True
2023-11-27
Chi ha trovato l’America (del Sud)
Luiz Inacio Lula da Silva (Getty Images)
Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina.
Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.
Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.
Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.
Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari.
Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.
I narcos «conquistano» altri Stati
Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli.
Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra.
La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana.
Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali.
In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai.
«Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio»
Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi.
Come sta economicamente e politicamente l’America Latina?
«La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa».
È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento?
«Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina».
Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica?
«Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere».
Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default?
«Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura».
Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando?
«Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno».
Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina?
«Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele».
L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti?
«La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
Continua a leggereRiduci
Gli scambi con la Cina sono saliti da 180 a 450 miliardi in 10 anni, spiazzando gli Usa. Ma per Xi Jinping l’elezione di Javier Milei in Argentina è un campanello d’allarme.Il Cile era uno dei Paesi più sicuri della regione, però negli ultimi anni i traffici di coca e cannabis sono aumentati. Stesso discorso per Ecuador e Costa Rica, ex oasi felici.L’esperta Antonella Mori: «La presenza nell’area di imprese occidentali è più elevata di quella del Dragone. Venezuela verso elezioni libere».Lo speciale contiene tre articoli.Da quando dieci anni fa la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative (Bri) le sue attenzioni si sono subito rivolte all’America Latina, una regione ricca di risorse naturali che è storicamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Per questo Pechino ha ampliato la sua influenza attraverso prestiti, accordi commerciali e investimenti in infrastrutture e nell’estrazione di minerali. Nel 2023, 21 Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Bri, tra cui il Nicaragua e l’Argentina (l’anno scorso). Sotto la presidenza di Alberto Fernández in questi ultimi anni l’Argentina è entrata nell’orbita cinese, in nome di un allentamento della propria dipendenza dal Fmi e dagli Usa. Ricevendo in cambio la promessa di 24 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture (compresa una centrale nucleare). In teoria l’Argentina è tra i sei nuovi Paesi che il prossimo 1° gennaio dovrebbero entrare nel gruppo dei Brics, l’organizzazione alternativa al G7 che vede insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Ma l’elezione alla presidenza di Javier Milei che ha promesso «cambiamenti drastici» per fare fronte ad una situazione economica gravissima fa sorgere molti interrogativi su che cosa cambierà nei rapporti tra Buenos Aires e Pechino. In Cina sono cauti e possono mettere sul piatto i rapporti economici tra i due Paesi: l’anno scorso il 92% della soia e il 57% della carne argentina hanno preso la via della Cina. Il ruolo della Cina in America Latina è cresciuto rapidamente da inizio secolo. Le aziende statali cinesi, come scrive il Council on Foreign Relations (Cfr), sono i principali investitori nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale della regione, e il Paese ha superato gli Usa come principale partner commerciale del Sud America. Pechino ha anche ampliato la sua presenza diplomatica, culturale e militare in tutta la regione. Più di recente, ha sfruttato la pandemia di Covid-19 fornendo alla regione attrezzature mediche, prestiti e centinaia di milioni di dosi di vaccino CoronaVac. Juan Pablo Cardenal, esperto di politica ed economia cinese e coautore del saggio The Silent Chinese Conquest, afferma che l’influenza di Pechino nella regione varia a seconda del Paese, delle condizioni sociali e politiche e della disponibilità delle risorse naturali di cui il gigante asiatico ha bisogno per soddisfare le proprie esigenze. «La Cina utilizza i suoi prestiti e il suo denaro come strategia di penetrazione in tutta l’America Latina e in altre parti del mondo», scrive Cardenal.Ma ora gli Stati Uniti e i loro alleati temono che Pechino stia utilizzando queste relazioni per perseguire i propri obiettivi geopolitici, compreso l’ulteriore isolamento di Taiwan, e per rafforzare regimi autoritari come quelli di Cuba e Venezuela, economicamente agonizzanti. Come si legge nel report del Cfr nel 2000, il mercato cinese rappresentava meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina. Nei successivi otto anni il commercio è cresciuto a un tasso medio annuo del 31% raggiungendo un valore di 180 miliardi di dollari nel 2010. Nel 2021, ha totalizzato la cifra record di 450 miliardi, rimasta praticamente invariata nel 2022, ma alcuni economisti prevedono che potrebbe superare i 700 miliardi entro il 2035.Le esportazioni dell’America Latina verso la Cina riguardano principalmente soia, rame, petrolio e altre materie prime di cui il Paese ha sempre bisogno per guidare il suo sviluppo industriale. In cambio, la regione importa principalmente prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, un commercio che, secondo alcuni esperti, ha indebolito le industrie locali con beni cinesi più economici. A partire dal 2023, Pechino ha accordi di libero scambio in vigore con Cile, Costa Rica, Ecuador e Perù mentre sono in corso colloqui su un accordo di libero scambio con l’Uruguay.Anche gli investimenti diretti esteri cinesi (Ofdi) e i prestiti svolgono un ruolo importante nel rafforzare i legami con la regione. Tanto che nel 2022, gli Ofdi cinesi in America Latina e nei Caraibi ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, ovvero circa il 9% degli Ofdi totali della regione. Contemporaneamente, la China Development Bank di proprietà statale e la Export-Import Bank of China sono tra i principali finanziatori della regione; tra il 2005 e il 2020, insieme hanno erogato sotto forma di di prestiti circa 137 miliardi di dollari ai governi dell’America Latina, spesso in cambio di petrolio e utilizzati per finanziare progetti energetici e infrastrutturali. Solo nel 2022, i prestiti sono arrivati a 813 milioni di dollari. Il Venezuela è di gran lunga il maggiore mutuatario e attualmente i prestiti statali cinesi sono arrivati a circa 60 miliardi di dollari (soldi che non potranno mai restituire), principalmente relativi all’energia e alle infrastrutture. Si tratta di quasi il doppio dell’importo previsto per il secondo maggiore mutuatario, il Brasile. Non curandosi delle sanzioni americane, il Venezuela ha utilizzato il suo petrolio per ripagare miliardi di dollari di debito con la Cina. Milioni di barili di petrolio venezuelano sono stati rinominati e spediti in Cina, secondo un rapporto Reuters del 2022. La Cina è un membro votante della Banca interamericana di sviluppo e della Banca di sviluppo dei Caraibi. Tuttavia, questi legami hanno sollevato alcune preoccupazioni anche tra i governi regionali. Sebbene i prestiti cinesi abbiano spesso meno condizioni allegate, la dipendenza da essi - come abbiamo più volte scritto - può spingere Paesi economicamente instabili come il Venezuela nella «trappola del debito» che porta inevitabilmente al default e ora diversi Paesi dell’America Latina stanno provando a rinegoziare i termini del proprio debito. I critici affermano che le aziende cinesi adottano standard ambientali e lavorativi più bassi e avvertono che il crescente controllo della Cina su infrastrutture critiche come i porti e le reti energetiche pone rischi per la sicurezza nazionale. Si teme inoltre una crescente dipendenza economica in paesi come il Cile, che nel 2021 ha inviato alla Cina esportazioni per un valore di oltre 36 miliardi di dollari, ovvero circa il 38% del totale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-narcos-conquistano-altri-stati" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> I narcos «conquistano» altri Stati Lo scorso 27 ottobre 90 agenti di polizia, 22 veicoli e idranti sono stati dispiegati nella periferia di Santiago, capitale del Cile. Erano lì per monitorare il funerale di una ragazza legata ai narcos locali, deceduta qualche giorno prima. Come raccontato da The Economist eventi di questo genere solo poco tempo fa erano impensabili in Cile che per decenni è stato considerato uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Ma tutto è cambiato, tanto che tra maggio 2019 e settembre 2023 i narcotrafficanti hanno celebrato 2.000 funerali di questo tipo, secondo il presidente Gabriel Boric che ha presentato al Congresso un disegno di legge volto a limitarli. Oggi la mappa degli omicidi in America Latina sta cambiando. Il tasso di omicidi nella regione è in calo dal 2017 ma Paesi come il Messico e il Brasile ospitano ancora alcune delle città con il più alto tasso di omicidi del mondo. Quello che sta cambiando rapidamente è il tasso di omicidi che sta raggiungendo livelli record in Paesi un tempo sicuri, tra cui l’Ecuador, il Costa Rica e il Cile travolti dal traffico di droga, armi e migrazioni fenomeni che stanno alimentando la violenza. Fino al 2018 L’Ecuador, Paese andino di 17 milioni di persone, esportava petrolio e pesce e aveva il quarto tasso di omicidi più basso in America Latina, con 5,8 omicidi ogni 100.000 persone. Oggi invece il tasso supera 35 omicidi ogni 100.000 persone ed è già più alto di quello del Messico e del Brasile, dove gruppi criminali uccidono impunemente, facendo esplodere autobombe e appendendo i cadaveri ai ponti come monito a chi sgarra. La cocaina è la causa principale dei problemi dell’Ecuador. Per decenni il Paese è stato per lo più ignorato dai trafficanti internazionali di droga. Quando i porti colombiani hanno rafforzato la loro sicurezza, i criminali hanno cercato rotte di spedizione alternative. I porti scarsamente monitorati dell’Ecuador sono diventati ancora più attraenti dopo il 2009, quando Rafael Correa, un esponente di sinistra, allora presidente, ha distrutto le difese del Paese chiudendo una base navale americana e, di conseguenza, ponendo fine alla cooperazione con la Drug Enforcement Administration americana. Drammatica la situazione in Costa Rica dove quest’anno gli omicidi raggiungeranno il record di 17 ogni 100.000 persone, rispetto agli 11 ogni 100.000 persone di tre anni fa. L’aumento della produzione di cocaina in Colombia, dove negli ultimi anni sono state raccolte quantità record di foglie di coca, si traduce in maggiori spedizioni in arrivo in Costa Rica, afferma Álvaro Ramos, ex ministro della Sicurezza. Ma non c’è solo la cocaina dietro agli omicidi perché la cannabis illegale è un grande business in Costa Rica: il 3% dei residenti dichiara di consumarla mensilmente, uno dei tassi di consumo più alti in America Centrale. Molte bande preferiscono l’«erba» alla «coca», i sequestri di cannabis sono triplicati tra il 2018 e il 2021. Spostare la roba bianca è difficile: richiede contatti e funzionari corrotti (ce ne sono relativamente pochi in Costa Rica). Al contrario, la marijuana ha poche barriere all’ingresso e può essere venduta ovunque. Lo Stato non è in grado di contrastare il fenomeno dato che il Costa Rica ha abolito le sue forze armate nel 1949. Rodrigo Chaves, il presidente, incolpa la situazione delle amministrazioni passate e della magistratura. Secondo lui il Paese non ha abbastanza polizia, le leggi sono obsolete e il sistema giudiziario è troppo indulgente nei confronti dei criminali. In Cile l’anno scorso il tasso di omicidi ha raggiunto il record di 6,7 ogni 100.000 persone. Si tratta di un valore molto al di sotto dei Paesi vicini e vicino al tasso degli Stati Uniti, pari a 6,3. Ma come attestano i narcofunerali, la criminalità sta aumentando molto e oggi vengono sequestrate più cocaina e cannabis che mai. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sud-america-investimenti-2666363082.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pechino-ora-riduce-i-propri-investimenti-leuropa-ha-spazio" data-post-id="2666363082" data-published-at="1701088045" data-use-pagination="False"> «Pechino ora riduce i propri investimenti. L’Europa ha spazio» Antonella Mori insegna economia alla Bocconi ed è a capo del Programma America Latina dell’Ispi. Come sta economicamente e politicamente l’America Latina? «La regione si sta riprendendo dalla crisi economica dovuta alla pandemia, la crescita è tornata positiva per quasi tutti i Paesi. Anche la povertà è tornata ai livelli pre-pandemia, anche se rimane alta, pari al 29% della popolazione. È invece un momento molto difficile per l’Argentina che è in recessione, con il tasso d’inflazione che a fine anno potrebbe superare il 200% e la povertà il 40% degli argentini. Da un punto di vista politico, c’è la buona notizia che sono ripresi i negoziati affinché le elezioni presidenziali in Venezuela del prossimo anno si svolgano in modo libero e veramente democratico. Rimane invece molto pronunciata la deriva illiberale del Nicaragua e molto complessa la crisi istituzionale ad Haiti. Il resto dei paesi, tranne ovviamente Cuba, sono democratici, anche se spesso con istituzioni deboli e corruzione diffusa». È vero che la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti come potenza di riferimento? «Per molti Paesi, tra cui il Brasile, la Cina è diventata il primo partner commerciale. Ventuno Paesi hanno aderito alla Via della Seta cinese, ma non il Brasile e il Messico, che sono le economie più grandi della regione. Negli ultimi anni però la Cina ha ridotto considerevolmente i prestiti alla regione e la presenza di aziende cinesi nella regione è molto inferiore a quella di imprese americane. Direi che per la maggior parte dei Paesi i rapporti economici e politici con gli Stati Uniti rimangono più importanti di quelli con la Cina». Come farà Javier Milei a tenere fede a tutte le promesse fatte in Argentina, un Paese che è alle prese con una drammatica crisi economica? «Il presidente eletto Milei dovrà iniziare con delle misure di politica economica che siano appoggiate anche dal partito dell’ex-presidente Mauricio Macri, perché ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Il primo obiettivo sarà la riduzione dell’inflazione, che Milei vorrebbe ottenere con la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro americano, e la chiusura della Banca centrale. Siccome questa via non sembra perseguibile nei prossimi mesi, solo dopo l’insediamento del nuovo governo si conoscerà con quale alternativa Milei intende procedere». Perché l’Argentina, così ricca di materie prime, si ritrova ciclicamente ad un passo dal default? «Dalla sua indipendenza, l’Argentina ha fatto default nove volte, tre volte dall’inizio del millennio. Si tratta di un caso unico al mondo: agli inizi del Novecento era uno dei Paesi più ricchi, con un livello di reddito pro-capite simile agli Stati Uniti, mentre oggi è meno di un terzo. Non c’è una spiegazione semplice, tanti fattori hanno contribuito a questo peggioramento, tra cui una economia agricola soggetta alla volatilità internazionale di domanda e prezzi, politiche economiche sbagliate, la dittatura». Ad ormai un anno dall’elezione in Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non sembra che «il Lula terzo» sia un successo. Che cosa non sta funzionando? «Nei primi due mandati il presidente Lula aveva governato durante il boom internazionale dei prezzi delle commodities, trainate dalla Cina, che aveva favorito la crescita sostenuta e il miglioramento delle condizioni sociali nel Paese sudamericano. Oggi la situazione è molto diversa: la Cina sta rallentando, la Banca centrale brasiliana mantiene tassi d’interesse elevati per ridurre l’inflazione ma con la conseguenza di deprimere gli investimenti. Secondo le previsioni più recenti del Fondo monetario internazionale il Brasile dovrebbe comunque crescere al 3,1% quest’anno». Come spiega l’ostilità verso Israele di alcuni Paesi dell’America Latina? «Il panorama è variegato, per esempio il neoeletto presidente argentino Milei in campagna elettorale aveva detto che i suoi punti di riferimento internazionali saranno gli Stati Uniti e Israele». L’Unione europea potrebbe fare di più nei rapporti con l’America Latina anche dal punto di vista degli investimenti? «La presenza di aziende europee in America Latina è storicamente elevata, anzi il totale degli investimenti di aziende dell’Unione europea supera gli investimenti americani. Nelle prossime settimane si saprà se verrà finalmente firmato l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco d’integrazione di cui fanno parte l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay. Questo accordo, che include anche la liberalizzazione commerciale, potrebbe essere un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione delle imprese europee nei Paesi del Mercosur».
(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 12 gennaio 2026. Il segretario della Camera Penale di Napoli, avvocato Maurizio Capozzo, illustra le iniziative per il sì al referendum sulla Giustizia.
Pecco Bagnaia porta la fiaccola olimpica Milano-Cortina 2026 presso piazza Castello a Torino (Ansa)
A 25 giorni dalla cerimonia di apertura dei Giochi invernali, l’Italia entra nella fase decisiva. Dai test dell’Arena di Santa Giulia al viaggio della fiamma olimpica da Torino a Milano, con protagonisti simbolici come Bagnaia e Allegri, passando per la corsa contro il tempo di Federica Brignone e l’annuncio dell’esibizione di Andrea Bocelli: strutture e organizzazione si preparano all’appuntamento del 6 febbraio.
Il tempo stringe. Mancano ormai poche settimane all’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e il grande evento entra nella sua fase più delicata: quella in cui le promesse devono trasformarsi in realtà operative, i cantieri in impianti funzionanti e le attese in risposte concrete. Il 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale, l’Italia tornerà a ospitare i Giochi invernali a vent’anni dall’esperienza di Torino 2006, in una formula inedita che unisce metropoli e montagne, grandi città e territori alpini.
Il simbolo più evidente di questa rincorsa è senza dubbio l’Arena di Santa Giulia, a Milano, destinata a essere il fulcro del torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Nel fine settimana appena trascorso l’impianto ha vissuto il suo primo vero battesimo, aprendo al pubblico per il test event con le Final Four di Coppa Italia e campionato IHL. Un appuntamento cruciale, non solo per verificare la tenuta del ghiaccio e delle strutture, ma anche per testare flussi, sicurezza, trasporti e gestione del pubblico.
L’esordio non è stato privo di intoppi. Una piccola crepa nel ghiaccio ha causato una breve interruzione durante una delle prime partite, episodio che ha immediatamente acceso il dibattito sui social e attirato l’attenzione dei media internazionali. Gli organizzatori, però, hanno spiegato che si tratta di situazioni normali su piste nuove e hanno sottolineato come il problema sia stato risolto in pochi minuti. Le gare successive si sono svolte senza ulteriori criticità, permettendo di archiviare il test come complessivamente positivo. L’Arena, va detto, non è ancora completamente ultimata. Restano da completare alcune parti delle tribune, rifinire spogliatoi e aree tecniche, sistemare impianti e cablaggi. Ma il cronoprogramma prevede la consegna definitiva entro fine gennaio, in tempo per i primi match olimpici. Il Comitato olimpico internazionale e Fondazione Milano-Cortina parlano di una struttura che ha superato la prova generale e che ha tutte le carte in regola per diventare una delle sedi simbolo dei Giochi. Durante l’Olimpiade potrà ospitare fino a 11.800 spettatori paganti, mentre dopo l’evento sarà riconvertita per grandi appuntamenti sportivi e musicali, a partire già dalla primavera.
Se Milano rappresenta il volto urbano dei Giochi, la montagna è il cuore sportivo ed emotivo dell’Olimpiade. E proprio sulle nevi di Cortina d’Ampezzo si concentrano in questi giorni molte delle attenzioni. In particolare su Federica Brignone, la campionessa azzurra che incarna meglio di chiunque altro le speranze italiane. Dopo il grave infortunio della scorsa primavera, la sciatrice valdostana sta seguendo una tabella di recupero rigorosa e prudente. Ha rinunciato al rientro immediato in Coppa del Mondo per allenarsi direttamente sulle piste olimpiche, con l’obiettivo di essere pronta almeno per una delle gare in programma. Lo staff federale e il fratello-allenatore procedono senza forzature, consapevoli che l’obiettivo non è solo esserci, ma esserci nelle migliori condizioni possibili. Le decisioni definitive arriveranno giorno per giorno, ma una certezza c’è: Brignone vuole giocarsi fino in fondo l’occasione della carriera, l’oro olimpico che ancora manca al suo palmarès.
Mentre gli atleti si preparano, l’Olimpiade prende forma anche fuori dagli impianti grazie al viaggio della fiamma olimpica. Partita da Roma il 6 dicembre, la torcia sta attraversando l’Italia in un percorso di oltre 12.000 chilometri che tocca tutte le regioni. In questi giorni il fuoco olimpico è protagonista nel Nord, tra Piemonte e Lombardia, accompagnato da eventi, cerimonie e una partecipazione popolare significativa. Tra i tedofori figurano volti noti dello sport e della cultura italiana: da Giorgio Chiellini a Pecco Bagnaia, fino a Massimiliano Allegri. La fiamma entrerà a Milano il 5 febbraio e il giorno successivo illuminerà la città, passando anche da San Siro, prima di accendere il braciere durante la cerimonia inaugurale. Cerimonia che avrà un altro protagonista d’eccezione: Andrea Bocelli. Il tenore si esibirà il 6 febbraio, offrendo uno dei momenti più attesi dell’apertura dei Giochi. Una scelta che punta a valorizzare l’identità culturale italiana e a dare ai Giochi un respiro internazionale, unendo musica, sport e racconto simbolico del Paese ospitante. Accanto all’entusiasmo, cresce però anche l’attenzione sugli aspetti logistici e organizzativi. In diverse aree, soprattutto in Valtellina, sono già stati predisposti piani straordinari per la viabilità, con limitazioni temporanee ai mezzi pesanti durante il periodo olimpico. Misure pensate per garantire sicurezza e fluidità negli spostamenti di atleti, addetti ai lavori e spettatori, ma che inevitabilmente richiederanno adattamenti da parte dei territori coinvolti.
Milano-Cortina 2026 si avvicina così al momento decisivo. Le settimane che restano serviranno a limare gli ultimi dettagli, completare le opere e trasformare l’attesa in fiducia. Tra cantieri che si avviano alla conclusione, una fiamma che attraversa il Paese e campioni pronti a scrivere nuove pagine di storia, l’Olimpiade italiana entra finalmente nel vivo. Ora la parola passa ai fatti.
Continua a leggereRiduci
Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.