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2018-11-01
Stuprata dal branco nel centro accoglienza
ANSA
Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara.
La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza.
Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere.
«Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.
Fabio Amendolara
La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente»
Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo.
E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
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Giovane ospite del Cara di Bari rifiuta le avance sessuali di un nigeriano, lui organizza un agguato con un gruppo di altri stranieri La donna è stata picchiata e violentata a turno. I giudici: «Forza intimidatoria basata sull'appartenenza allo stesso gruppo etnico».Uno degli africani ammette il rapporto ma nega l'abuso. Convalidati tutti i fermi.Lo speciale contiene due articoli Opporsi alle attenzioni di Egbon, richiedente asilo nonché capopopolo del centro accoglienza di Bari, è costato carissimo a una giovane immigrata. In cinque (tra 21 e 37 anni d'età), alcuni anche con precedenti di polizia e considerati irregolari sul territorio nazionale (uno, in particolare, è già finito in carcere per omicidio), si sono introdotti nel suo alloggio, l'hanno picchiata a sangue, minacciata con un coltellaccio e alla fine Egbon ha stuprato la ventiquattrenne che s'era permessa di respingerlo. L'ha violentata per primo, a seguire hanno fatto lo stesso gli altri quattro africani. La ricostruzione di quei terribili momenti, che dimostra ancora una volta l'assenza di sicurezza all'interno di queste strutture di accoglienza (sempre in Puglia, a Foggia, negli ultimi mesi ci sono state almeno un paio di allarmanti rivolte contro la polizia), è contenuta in un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesco Agnino, su richiesta dei magistrati della Procura Simona Filoni e Lidia Giorgio. In quattro sono finiti in manette, un quinto uomo è ricercato. Sono tutti accusati di stupro di gruppo e violenza privata. La vittima, per paura, ha tenuto la bocca cucita per mesi. Ha riferito che le erano state rivolte queste parole: «Se dici qualcosa alla Polizia ti succederà qualcosa di terribile». I magistrati hanno scritto che «la forza intimidatrice deriva dall'appartenenza allo stesso gruppo etnico». Il manipolo di africani si è mosso con logiche da clan. I fatti risalgono al 2017: erano i primi giorni del mese di maggio, quando la vittima ha avuto il coraggio di denunciare l'episodio dopo diversi mesi. Era molto impaurita visto il clima di omertà all'interno della comunità nigeriana del capoluogo e provava timore per eventuali - ulteriori - ripercussioni ai suoi danni. Le attenzioni investigative della Squadra mobile e le cure di un'associazione di protezione - che l'ha presa in carico - l'hanno rasserenata e convinta a riferire le atrocità subite, denunciare i responsabili. Il primo verbale reso dalla ragazza contiene anche la sua storia personale. Una storia simile a quelle di tante altre donne africane attratte dal mito italiano. E che una volta arrivate, invece, finiscono a fare le prostitute su una statale. O, prima ancora, stuprate dai loro stessi connazionali in un alloggio dentro al Cara. La ragazza ha raccontato ai poliziotti di essere approdata sulle coste italiane a gennaio o febbraio 2017, seguendo l'itinerario delle carovane di immigrati. Ha raggiunto prima la Libia e ci è rimasta per settimane, pagando in dollari un acconto ai trafficanti di esseri umani che organizzano gli incerti viaggi della speranza. Salita su un barcone, stando al suo racconto, è stata minacciata da non meglio precisati connazionali, che le avrebbero ordinato di prostituirsi per ripagare interamente il debito contratto per il viaggio, una somma pari a circa 20.000 euro. La ragazza, trascorso qualche giorno, è riuscita a fuggire dalle grinfie dei suoi sfruttatori e a raggiungere il Cara di Bari Palese. Qui, dalla padella è finita nella brace. Egbon l'ha importunata in più di una occasione. Ma la giovane è riuscita sempre a tenerlo a bada. A quel punto l'extracomunitario ha deciso di usare la forza: si è presentato nell'alloggio della vittima con un coltellaccio. Poi sono entrati gli altri. L'hanno circondata, schiaffeggiata, presa a pugni in faccia. E alla fine l'hanno trascinata in camera da letto. Egbon l'ha stuprata su una branda, mentre gli altri impedivano l'accesso a chiunque. Lei urlava. Ha provato invano a chiedere aiuto, con tutte le forze. Poi è crollata. Le indagini di una speciale sezione della Squadra mobile, quella che si occupa di contrasto al crimine extracomunitario e prostituzione, sono partite da quel racconto. Ma anche da una precedente attività investigativa portata avanti per fare luce sui fenomeni delittuosi messi in atto ogni giorno a Bari da gang nigeriane: furti, rapine, estorsioni e intimidazioni. Non solo all'interno del Cara. Dai pochi elementi che la vittima aveva fornito, gli investigatori sono riusciti a individuare i responsabili dello stupro. I quattro arrestati hanno negato la violenza sessuale di gruppo: al cospetto del giudice hanno dichiarato di non conoscersi fra loro, respingendo in modo forte le accuse della Procura, basate principalmente sul racconto della vittima. Uno degli accusati ha sostenuto di aver avuto in passato una relazione sentimentale con la ragazza. Un secondo nigeriano, ospite di una struttura di accoglienza della provincia di Bari, ha chiesto tramite il suo avvocato difensore la revoca della misura cautelare. Il gip, dopo gli interrogatori di garanzia, si è riservato di decidere. «Da anni», denuncia il deputato della Lega Rossano Sasso, «segnaliamo gli innumerevoli episodi di violenza commessi all'interno del Cara, dove nonostante ricevano accoglienza e servizi più che dignitosi, gli immigrati ospitati si macchiano dei reati più odiosi e violenti: risse, stupri e anche omicidi». Due dei quali molto efferati, accaduti tra il 2017 e lo scorso agosto. In entrambi i casi sia gli aggressori sia le vittime, proprio come nel caso dello stupro di gruppo, erano di nazionalità nigeriana.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stuprata-dal-branco-nel-centro-accoglienza-2616904359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-degli-arrestati-desiree-era-consenziente" data-post-id="2616904359" data-published-at="1779791183" data-use-pagination="False"> La difesa degli arrestati: «Desirée era consenziente» Dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia il 2 novembre per l'interrogatorio di garanzia Yusif Salia, il ghanese di 32 anni accusato di aver fatto parte del branco che ha drogato e stuprato Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna Latina trovata senza vita nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo. L'interrogatorio del ghanese era slittato perché al momento del suo arresto - avvenuto il 26 ottobre scorso nella tendopoli di Borgo Mezzanone (Fg), un'area degradata che costeggia il Centro per richiedenti asilo e che si è trasformato in un covo di ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini - gli è stata diagnosticata la scabbia. E infatti in carcere è rimasto in cella d'isolamento, per evitare contagi. Nel frattempo però è stato convalidato sia l'arresto in flagranza di reato (per il possesso di quasi 11 chili di marijuana trovati nell'alloggio di fortuna in cui si era nascosto Salia), sia il decreto di fermo (ma solo per la parte che riguarda l'accusa di violenza sessuale di gruppo) emesso dalla Procura di Roma nel fascicolo sul caso Desirée. Nell'ordinanza il gip scrive che l'indagato «apparteneva al branco che ha abusato sessualmente della Mariottini (approfittando della sua assenza di lucidità per assunzione di alcolici, stupefacenti e psicofarmaci) ma (al di là di supposizioni e sospetti nutriti dalle fonti dirette o indirette) non si evince che sia stato proprio (o anche) Salia a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che avrebbe determinato la morte della ragazza per grave insufficienza cardiorespiratoria». Insomma, il gip ritiene che il materiale investigativo fornito dalla Procura di Roma non sia sufficiente per tenere in carcere il ghanese per l'accusa di omicidio. Forte di questo dettaglio, anche uno degli altri tre africani in carcere a Roma per la stessa inchiesta ha cercato di minimizzare: «Quando ho avuto il rapporto sessuale con la ragazza, lei era tranquilla, non mi sembrava drogata o ubriaca», ha detto Mamadou Gara, alias Paco, alla polizia. Una versione che contrasta con quella dei testimoni, i quali parlano di un mix fatale di droghe e che descrivono lo stupro di gruppo. E dalle colonne del settimanale Grazia, la mamma di Desirée, Barbara Mariottini, accusa: «Hanno scritto che la mia piccola non era altro che una drogata, come se questo fosse un buon motivo per morire in quel modo e a 16 anni. Hanno lasciato intendere, suggerito, insinuato che io fossi, in realtà, una tossicodipendente, che non seguissi mia figlia e che l'avessi abbandonata. Non lo sono. Non è vero e lo trovo ignobile. Quei balordi hanno violato mia figlia, ma la stampa, i social e le tv stanno violando adesso anche me e la mia famiglia». È un grido di dolore quello che la mamma di Desirée ha affidato al settimanale diretto da Silvia Grilli. «Avevo 19 anni quando Desirée è nata», racconta la donna, «oggi ne ho 35 e ho avuto la fortuna di avere un'altra figlia che Desirée proteggeva, così come io ho cercato di proteggere lei senza, purtroppo, riuscirci». E ancora: «Non abbiamo trascurato l'inquietudine di Desirée. Sapevamo di avere un problema. Siamo stati noi stessi a rivolgerci ai servizi sociali. Abbiamo chiesto aiuto a chi doveva darci una mano, ma evidentemente non è servito». E Desirée è finita in un brutto giro. Ma sulle amicizie della ragazza, la mamma precisa: «Non erano quelle canaglie che hanno fatto strazio del corpo di mia figlia. Non erano quei teppisti, non erano loro». Quelli non erano gli amici di Desirée. Con quei pusher africani la piccola era entrata in contatto solo per la droga. «Io stessa», ha raccontato la madre, «molte volte l'ho accompagnata a Roma, ma certo mai in quei luoghi. Mai a san Lorenzo. Mia figlia non ha mai frequentato quella sporcizia». È stata attirata lì. Forse da qualcuno che le ha testo una trappola. Ipotesi, questa, che gli investigatori non hanno ancora messo da parte.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
Per scaricare il numero di «Industria» basta cliccare sul link qui sotto.
INDUSTRIA 05-2026.pdf
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