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2019-01-27
«Sulla Sea Watch non c’è emergenza». Smontato il ricatto dei bimbi senza cibo
Ansa
Galleggia fuori pericolo e detta condizioni. La Sea Watch 3 è alla fonda in rada, a Marina di Melilli, 1,4 miglia dal porto di Siracusa, ha ottenuto cibo e medicinali, ma il suo equipaggio freme per veder sbarcare i 47 profughi. La situazione è di stallo, il vicepremier Matteo Salvini mantiene alta la guardia sui porti chiusi. Come accaduto negli ultimi mesi si radicalizzerà un copione consueto: da una parte i rigori della legge, dall'altra le ragioni dell'emotività, dello storytelling, degli affari sulla pelle dei disperati.
«Dovranno sbarcare tutti o nessuno», sottolinea un comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, giovane portavoce italiana dell'Ong tedesca proprietaria della nave olandese che una settimana fa, con l'insorgere del maltempo, invece di riparare a Zarzis in Tunisia (come tutti i pescherecci avvistati in zona), ha puntato sulla ben più lontana Sicilia mettendo a repentaglio l'incolumità dei passeggeri. Proprio per approfondire questo aspetto, il Viminale preme per aprire un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e chiede di salire a bordo del battello per assumere informazioni utili. Operazione paradossalmente non semplice perché osteggiata dal procuratore facente funzione di Siracusa, Fabio Scavone, che avrebbe già deciso «che non ci sono elementi per un intervento». Lo stesso procuratore ha poi disinnescato un paio di grimaldelli retorici utilizzati dall'Ong: «Mi sono preoccupato della situazione igienico-sanitaria a bordo, ma mi è stato riferito dalla Gdf e dalla Capitaneria di porto che dal comando della nave hanno assicurato che non ci sono emergenze in questo senso, né per ciò che riguarda il cibo», ha detto all'Ansa. Inoltre i minori «sono sì non accompagnati ma non sono abbandonati perché sono sotto l'autorità del comandante».
Tutti o nessuno. Il diktat dalla Sea Watch smonta sul nascere la proposta di alcune associazioni religiose come la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini che, rispondendo a un invito della Conferenza episcopale, sarebbero interessate a dare accoglienza ai 13 minori. La definizione è generica, ma prevedibilmente si tratta di ragazzi di 16 e 17 anni e non di bambini; in caso contrario avrebbero guadagnato da tempo il ponte principale e le prime pagine, secondo elementari regole di marketing umanitario.
Il Tribunale dei minori di Catania ha dato ordine di farli sbarcare «per non eludere i loro diritti», ma per la Sea Watch 3 questo è un problema. Approfondisce Lunardi: «Procedere con lo sbarco di solo una parte dei naufraghi risulterebbe traumatico per gli altri, poi costretti a rimanere ancora a bordo». E per suffragare la tesi, riporta la testimonianza di un sedicenne proveniente dalla Guinea: «È in Libia che ho conosciuto Y, è il mio grand frère, ci prendiamo cura l'uno dell'altro».
Il segretario della Cei, monsignor Stefano Russo, sottolinea ancora una volta la filosofia evangelica della scelta: «La nostra voce si unisce a quella della Chiesa di Siracusa come pure di altre istituzioni, associazioni e comunità che si riconoscono impossibilitate a distogliere ulteriormente lo sguardo da queste vittime». È una sottolineatura in linea con la politica di papa Francesco, che da Panama fa sapere: «Non bisogna identificare ogni migrante come portatore di male sociale». Anche se di bambini non se ne sono visti, alcune persone in rappresentanza di Unicef, Action Aid, Save the Children si sono riunite in presidio a Siracusa sotto lo slogan: «Fateli scendere». Meno euforici sembrano gli olandesi, chiamati in causa da Salvini come Paese di provenienza della nave. Attraverso il ministro per l'Immigrazione, Mark Harbers, il governo di Amsterdam fa sapere: «Siamo a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente dopo lo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro che hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto. Chi non dovesse averne, dovrà essere rifiutato e rispedito indietro immediatamente». Molto più vicino a Salvini che ai canoni classici del buonismo mediterraneo.
Sulla vicenda si inserisce Silvio Berlusconi con una stilettata al presunto alleato, che anticipa un certo clima sulla lunga strada della campagna elettorale per Bruxelles: «Si continua a far credere che l'immigrazione sia il primo problema del Paese. Io non vedo francamente che cosa possa svilupparsi con la discesa di altri 47 migranti che sono in condizioni precarie su una nave con un tempo non buono, di fronte alla presenza di oltre 600.000 clandestini che si dovevano inviare al loro Paese e invece sono ancora in Italia».
In attesa di conoscere il destino dei 47 migranti, davanti a Siracusa è calma piatta con poche certezze. In definitiva quattro: Salvini sulla graticola, gli olandesi soddisfatti di essersi sfilati ancora una volta, la Sea Watch pronta a tornare a fare il taxi. E Giorgia Lunardi in una lista del Pd per le prossime Europee, quota generazione Erasmus.
Muro delle toghe contro il decreto sicurezza
La linea di Matteo Salvini sull'immigrazione non piace ad ampie fette della magistratura. Qua e là lungo lo Stivale, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario di ieri, procuratori generali e presidenti di Corte d'appello hanno criticato i contenuti del Decreto sicurezza. A Roma, ad esempio, il procuratore generale Giovanni Salvi ha affermato: «Occorre avere piena consapevolezza della complessità della questione migratoria, che tanto impatto ha sia sulla percezione della sicurezza che sulle attuali politiche securitarie». Per il pg di Palermo Roberto Scarpinato, da sempre vicino alle posizioni di Magistratura democratica, «sono state approvate leggi che hanno introdotto un flusso continuo di nuovi reati e che hanno ingolfato i tribunali, vanificando nel tempo gli scopi che si volevano conseguire, basti ricordare che con il Decreto sicurezza è stata introdotta la sanzione per l'accattonaggio che prevede l'arresto e la sanzione al parcheggiatore abusivo». E ancora: «Vi è la tendenza di una accentuata strumentalizzazione politica del diritto penale in chiave di rassicurazione collettiva e di captazione di un facile consenso rispetto a problemi sociali e fenomeni complessi».
È sembrata una relazione politica, poi, quella del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo (il magistrato insultato sui social per le iniziative delle toghe torinesi per contrastare l'odio razziale): «La politica è totalmente disinteressata al profilo umanitario: potrei dire che la pietà, declinata nel suo senso laico, è morta». Poi cita Primo Levi sui campi di sterminio: «Se questo è accaduto può succedere di nuovo».
Un appello a «coltivare la memoria quale imprescindibile anticorpo al risorgere di germi razzisti e antisemiti» è arrivato dal vice presidente del Csm David Ermini. E sulla vicenda del ministro Salvini, che il Tribunale dei ministri chiede di processare per sequestro di persona per il caso Diciotti, ha ricordato che «il Tribunale dei ministri ha deciso che in questo caso non può essere accolta la richiesta di archiviazione». Salvini nei giorni scorsi aveva detto che la politica sull'immigrazione non spetta ai tribunali. Ora questa contrapposizione potrebbe finire di fronte al Csm con una pratica a tutela delle toghe.
Le parole dei giudici durante le cerimonie di ieri provano come il tema dell'immigrazione influenzi le dinamiche giudiziarie.
Dal distretto milanese, ad esempio, il presidente della Corte d'appello Marina Tavassi ha puntato l'indice sui carichi di lavoro «appesantiti dai procedimenti legati alle richieste d'asilo». La presidente della Corte d'appello di Salerno, Iside Russo, invece, teme che le nuove norme in materia di immigrazione «provocheranno un consistente incremento dei ricorsi». Anche a Catanzaro tribunali intasati: il presidente Domenico Introcaso ha spiegato «che, con riferimento al tema dei migranti, il tribunale competente è sottoposto a impegno gravosissimo, in una materia complicata». E da Reggio Calabria, il presidente della Corte d'appello Luciano Gerardis, ha ricordato che «le cronache giornaliere atterriscono con il racconto di un mondo che sembra aver smarrito persino il senso di umanità». Parole che fanno il paio con quelle di Claudio Castelli, presidente della Corte d'Appello di Brescia: «Il sistema che abbiamo creato per gestire l'immigrazione, al di là dei barconi, non funziona. Non funzionava prima perché il sistema delle Commissioni territoriali produceva alla lunga clandestini, ma l'attuale situazione con la modifica normativa recentemente adottata è molto peggiore perché l'abolizione degli Sprar negherà a decine di migliaia di persone i diritti fondamentali». Il presidente della Corte d'appello barese, Franco Cassano, invece, ha liquidato così la questione: «Pare esserci abbondante materia di lavoro per la Corte Costituzionale». Secondo il pg di Genova Valeria Fazio le nuove norme «dovranno pur confrontarsi con la previsione dell'articolo 10 della Costituzione, che riconosce il diritto di asilo per lo straniero al quale è impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche».
Fabio Amendolara
Come è umana la cigiellina: «Salvini muoia»
Potrebbe finire in tribunale il tweet con cui Isabella Zani, fondatrice e tra i responsabili della Sezione traduttori editoriali (Strade) della Cgil, ha augurato la morte del ministro dell'Interno Matteo Salvini:. «Non voglio che si dimetta. Non voglio che perda l'incarico. Non voglio che finisca in galera. IO LO VOGLIO MORTO», ha twittato alle 19 del 24 gennaio. E il titolare del Viminale se n'è accorto prima che la pagina Twitter venisse chiusa al pubblico. «La “signora" Zani», scrive il segretario della Lega su Facebook, «fondatrice del sindacato traduttori editoriali nella Cgil, scrive che mi vuole “morto". Chiamate un medico per questa tizia! E poi il cattivo sarei io». È la seconda minaccia di morte della settimana, dopo la scritta anarchica comparsa sul muro di una casa popolare di Milano: «Non sparare a Salve, spara a Salvini».
A quanto pare il ministro starebbe pensando di presentare querela contro l'iscritta al sindacato che, fino a ieri sera, non aveva ancora preso posizione sulla vicenda. La «signora Zani», che in un'intervista spiega anche come non essere misantropi rappresenti un vantaggio, rischia una multa pecuniaria fino a 1.032 euro, ma la sua posizione potrebbe peggiorare perché si tratta di una minaccia a un ministro della Repubblica. Non è una situazione simile a quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - il codice penale prevede un articolo specifico il 278 - ma poco ci manca. Quando nel maggio scorso sui social fu augurata la morte al capo dello Stato furono spiccati ben tre avvisi di garanzia.
Non commenta (al momento) Maurizio Landini, il nuovo segretario della Cgil. Restano in silenzio le opposizioni. Ma la bomba della traduttrice cigiellina arriva dopo un altro scivolone del nuovo sindacato post Camusso. E il misfatto corre sempre su Twitter. Sempre il 24 gennaio, giorno dell'incoronazione di Landini, viene approvata una mozione di sostegno al presidente del Venezuela Nicolas Maduro che in un cinguettio viene definito «presidente democraticamente eletto». Poi arriva di corsa la rettifica. «Ebbene sì. L'errore nel tweet sulla mozione #Venezuela c'è stato come si evince dalla sua lettura integrale. La Cgil rivolge un appello al governo del #Venezuela a garanzia dei diritti e libertà fondamentali dei suoi abitanti. Nessun sostegno a Maduro né alle ingerenze esterne».
Ma ormai lo scontro tra Landini e Salvini è totale. E si incentra soprattutto sul tema immigrazione. Non è un caso che l'ex segretario Fiom abbia deciso come primo atto della sua segreteria di visitare il Cara di Bari Palese, Centro per richiedenti asilo che ospita attualmente 545 persone. Dopo che il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere contro il ministro per la vicenda dei migranti a bordo della nave militare Diciotti: accuse di sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale. Ma Salvini tira dritto: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Giudicherà il Senato sull'evidente invasione di campo di qualche giudice di sinistra che vuol fare politica. Ho il cellulare pieno di messaggi di magistrati, avvocati, giudici e uomini di chiesa liberi. Crisi se M5s vota a favore dell'autorizzazione a procedere? Non ne voglio sentir parlare, abbiamo troppe cose da fare». Lo ha spiegato durante un piccolo comizio in piazza Oberdan a Milano, all'inizio di una trafficata corso Buenos Aires, affollata per il sabato pomeriggio. Megafono in mano, giacca rossa e cappellino in testa, affiancato dall'assessore regionale alle Politiche sociali Stefano Bolognini e dal deputato Igor Iezzi, si è arrampicato sul muretto della fermata della metropolitana e ha iniziato ad arringare la folla: «Se aspettiamo Bruxelles fra sei anni siamo ancora qua, faccio solo presente questa coincidenza che da quando abbiamo bloccato l'ingresso in Italia non è partito più un solo barcone dalla Libia. Ormai è evidente che fino a quando si fanno sbarcare e si aiutano scafisti, amici degli scafisti, partenze ci sono e morti ci sono. Quando si bloccano gli sbarchi non parte più nessuno. Quindi mi sembra evidente da che parte stiano i buoni e da che parte stiano gli schiavisti».
Ma tema dell'immigrazione e relative polemiche a parte, per la prima volta il segretario della Lega ha lanciato il guanto di sfida al sindaco di Milano Pd Beppe Sala. Perché, spiega, dopo la conquista del governo nazionale, «ci prepariamo a cambiare anche a Milano, cambiando anche il sindaco. Se un milanese è contento dell'aumento del biglietto del tram, lo dica. Io non ne ho ancora trovato uno». Il leader della Lega non concede sconti al primo cittadino milanese, ieri presente al congresso di Più Europa. «Sono contro l'aumento delle tasse. Far pagare 2 euro a chi prende la metropolitana a Milano non mi sembra che aiuti l'ambiente e i milanesi». Il tema delle elezioni per il nuovo sindaco del capoluogo lombardo entra nel vivo, anche perché in passato era circolata l'ipotesi che Sala potesse candidarsi alle elezioni europee del 26 maggio. La scadenza naturale è nel 2021. Mancano due anni. Davvero poco.
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Il procuratore di Siracusa Fabio Scavone: «Respinte offerte di viveri e medicine». E l'Ong tiene in scacco 13 minori: «Sbarcano tutti e 47 o nessuno».Muro delle toghe contro il decreto sicurezza. Il Pg di Torino Francesco Saluzzo: «Sui migranti pietà l'è morta». Quello di Napoli: «La politica strumentalizza il diritto penale».Come è umana la cigiellina: «Salvini muoia». Il giorno dopo la visita del neo segretario al Cara di Bari, Isabella Zani la responsabile della sezione traduttori del sindacato rosso invoca il decesso del vicepremier: «Non voglio che si dimetta o vada in galera». Il leghista: «Poi il cattivo sarei io». E Maurizio Landini e compagni stanno zitti. Lo speciale comprende tre articoli.Galleggia fuori pericolo e detta condizioni. La Sea Watch 3 è alla fonda in rada, a Marina di Melilli, 1,4 miglia dal porto di Siracusa, ha ottenuto cibo e medicinali, ma il suo equipaggio freme per veder sbarcare i 47 profughi. La situazione è di stallo, il vicepremier Matteo Salvini mantiene alta la guardia sui porti chiusi. Come accaduto negli ultimi mesi si radicalizzerà un copione consueto: da una parte i rigori della legge, dall'altra le ragioni dell'emotività, dello storytelling, degli affari sulla pelle dei disperati.«Dovranno sbarcare tutti o nessuno», sottolinea un comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, giovane portavoce italiana dell'Ong tedesca proprietaria della nave olandese che una settimana fa, con l'insorgere del maltempo, invece di riparare a Zarzis in Tunisia (come tutti i pescherecci avvistati in zona), ha puntato sulla ben più lontana Sicilia mettendo a repentaglio l'incolumità dei passeggeri. Proprio per approfondire questo aspetto, il Viminale preme per aprire un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e chiede di salire a bordo del battello per assumere informazioni utili. Operazione paradossalmente non semplice perché osteggiata dal procuratore facente funzione di Siracusa, Fabio Scavone, che avrebbe già deciso «che non ci sono elementi per un intervento». Lo stesso procuratore ha poi disinnescato un paio di grimaldelli retorici utilizzati dall'Ong: «Mi sono preoccupato della situazione igienico-sanitaria a bordo, ma mi è stato riferito dalla Gdf e dalla Capitaneria di porto che dal comando della nave hanno assicurato che non ci sono emergenze in questo senso, né per ciò che riguarda il cibo», ha detto all'Ansa. Inoltre i minori «sono sì non accompagnati ma non sono abbandonati perché sono sotto l'autorità del comandante».Tutti o nessuno. Il diktat dalla Sea Watch smonta sul nascere la proposta di alcune associazioni religiose come la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini che, rispondendo a un invito della Conferenza episcopale, sarebbero interessate a dare accoglienza ai 13 minori. La definizione è generica, ma prevedibilmente si tratta di ragazzi di 16 e 17 anni e non di bambini; in caso contrario avrebbero guadagnato da tempo il ponte principale e le prime pagine, secondo elementari regole di marketing umanitario. Il Tribunale dei minori di Catania ha dato ordine di farli sbarcare «per non eludere i loro diritti», ma per la Sea Watch 3 questo è un problema. Approfondisce Lunardi: «Procedere con lo sbarco di solo una parte dei naufraghi risulterebbe traumatico per gli altri, poi costretti a rimanere ancora a bordo». E per suffragare la tesi, riporta la testimonianza di un sedicenne proveniente dalla Guinea: «È in Libia che ho conosciuto Y, è il mio grand frère, ci prendiamo cura l'uno dell'altro». Il segretario della Cei, monsignor Stefano Russo, sottolinea ancora una volta la filosofia evangelica della scelta: «La nostra voce si unisce a quella della Chiesa di Siracusa come pure di altre istituzioni, associazioni e comunità che si riconoscono impossibilitate a distogliere ulteriormente lo sguardo da queste vittime». È una sottolineatura in linea con la politica di papa Francesco, che da Panama fa sapere: «Non bisogna identificare ogni migrante come portatore di male sociale». Anche se di bambini non se ne sono visti, alcune persone in rappresentanza di Unicef, Action Aid, Save the Children si sono riunite in presidio a Siracusa sotto lo slogan: «Fateli scendere». Meno euforici sembrano gli olandesi, chiamati in causa da Salvini come Paese di provenienza della nave. Attraverso il ministro per l'Immigrazione, Mark Harbers, il governo di Amsterdam fa sapere: «Siamo a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente dopo lo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro che hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto. Chi non dovesse averne, dovrà essere rifiutato e rispedito indietro immediatamente». Molto più vicino a Salvini che ai canoni classici del buonismo mediterraneo.Sulla vicenda si inserisce Silvio Berlusconi con una stilettata al presunto alleato, che anticipa un certo clima sulla lunga strada della campagna elettorale per Bruxelles: «Si continua a far credere che l'immigrazione sia il primo problema del Paese. Io non vedo francamente che cosa possa svilupparsi con la discesa di altri 47 migranti che sono in condizioni precarie su una nave con un tempo non buono, di fronte alla presenza di oltre 600.000 clandestini che si dovevano inviare al loro Paese e invece sono ancora in Italia». In attesa di conoscere il destino dei 47 migranti, davanti a Siracusa è calma piatta con poche certezze. In definitiva quattro: Salvini sulla graticola, gli olandesi soddisfatti di essersi sfilati ancora una volta, la Sea Watch pronta a tornare a fare il taxi. E Giorgia Lunardi in una lista del Pd per le prossime Europee, quota generazione Erasmus. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulla-sea-watch-non-ce-emergenza-smontato-il-ricatto-dei-bimbi-senza-cibo-2627184657.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="muro-delle-toghe-contro-il-decreto-sicurezza" data-post-id="2627184657" data-published-at="1773132607" data-use-pagination="False"> Muro delle toghe contro il decreto sicurezza La linea di Matteo Salvini sull'immigrazione non piace ad ampie fette della magistratura. Qua e là lungo lo Stivale, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario di ieri, procuratori generali e presidenti di Corte d'appello hanno criticato i contenuti del Decreto sicurezza. A Roma, ad esempio, il procuratore generale Giovanni Salvi ha affermato: «Occorre avere piena consapevolezza della complessità della questione migratoria, che tanto impatto ha sia sulla percezione della sicurezza che sulle attuali politiche securitarie». Per il pg di Palermo Roberto Scarpinato, da sempre vicino alle posizioni di Magistratura democratica, «sono state approvate leggi che hanno introdotto un flusso continuo di nuovi reati e che hanno ingolfato i tribunali, vanificando nel tempo gli scopi che si volevano conseguire, basti ricordare che con il Decreto sicurezza è stata introdotta la sanzione per l'accattonaggio che prevede l'arresto e la sanzione al parcheggiatore abusivo». E ancora: «Vi è la tendenza di una accentuata strumentalizzazione politica del diritto penale in chiave di rassicurazione collettiva e di captazione di un facile consenso rispetto a problemi sociali e fenomeni complessi». È sembrata una relazione politica, poi, quella del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo (il magistrato insultato sui social per le iniziative delle toghe torinesi per contrastare l'odio razziale): «La politica è totalmente disinteressata al profilo umanitario: potrei dire che la pietà, declinata nel suo senso laico, è morta». Poi cita Primo Levi sui campi di sterminio: «Se questo è accaduto può succedere di nuovo». Un appello a «coltivare la memoria quale imprescindibile anticorpo al risorgere di germi razzisti e antisemiti» è arrivato dal vice presidente del Csm David Ermini. E sulla vicenda del ministro Salvini, che il Tribunale dei ministri chiede di processare per sequestro di persona per il caso Diciotti, ha ricordato che «il Tribunale dei ministri ha deciso che in questo caso non può essere accolta la richiesta di archiviazione». Salvini nei giorni scorsi aveva detto che la politica sull'immigrazione non spetta ai tribunali. Ora questa contrapposizione potrebbe finire di fronte al Csm con una pratica a tutela delle toghe. Le parole dei giudici durante le cerimonie di ieri provano come il tema dell'immigrazione influenzi le dinamiche giudiziarie. Dal distretto milanese, ad esempio, il presidente della Corte d'appello Marina Tavassi ha puntato l'indice sui carichi di lavoro «appesantiti dai procedimenti legati alle richieste d'asilo». La presidente della Corte d'appello di Salerno, Iside Russo, invece, teme che le nuove norme in materia di immigrazione «provocheranno un consistente incremento dei ricorsi». Anche a Catanzaro tribunali intasati: il presidente Domenico Introcaso ha spiegato «che, con riferimento al tema dei migranti, il tribunale competente è sottoposto a impegno gravosissimo, in una materia complicata». E da Reggio Calabria, il presidente della Corte d'appello Luciano Gerardis, ha ricordato che «le cronache giornaliere atterriscono con il racconto di un mondo che sembra aver smarrito persino il senso di umanità». Parole che fanno il paio con quelle di Claudio Castelli, presidente della Corte d'Appello di Brescia: «Il sistema che abbiamo creato per gestire l'immigrazione, al di là dei barconi, non funziona. Non funzionava prima perché il sistema delle Commissioni territoriali produceva alla lunga clandestini, ma l'attuale situazione con la modifica normativa recentemente adottata è molto peggiore perché l'abolizione degli Sprar negherà a decine di migliaia di persone i diritti fondamentali». Il presidente della Corte d'appello barese, Franco Cassano, invece, ha liquidato così la questione: «Pare esserci abbondante materia di lavoro per la Corte Costituzionale». Secondo il pg di Genova Valeria Fazio le nuove norme «dovranno pur confrontarsi con la previsione dell'articolo 10 della Costituzione, che riconosce il diritto di asilo per lo straniero al quale è impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulla-sea-watch-non-ce-emergenza-smontato-il-ricatto-dei-bimbi-senza-cibo-2627184657.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="come-e-umana-la-cigiellina-salvini-muoia" data-post-id="2627184657" data-published-at="1773132607" data-use-pagination="False"> Come è umana la cigiellina: «Salvini muoia» Potrebbe finire in tribunale il tweet con cui Isabella Zani, fondatrice e tra i responsabili della Sezione traduttori editoriali (Strade) della Cgil, ha augurato la morte del ministro dell'Interno Matteo Salvini:. «Non voglio che si dimetta. Non voglio che perda l'incarico. Non voglio che finisca in galera. IO LO VOGLIO MORTO», ha twittato alle 19 del 24 gennaio. E il titolare del Viminale se n'è accorto prima che la pagina Twitter venisse chiusa al pubblico. «La “signora" Zani», scrive il segretario della Lega su Facebook, «fondatrice del sindacato traduttori editoriali nella Cgil, scrive che mi vuole “morto". Chiamate un medico per questa tizia! E poi il cattivo sarei io». È la seconda minaccia di morte della settimana, dopo la scritta anarchica comparsa sul muro di una casa popolare di Milano: «Non sparare a Salve, spara a Salvini». A quanto pare il ministro starebbe pensando di presentare querela contro l'iscritta al sindacato che, fino a ieri sera, non aveva ancora preso posizione sulla vicenda. La «signora Zani», che in un'intervista spiega anche come non essere misantropi rappresenti un vantaggio, rischia una multa pecuniaria fino a 1.032 euro, ma la sua posizione potrebbe peggiorare perché si tratta di una minaccia a un ministro della Repubblica. Non è una situazione simile a quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - il codice penale prevede un articolo specifico il 278 - ma poco ci manca. Quando nel maggio scorso sui social fu augurata la morte al capo dello Stato furono spiccati ben tre avvisi di garanzia. Non commenta (al momento) Maurizio Landini, il nuovo segretario della Cgil. Restano in silenzio le opposizioni. Ma la bomba della traduttrice cigiellina arriva dopo un altro scivolone del nuovo sindacato post Camusso. E il misfatto corre sempre su Twitter. Sempre il 24 gennaio, giorno dell'incoronazione di Landini, viene approvata una mozione di sostegno al presidente del Venezuela Nicolas Maduro che in un cinguettio viene definito «presidente democraticamente eletto». Poi arriva di corsa la rettifica. «Ebbene sì. L'errore nel tweet sulla mozione #Venezuela c'è stato come si evince dalla sua lettura integrale. La Cgil rivolge un appello al governo del #Venezuela a garanzia dei diritti e libertà fondamentali dei suoi abitanti. Nessun sostegno a Maduro né alle ingerenze esterne». Ma ormai lo scontro tra Landini e Salvini è totale. E si incentra soprattutto sul tema immigrazione. Non è un caso che l'ex segretario Fiom abbia deciso come primo atto della sua segreteria di visitare il Cara di Bari Palese, Centro per richiedenti asilo che ospita attualmente 545 persone. Dopo che il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere contro il ministro per la vicenda dei migranti a bordo della nave militare Diciotti: accuse di sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale. Ma Salvini tira dritto: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Giudicherà il Senato sull'evidente invasione di campo di qualche giudice di sinistra che vuol fare politica. Ho il cellulare pieno di messaggi di magistrati, avvocati, giudici e uomini di chiesa liberi. Crisi se M5s vota a favore dell'autorizzazione a procedere? Non ne voglio sentir parlare, abbiamo troppe cose da fare». Lo ha spiegato durante un piccolo comizio in piazza Oberdan a Milano, all'inizio di una trafficata corso Buenos Aires, affollata per il sabato pomeriggio. Megafono in mano, giacca rossa e cappellino in testa, affiancato dall'assessore regionale alle Politiche sociali Stefano Bolognini e dal deputato Igor Iezzi, si è arrampicato sul muretto della fermata della metropolitana e ha iniziato ad arringare la folla: «Se aspettiamo Bruxelles fra sei anni siamo ancora qua, faccio solo presente questa coincidenza che da quando abbiamo bloccato l'ingresso in Italia non è partito più un solo barcone dalla Libia. Ormai è evidente che fino a quando si fanno sbarcare e si aiutano scafisti, amici degli scafisti, partenze ci sono e morti ci sono. Quando si bloccano gli sbarchi non parte più nessuno. Quindi mi sembra evidente da che parte stiano i buoni e da che parte stiano gli schiavisti». Ma tema dell'immigrazione e relative polemiche a parte, per la prima volta il segretario della Lega ha lanciato il guanto di sfida al sindaco di Milano Pd Beppe Sala. Perché, spiega, dopo la conquista del governo nazionale, «ci prepariamo a cambiare anche a Milano, cambiando anche il sindaco. Se un milanese è contento dell'aumento del biglietto del tram, lo dica. Io non ne ho ancora trovato uno». Il leader della Lega non concede sconti al primo cittadino milanese, ieri presente al congresso di Più Europa. «Sono contro l'aumento delle tasse. Far pagare 2 euro a chi prende la metropolitana a Milano non mi sembra che aiuti l'ambiente e i milanesi». Il tema delle elezioni per il nuovo sindaco del capoluogo lombardo entra nel vivo, anche perché in passato era circolata l'ipotesi che Sala potesse candidarsi alle elezioni europee del 26 maggio. La scadenza naturale è nel 2021. Mancano due anni. Davvero poco.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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Un attacco aereo israeliano colpisce il quartiere di Dahiyeh, nella zona sud di Beirut (Ansa)
Lo scontro contro gli alleati dell’Iran ha causato 486 morti soltanto nell’ultima settimana, tra i quali 83 bambini e 42 donne, secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministro della Sanità libanese, Rakan Nassereddine. Tra i morti di ieri figura anche Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, località del Sud del Libano. L’ultima zona colpita da Tel Aviv è l’area costiera di Tiro, dove sono dispiegate anche forze dell’esercito nazionale libanese e dove i bombardamenti sono caduti su alcuni centri abitati causando la distruzione di case, infrastrutture e reti di servizi essenziali e almeno undici morti con decine di feriti. Un’altra area costantemente sotto attacco è quella di Dahieh, nella periferia Sud della capitale, roccaforte di Ezbollah che ospita mezzo milione di persone.
Israele ha emanato una serie di ordini di evacuazione soprattutto a Dahieh, a Sud e nella Bekaa, provocando diverse centinaia di migliaia di sfollati. Human Rights Watch ha accusato Tel Aviv di aver usato armi al fosforo bianco in Libano, nelle aree residenziali nella città di Yohmor, ma l’Idf ha dichiarato di non essere a conoscenza di questi fatti e non poter confermare l’utilizzo di munizioni contenenti fosforo bianco nel Paese dei Cedri. Il portavoce dell’esercito ha detto non di aver visionato le immagini utilizzate da Human Rights Watch e di non poter quindi rilasciare dichiarazioni in merito al caso, anche se l’Idf, come molti eserciti occidentali, possiede proiettili contenenti fosforo bianco in quantità legale secondo il diritto internazionale.
Intanto Hezbollah ha giurato fedeltà alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che succede al padre, l’ayatollah Ali Khamenei. In una nota, il movimento sciita filoiraniano ha promesso la sua lealtà e ribadito la sua incrollabile fedeltà sostenendo che questa decisione invia un messaggio a Stati Uniti e Israele: l’Iran non si lascerà intimidire dal terrorismo degli aggressori e dai tentativi di indebolire la rivoluzione. Un attacco missilistico di Hezbollah nel centro di Israele, inoltre, ha provocato 16 feriti.
Mentre sul terreno si continua a combattere, il presidente libanese Joseph Aoun, in un’intervista pubblicata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano in lingua francese, ha detto che il governo è pronto a riprendere il negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace, fondata sulla formula «terra in cambio di pace». Il Libano avrebbe già informato le Nazioni Unite e le maggiori potenze di essere pronto a un confronto con Israele per evitare l’escalation (secondo i media americani, è stato chiesto di mediare all’amministrazione Trump). Il leader cristiano maronita ha definito gli attacchi contro l’esercito libanese inaccettabili, sorprendenti e sospetti, accusando contemporaneamente Hezbollah di volere la distruzione di Beirut. «La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa esclusiva dello stato libanese e ci impegniamo nel continuare il disarmo di Hezbollah», ha concluso Joseph Aoun.
Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso la loro profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili e sui delicati equilibri mediorientali.
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