così la sede è stata abbandonata e all’Europa è tornato l’affitto da pagare. Nei giorni scorsi il quotidiano The Telegraph di Londra ha pubblicato un documento della commissione che si occupa del budget Ue. Nel testo vengono messi in fila tutti gli errori commessi in questi anni dalle nostre istituzioni europee, a cominciare dalla decisione di spostare la sede che, nonostante la Brexit, avrebbe potuto tranquillamente rimanere sulle rive del Tamigi.
Già oggi l’Europarlamento affronterà la questione. Il tempo stringe. Entro la fine di gennaio, forse il 24, i parlamentari dovranno votare per approvare lo stanziamento immediato, per il primo trimestre, di 4,5 milioni di sterline, «3.399.785 corrispondenti al pagamento dell’affitto, mentre 1.156.329 corrispondenti alle spese condominiali». A pagare questa assurdità sono i cittadini europei. Anche perché l’attuale bilancio dell’agenzia non prevede finanziamenti per costi aggiuntivi al di fuori del suo programma annuale. La situazione è disperata, ma non seria.
Perché come detto, Ema è nel frattempo impegnata nella battaglia contro l’arrivo delle prostitute in quel di Amsterdam, anche perché, come avevano riportato in una nota, mesi fa, «Il cambiamento dell’ubicazione del quartiere a luci rosse è motivato da preoccupazioni relative a molestie, spaccio di droga, ubriachezza e comportamento disordinato» scrive Ema. «L’ubicazione di un nuovo entro erotico nelle immediate vicinanze dell’edificio dell’Ema potrebbe portare gli stessi impatti negativi nell’area adiacente».
Frank Furedi, direttore esecutivo del think tank Mcc Bruxelles, che ha sollevato la vicenda, ha ricordato come «l’agenzia europea per i medicinali ritenga di avere molto denaro da parte e quindi di non dover assumersi la responsabilità per il denaro che esce dalle tasche dei contribuenti.
Pagare milioni per l’affitto di un edificio vuoto non è solo uno spreco di risorse preziose, ma anche un insulto al contribuente europeo. Dimostra che l’irresponsabilità e la mancanza di responsabilità sono diventate parte integrante del funzionamento di alcune agenzie dell’Ue».
La Lega va all’attacco. «La vicenda che sta investendo l’Ema in queste ore è inconcepibile e testimonia ancora una volta quanto il modus operandi dei vertici delle istituzioni Ue vada nella direzione opposta all’interesse dei cittadini» spiega alla Verità Marco Zanni, europarlamentare della Lega e presidente del gruppo Id, «Bruxelles non è riuscita a negoziare l’uscita da un contratto di affitto che vincolava l’agenzia alla sede londinese fino al 2039 e questo è emblematico dell’inadeguatezza di chi abitualmente prende le decisioni in questi palazzi. Assurdo che si arrivi a ipotizzare che debbano essere i contribuenti europei a dover pagare questo errore da 30 milioni di euro. Uno spreco incredibile di soldi dei cittadini: chiederemo spiegazioni».
Continua a leggereRiduci







