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2019-01-27
«Sulla Sea Watch non c’è emergenza». Smontato il ricatto dei bimbi senza cibo
Ansa
Galleggia fuori pericolo e detta condizioni. La Sea Watch 3 è alla fonda in rada, a Marina di Melilli, 1,4 miglia dal porto di Siracusa, ha ottenuto cibo e medicinali, ma il suo equipaggio freme per veder sbarcare i 47 profughi. La situazione è di stallo, il vicepremier Matteo Salvini mantiene alta la guardia sui porti chiusi. Come accaduto negli ultimi mesi si radicalizzerà un copione consueto: da una parte i rigori della legge, dall'altra le ragioni dell'emotività, dello storytelling, degli affari sulla pelle dei disperati.
«Dovranno sbarcare tutti o nessuno», sottolinea un comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, giovane portavoce italiana dell'Ong tedesca proprietaria della nave olandese che una settimana fa, con l'insorgere del maltempo, invece di riparare a Zarzis in Tunisia (come tutti i pescherecci avvistati in zona), ha puntato sulla ben più lontana Sicilia mettendo a repentaglio l'incolumità dei passeggeri. Proprio per approfondire questo aspetto, il Viminale preme per aprire un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e chiede di salire a bordo del battello per assumere informazioni utili. Operazione paradossalmente non semplice perché osteggiata dal procuratore facente funzione di Siracusa, Fabio Scavone, che avrebbe già deciso «che non ci sono elementi per un intervento». Lo stesso procuratore ha poi disinnescato un paio di grimaldelli retorici utilizzati dall'Ong: «Mi sono preoccupato della situazione igienico-sanitaria a bordo, ma mi è stato riferito dalla Gdf e dalla Capitaneria di porto che dal comando della nave hanno assicurato che non ci sono emergenze in questo senso, né per ciò che riguarda il cibo», ha detto all'Ansa. Inoltre i minori «sono sì non accompagnati ma non sono abbandonati perché sono sotto l'autorità del comandante».
Tutti o nessuno. Il diktat dalla Sea Watch smonta sul nascere la proposta di alcune associazioni religiose come la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini che, rispondendo a un invito della Conferenza episcopale, sarebbero interessate a dare accoglienza ai 13 minori. La definizione è generica, ma prevedibilmente si tratta di ragazzi di 16 e 17 anni e non di bambini; in caso contrario avrebbero guadagnato da tempo il ponte principale e le prime pagine, secondo elementari regole di marketing umanitario.
Il Tribunale dei minori di Catania ha dato ordine di farli sbarcare «per non eludere i loro diritti», ma per la Sea Watch 3 questo è un problema. Approfondisce Lunardi: «Procedere con lo sbarco di solo una parte dei naufraghi risulterebbe traumatico per gli altri, poi costretti a rimanere ancora a bordo». E per suffragare la tesi, riporta la testimonianza di un sedicenne proveniente dalla Guinea: «È in Libia che ho conosciuto Y, è il mio grand frère, ci prendiamo cura l'uno dell'altro».
Il segretario della Cei, monsignor Stefano Russo, sottolinea ancora una volta la filosofia evangelica della scelta: «La nostra voce si unisce a quella della Chiesa di Siracusa come pure di altre istituzioni, associazioni e comunità che si riconoscono impossibilitate a distogliere ulteriormente lo sguardo da queste vittime». È una sottolineatura in linea con la politica di papa Francesco, che da Panama fa sapere: «Non bisogna identificare ogni migrante come portatore di male sociale». Anche se di bambini non se ne sono visti, alcune persone in rappresentanza di Unicef, Action Aid, Save the Children si sono riunite in presidio a Siracusa sotto lo slogan: «Fateli scendere». Meno euforici sembrano gli olandesi, chiamati in causa da Salvini come Paese di provenienza della nave. Attraverso il ministro per l'Immigrazione, Mark Harbers, il governo di Amsterdam fa sapere: «Siamo a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente dopo lo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro che hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto. Chi non dovesse averne, dovrà essere rifiutato e rispedito indietro immediatamente». Molto più vicino a Salvini che ai canoni classici del buonismo mediterraneo.
Sulla vicenda si inserisce Silvio Berlusconi con una stilettata al presunto alleato, che anticipa un certo clima sulla lunga strada della campagna elettorale per Bruxelles: «Si continua a far credere che l'immigrazione sia il primo problema del Paese. Io non vedo francamente che cosa possa svilupparsi con la discesa di altri 47 migranti che sono in condizioni precarie su una nave con un tempo non buono, di fronte alla presenza di oltre 600.000 clandestini che si dovevano inviare al loro Paese e invece sono ancora in Italia».
In attesa di conoscere il destino dei 47 migranti, davanti a Siracusa è calma piatta con poche certezze. In definitiva quattro: Salvini sulla graticola, gli olandesi soddisfatti di essersi sfilati ancora una volta, la Sea Watch pronta a tornare a fare il taxi. E Giorgia Lunardi in una lista del Pd per le prossime Europee, quota generazione Erasmus.
Muro delle toghe contro il decreto sicurezza
La linea di Matteo Salvini sull'immigrazione non piace ad ampie fette della magistratura. Qua e là lungo lo Stivale, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario di ieri, procuratori generali e presidenti di Corte d'appello hanno criticato i contenuti del Decreto sicurezza. A Roma, ad esempio, il procuratore generale Giovanni Salvi ha affermato: «Occorre avere piena consapevolezza della complessità della questione migratoria, che tanto impatto ha sia sulla percezione della sicurezza che sulle attuali politiche securitarie». Per il pg di Palermo Roberto Scarpinato, da sempre vicino alle posizioni di Magistratura democratica, «sono state approvate leggi che hanno introdotto un flusso continuo di nuovi reati e che hanno ingolfato i tribunali, vanificando nel tempo gli scopi che si volevano conseguire, basti ricordare che con il Decreto sicurezza è stata introdotta la sanzione per l'accattonaggio che prevede l'arresto e la sanzione al parcheggiatore abusivo». E ancora: «Vi è la tendenza di una accentuata strumentalizzazione politica del diritto penale in chiave di rassicurazione collettiva e di captazione di un facile consenso rispetto a problemi sociali e fenomeni complessi».
È sembrata una relazione politica, poi, quella del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo (il magistrato insultato sui social per le iniziative delle toghe torinesi per contrastare l'odio razziale): «La politica è totalmente disinteressata al profilo umanitario: potrei dire che la pietà, declinata nel suo senso laico, è morta». Poi cita Primo Levi sui campi di sterminio: «Se questo è accaduto può succedere di nuovo».
Un appello a «coltivare la memoria quale imprescindibile anticorpo al risorgere di germi razzisti e antisemiti» è arrivato dal vice presidente del Csm David Ermini. E sulla vicenda del ministro Salvini, che il Tribunale dei ministri chiede di processare per sequestro di persona per il caso Diciotti, ha ricordato che «il Tribunale dei ministri ha deciso che in questo caso non può essere accolta la richiesta di archiviazione». Salvini nei giorni scorsi aveva detto che la politica sull'immigrazione non spetta ai tribunali. Ora questa contrapposizione potrebbe finire di fronte al Csm con una pratica a tutela delle toghe.
Le parole dei giudici durante le cerimonie di ieri provano come il tema dell'immigrazione influenzi le dinamiche giudiziarie.
Dal distretto milanese, ad esempio, il presidente della Corte d'appello Marina Tavassi ha puntato l'indice sui carichi di lavoro «appesantiti dai procedimenti legati alle richieste d'asilo». La presidente della Corte d'appello di Salerno, Iside Russo, invece, teme che le nuove norme in materia di immigrazione «provocheranno un consistente incremento dei ricorsi». Anche a Catanzaro tribunali intasati: il presidente Domenico Introcaso ha spiegato «che, con riferimento al tema dei migranti, il tribunale competente è sottoposto a impegno gravosissimo, in una materia complicata». E da Reggio Calabria, il presidente della Corte d'appello Luciano Gerardis, ha ricordato che «le cronache giornaliere atterriscono con il racconto di un mondo che sembra aver smarrito persino il senso di umanità». Parole che fanno il paio con quelle di Claudio Castelli, presidente della Corte d'Appello di Brescia: «Il sistema che abbiamo creato per gestire l'immigrazione, al di là dei barconi, non funziona. Non funzionava prima perché il sistema delle Commissioni territoriali produceva alla lunga clandestini, ma l'attuale situazione con la modifica normativa recentemente adottata è molto peggiore perché l'abolizione degli Sprar negherà a decine di migliaia di persone i diritti fondamentali». Il presidente della Corte d'appello barese, Franco Cassano, invece, ha liquidato così la questione: «Pare esserci abbondante materia di lavoro per la Corte Costituzionale». Secondo il pg di Genova Valeria Fazio le nuove norme «dovranno pur confrontarsi con la previsione dell'articolo 10 della Costituzione, che riconosce il diritto di asilo per lo straniero al quale è impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche».
Fabio Amendolara
Come è umana la cigiellina: «Salvini muoia»
Potrebbe finire in tribunale il tweet con cui Isabella Zani, fondatrice e tra i responsabili della Sezione traduttori editoriali (Strade) della Cgil, ha augurato la morte del ministro dell'Interno Matteo Salvini:. «Non voglio che si dimetta. Non voglio che perda l'incarico. Non voglio che finisca in galera. IO LO VOGLIO MORTO», ha twittato alle 19 del 24 gennaio. E il titolare del Viminale se n'è accorto prima che la pagina Twitter venisse chiusa al pubblico. «La “signora" Zani», scrive il segretario della Lega su Facebook, «fondatrice del sindacato traduttori editoriali nella Cgil, scrive che mi vuole “morto". Chiamate un medico per questa tizia! E poi il cattivo sarei io». È la seconda minaccia di morte della settimana, dopo la scritta anarchica comparsa sul muro di una casa popolare di Milano: «Non sparare a Salve, spara a Salvini».
A quanto pare il ministro starebbe pensando di presentare querela contro l'iscritta al sindacato che, fino a ieri sera, non aveva ancora preso posizione sulla vicenda. La «signora Zani», che in un'intervista spiega anche come non essere misantropi rappresenti un vantaggio, rischia una multa pecuniaria fino a 1.032 euro, ma la sua posizione potrebbe peggiorare perché si tratta di una minaccia a un ministro della Repubblica. Non è una situazione simile a quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - il codice penale prevede un articolo specifico il 278 - ma poco ci manca. Quando nel maggio scorso sui social fu augurata la morte al capo dello Stato furono spiccati ben tre avvisi di garanzia.
Non commenta (al momento) Maurizio Landini, il nuovo segretario della Cgil. Restano in silenzio le opposizioni. Ma la bomba della traduttrice cigiellina arriva dopo un altro scivolone del nuovo sindacato post Camusso. E il misfatto corre sempre su Twitter. Sempre il 24 gennaio, giorno dell'incoronazione di Landini, viene approvata una mozione di sostegno al presidente del Venezuela Nicolas Maduro che in un cinguettio viene definito «presidente democraticamente eletto». Poi arriva di corsa la rettifica. «Ebbene sì. L'errore nel tweet sulla mozione #Venezuela c'è stato come si evince dalla sua lettura integrale. La Cgil rivolge un appello al governo del #Venezuela a garanzia dei diritti e libertà fondamentali dei suoi abitanti. Nessun sostegno a Maduro né alle ingerenze esterne».
Ma ormai lo scontro tra Landini e Salvini è totale. E si incentra soprattutto sul tema immigrazione. Non è un caso che l'ex segretario Fiom abbia deciso come primo atto della sua segreteria di visitare il Cara di Bari Palese, Centro per richiedenti asilo che ospita attualmente 545 persone. Dopo che il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere contro il ministro per la vicenda dei migranti a bordo della nave militare Diciotti: accuse di sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale. Ma Salvini tira dritto: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Giudicherà il Senato sull'evidente invasione di campo di qualche giudice di sinistra che vuol fare politica. Ho il cellulare pieno di messaggi di magistrati, avvocati, giudici e uomini di chiesa liberi. Crisi se M5s vota a favore dell'autorizzazione a procedere? Non ne voglio sentir parlare, abbiamo troppe cose da fare». Lo ha spiegato durante un piccolo comizio in piazza Oberdan a Milano, all'inizio di una trafficata corso Buenos Aires, affollata per il sabato pomeriggio. Megafono in mano, giacca rossa e cappellino in testa, affiancato dall'assessore regionale alle Politiche sociali Stefano Bolognini e dal deputato Igor Iezzi, si è arrampicato sul muretto della fermata della metropolitana e ha iniziato ad arringare la folla: «Se aspettiamo Bruxelles fra sei anni siamo ancora qua, faccio solo presente questa coincidenza che da quando abbiamo bloccato l'ingresso in Italia non è partito più un solo barcone dalla Libia. Ormai è evidente che fino a quando si fanno sbarcare e si aiutano scafisti, amici degli scafisti, partenze ci sono e morti ci sono. Quando si bloccano gli sbarchi non parte più nessuno. Quindi mi sembra evidente da che parte stiano i buoni e da che parte stiano gli schiavisti».
Ma tema dell'immigrazione e relative polemiche a parte, per la prima volta il segretario della Lega ha lanciato il guanto di sfida al sindaco di Milano Pd Beppe Sala. Perché, spiega, dopo la conquista del governo nazionale, «ci prepariamo a cambiare anche a Milano, cambiando anche il sindaco. Se un milanese è contento dell'aumento del biglietto del tram, lo dica. Io non ne ho ancora trovato uno». Il leader della Lega non concede sconti al primo cittadino milanese, ieri presente al congresso di Più Europa. «Sono contro l'aumento delle tasse. Far pagare 2 euro a chi prende la metropolitana a Milano non mi sembra che aiuti l'ambiente e i milanesi». Il tema delle elezioni per il nuovo sindaco del capoluogo lombardo entra nel vivo, anche perché in passato era circolata l'ipotesi che Sala potesse candidarsi alle elezioni europee del 26 maggio. La scadenza naturale è nel 2021. Mancano due anni. Davvero poco.
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Il procuratore di Siracusa Fabio Scavone: «Respinte offerte di viveri e medicine». E l'Ong tiene in scacco 13 minori: «Sbarcano tutti e 47 o nessuno».Muro delle toghe contro il decreto sicurezza. Il Pg di Torino Francesco Saluzzo: «Sui migranti pietà l'è morta». Quello di Napoli: «La politica strumentalizza il diritto penale».Come è umana la cigiellina: «Salvini muoia». Il giorno dopo la visita del neo segretario al Cara di Bari, Isabella Zani la responsabile della sezione traduttori del sindacato rosso invoca il decesso del vicepremier: «Non voglio che si dimetta o vada in galera». Il leghista: «Poi il cattivo sarei io». E Maurizio Landini e compagni stanno zitti. Lo speciale comprende tre articoli.Galleggia fuori pericolo e detta condizioni. La Sea Watch 3 è alla fonda in rada, a Marina di Melilli, 1,4 miglia dal porto di Siracusa, ha ottenuto cibo e medicinali, ma il suo equipaggio freme per veder sbarcare i 47 profughi. La situazione è di stallo, il vicepremier Matteo Salvini mantiene alta la guardia sui porti chiusi. Come accaduto negli ultimi mesi si radicalizzerà un copione consueto: da una parte i rigori della legge, dall'altra le ragioni dell'emotività, dello storytelling, degli affari sulla pelle dei disperati.«Dovranno sbarcare tutti o nessuno», sottolinea un comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, giovane portavoce italiana dell'Ong tedesca proprietaria della nave olandese che una settimana fa, con l'insorgere del maltempo, invece di riparare a Zarzis in Tunisia (come tutti i pescherecci avvistati in zona), ha puntato sulla ben più lontana Sicilia mettendo a repentaglio l'incolumità dei passeggeri. Proprio per approfondire questo aspetto, il Viminale preme per aprire un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e chiede di salire a bordo del battello per assumere informazioni utili. Operazione paradossalmente non semplice perché osteggiata dal procuratore facente funzione di Siracusa, Fabio Scavone, che avrebbe già deciso «che non ci sono elementi per un intervento». Lo stesso procuratore ha poi disinnescato un paio di grimaldelli retorici utilizzati dall'Ong: «Mi sono preoccupato della situazione igienico-sanitaria a bordo, ma mi è stato riferito dalla Gdf e dalla Capitaneria di porto che dal comando della nave hanno assicurato che non ci sono emergenze in questo senso, né per ciò che riguarda il cibo», ha detto all'Ansa. Inoltre i minori «sono sì non accompagnati ma non sono abbandonati perché sono sotto l'autorità del comandante».Tutti o nessuno. Il diktat dalla Sea Watch smonta sul nascere la proposta di alcune associazioni religiose come la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini che, rispondendo a un invito della Conferenza episcopale, sarebbero interessate a dare accoglienza ai 13 minori. La definizione è generica, ma prevedibilmente si tratta di ragazzi di 16 e 17 anni e non di bambini; in caso contrario avrebbero guadagnato da tempo il ponte principale e le prime pagine, secondo elementari regole di marketing umanitario. Il Tribunale dei minori di Catania ha dato ordine di farli sbarcare «per non eludere i loro diritti», ma per la Sea Watch 3 questo è un problema. Approfondisce Lunardi: «Procedere con lo sbarco di solo una parte dei naufraghi risulterebbe traumatico per gli altri, poi costretti a rimanere ancora a bordo». E per suffragare la tesi, riporta la testimonianza di un sedicenne proveniente dalla Guinea: «È in Libia che ho conosciuto Y, è il mio grand frère, ci prendiamo cura l'uno dell'altro». Il segretario della Cei, monsignor Stefano Russo, sottolinea ancora una volta la filosofia evangelica della scelta: «La nostra voce si unisce a quella della Chiesa di Siracusa come pure di altre istituzioni, associazioni e comunità che si riconoscono impossibilitate a distogliere ulteriormente lo sguardo da queste vittime». È una sottolineatura in linea con la politica di papa Francesco, che da Panama fa sapere: «Non bisogna identificare ogni migrante come portatore di male sociale». Anche se di bambini non se ne sono visti, alcune persone in rappresentanza di Unicef, Action Aid, Save the Children si sono riunite in presidio a Siracusa sotto lo slogan: «Fateli scendere». Meno euforici sembrano gli olandesi, chiamati in causa da Salvini come Paese di provenienza della nave. Attraverso il ministro per l'Immigrazione, Mark Harbers, il governo di Amsterdam fa sapere: «Siamo a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente dopo lo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro che hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto. Chi non dovesse averne, dovrà essere rifiutato e rispedito indietro immediatamente». Molto più vicino a Salvini che ai canoni classici del buonismo mediterraneo.Sulla vicenda si inserisce Silvio Berlusconi con una stilettata al presunto alleato, che anticipa un certo clima sulla lunga strada della campagna elettorale per Bruxelles: «Si continua a far credere che l'immigrazione sia il primo problema del Paese. Io non vedo francamente che cosa possa svilupparsi con la discesa di altri 47 migranti che sono in condizioni precarie su una nave con un tempo non buono, di fronte alla presenza di oltre 600.000 clandestini che si dovevano inviare al loro Paese e invece sono ancora in Italia». In attesa di conoscere il destino dei 47 migranti, davanti a Siracusa è calma piatta con poche certezze. In definitiva quattro: Salvini sulla graticola, gli olandesi soddisfatti di essersi sfilati ancora una volta, la Sea Watch pronta a tornare a fare il taxi. E Giorgia Lunardi in una lista del Pd per le prossime Europee, quota generazione Erasmus. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulla-sea-watch-non-ce-emergenza-smontato-il-ricatto-dei-bimbi-senza-cibo-2627184657.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="muro-delle-toghe-contro-il-decreto-sicurezza" data-post-id="2627184657" data-published-at="1768962944" data-use-pagination="False"> Muro delle toghe contro il decreto sicurezza La linea di Matteo Salvini sull'immigrazione non piace ad ampie fette della magistratura. 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E ancora: «Vi è la tendenza di una accentuata strumentalizzazione politica del diritto penale in chiave di rassicurazione collettiva e di captazione di un facile consenso rispetto a problemi sociali e fenomeni complessi». È sembrata una relazione politica, poi, quella del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo (il magistrato insultato sui social per le iniziative delle toghe torinesi per contrastare l'odio razziale): «La politica è totalmente disinteressata al profilo umanitario: potrei dire che la pietà, declinata nel suo senso laico, è morta». Poi cita Primo Levi sui campi di sterminio: «Se questo è accaduto può succedere di nuovo». Un appello a «coltivare la memoria quale imprescindibile anticorpo al risorgere di germi razzisti e antisemiti» è arrivato dal vice presidente del Csm David Ermini. E sulla vicenda del ministro Salvini, che il Tribunale dei ministri chiede di processare per sequestro di persona per il caso Diciotti, ha ricordato che «il Tribunale dei ministri ha deciso che in questo caso non può essere accolta la richiesta di archiviazione». Salvini nei giorni scorsi aveva detto che la politica sull'immigrazione non spetta ai tribunali. Ora questa contrapposizione potrebbe finire di fronte al Csm con una pratica a tutela delle toghe. Le parole dei giudici durante le cerimonie di ieri provano come il tema dell'immigrazione influenzi le dinamiche giudiziarie. Dal distretto milanese, ad esempio, il presidente della Corte d'appello Marina Tavassi ha puntato l'indice sui carichi di lavoro «appesantiti dai procedimenti legati alle richieste d'asilo». La presidente della Corte d'appello di Salerno, Iside Russo, invece, teme che le nuove norme in materia di immigrazione «provocheranno un consistente incremento dei ricorsi». Anche a Catanzaro tribunali intasati: il presidente Domenico Introcaso ha spiegato «che, con riferimento al tema dei migranti, il tribunale competente è sottoposto a impegno gravosissimo, in una materia complicata». E da Reggio Calabria, il presidente della Corte d'appello Luciano Gerardis, ha ricordato che «le cronache giornaliere atterriscono con il racconto di un mondo che sembra aver smarrito persino il senso di umanità». Parole che fanno il paio con quelle di Claudio Castelli, presidente della Corte d'Appello di Brescia: «Il sistema che abbiamo creato per gestire l'immigrazione, al di là dei barconi, non funziona. Non funzionava prima perché il sistema delle Commissioni territoriali produceva alla lunga clandestini, ma l'attuale situazione con la modifica normativa recentemente adottata è molto peggiore perché l'abolizione degli Sprar negherà a decine di migliaia di persone i diritti fondamentali». Il presidente della Corte d'appello barese, Franco Cassano, invece, ha liquidato così la questione: «Pare esserci abbondante materia di lavoro per la Corte Costituzionale». Secondo il pg di Genova Valeria Fazio le nuove norme «dovranno pur confrontarsi con la previsione dell'articolo 10 della Costituzione, che riconosce il diritto di asilo per lo straniero al quale è impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche». 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E il titolare del Viminale se n'è accorto prima che la pagina Twitter venisse chiusa al pubblico. «La “signora" Zani», scrive il segretario della Lega su Facebook, «fondatrice del sindacato traduttori editoriali nella Cgil, scrive che mi vuole “morto". Chiamate un medico per questa tizia! E poi il cattivo sarei io». È la seconda minaccia di morte della settimana, dopo la scritta anarchica comparsa sul muro di una casa popolare di Milano: «Non sparare a Salve, spara a Salvini». A quanto pare il ministro starebbe pensando di presentare querela contro l'iscritta al sindacato che, fino a ieri sera, non aveva ancora preso posizione sulla vicenda. La «signora Zani», che in un'intervista spiega anche come non essere misantropi rappresenti un vantaggio, rischia una multa pecuniaria fino a 1.032 euro, ma la sua posizione potrebbe peggiorare perché si tratta di una minaccia a un ministro della Repubblica. Non è una situazione simile a quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - il codice penale prevede un articolo specifico il 278 - ma poco ci manca. Quando nel maggio scorso sui social fu augurata la morte al capo dello Stato furono spiccati ben tre avvisi di garanzia. Non commenta (al momento) Maurizio Landini, il nuovo segretario della Cgil. Restano in silenzio le opposizioni. Ma la bomba della traduttrice cigiellina arriva dopo un altro scivolone del nuovo sindacato post Camusso. E il misfatto corre sempre su Twitter. Sempre il 24 gennaio, giorno dell'incoronazione di Landini, viene approvata una mozione di sostegno al presidente del Venezuela Nicolas Maduro che in un cinguettio viene definito «presidente democraticamente eletto». Poi arriva di corsa la rettifica. «Ebbene sì. L'errore nel tweet sulla mozione #Venezuela c'è stato come si evince dalla sua lettura integrale. La Cgil rivolge un appello al governo del #Venezuela a garanzia dei diritti e libertà fondamentali dei suoi abitanti. Nessun sostegno a Maduro né alle ingerenze esterne». Ma ormai lo scontro tra Landini e Salvini è totale. E si incentra soprattutto sul tema immigrazione. Non è un caso che l'ex segretario Fiom abbia deciso come primo atto della sua segreteria di visitare il Cara di Bari Palese, Centro per richiedenti asilo che ospita attualmente 545 persone. Dopo che il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere contro il ministro per la vicenda dei migranti a bordo della nave militare Diciotti: accuse di sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale. Ma Salvini tira dritto: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Giudicherà il Senato sull'evidente invasione di campo di qualche giudice di sinistra che vuol fare politica. Ho il cellulare pieno di messaggi di magistrati, avvocati, giudici e uomini di chiesa liberi. Crisi se M5s vota a favore dell'autorizzazione a procedere? Non ne voglio sentir parlare, abbiamo troppe cose da fare». Lo ha spiegato durante un piccolo comizio in piazza Oberdan a Milano, all'inizio di una trafficata corso Buenos Aires, affollata per il sabato pomeriggio. Megafono in mano, giacca rossa e cappellino in testa, affiancato dall'assessore regionale alle Politiche sociali Stefano Bolognini e dal deputato Igor Iezzi, si è arrampicato sul muretto della fermata della metropolitana e ha iniziato ad arringare la folla: «Se aspettiamo Bruxelles fra sei anni siamo ancora qua, faccio solo presente questa coincidenza che da quando abbiamo bloccato l'ingresso in Italia non è partito più un solo barcone dalla Libia. Ormai è evidente che fino a quando si fanno sbarcare e si aiutano scafisti, amici degli scafisti, partenze ci sono e morti ci sono. Quando si bloccano gli sbarchi non parte più nessuno. Quindi mi sembra evidente da che parte stiano i buoni e da che parte stiano gli schiavisti». Ma tema dell'immigrazione e relative polemiche a parte, per la prima volta il segretario della Lega ha lanciato il guanto di sfida al sindaco di Milano Pd Beppe Sala. Perché, spiega, dopo la conquista del governo nazionale, «ci prepariamo a cambiare anche a Milano, cambiando anche il sindaco. Se un milanese è contento dell'aumento del biglietto del tram, lo dica. Io non ne ho ancora trovato uno». Il leader della Lega non concede sconti al primo cittadino milanese, ieri presente al congresso di Più Europa. «Sono contro l'aumento delle tasse. Far pagare 2 euro a chi prende la metropolitana a Milano non mi sembra che aiuti l'ambiente e i milanesi». Il tema delle elezioni per il nuovo sindaco del capoluogo lombardo entra nel vivo, anche perché in passato era circolata l'ipotesi che Sala potesse candidarsi alle elezioni europee del 26 maggio. La scadenza naturale è nel 2021. Mancano due anni. Davvero poco.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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