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2023-11-27
Chi ha trovato l’America (del Sud)
Luiz Inacio Lula da Silva (Getty Images)
Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina.
Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.
Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.
Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.
Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari.
Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.
I narcos «conquistano» altri Stati
Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli.
Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra.
La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana.
Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali.
In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai.
«Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio»
Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi.
Come sta economicamente e politicamente l’America Latina?
«La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa».
È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento?
«Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina».
Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica?
«Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere».
Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default?
«Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura».
Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando?
«Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno».
Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina?
«Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele».
L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti?
«La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
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Gli scambi con la Cina sono saliti da 180 a 450 miliardi in 10 anni, spiazzando gli Usa. Ma per Xi Jinping l’elezione di Javier Milei in Argentina è un campanello d’allarme.Il Cile era uno dei Paesi più sicuri della regione, però negli ultimi anni i traffici di coca e cannabis sono aumentati. Stesso discorso per Ecuador e Costa Rica, ex oasi felici.L’esperta Antonella Mori: «La presenza nell’area di imprese occidentali è più elevata di quella del Dragone. Venezuela verso elezioni libere».Lo speciale contiene tre articoli.Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina. Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari. Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-narcos-conquistano-altri-stati" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> I narcos «conquistano» altri Stati Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli. Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra. La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana. Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali. In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pechino-ora-riduce-i-propri-investimenti-leuropa-ha-spazio" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> «Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio» Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi. Come sta economicamente e politicamente l’America Latina? «La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa». È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento? «Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina». Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica? «Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere». Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default? «Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura». Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando? «Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno». Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina? «Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele». L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti? «La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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