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2023-11-27
Chi ha trovato l’America (del Sud)
Luiz Inacio Lula da Silva (Getty Images)
Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina.
Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.
Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.
Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.
Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari.
Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.
I narcos «conquistano» altri Stati
Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli.
Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra.
La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana.
Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali.
In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai.
«Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio»
Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi.
Come sta economicamente e politicamente l’America Latina?
«La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa».
È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento?
«Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina».
Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica?
«Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere».
Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default?
«Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura».
Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando?
«Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno».
Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina?
«Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele».
L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti?
«La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
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Gli scambi con la Cina sono saliti da 180 a 450 miliardi in 10 anni, spiazzando gli Usa. Ma per Xi Jinping l’elezione di Javier Milei in Argentina è un campanello d’allarme.Il Cile era uno dei Paesi più sicuri della regione, però negli ultimi anni i traffici di coca e cannabis sono aumentati. Stesso discorso per Ecuador e Costa Rica, ex oasi felici.L’esperta Antonella Mori: «La presenza nell’area di imprese occidentali è più elevata di quella del Dragone. Venezuela verso elezioni libere».Lo speciale contiene tre articoli.Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina. Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari. Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-narcos-conquistano-altri-stati" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> I narcos «conquistano» altri Stati Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli. Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra. La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana. Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali. In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pechino-ora-riduce-i-propri-investimenti-leuropa-ha-spazio" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> «Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio» Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi. Come sta economicamente e politicamente l’America Latina? «La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa». È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento? «Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina». Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica? «Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere». Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default? «Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura». Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando? «Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno». Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina? «Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele». L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti? «La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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Aveva scritto «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce (tutto con la minuscola) lo brucio», in una mail indirizzata all’Università di Modena colpevole, a suo avviso, di non garantirgli un posto di lavoro «da impiegato».
Dalla cella di isolamento in cui si trova non ha dato alcun segno di pentimento e, tuttavia, tra le prime cose richieste per passarsi il tempo, insieme alle sigarette e a qualche lettura, ci ha infilato pure la Bibbia. Particolare che, se sei sospettato di essere un seguace di Allah, di certo male non fa. Eppure, come era ormai scontato, per Salim El Koudri, accusato di strage e lesioni aggravate per la carneficina di sabato scorso compiuta a Modena a bordo della sua auto lanciata ai 100 chilometri all’ora sulla folla, come primo passaggio verrà chiesta una perizia per l’infermità mentale. E, con ogni probabilità, i trascorsi di cura presso il Centro di salute mentale di Catelfranco Emilia finiranno per garantirgliela.
«Una perizia psichiatrica è ineludibile», ha dichiarato l’avvocato Fausto Gianelli (nominato in sostituzione dell’avvocato Francesco Cottafava, inizialmente assegnato d’ufficio) descrivendo come un ragazzo «in totale confusione mentale» il trentunenne di origine marocchina responsabile di aver macellato una donna, tranciandole entrambe le gambe con le lamiere della sua auto, dopo aver investito intenzionalmente altre sette persone che passeggiavano tranquille, lo scorso sabato pomeriggio, nell’area pedonale del centro di Modena.
L’interrogatorio di convalida in carcere, previsto per ieri, è stato rinviato e si terrà questa mattina, ma la linea di difesa per l’attentatore è già chiara: secondo l’avvocato Gianelli, il suo assistito è affetto da un evidente «disagio psichiatrico» per il quale «dovrà essere visitato e probabilmente assistito anche farmacologicamente per una prima cura», successivamente «una perizia psichiatrica sarà indispensabile» anche perché per il momento «El Koudri non sarà probabilmente in grado di fare ragionamenti». Dunque, forse, nemmeno di rispondere oggi.
«Andavo più forte che potevo, non volevo far del male», avrebbe dichiarato l’attentatore al suo legale che ha riportato anche la fredda reazione dell’uomo davanti alla spiegazione delle condizioni dei feriti, tra cui la donna che ha perso entrambe le gambe. «Che cosa tremenda», è l’unica frase che per ora gli è uscita dalla bocca dopo aver causato quella carneficina. «Ho bisogno di qualcuno che mi capisca», avrebbe invece sostenuto con forza El Koudri, che non ha tuttavia chiesto di incontrare la propria famiglia, spiegando di essere uscito quel giorno di casa «con la convinzione di morire», ma prendendo con sé un coltello da cucina. Che comunque non si sa mai...
Nessuna evidenza di una radicalizzazione in corso, insistono difensori e buonisti, arrivando addirittura a puntare il dito contro il sistema sanitario del nostro Paese che, a corto di fondi, non si occupa in modo adeguato dei malati psichici.
In realtà El Koudri, nato a Bergamo, cresciuto a Ravarino (paese di 6.000 anime nella campagna modenese) dove ha studiato e si è laureato in economia aziendale all’Università di Modena (che nella vicenda si è messa a disposizione delle autorità giudiziaria), quando aveva chiesto aiuto era stato accolto e seguito.
Dal 2022 al 2024 aveva frequentato il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, era stato preso in carico e gli erano state prescritte cure adeguate che poi aveva deliberatamente deciso di smettere. «Perché ha smesso di prendere le medicine? Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha aggiunto ancora l’avvocato Gianelli descrivendo la situazione.
Al di là dell’aspetto sanitario, certamente presente, la piega che aveva preso la sua insoddisfazione di straniero di seconda generazione a cui la narrazione buonista della sinistra italiana, in cerca di facili adesioni, promette mari e monti ma che poi - come tutti - deve fare i conti con la realtà, sembra piuttosto chiara. «Voglio lavorare!», scriveva El Koudri il 27 aprile del 2019 in una mail indirizzata all’Università di Modena e già segnalata all’epoca alla Digos per i contenuti non proprio tranquillizzanti. «Non riesco a trovare lavoro coerente con i miei studi (...) Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene», insisteva, aggiungendo l’ormai nota frase «Bastardi cristiani di merda», seguita, sempre via mail, dalle laconiche scuse «Mi dispiace per la maleducazione», che oggi dovrebbero servire a provare la sua condizione di ragazzo confuso.
Ma non è tutto. Dal magma dei social, infatti, cominciano a emergere anche altri contenuti scritti di suo pugno che Meta aveva cancellato perché inappropriati: «Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba», scriveva El Koudri. E, ancora, altri post in arabo e in italiano, in cui il trentunenne descriveva sé stesso come una persona particolarmente capace e dotata, in lotta con una società - quella occidentale, si noti, che ha accolto la sua famiglia e formato lui fino alla laurea - «ipocrita, che afferma moralità e dignità ma è lontana da esse».
«Se hai queste qualità e vivi in questa società, non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia», concludeva l’uomo aggiungendo la propria firma, «Salim», accompagnata da un cuore nero.
Sono due le donne con arti amputati
Restano gravissime le condizioni di alcuni dei cinque feriti ricoverati tra Modena e Bologna dopo essere stati travolti sabato scorso nel centro storico modenese, quando Salim El Koudri ha lanciato la sua auto a folle velocità sui passanti. Otto i feriti, di cui quattro gravi (codice tre), uno in codice 2 e tre in codice 1, meno gravi.
«Come mi sento? L’unico dolore fisico che provo è la sensazione di avere degli aghi conficcati nelle braccia, ma i medici mi hanno assicurato passerà. Mi ritengo fortunato perché potrei non essere qui. Sto per diventare nonno per la terza volta, l’ho detto anche al presidente Mattarella. Ed è la cosa che al momento mi rende più felice e mi aiuta a superare quello che è accaduto». Così racconta lo chef Ermanno Muccini, 59 anni, ricoverato all’ospedale di Baggiovara, che ha riportato un trauma facciale e microfratture alla testa, ma se la caverà con 30 giorni di prognosi. Nello stesso ospedale è ricoverata la donna tedesca di 69 anni tra i feriti più gravi. Ieri è stata estubata, respira autonomamente ed è cosciente. Anche l’altra donna di 53 anni, polacca, residente a Castelfranco, la prima persona investita mentre era in sella alla sua bicicletta, sempre in condizioni gravi, presenta un quadro clinico stabile ma per entrambe la prognosi resta riservata. Le due donne hanno subito l’amputazione degli arti inferiori. «A nome della mia famiglia chiedo spazio e riservatezza, a chiunque possa arrivare questo mio pensiero». Così una delle figlie della coppia di cinquatacinquenni, Angelo Ciccarelli e Monica Esposito, ricoverati all’ospedale Maggiore di Bologna. In una storia su Instagram, la figlia scrive: «Ci troviamo coinvolti e stravolti in una tragedia», sottolineando l’esigenza di mantenere intatta la privacy della famiglia. I due coniugi sono in condizioni stabili. La donna presenta diversi traumi: il quadro clinico registra un lieve miglioramento, ma le sue condizioni restano critiche e permane il pericolo di vita. Il marito, anche lui politraumatizzato, è stabile e non si trova più in immediato pericolo di vita. Un altro ferito ieri ha ricordato l’incidente: «È stata una cosa velocissima. Non ho visto nemmeno l’auto che mi arrivava addosso. Cosa vedevo da terra? Vedevo poco, la gente che soccorreva, sono state persone stupende perché c’è stato un attimo di empatia di tutti». Tra i primi a prestare i soccorsi sabato c’era Alessandro Misericordia, 33 anni di Sant’Elpidio a Mare (Fermo), medico specializzando in medicina interna all’ospedale di Baggiovara. «È stato un qualcosa che mi segnerà per tutta la vita e spero che i pazienti che abbiamo gestito, ora abbiano il miglior decorso possibile», ha raccontato il giovane professionista, «ero in centro città per fare delle compere per la casa, in un negozio, quando ho sentito il rumore di un forte impatto. Sono uscito e ho visto una donna con le gambe amputate. Così ho subito preso dei guanti e, insieme a un’infermiera, l’ho raggiunta cercando di fermare l’emorragia con la mia cintura. Lo stesso ha fatto l’infermiera. Mi sono girato e ho visto altre persone a terra. A quel punto sono andato a controllare come stessero, se fossero coscienti e respirassero. Ho fatto rivalutazioni continue fino a quando non è arrivata la prima ambulanza che ho diretto verso la donna con le gambe amputate, la paziente in condizioni peggiori». Intanto sono stati dimessi dal pronto soccorso del Policlinico di Modena una donna di 22 anni con trauma cranico, con 10 giorni di prognosi, un uomo di 30 anni colpito da un attacco di panico, con 2 giorni di prognosi, e un uomo di 47 anni ferito da taglio, dimesso con 7 giorni di prognosi.
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I soccorsi a Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Sebbene le modalità della strage siano le stesse usate negli attentati che hanno già insanguinato l’Europa, la versione ufficiale punta a escludere qualsiasi correlazione con il terrorismo, declassando la faccenda a tragico evento, con un ancor più tragico autore. Il quadretto consolatorio diffuso nei primi giorni, tuttavia, vacilla di fronte ad alcuni dati di fatto. Il primo è costituito dai messaggi che l’autore della strage inviò tempo fa all’Università di Modena. Voleva lavorare, non come magazziniere, ma come impiegato. E non lontano da casa, bensì in città. E voleva anche uno stipendio adeguato, che non gli lasciasse in tasca solo 500 euro al mese. Insomma, un lavoro comodo e ben pagato. E siccome l’ateneo non offriva un’assunzione adeguata alle sue esigenze, El Koudri aveva insultato Gesù Cristo, promettendo di bruciarlo. E le minacce, ovviamente, erano accompagnate da epiteti tipo «cristiani di merda», «bastardi», eccetera.
Era frustrato, ci spiegano oggi. Voleva un lavoro che la nostra società non era in grado di dargli. Come ho scritto, colpa nostra, dunque. Perché promettiamo integrazione e poi, invece, diamo emarginazione. In realtà, il caso El Koudri dimostra una cosa opposta, ovvero che non basta l’integrazione a evitarci casi come quello di Modena. Mi spiego. Il marocchino che sabato pomeriggio ha deciso di travolgere quanti più passanti possibile aveva la cittadinanza italiana e aveva studiato in Italia, laureandosi in Economia. Sulla carta, dunque, era un immigrato che ce l’aveva fatta. Anzi, un immigrato di seconda generazione, la cui famiglia era riuscita a trovare un lavoro e una sistemazione prima in Lombardia e poi in Emilia-Romagna, ovvero in due delle Regioni più ricche e con un mercato del lavoro in grado di assorbire i giovani. Peccato che le aspettative di El Koudri fossero altre. A lui non bastava avere in tasca la carta d’identità italiana e il diritto di votare. Voleva un lavoro all’altezza dei suoi studi, come vogliono migliaia di giovani laureati italiani. I quali, però, anche se frustrati, non prendono l’auto e si lanciano contro la folla.
Aggiungo di più. Ogni tanto le statistiche ci informano che in Italia è in aumento la povertà. Ma basta approfondire i dati per scoprire che se le famiglie italiane con un reddito da fame rappresentano il 6,2% della popolazione, quelle composte esclusivamente da stranieri superano il 35%. Non è tutto: sempre l’Istat ci aggiorna sulle percentuali di disoccupati, che per quanto riguarda gli italiani viaggiano intorno al 6%, ma se si tratta di stranieri siamo al 10. Che cosa voglio dire con queste percentuali? Che siamo seduti su una polveriera, perché è evidente che, avendo aperto le porte a un’immigrazione non governata, abbiamo aumentato il numero di chi non ha un lavoro, un’identità e un futuro. Sempre secondo l’Istat, gli stranieri in povertà sono 1,8 milioni e da queste cifre si ricava anche il numero di extracomunitari che non studiano e non lavorano. Se la percentuale fra i giovani italiani è pari al 12,9%, per gli immigrati di prima e seconda generazione si passa al 38,5.
C’è altro da aggiungere? Sì, ovvero che Salim El Koudri ha cambiato legale. Da ieri ad assisterlo è Fausto Gianelli, coordinatore dei giuristi democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione europea degli avvocati per la democrazia e i diritti umani, nonché difensore di Abu Rawwa, il marocchino coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. E l’avvocato Gianelli tiene a farci sapere che il suo assistito ha chiesto la Bibbia. Seguirà perizia per dimostrare che è incapace di intendere e volere.
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La strada del centro di Modena dove Salim El Koudry ha falciato la folla (Ansa)
Se ben ricordate, non più tardi di un anno fa il Partito democratico invitò a votare al referendum per dimezzare (da 5 a 10) gli anni di residenza continuativa necessari per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri: «Oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia», dicevano i dem. Sempre il Pd, ormai da tempo immemore, insiste a proporre nuove leggi: lo ius soli prima, lo ius scholae poi, quest’ultimo tornato in auge proprio in queste ore (e non solo grazie alla sinistra, vedi Forza Italia). L’idea sarebbe quella di riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati da bambini (fino ai 12 anni), dopo che abbiano completato almeno 5 anni di ciclo scolastico. A sostegno di queste proposte, i progressisti amano ribadire come la cittadinanza sia assolutamente necessaria per consentire agli stranieri di sentirsi compiutamente parte della nostra comunità. In ogni talk show, da anni a questa parte, c’è sempre qualcuno che prende la parola per spiegare a noi poveri ignoranti quanto sia importante donare ai giovani figli di immigrati lo status di italiani: solo così, dicono commossi, questi potranno sentirsi pienamente italiani. Spesso c’è pure qualche sussiegoso maestrino pronto a sostenere che, se tanti figli di stranieri delinquono, è proprio perché sono i giustamente emarginati, ferocemente privati della condizione di italiani che spetterebbe loro di diritto. Eppure guarda un po’ che cosa è accaduto a Modena. Abbiamo un tale, Salim El Koudry, che è italiano da quando ha 14 anni, cosa effettivamente possibile anche in assenza di nuove leggi. Costui ha frequentato le nostre scuole, compresa l’università, si è addirittura laureato. È stato accolto e trasformato in italiano grazie all’ambito pezzo di carta. In buona sostanza è esattamente il «nuovo italiano» che Pd e sinistra variegata da sempre propongono di costruire grazie a norme permissive e «accoglienti». Ma si è lanciato a cento all’ora con la macchina contro i passanti inermi.
Quando pensa agli italiani, Salim, non pensa a un «noi», ma a un «loro». Pensa ai «bastardi cristiani» che vorrebbe uccidere. Pensa a quelli, gli oppressori occidentali, che non gli danno il lavoro che lui desidera, pagato quanto desidera. Salim è italiano, la sua cittadinanza dice così. Ma vi sembra integrato? Pare proprio di no. Anzi, peggio: aveva in mente di disintegrare fisicamente un bel po’ di innocenti, e in parte ci è riuscito. Persino a sinistra qualcuno, ieri, certificava la sua condizione di corpo estraneo. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata e noi su questo dobbiamo lavorare, non come esimente, come scusa per chi ha commesso un reato, ma per evitare questa disgregazione», ha detto Michele De Pascale, governatore dell’Emilia Romagna. «È un piccolo frammento di disgregazione, quello che è successo a Modena». Beh, che sia disgregazione è evidente. Ma razzismo e xenofobia non c’entrano un tubo: Salim godeva di tutte le condizioni di cui, secondo la sinistra, ogni figlio di stranieri dovrebbe godere, a partire proprio dalla cittadinanza. Come la mettiamo allora? Se fosse vero ciò che per anni ci hanno ripetuto i sinceri democratici, Salim non dovrebbe avere alcun problema. Forte del titolo ottenuto a 14 anni, dovrebbe essere felice e soddisfatto. «Uno di noi». E invece vuole ucciderci, ci percepisce radicalmente altri, e ostili.
Ciò dimostra quel che già sapevamo, e che ripetevamo quasi mai creduti. La cittadinanza non è affatto veicolo di integrazione. Al massimo può essere vero il contrario, e cioè che una volta integrati si può ottenere la cittadinanza come approdo ultimo di un percorso serio e severo. Salim El Koudry, ci risulta, era cittadino marocchino. Ed era italiano, ma solo sulla carta. Lo è diventato senza ius scholae, ed è la dimostrazione vivente di quali conseguenze potrebbe avere una norma simile. Conseguenze che alcuni modenesi si porteranno incise nel corpo per tutta la vita.
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