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2022-03-01
Sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue dopo l’entusiasmo arriva la frenata
Charles Michel (Ansa)
«L’Ucraina è una di noi e la vogliamo nell’Ue», aveva scandito domenica, con l’enfasi degli annunci storici, Ursula von der Leyen. E ieri, dopo l’anticipazione del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, («Il governo ucraino sta preparando la richiesta ufficiale per l’adesione. La Commissione dovrà prendere una posizione ufficiale»), il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è affrettato a dire sì: «Ci appelliamo all’Unione europea per l’adesione immediata dell’Ucraina con una nuova procedura speciale. Siamo grati ai nostri partner per essere stati con noi, ma il nostro sogno è stare con tutti gli europei e, soprattutto, di essere uguali a loro». E ancora: «Gli europei capiscono che i nostri soldati stanno combattendo per il nostro Stato, e quindi per l’intera Europa, per la pace, per tutti i Paesi dell’Ue, per la vita dei bambini, l’uguaglianza, la democrazia».
Sta di fatto che però, com’era largamente prevedibile, un conto sono le dichiarazioni pompose ed emotive, come quelle della presidente della Commissione Ue, altro conto è la realtà. E ieri è stato infatti il giorno della gran frenata tra Bruxelles e Berlino. Ecco il successore di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Josep Borrell: l’adesione dell’Ucraina «è qualcosa che richiederà molti anni. Oggi questo non è all’ordine del giorno, credetemi. Dobbiamo lavorare su cose più pratiche». Stessa musica dal ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock: «Tutti siamo consapevoli che un’adesione all’Ue non è qualcosa che si possa fare in alcuni mesi». In chiusura qualche parola più dolce: «L’Ucraina è parte della casa europea e l’Ue è sempre una casa dalle porte aperte». E anche uno spiraglio per altre partnership: «Oltre all’Ue ci sono molte istituzioni volte a impegnarsi per la pace e la sicurezza sul continente europeo».
Nel frattempo Zelensky, ieri mattina, ha riparlato con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che poi ha così twittato, dopo aver sottolineato «il coraggio del popolo e dell’esercito ucraino»: «Gli alleati stanno aumentando il loro supporto con missili per la difesa aerea, armi anti carro, aiuti finanziari e umanitari». E qui, al di là della lingua di legno della diplomazia, sta la sostanza di ciò che sta accadendo in questi giorni: le armi servono a rafforzare le capacità di resistenza degli ucraini, tanto quanto le sanzioni servono a cercare di aprire crepe nel regime di Vladimir Putin. Non volendo o non potendo intervenire direttamente, le forze occidentali (Uk, Usa, Canada, Ue) hanno scelto la doppia strada della fornitura di mezzi a Kiev per rendere meno soverchiante la sproporzione di forze a favore di Mosca, e contemporaneamente quella delle sanzioni per indebolire la Russia dal punto di vista economico e geopolitico.
L’altro teatro da considerare è quello dell’Onu. Si è svolta ieri una riunione speciale di emergenza dell’Assemblea generale sull’invasione russa. Prima un momento di meditazione e preghiera, poi una raffica di interventi (da Mosca prevedibili giustificazioni propagandistiche, addirittura evocando il fatto che l’intervento sia volto a ottenere la pace), e infine (mercoledì) il voto di una risoluzione di condanna dell’aggressione ai danni dell’Ucraina. «Ci troviamo di fronte a quella che potrebbe facilmente diventare la peggiore crisi umanitaria e dei rifugiati in Europa negli ultimi decenni», ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.
Va segnalato il posizionamento cauto della Cina. Per un verso, una prevedibile condanna verbale delle sanzioni contro Mosca (definite «illegali e unilaterali», «non risolvono il problema», come ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin); per altro verso, uno scontato consenso per le preoccupazioni russe rispetto al vecchio tema dell’allargamento verso Est della Nato; ma non è mancato nemmeno un accenno al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi, Ucraina inclusa (non certo un passaggio gradito a Mosca). Pechino non vuole un’escalation, ritiene di avere il tempo dalla sua parte, e non ha intenzione di farsi trascinare da un Putin geopoliticamente radioattivo in un’accelerazione ingestibile. È su queste basi che venerdì scorso Pechino si era astenuta, come l’India, da un primo voto di condanna della Russia. Ma se l’astensione di Pechino è stata in fondo una buona notizia per l’Occidente, quella indiana è stata invece una delusione, il preannuncio di un posizionamento terzo.
A dare un dispiacere a Putin ci ha pensato Erdogan. La Turchia infatti ha vietato il transito di tutte le navi militari attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, da cui si accede al Mar Nero, come ha comunicato il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu.
La situazione insomma è ancora molto fluida, e i grandi stanno alla finestra. Certo, Putin sembra aver sottovalutato la resistenza degli ucraini, la contrarietà all’invasione anche da parte di segmenti dell’opinione pubblica russa e una qualche capacità dell’Occidente (seppur tardiva) di rispondere in modo non disunito e non disarticolato.
Il filo sottile su cui cammina il Papa
L’Ucraina anche dal punto di vista religioso è un territorio cerniera, tra cristianesimo occidentale e cristianesimo orientale ortodosso. A Ovest c’è la presenza della chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede a Kiev e secolare legame con il Papa, oggi guidata dall’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk; un po’ in tutto il Paese, ma soprattutto a Est, una predominante presenza della chiesa ortodossa. Ma questa è a sua volta spaccata, soprattutto dopo la concessione nel 2018 dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina da parte del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha forzato i già tesi rapporti con la terza Roma, ossia con il Patriarcato di Mosca.
L’avanzata russa in Ucraina quindi, oltre a motivi molto profani, ha anche, più o meno direttamente, una certa somma di interessi con il Patriarcato di Mosca, che vuole esercitare la propria autorità religiosa su tutto lo spazio ex sovietico contro quelle che ritiene essere ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e del Vaticano. Le parole pronunciate dal Patriarca di Mosca Kirill domenica scorsa sono significative: «Dio non voglia che l’attuale situazione politica in Ucraina, Paese fratello e vicino a noi, consenta alle forze del male, che da sempre combattono l’unità della Rus’ e della Chiesa russa, di prevalere». Con la parola «russa», lo ha specificato, intende «una terra che oggi comprende Russia, Ucraina, Bielorussia, altre tribù e altri popoli». E ha concluso: «Il Signore protegga dalla guerra fratricida i popoli che fanno parte dello stesso spazio, quello della Chiesa ortodossa russa. Non diamo a potenze esterne oscure e ostili l’opportunità di prenderci in giro…». Nessuna parola che stigmatizzi l’attacco al territorio ucraino, tanto che gli ha risposto l’arcivescovo ortodosso ucraino Epifanij: «Mi rivolgo a Lei, capo della Chiesa ortodossa russa e le chiedo di mostrare almeno pietà verso i suoi concittadini e verso l’intero suo gregge. Se non può alzare la voce contro l’aggressione, aiuti almeno a portare via i corpi dei soldati russi che hanno pagato con le loro vite le idee della “grande Russia”».
Ma ancora una volta a pagare il prezzo più salato sarà la chiesa greco-cattolica ucraina, che storicamente ha un legame forte con il papato e l’Occidente. L’arcivescovo Ševčuk ha detto da che parte sta: «Crediamo che, come dopo la notte viene il giorno, dopo la morte arriva la resurrezione», ha dichiarato in un messaggio domenica scorsa, «anche dopo questa terribile guerra ci sarà la vittoria dell’Ucraina». Però qualsiasi tipo di Ucraina venga ridisegnata sarà per questa chiesa un passo in discesa verso le catacombe.
La politica religiosa nei confronti del Patriarcato di Mosca del Vaticano è sempre stata soft, cercando, come disse Giovanni Paolo II, di far respirare l’Europa «a due polmoni» spirituali, quello occidentale e quello orientale. Due spiritualità, un’unica radice, una cultura complementare. Una realpolitik dello spirito che non sempre è stata gradita dalla chiesa greco-cattolica, fedele al papato. In questi giorni peraltro papa Francesco è andato all’ambasciata russa in via della Conciliazione a perorare la santa causa della pace, ma non ha mai pubblicamente nominato la responsabilità della Russia per l’aggressione a Kiev. Ieri mattina il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha dichiarato che «allargare il conflitto sarebbe una catastrofe gigantesca», specificando che la linea della Santa Sede è quella di cercare il dialogo e la mediazione. In questo momento quindi è la Chiesa cattolica che sembra l’unica a predicare la pace di fronte alle minacce nucleari e alle dichiarazioni bellicose, mentre anche la Ue per la prima volta nella storia manda armi a Kiev buttando benzina sul fuoco.
Se i due polmoni spirituali, Est e Ovest, devono poter respirare insieme per un’Europa che sia veramente tale, la questione Ucraina sembra un virus letale. Al momento l’unica voce che cerca la mediazione sembra venire da Roma. Ancora una volta, come fu con Benedetto XV per la prima guerra mondiale, il grido scomodo contro «l’inutile strage» arriva dal Papa.
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Gli annunci di Ursula von der Leyen e Charles Michel e la richiesta di Volodymyr Zelensky lasciano posto al realismo. Josep Borrell: «Servono anni». All’Onu Mosca nega l’evidenza. Intanto Pechino copre lo zar, mentre Recep Tayyip Erdogan gli chiude il Mar Nero.Il filo sottile su cui cammina il Papa. Pietro Parolin chiede di evitare la «catastrofe» e Bergoglio spinge per la pace. Senza urtare il patriarca di Mosca, vicino al Cremlino. E freddo con ortodossi ucraini e greco-cattolici.Lo speciale comprende due articoli.«L’Ucraina è una di noi e la vogliamo nell’Ue», aveva scandito domenica, con l’enfasi degli annunci storici, Ursula von der Leyen. E ieri, dopo l’anticipazione del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, («Il governo ucraino sta preparando la richiesta ufficiale per l’adesione. La Commissione dovrà prendere una posizione ufficiale»), il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è affrettato a dire sì: «Ci appelliamo all’Unione europea per l’adesione immediata dell’Ucraina con una nuova procedura speciale. Siamo grati ai nostri partner per essere stati con noi, ma il nostro sogno è stare con tutti gli europei e, soprattutto, di essere uguali a loro». E ancora: «Gli europei capiscono che i nostri soldati stanno combattendo per il nostro Stato, e quindi per l’intera Europa, per la pace, per tutti i Paesi dell’Ue, per la vita dei bambini, l’uguaglianza, la democrazia».Sta di fatto che però, com’era largamente prevedibile, un conto sono le dichiarazioni pompose ed emotive, come quelle della presidente della Commissione Ue, altro conto è la realtà. E ieri è stato infatti il giorno della gran frenata tra Bruxelles e Berlino. Ecco il successore di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Josep Borrell: l’adesione dell’Ucraina «è qualcosa che richiederà molti anni. Oggi questo non è all’ordine del giorno, credetemi. Dobbiamo lavorare su cose più pratiche». Stessa musica dal ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock: «Tutti siamo consapevoli che un’adesione all’Ue non è qualcosa che si possa fare in alcuni mesi». In chiusura qualche parola più dolce: «L’Ucraina è parte della casa europea e l’Ue è sempre una casa dalle porte aperte». E anche uno spiraglio per altre partnership: «Oltre all’Ue ci sono molte istituzioni volte a impegnarsi per la pace e la sicurezza sul continente europeo».Nel frattempo Zelensky, ieri mattina, ha riparlato con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che poi ha così twittato, dopo aver sottolineato «il coraggio del popolo e dell’esercito ucraino»: «Gli alleati stanno aumentando il loro supporto con missili per la difesa aerea, armi anti carro, aiuti finanziari e umanitari». E qui, al di là della lingua di legno della diplomazia, sta la sostanza di ciò che sta accadendo in questi giorni: le armi servono a rafforzare le capacità di resistenza degli ucraini, tanto quanto le sanzioni servono a cercare di aprire crepe nel regime di Vladimir Putin. Non volendo o non potendo intervenire direttamente, le forze occidentali (Uk, Usa, Canada, Ue) hanno scelto la doppia strada della fornitura di mezzi a Kiev per rendere meno soverchiante la sproporzione di forze a favore di Mosca, e contemporaneamente quella delle sanzioni per indebolire la Russia dal punto di vista economico e geopolitico. L’altro teatro da considerare è quello dell’Onu. Si è svolta ieri una riunione speciale di emergenza dell’Assemblea generale sull’invasione russa. Prima un momento di meditazione e preghiera, poi una raffica di interventi (da Mosca prevedibili giustificazioni propagandistiche, addirittura evocando il fatto che l’intervento sia volto a ottenere la pace), e infine (mercoledì) il voto di una risoluzione di condanna dell’aggressione ai danni dell’Ucraina. «Ci troviamo di fronte a quella che potrebbe facilmente diventare la peggiore crisi umanitaria e dei rifugiati in Europa negli ultimi decenni», ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.Va segnalato il posizionamento cauto della Cina. Per un verso, una prevedibile condanna verbale delle sanzioni contro Mosca (definite «illegali e unilaterali», «non risolvono il problema», come ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin); per altro verso, uno scontato consenso per le preoccupazioni russe rispetto al vecchio tema dell’allargamento verso Est della Nato; ma non è mancato nemmeno un accenno al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi, Ucraina inclusa (non certo un passaggio gradito a Mosca). Pechino non vuole un’escalation, ritiene di avere il tempo dalla sua parte, e non ha intenzione di farsi trascinare da un Putin geopoliticamente radioattivo in un’accelerazione ingestibile. È su queste basi che venerdì scorso Pechino si era astenuta, come l’India, da un primo voto di condanna della Russia. Ma se l’astensione di Pechino è stata in fondo una buona notizia per l’Occidente, quella indiana è stata invece una delusione, il preannuncio di un posizionamento terzo.A dare un dispiacere a Putin ci ha pensato Erdogan. La Turchia infatti ha vietato il transito di tutte le navi militari attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, da cui si accede al Mar Nero, come ha comunicato il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu. La situazione insomma è ancora molto fluida, e i grandi stanno alla finestra. Certo, Putin sembra aver sottovalutato la resistenza degli ucraini, la contrarietà all’invasione anche da parte di segmenti dell’opinione pubblica russa e una qualche capacità dell’Occidente (seppur tardiva) di rispondere in modo non disunito e non disarticolato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullingresso-dellucraina-nellue-dopo-lentusiasmo-arriva-la-frenata-2656809430.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-filo-sottile-su-cui-cammina-il-papa" data-post-id="2656809430" data-published-at="1646079902" data-use-pagination="False"> Il filo sottile su cui cammina il Papa L’Ucraina anche dal punto di vista religioso è un territorio cerniera, tra cristianesimo occidentale e cristianesimo orientale ortodosso. A Ovest c’è la presenza della chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede a Kiev e secolare legame con il Papa, oggi guidata dall’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk; un po’ in tutto il Paese, ma soprattutto a Est, una predominante presenza della chiesa ortodossa. Ma questa è a sua volta spaccata, soprattutto dopo la concessione nel 2018 dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina da parte del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha forzato i già tesi rapporti con la terza Roma, ossia con il Patriarcato di Mosca. L’avanzata russa in Ucraina quindi, oltre a motivi molto profani, ha anche, più o meno direttamente, una certa somma di interessi con il Patriarcato di Mosca, che vuole esercitare la propria autorità religiosa su tutto lo spazio ex sovietico contro quelle che ritiene essere ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e del Vaticano. Le parole pronunciate dal Patriarca di Mosca Kirill domenica scorsa sono significative: «Dio non voglia che l’attuale situazione politica in Ucraina, Paese fratello e vicino a noi, consenta alle forze del male, che da sempre combattono l’unità della Rus’ e della Chiesa russa, di prevalere». Con la parola «russa», lo ha specificato, intende «una terra che oggi comprende Russia, Ucraina, Bielorussia, altre tribù e altri popoli». E ha concluso: «Il Signore protegga dalla guerra fratricida i popoli che fanno parte dello stesso spazio, quello della Chiesa ortodossa russa. Non diamo a potenze esterne oscure e ostili l’opportunità di prenderci in giro…». Nessuna parola che stigmatizzi l’attacco al territorio ucraino, tanto che gli ha risposto l’arcivescovo ortodosso ucraino Epifanij: «Mi rivolgo a Lei, capo della Chiesa ortodossa russa e le chiedo di mostrare almeno pietà verso i suoi concittadini e verso l’intero suo gregge. Se non può alzare la voce contro l’aggressione, aiuti almeno a portare via i corpi dei soldati russi che hanno pagato con le loro vite le idee della “grande Russia”». Ma ancora una volta a pagare il prezzo più salato sarà la chiesa greco-cattolica ucraina, che storicamente ha un legame forte con il papato e l’Occidente. L’arcivescovo Ševčuk ha detto da che parte sta: «Crediamo che, come dopo la notte viene il giorno, dopo la morte arriva la resurrezione», ha dichiarato in un messaggio domenica scorsa, «anche dopo questa terribile guerra ci sarà la vittoria dell’Ucraina». Però qualsiasi tipo di Ucraina venga ridisegnata sarà per questa chiesa un passo in discesa verso le catacombe. La politica religiosa nei confronti del Patriarcato di Mosca del Vaticano è sempre stata soft, cercando, come disse Giovanni Paolo II, di far respirare l’Europa «a due polmoni» spirituali, quello occidentale e quello orientale. Due spiritualità, un’unica radice, una cultura complementare. Una realpolitik dello spirito che non sempre è stata gradita dalla chiesa greco-cattolica, fedele al papato. In questi giorni peraltro papa Francesco è andato all’ambasciata russa in via della Conciliazione a perorare la santa causa della pace, ma non ha mai pubblicamente nominato la responsabilità della Russia per l’aggressione a Kiev. Ieri mattina il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha dichiarato che «allargare il conflitto sarebbe una catastrofe gigantesca», specificando che la linea della Santa Sede è quella di cercare il dialogo e la mediazione. In questo momento quindi è la Chiesa cattolica che sembra l’unica a predicare la pace di fronte alle minacce nucleari e alle dichiarazioni bellicose, mentre anche la Ue per la prima volta nella storia manda armi a Kiev buttando benzina sul fuoco. Se i due polmoni spirituali, Est e Ovest, devono poter respirare insieme per un’Europa che sia veramente tale, la questione Ucraina sembra un virus letale. Al momento l’unica voce che cerca la mediazione sembra venire da Roma. Ancora una volta, come fu con Benedetto XV per la prima guerra mondiale, il grido scomodo contro «l’inutile strage» arriva dal Papa.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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