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2018-11-01
Stuprata dal branco nel centro accoglienza
ANSA
Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara.
La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza.
Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere.
«Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.
Fabio Amendolara
La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente»
Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo.
E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
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Giovane ospite del Cara di Bari rifiuta le avance sessuali di un nigeriano, lui organizza un agguato con un gruppo di altri stranieri La donna è stata picchiata e violentata a turno. I giudici: «Forza intimidatoria basata sull'appartenenza allo stesso gruppo etnico».Uno degli africani ammette il rapporto ma nega l'abuso. Convalidati tutti i fermi.Lo speciale contiene due articoli Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara. La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza. Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere. «Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stuprata-dal-branco-nel-centro-accoglienza-2616904359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-degli-arrestati-desiree-era-consenziente" data-post-id="2616904359" data-published-at="1774144222" data-use-pagination="False"> La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente» Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo. E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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