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2018-11-01
Stuprata dal branco nel centro accoglienza
ANSA
Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara.
La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza.
Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere.
«Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.
Fabio Amendolara
La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente»
Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo.
E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
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Giovane ospite del Cara di Bari rifiuta le avance sessuali di un nigeriano, lui organizza un agguato con un gruppo di altri stranieri La donna è stata picchiata e violentata a turno. I giudici: «Forza intimidatoria basata sull'appartenenza allo stesso gruppo etnico».Uno degli africani ammette il rapporto ma nega l'abuso. Convalidati tutti i fermi.Lo speciale contiene due articoli Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara. La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza. Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere. «Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stuprata-dal-branco-nel-centro-accoglienza-2616904359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-degli-arrestati-desiree-era-consenziente" data-post-id="2616904359" data-published-at="1768419927" data-use-pagination="False"> La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente» Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo. E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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