2026-01-28
Urso: «Italia fondamentale per rendere il 2026 l'anno delle grandi riforme in Europa»
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy in un punto stampa al Parlamento europeo di Bruxelles.
Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy in un punto stampa al Parlamento europeo di Bruxelles.
All’indomani del vertice al ministero delle Imprese sull’ex Ilva, presieduto dal titolare del Mimit, Adolfo Urso, le organizzazioni di metalmeccanici Fiom Cgil e Fim Cisl si dissociano dalla lettura fornita dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, al termine dell’incontro di due giorni fa. Il governatore uscente aveva infatti affermato che «il piano della chiusura e della cassa integrazione è stato completamente ritirato».
I sindacati, però, non sembrano tanto d’accordo. In primis c’è la Fiom Cisl che contesta il numero uno della Puglia. «Apprendiamo al termine dell’incontro tra il Mimit e le istituzioni locali pugliesi, la notizia del ritiro del piano corto che per noi rimane il piano di chiusura degli stabilimenti ex Ilva. Dopo le mobilitazioni di questi giorni dei lavoratori di tutti gli stabilimenti, è necessario fare chiarezza attraverso la convocazione delle organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi, in quanto ci risulta che si sta proseguendo con la chiusura delle cokerie a Taranto, così come previsto dal piano corto presentato dal governo», ha detto Francesco Brigati, segretario della Fiom-Cgil di Taranto, sottolineando che, in assenza di un confronto diretto con la presidenza del Consiglio, il quadro resta tuttora opaco.
Anche la Fim Cisl, per bocca del segretario generale Ferdinando Uliano, mette in discussione la narrazione di una svolta già consolidata: «Dopo gli incontri con le istituzioni, una parziale novità positiva riguarda la decisione di non chiudere la zincatura di Genova, con una ipotesi di una limitata compensazione con la banda stagnata, non fermando le linee produttive. Rimane tuttavia la nostra contrarietà al cosiddetto “piano corto”, che non risulta né ritirato, né sospeso. Per queste ragioni», ha continuato la Fim Cisl, «sollecitiamo la presidenza del Consiglio a convocare con urgenza il tavolo di confronto, indispensabile per affrontare e governare una fase tanto delicata. Ad oggi non abbiamo ancora ricevuto riscontri».
In parallelo resta aperta la questione del clima interno al sindacato, dopo l’aggressione avvenuta a Genova ai danni di esponenti Uilm, episodio che continua a provocare prese di posizione da parte di Fim e Uilm. Uliano interviene così: «Riteniamo che tali episodi vadano ben oltre la normale dialettica sindacale e che, se confermati, debbano essere condannati senza esitazione. In questa difficile vertenza occupazionale, che ha al centro il rilancio industriale dell’ex gruppo Ilva e la salvaguardia dei livelli occupazionali».
Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario nazionale e provinciale di Taranto della Uilm, Davide Sperti, che richiama la storia della propria organizzazione e stigmatizza il silenzio di altre sigle. «Non abbiamo mai tollerato la violenza in nessun contesto, c’è tutta una storia che parla per noi, e non possiamo certo tollerarla in una situazione tesa, difficile, complessa come quella dell’ex Ilva dove stiamo cercando di riaprire la discussione sul governo per il ritiro immediato di un piano che non è di continuità e di rilancio della fabbrica, ma di dismissione e chiusura delle attività a breve scadenza. E ci stupisce e ci dispiace molto il fatto che né la Cgil nazionale, né la Fiom nazionale, abbiano sentito il dovere di prendere nettamente le distanze dall’accaduto».
Intanto, La Procura di Genova aprirà un fascicolo per danneggiamento, minacce e resistenza a pubblico ufficiale in relazione agli scontri avvenuti giovedì scorso a tarda mattinata davanti alla Prefettura in largo Lanfranco a Genova e nella stazione di Genova Brignole. Sulla dinamica sono in corso accertamenti da parte della Digos. Al momento non risultano ancora iscrizioni nel registro degli indagati.
Giorni decisivi per il futuro del Green Deal europeo ma soprattutto di imprese e lavoratori, già massacrati da regole asfissianti e concorrenza extra Ue sempre più sofisticata. A partire dall’auto, dossier sul quale il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha dedicato centinaia di riunioni.
Ministro, sembra che la Commissione sia rimasta spiazzata dalla lettera inviata ieri dal cancelliere Merz e che abbia deciso di rinviare a gennaio la proposta sul regolamento CO2. È vero? Che significa?
«Un buon segno, perché dimostra che la nostra linea ha fatto breccia, come emerge anche dalle recenti affermazioni del Commissario Ue ai trasporti, Tzitzikostas, in merito alla lettera del cancelliere Merz, che preannuncia il rinvio di alcune settimane della revisione proprio al fine di dare una risposta più organica, comprendente l’uso di tutte le tecnologie, come per primi abbiamo sostenuto. Servono riforme radicali, non semplici palliativi. Serve la piena neutralità tecnologica, compresi i biocombustibili, il salvataggio dei veicoli commerciali e il riconoscimento pieno dei modelli ibridi su cui si basa il rilancio di Stellantis in Italia».
La Germania dice che il limite del 2035 per le auto endotermiche va cambiato. Il governo italiano però sostiene questa tesi da tre anni… come mai si è perso tutto questo tempo?
«La svolta l’hanno data i cittadini tedeschi nelle recenti elezioni politiche, affidando la guida del governo al Partito popolare europeo e relegando i Verdi all’opposizione. È ciò che sta accadendo anche in molti altri Paesi europei. Finalmente prevalgono le ragioni delle imprese e del lavoro sull’ideologia, finalmente prevale la libertà sul dirigismo».
Mercedes e Volkswagen andranno a produrre le auto elettriche in Cina. Non è un’ammissione di harakiri? Abbiamo smantellato per le regole green l’industria automobilistica europea e poi andiamo a produrre le auto elettriche in Cina?
«Noi abbiamo un’altra visione. Non ci arrendiamo al declino industriale dell’Europa. Non accettiamo di diventare un museo a cielo aperto per ricchi turisti asiatici. Lo dissi già tre anni fa, alla mia prima riunione del Consiglio Competitività a Bruxelles. Oggi in molti ci danno ragione. Noi vogliamo cambiare l’Europa per tornare a essere competitivi».
Sul fronte Green Deal però c’è ancora il Cbam, ovvero la tassa green sui prodotti industriali importati da fuori Ue, che mette paura alle nostre imprese. Cosa rischiamo? Più burocrazia o più merci asiatiche e turche importate?
«Su questo, abbiamo già ottenuto alcuni significativi risultati e ora siamo alla battaglia finale. La Commissione europea ha presentato nelle scorse settimane nuove misure di salvaguardia per l’acciaio e per le ferroleghe, che prevedono, tra l’altro, il dimezzamento delle quote di importazione dell’acciaio nella Ue e il raddoppio dei dazi sulle importazioni provenienti dalla Cina. Auspichiamo ora una rapida ratifica di queste misure. Il 10 dicembre, inoltre, il commissario Séjourné dovrebbe illustrarci la riforma del Cbam, costruita sulla base delle proposte che avanzammo un anno fa, che dovrà essere profonda e toccare almeno tre punti: sostegno agli esportatori europei, estensione mirata ai prodotti a valle e contrasto alle pratiche sleali di aggiramento del meccanismo. Dobbiamo tutelare le industrie energivore dalla concorrenza sleale di chi produce fuori Europa, senza i nostri standard ambientali e lavorativi: esigenza oggi ancora più pressante dopo le decisioni americane. E le dirò di più: servirà anche rivedere il meccanismo del phase-out delle quote gratuite Ets, finché il Cbam non rappresenterà un’alternativa credibile a tutela delle nostre imprese».
Ministro, ma non è un po’ contento che la Commissione Ue stia cambiando strategia sul green?
«Sono felice per l’Europa, che potrà finalmente tornare sulla strada della crescita».
Dentro la Commissione c’è un vicepresidente del suo partito, Raffaele Fitto. Com’è il dialogo con gli altri commissari? Riesce a incidere?
«La presenza italiana emerge in ogni istituzione europea: nella Commissione, con il vicepresidente Fitto che esercita un ruolo rilevante su dossier decisivi, valorizzando anche la sua consolidata esperienza; nel Consiglio europeo, dove molti riconoscono a Giorgia Meloni una leadership autorevole, affidabile, credibile; nel Parlamento europeo, dove la decisione dei Popolari sul primo pacchetto Omnibus ha di fatto dato vita a una inedita maggioranza di centrodestra».
Appunto. Nelle ultime tre settimane la maggioranza Ursula è stata soppiantata in tre votazioni da una maggioranza di centrodestra. Che succede? Potrebbe veramente cambiare la maggioranza che sostiene la Commissione?
«In ogni parte del Trilogo si va consolidando un approccio che potremmo definire “di centrodestra”, sul modello italiano. Del resto, lo spostamento dell’asse verso destra emerge ormai in ogni competizione».
Chi frena, tra Paesi o partiti, sul ritorno alla normalità, parlando ad esempio di Green Deal?
«Sul fronte del Green Deal sicuramente la Spagna, mentre in merito alla revisione colgo segnali positivi dalla Francia. Sul fronte dei partiti, le resistenze principali vengono ovviamente dai Verdi e dall’estrema sinistra, mentre si avverte un travaglio persino all’interno dei socialdemocratici, come mostrano le posizioni espresse dai governatori dei Länder tedeschi. Nel settore auto, peraltro, sono proprio i sindacati a sollecitare riforme radicali, sempre più spesso in sintonia con le associazioni datoriali: un fattore che incide in modo significativo».
Torniamo in Italia. Due cose: la prima riguarda i fondi di Transizione 5.0. Le domande sono state tantissime alla fine, ma come mai la misura per un anno e mezzo è stata praticamente inutilizzata? Era colpa delle regole europee troppo stringenti e inapplicabili?
«Colpa delle regole europee, che abbiamo faticato a superare, e anche della campagna di disinformazione che dipingeva lo strumento come poco efficace, se si pensa che le stime presentate nella principale assemblea industriale di ottobre parlavano di un “flop”, con appena 800 milioni di prenotazioni. Appena un mese dopo siamo a 4,8 miliardi di euro, sei volte tanto. Il brutto anatroccolo, allora disprezzato da tutti, si è rivelato un magnifico cigno».
Ultima questione: ex Ilva. Da maggio l’altoforno 1 è sequestrato dai pm, l’altoforno 2 è in manutenzione per opere di decarbonizzazione in vista della produzione di acciaio verde. Come mai i sindacati scioperano o attaccano lei e il governo e non giudici e regole europee?
«Le regole europee le stiamo cambiando, in modo radicale; sulla giustizia decideranno presto i cittadini con il referendum. Da parte mia, nessuna recriminazione: solo la volontà di contribuire a risolvere un pesante lascito del passato. Mi auguro che tutti agiscano con senso di responsabilità: il concorso di ciascuno è indispensabile, perché la sfida è davvero difficile».
Proteste, manifestazioni, occupazioni di fabbriche, blocchi stradali, annunci di scioperi. La questione ex Ilva surriscalda il primo freddo invernale. Da Genova a Taranto i sindacati dei metalmeccanici hanno organizzato sit-in per chiedere che il governo faccia qualcosa per evitare la chiusura della società. E il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo decreto sull’acciaieria più martoriata d’Italia, che autorizza l’utilizzo dei 108 milioni di euro residui dall’ultimo prestito ponte e stanzia 20 milioni per il 2025 e il 2026.
I fondi dovrebbero essere spesi per la cassa integrazione al 70% e per aumentare la formazione dei lavoratori. Sono coinvolti 4.450 lavoratori in Cig e 1.550 beneficeranno invece di corsi di formazione. L’obiettivo, seguendo le regole europee, è quello di dar vita nei prossimi anni a quattro altoforni elettrici per produrre acciaio green. Un target ambizioso che necessita di investitori nuovi, ai quali sta lavorando il ministero delle Imprese e del Made in Italy, ma soprattutto di riconvertire gli attuali impianti in vista proprio del 1° marzo, quando secondo il crono-programma i nuovi proprietari della società dovrebbero iniziare a fare business per arrivare a produrre circa 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno.
Attualmente solo l’altoforno 4 è acceso. Il 3 era stato mandato in pensione già anni fa, il 2 sarà fuori servizio per i lavori di decarbonizzazione, mentre l’1 è chiuso da maggio quando è scoppiato un incendio, causato da un errore umano e non da criticità della struttura. Insomma. Su circa 10.000 lavoratori assunti da Acciaierie d’Italia, ben 8.000 sono in forza agli impianti di Taranto. Ma funzionando un solo altoforno ne bastano 2.000 di «attivi». Da qui la necessità di portare da 3.000 a 4.450 il numero di persone in cassa integrazione, graziando però gli altri 1.550 dal riposo forzato facendo fare loro 98.000 ore di formazione, ha deciso il governo.
Troppo poco? Ieri mattina alle 7 a Taranto sono iniziate le assemblee e le proteste dei lavoratori del polo siderurgico per decidere quali iniziative intraprendere dopo la rottura del negoziato con il governo, nonostante il ministro Urso - accogliendo l’ulteriore richiesta avanzata dalle segreterie territoriali Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto e dal presidente della Regione Puglia - abbia convocato per venerdì prossimo, il 28 novembre, un incontro unitario al Mimit con le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali dell’ex Ilva, con i rappresentanti delle Regioni Puglia, Liguria e Piemonte e gli Enti locali nei cui territori hanno sede gli stabilimenti del gruppo. Il tutto sciopero generale permettendo, perché proprio quel giorno l’Usb ha deciso di bloccare l’Italia contro la manovra. Ci saranno i treni (l’astensione scatta alle 21 del 27 novembre) per far arrivare i delegati sindacali e istituzionali a Roma in tempo?
Di sicuro arriveranno altri soldi, dopo i circa 2 miliardi di soldi pubblici spesi dalla Stato nell’ultimo decennio per l’ex Ilva, per Taranto e le altre fabbriche dell’azienda commissariata Acciaierie d’Italia. Nel dettaglio, stando al decreto licenziato dal Consiglio dei ministri, la stessa Acciaierie d’Italia potrà dunque utilizzare i 108 milioni residui del finanziamento ponte - risorse indispensabili per garantire la continuità degli impianti - fino a febbraio 2026, data in cui è attesa la conclusione della procedura di gara per l’individuazione dell’aggiudicatario. I restanti 92 milioni del finanziamento sono già stati destinati agli interventi essenziali sugli altoforni, alle manutenzioni ordinarie e straordinarie, agli investimenti ambientali connessi alla nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale) e al Piano di ripartenza. Poi il decreto stanzia appunto ulteriori 20 milioni per il biennio 2025-2026, per i 1.550 che andranno in formazione. A spanne sono 12.903 euro a lavoratore.
Tutto bene? No. I segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella «ribadiscono che la ripresa del confronto sull’ex Ilva dovrà avvenire esclusivamente a Palazzo Chigi con il «ritiro del piano presentato da parte del governo». Un piano tuttavia ridimensionato dai sequestri probatori all’altoforno 1 e dalle stringenti regole ambientali europee.
«È fondamentale che l’Europa assuma subito decisioni a tutela del settore automotive, con la revisione dei regolamenti per veicoli pesanti e leggeri, adottando un approccio flessibile e riconoscendo la piena libertà tecnologica, principio fondante della nostra Unione». Con queste parole, pronunciate a Berlino in occasione del meeting «Friends of Industry», il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha ricordato quali sono le urgenze del comparto automobilistico in Europa.
Ha anche ribadito la necessità di «allineare» le posizioni dei grandi Paesi industriali europei. Nei bilaterali con Francia e Spagna, Urso auspica di portare anche queste due nazioni sulle posizioni italo-tedesche: «Perché ci sia una revisione radicale, pragmatica e responsabile sul regolamento sulla CO2». Il ministro ha ricordato anche a questo proposito il vertice di giovedì prossimo a Roma con la rappresentanza delle aziende industriali di Italia, Francia e Germania, un «trilaterale delle associazioni industriali Confindustria italiana, tedesca e francese a cui parteciperanno anche alcuni ministri di questi Paesi e il Commissario europeo», ha proseguito. «E penso ci possa essere un punto di svolta che ci consenta di realizzare nel più breve tempo possibile, a mio avviso entro la fine di quest’anno, quelle revisioni dei regolamenti che sono necessarie assolutamente alla semplificazione del settore dell’energia a quello delle industrie energivore e certamente al settore delle auto». Un intervento, ha concluso al riguardo, che «le nostre imprese e i nostri lavoratori attendono ormai da troppo tempo; non c’è più un momento da perdere, occorre decidere e decidere bene, insieme e subito».
La questione, ha aggiunto, «sarà anche argomento dei colloqui bilaterali che avrò a margine della riunione con gli altri ministri dei grandi Paesi industriali europei, innanzitutto ovviamente con il ministro dell’Economia tedesco (Katherina Reiche, ndr), con i miei colleghi dell’industria francese e spagnolo, perché riteniamo che occorra oggi più che mai trovare una posizione comune per sollecitare insieme la Commissione europea a realizzare le grandi radicali riforme che servono al nostro continente per restituire competitività all’industria a cominciare dal settore delle auto, dalle industrie energetiche e da quelle che oggi sono sottoposte di fatto a una pericolosa concorrenza e competizione internazionale».
Su settori strategici, come difesa o Spazio, «la risposta è solo europea, ed è per questo che sin dall’inizio abbiamo cercato una convergenza fra tutti Paesi industrializzati europei».
Obiettivo di questa nuova edizione del forum, promosso dalla Germania, è quello di avviare iniziative comuni per un’industria europea più resiliente, innovativa e competitiva, capace di rispondere alle tensioni geopolitiche globali, alle sfide della doppia transizione digitale e ambientale e di rafforzare le imprese europee. «Abbiamo bisogno di un’Europa ambiziosa e pragmatica, capace di tutelare e rafforzare la propria industria senza rinunciare alla sostenibilità», ha sottolineato. «Dobbiamo agire ora, in modo coeso e determinato, per difendere la competitività europea e dare forza alle nostre imprese nel contesto globale».
All’appuntamento hanno partecipato, inoltre, le delegazioni di Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna, oltre al vicepresidente esecutivo della Commissione Ue per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné.

