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2023-02-22
«Superbonus 110%, frodi ingenti». Da Bankitalia sì allo stop alla misura
(Imagoeconomica)
«In una prima fase, caratterizzata da una circolazione dei crediti d’imposta praticamente illimitata, si sono registrati ingenti volumi di frodi» che hanno portato agli interventi legislativi per arginare il fenomeno. Le limitazioni al numero e alla tipologia di cessioni «hanno contribuito al raggiungimento di questo obiettivo, ma hanno finito per penalizzare anche le imprese virtuose». All’indomani della riunione di lunedì a Palazzo Chigi tra governo e categorie su come disincagliare 19 miliardi di crediti d’imposta legati al superbonus, le considerazioni del capo del servizio assistenza e consulenza fiscale di Bankitalia, Giacomo Ricotti, confermano la fondatezza delle ragioni che hanno portato il governo a intervenire. Ascoltato ieri in audizione al Senato, il rappresentante della banca centrale guidata da Ignazio Visco, ha sottolineato che «l’automatico riconoscimento degli incentivi, in assenza di qualsiasi forma di controllo preventivo, infatti, porta con sé il rischio che le misure siano utilizzate in modo improprio (ad esempio in assenza dei relativi presupposti) se non fraudolentemente, e questo anche a prescindere dalla forma in cui vengono attribuite (crediti d’imposta, deduzioni o detrazioni)». Non solo. Secondo Ricotti il superbonus, introdotto nel 2020 per gli interventi realizzati fino alla fine del 2021, poi prorogato a dicembre 2022 con la stessa aliquota di detrazione e al 2025 con aliquote decrescenti fino al 65% nel tempo, «ha avuto un impatto assai significativo sul settore delle costruzioni» ma «gli oneri per il bilancio pubblico restano comunque ingenti». Per Bankitalia, inoltre, «appare opportuna una verifica dell’effettiva utilità delle numerose agevolazioni fiscali attualmente in essere» che «concorrerebbe alla semplificazione e razionalizzazione del quadro normativo, garantendo certezza nell’applicazione delle norme e coerenza dell’impianto impositivo».
Mentre Bankitalia copre le decisioni di Palazzo Chigi, Bruxelles passa la palla ai tecnici: la decisione se i crediti di imposta edilizi derivanti dal superbonus siano «non pagabili» o «pagabili» sarà presa «congiuntamente da Eurostat e dall’Istat nei prossimi giorni o settimane», ha detto ieri la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà. In realtà la decisione deve essere presa tra breve (qualcuno scommette addirittura oggi), dal momento che l’Istat deve pubblicare i dati 2022 prima del primo marzo. La portavoce comunitaria ha detto che i crediti di imposta edilizi «non hanno impatto diretto sul debito pubblico italiano, ma sul deficit se classificati come pagabili e vanno considerati spesa pubblica da contabilizzare all’inizio, cioè quando i crediti sono ottenuti. Se sono considerati non pagabili, ridurranno le entrate dello Stato in futuro». Per questo il governo ha bloccato la cedibilità dei crediti, in modo che i tre miliardi attuali di spesa mensile da superbonus non siano classificati da Eurostat nei conti 2023, gonfiando il deficit da 4,5% al 6,5% e facendo diventare strettissimo il margine di manovra del governo in quanto un onere maggiore sul disavanzo metterebbe a rischio il rinnovo delle misure contro il caro-energia che scadono a fine marzo.
Anche Nomisma, con il suo «110% Monitor» pubblicato periodicamente, ieri ha partecipato al dibattito se il governo abbia fatto bene a dire stop alla cessione dei crediti. Per un anno in più di mantenimento della misura vi sarebbero 10,3 milioni di famiglie ancora interessate a un intervento finalizzato all’efficientamento energetico di un immobile di proprietà. Per Nomisma servirebbe oggi una strategia per riqualificare il 98% degli edifici residenziali esclusi dalla misura. Ciò significa che, se volessimo centrare il target imposto dalla Ue sulle case green (classe energetica minima D entro il 2033) e soddisfare gli impegni per la neutralità carbonica (emissioni zero al 2050) occorrerà mantenere il meccanismo della cessione dei crediti per un tempo più lungo. Il costo per lo Stato, però, sarebbe salato: 71,8 miliardi. Per altro lo stesso Stato, che inizialmente intendeva spendere 72 miliardi, a fronte del boom di richieste, soprattutto per il Superbonus 110, al momento di miliardi ne ha già spesi 110 miliardi (e qualcuno dice anche più di 120), mezzo punto di Pil per far fronte appunto agli sconti fiscali.
Nel frattempo, dalle imprese arriva la voce del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Quello che lascia perplessi e preoccupati non è la scelta che viene fatta. Quello che non mi convince è perché si devono prendere delle decisioni così affrettate gettando nel panico imprese e famiglie e poi convocare le parti. Non era meglio convocarci prima?» . C’è però anche da chiedersi se Bonomi ha espresso la stessa perplessità e altrettanta preoccupazione quando si è incontrato a dicembre con Giuseppe Conte che con il suo «gratuitamente» prometteva di ristrutturare le abitazioni degli italiani senza far loro spendere un centesimo.
La maggioranza spinge per gli F24
A pochi giorni dall’avvio dell’iter parlamentare del decreto che ha posto fine agli sconti in fattura e alla cessione dei crediti per i bonus edilizi, l’opposizione giallorossa cerca di tenere alti i toni della polemica contro il governo. Dal fronte della maggioranza, invece, dopo il tavolo di lunedì scorso tra l’esecutivo e imprese e lavoratori interessati dal provvedimento, nelle dichiarazioni di parlamentari ed esponenti del governo, oltre alla difesa del provvedimento, comincia ad affiorare anche una certa consapevolezza di soluzioni plausibili e di correzioni sostenibili in corso di conversione.
Particolarmente attivi, nella giornata di ieri, gli esponenti di Forza Italia, che a partire dal leader Silvio Berlusconi avevano da subito assunto una posizione sensibile alle istanze di imprese e lavoratori, pur riconoscendo l’ineluttabilità della scelta del cdm per motivi di equilibrio dei conti pubblici. La possibile via d’uscita potrebbe a loro avviso essere rappresentata dall’utilizzo dei fondi del credito d’imposta degli F24: «Non possiamo abbandonare le migliaia di imprese edili con i loro lavoratori che si sono fidate dello Stato», ha osservato il capogruppo di Fi alla Camera, Alessandro Cattaneo. Per Cattaneo la strada migliore potrebbe essere «sempre salvaguardando l’equilibrio dei conti pubblici, quella della compensazione con gli F24, che proprio Forza Italia aveva prospettato nei mesi scorsi, presentando la soluzione in un emendamento al dl Aiuti quater, prima, e alla legge di Bilancio poi». Anche per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, «la linea di Forza Italia è quella del realismo: tutelare famiglie e imprese utilizzando i fondi del credito d’imposta degli F24». Anche Maurizio Lupi, dal fronte moderato della maggioranza, caldeggia il dialogo con le imprese, aggiungendo che «i miliardi risparmiati potranno essere destinati, con più equità, al sostegno di famiglie e imprese». Per il presidente dei deputati di Fdi, Tommaso Foti «sul superbonus è stata trovata una soluzione, le sinistre hanno provato a sfasciare la maggioranza ma il treno dei loro desideri all’incontrario va».
Dall’opposizione, resta allineato col governo il Terzo polo, il cui capogruppo al Senato, Raffaella Paita, twitta «quanti danni ha fatto il M5s in questo Paese. Così a memoria: superbonus, reddito di cittadinanza, decrescita felice, il condono di Ischia, solo per fare alcuni esempi. Grazie, Conte», mentre dall’ala sinistra del Pd, Elly Schlein stigmatizza di nuovo «la gravissima decisione presa dalla sera alla mattina dal governo di fermare tutto questo e chiediamo di provare a difendere le famiglie più fragili perché sono quelle che rischiano di non poter adare avanti nei lavori». Sulle sue posizioni i rossoverdi di Bonelli e Fratoianni, mentre il leader grillino Giuseppe Conte, che ieri pomeriggio ha incontrato sindacati e associazioni degli edili e ha continuato a sparare a palle incatenate sul governo: «Ancora una volta», ha detto, «c’è un voltafaccia: è stata fatta una campagna o assolutamente dolosa, preordinata all’inganno dei cittadini, o inconsapevole, scegliete voi». Conte ha ripetuto inoltre che «è un falso gravissimo che un presidente del Consiglio ripeta a pappagallo un errore contabile e di ragionamento a sua volta fatto dal ministro Giorgetti».
Per quanto riguarda il percorso parlamentare del decreto, questo prenderà il via ufficialmente da Montecitorio in commissione Finanze domani mattina con la relazione del relatore Andrea De Bertoldi, ma la vera partita sarà quella degli emendamenti, il cui termine per la presentazione è fissato per il pomeriggio del 6 marzo.
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Audizione al Senato: «Le limitazioni alle cessioni penalizzano anche le imprese virtuose, ma appare opportuna una verifica dell’effettiva utilità delle numerose agevolazioni fiscali attualmente in essere».Si cerca di salvaguardare l’equilibrio dei conti pubblici aprendo alla compensazione con le banche per lo sblocco dei crediti. Forza Italia: «Tutelare famiglie e lavoratori».Lo speciale contiene due articoli.«In una prima fase, caratterizzata da una circolazione dei crediti d’imposta praticamente illimitata, si sono registrati ingenti volumi di frodi» che hanno portato agli interventi legislativi per arginare il fenomeno. Le limitazioni al numero e alla tipologia di cessioni «hanno contribuito al raggiungimento di questo obiettivo, ma hanno finito per penalizzare anche le imprese virtuose». All’indomani della riunione di lunedì a Palazzo Chigi tra governo e categorie su come disincagliare 19 miliardi di crediti d’imposta legati al superbonus, le considerazioni del capo del servizio assistenza e consulenza fiscale di Bankitalia, Giacomo Ricotti, confermano la fondatezza delle ragioni che hanno portato il governo a intervenire. Ascoltato ieri in audizione al Senato, il rappresentante della banca centrale guidata da Ignazio Visco, ha sottolineato che «l’automatico riconoscimento degli incentivi, in assenza di qualsiasi forma di controllo preventivo, infatti, porta con sé il rischio che le misure siano utilizzate in modo improprio (ad esempio in assenza dei relativi presupposti) se non fraudolentemente, e questo anche a prescindere dalla forma in cui vengono attribuite (crediti d’imposta, deduzioni o detrazioni)». Non solo. Secondo Ricotti il superbonus, introdotto nel 2020 per gli interventi realizzati fino alla fine del 2021, poi prorogato a dicembre 2022 con la stessa aliquota di detrazione e al 2025 con aliquote decrescenti fino al 65% nel tempo, «ha avuto un impatto assai significativo sul settore delle costruzioni» ma «gli oneri per il bilancio pubblico restano comunque ingenti». Per Bankitalia, inoltre, «appare opportuna una verifica dell’effettiva utilità delle numerose agevolazioni fiscali attualmente in essere» che «concorrerebbe alla semplificazione e razionalizzazione del quadro normativo, garantendo certezza nell’applicazione delle norme e coerenza dell’impianto impositivo».Mentre Bankitalia copre le decisioni di Palazzo Chigi, Bruxelles passa la palla ai tecnici: la decisione se i crediti di imposta edilizi derivanti dal superbonus siano «non pagabili» o «pagabili» sarà presa «congiuntamente da Eurostat e dall’Istat nei prossimi giorni o settimane», ha detto ieri la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà. In realtà la decisione deve essere presa tra breve (qualcuno scommette addirittura oggi), dal momento che l’Istat deve pubblicare i dati 2022 prima del primo marzo. La portavoce comunitaria ha detto che i crediti di imposta edilizi «non hanno impatto diretto sul debito pubblico italiano, ma sul deficit se classificati come pagabili e vanno considerati spesa pubblica da contabilizzare all’inizio, cioè quando i crediti sono ottenuti. Se sono considerati non pagabili, ridurranno le entrate dello Stato in futuro». Per questo il governo ha bloccato la cedibilità dei crediti, in modo che i tre miliardi attuali di spesa mensile da superbonus non siano classificati da Eurostat nei conti 2023, gonfiando il deficit da 4,5% al 6,5% e facendo diventare strettissimo il margine di manovra del governo in quanto un onere maggiore sul disavanzo metterebbe a rischio il rinnovo delle misure contro il caro-energia che scadono a fine marzo. Anche Nomisma, con il suo «110% Monitor» pubblicato periodicamente, ieri ha partecipato al dibattito se il governo abbia fatto bene a dire stop alla cessione dei crediti. Per un anno in più di mantenimento della misura vi sarebbero 10,3 milioni di famiglie ancora interessate a un intervento finalizzato all’efficientamento energetico di un immobile di proprietà. Per Nomisma servirebbe oggi una strategia per riqualificare il 98% degli edifici residenziali esclusi dalla misura. Ciò significa che, se volessimo centrare il target imposto dalla Ue sulle case green (classe energetica minima D entro il 2033) e soddisfare gli impegni per la neutralità carbonica (emissioni zero al 2050) occorrerà mantenere il meccanismo della cessione dei crediti per un tempo più lungo. Il costo per lo Stato, però, sarebbe salato: 71,8 miliardi. Per altro lo stesso Stato, che inizialmente intendeva spendere 72 miliardi, a fronte del boom di richieste, soprattutto per il Superbonus 110, al momento di miliardi ne ha già spesi 110 miliardi (e qualcuno dice anche più di 120), mezzo punto di Pil per far fronte appunto agli sconti fiscali.Nel frattempo, dalle imprese arriva la voce del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Quello che lascia perplessi e preoccupati non è la scelta che viene fatta. Quello che non mi convince è perché si devono prendere delle decisioni così affrettate gettando nel panico imprese e famiglie e poi convocare le parti. Non era meglio convocarci prima?» . C’è però anche da chiedersi se Bonomi ha espresso la stessa perplessità e altrettanta preoccupazione quando si è incontrato a dicembre con Giuseppe Conte che con il suo «gratuitamente» prometteva di ristrutturare le abitazioni degli italiani senza far loro spendere un centesimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/superbonus-stop-bankitalia-2659451377.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-maggioranza-spinge-per-gli-f24" data-post-id="2659451377" data-published-at="1677061597" data-use-pagination="False"> La maggioranza spinge per gli F24 A pochi giorni dall’avvio dell’iter parlamentare del decreto che ha posto fine agli sconti in fattura e alla cessione dei crediti per i bonus edilizi, l’opposizione giallorossa cerca di tenere alti i toni della polemica contro il governo. Dal fronte della maggioranza, invece, dopo il tavolo di lunedì scorso tra l’esecutivo e imprese e lavoratori interessati dal provvedimento, nelle dichiarazioni di parlamentari ed esponenti del governo, oltre alla difesa del provvedimento, comincia ad affiorare anche una certa consapevolezza di soluzioni plausibili e di correzioni sostenibili in corso di conversione. Particolarmente attivi, nella giornata di ieri, gli esponenti di Forza Italia, che a partire dal leader Silvio Berlusconi avevano da subito assunto una posizione sensibile alle istanze di imprese e lavoratori, pur riconoscendo l’ineluttabilità della scelta del cdm per motivi di equilibrio dei conti pubblici. La possibile via d’uscita potrebbe a loro avviso essere rappresentata dall’utilizzo dei fondi del credito d’imposta degli F24: «Non possiamo abbandonare le migliaia di imprese edili con i loro lavoratori che si sono fidate dello Stato», ha osservato il capogruppo di Fi alla Camera, Alessandro Cattaneo. Per Cattaneo la strada migliore potrebbe essere «sempre salvaguardando l’equilibrio dei conti pubblici, quella della compensazione con gli F24, che proprio Forza Italia aveva prospettato nei mesi scorsi, presentando la soluzione in un emendamento al dl Aiuti quater, prima, e alla legge di Bilancio poi». Anche per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, «la linea di Forza Italia è quella del realismo: tutelare famiglie e imprese utilizzando i fondi del credito d’imposta degli F24». Anche Maurizio Lupi, dal fronte moderato della maggioranza, caldeggia il dialogo con le imprese, aggiungendo che «i miliardi risparmiati potranno essere destinati, con più equità, al sostegno di famiglie e imprese». Per il presidente dei deputati di Fdi, Tommaso Foti «sul superbonus è stata trovata una soluzione, le sinistre hanno provato a sfasciare la maggioranza ma il treno dei loro desideri all’incontrario va». Dall’opposizione, resta allineato col governo il Terzo polo, il cui capogruppo al Senato, Raffaella Paita, twitta «quanti danni ha fatto il M5s in questo Paese. Così a memoria: superbonus, reddito di cittadinanza, decrescita felice, il condono di Ischia, solo per fare alcuni esempi. Grazie, Conte», mentre dall’ala sinistra del Pd, Elly Schlein stigmatizza di nuovo «la gravissima decisione presa dalla sera alla mattina dal governo di fermare tutto questo e chiediamo di provare a difendere le famiglie più fragili perché sono quelle che rischiano di non poter adare avanti nei lavori». Sulle sue posizioni i rossoverdi di Bonelli e Fratoianni, mentre il leader grillino Giuseppe Conte, che ieri pomeriggio ha incontrato sindacati e associazioni degli edili e ha continuato a sparare a palle incatenate sul governo: «Ancora una volta», ha detto, «c’è un voltafaccia: è stata fatta una campagna o assolutamente dolosa, preordinata all’inganno dei cittadini, o inconsapevole, scegliete voi». Conte ha ripetuto inoltre che «è un falso gravissimo che un presidente del Consiglio ripeta a pappagallo un errore contabile e di ragionamento a sua volta fatto dal ministro Giorgetti». Per quanto riguarda il percorso parlamentare del decreto, questo prenderà il via ufficialmente da Montecitorio in commissione Finanze domani mattina con la relazione del relatore Andrea De Bertoldi, ma la vera partita sarà quella degli emendamenti, il cui termine per la presentazione è fissato per il pomeriggio del 6 marzo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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