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2019-03-30
Stretta della Chiesa sulle molestie. Obbligo di denunciare tutti gli abusi
Ansa
A sette mesi dalla pubblicazione del memoriale Viganò arriva una prima risposta concreta al dramma degli abusi. I tre documenti firmati dal Papa e pubblicati ieri arrivano a un mese dal termine del summit sulla protezione di minori avvenuto in Vaticano con tutti i capi dei vescovi del mondo dal 21 al 24 febbraio. Erano stati annunciati passi concreti, ed ecco quindi norme e linee guida che traducono nei fatti l'azione della Chiesa per contrastare la piaga degli abusi del clero.
I testi, di cui uno in forma di Motu proprio, riguardano soltanto lo Stato del Vaticano. La legge CCXCVII ha la natura di legge penale (non canonica) e introduce alcune importanti novità, innanzitutto all'articolo 3 si parla di «obbligo di denuncia» per «il pubblico ufficiale, che nell'esercizio delle sue funzioni abbia notizia o fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima», fatto salvo «il sigillo sacramentale», vale a dire il segreto confessionale. Chi non lo fa sarà sanzionato e la norma riguarda la stragrande maggioranza delle persone che lavorano nella curia romana e per la Santa sede, comprese le nunziature in giro per il mondo: tutti, infatti, svolgono un ruolo di «pubblico ufficiale» e ora sono obbligati, come recita il Motu proprio, «a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano». Il principio è quello di far maturare «in tutti», si legge ancora nel Motu proprio, «la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto».
Alla categoria del «minore» si equipara quella di «adulto vulnerabile» (articolo 1), che viene definito come «ogni persona in stato d'infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all'offesa». Per tutti i reati in questione (dalla violenza sessuale agli atti sessuali su minori, fino alla detenzione di materiale pedopornografico) si prevede la procedibilità d'ufficio, cioè anche in assenza di denuncia di parte. Viene quindi introdotta una prescrizione di vent'anni che, nel caso di vittima minorenne, inizia a decorrere dal compimento della maggiore età, un termine ben più lungo rispetto a quello finora vigente che era di quattro anni dal compimento del reato. Nello stesso tempo si istituisce, nell'ambito della Direzione vaticana di Sanità e Igiene, un Servizio di accompagnamento per le vittime di abusi.
Queste sono novità che, ha dichiarato il giudice del Tribunale vaticano Carlo Bronzano a Vatican news, «si sostanziano in istituti finora inediti, che introducono strumenti sempre più moderni ed efficaci». Anche nel reclutamento del personale si sottolinea il principio per cui «deve essere accertata l'idoneità del candidato ad interagire con i minori».
Quest'ultimo passaggio è articolato anche nelle Linee guida, sempre firmate dal Papa, e valide per il Vicariato della Città del Vaticano. Gli operatori pastorali, tra l'altro, devono evitare di «instaurare un rapporto preferenziale con un singolo minore; assumere comportamenti inappropriati o sessualmente allusivi; pubblicare o diffondere anche via web o social network immagini che ritraggano in modo riconoscibile un minore senza il consenso dei genitori o tutori». Chiunque sia dichiarato colpevole «sarà rimosso dai suoi incarichi» e se sacerdote incorrerà in tutto quanto già previsto dalle norme canoniche.
Nel Motu proprio si precisa che deve essere garantito «agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena». E, in questo senso, deve essere fatto «tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente». L'obiettivo generale di tutte queste norme pubblicate ieri, spiega Bronzano a Vatican news, è quello «di garantire una tutela effettiva dei diritti dei minori e, più in generale, delle persone vulnerabili, prevenendo ogni forma di aggressione nei loro confronti e reprimendo, con assoluto rigore e massima priorità, ogni condotta illecita in loro danno». Nessun cenno esplicito, nel documento, viene fatto al tema dell'omosessualità nel clero, pur sollevato da Viganò.
Secondo monsignor Charles Scicluna, un protagonista del summit del febbraio scorso in Vaticano, le linee guida pastorali valide per il Vaticano potrebbero servire come esempio e modello per le conferenze episcopali nel mondo. A questi documenti, che entreranno in vigore dal giugno prossimo, seguirà, come annunciato al summit dei vescovi, un vademecum anti abusi pubblicato dalla congregazione per la Dottrina della fede valido per la chiesa universale.
«L’acceleratore di luce leggerà i misteri dell’universo»
Nel 1989 cade il muro di Berlino, e con esso, la cortina di ferro. Nello stesso anno nasce il Web, che abbatterà molti «muri» costituiti dalla distanza fisica, spaziale. Il luogo in cui questo accade è il Cern di Ginevra. È grazie a questa invenzione che posso intervistare un «mostro» della scienza contemporanea, il professor Lucio Rossi, via Skype. Rossi è un fisico italiano già responsabile dei magneti superconduttori del mitico acceleratore di particelle, detto Large hadron collider (Lhc) del Cern: è uno dei protagonisti della scoperta del Bosone di Higgs, noto al pubblico con un'espressione più mediatica che scientifica: la particella di Dio. Ora dirige il progetto Lhc ad alta luminosità, volto a aumentare considerevolmente le prestazioni di Lhc.
Ci può descrivere in poche parole cosa è il Cern?
«Cern sta per European organization for nuclear research, organizzazione internazionale e intergovernativa per la ricerca in fisica nucleare e in fisica delle particelle. L'idea di base è mettere in comune le risorse per poter fare delle infrastrutture significative, con i grandi strumenti scientifici che il singolo Stato non può permettersi. Il Cern ha 22 Stati membri, di cui 21 europei, più Israele. Ci sono poi otto Stati associati, come India, Pakistan, Turchia e Ucraina, e tre Stati osservatori: Usa, Federazione Russa e Giappone. Inoltre cooperano una cinquantina di Stati, come l'Albania, l'Egitto, il Brasile e molti altri».
Il direttore generale è un'italiana, Fabiola Gianotti. Qual è il nostro ruolo?
«Uno dei padri fondatori è il fisico Edoardo Amaldi, primo segretario generale del Cern tra il 1952 e il 1954. Gli italiani amano collaborare, hanno una buona preparazione universitaria, che permette loro di avere spesso molto successo. D'altra parte le condizioni per la ricerca in Italia sono difficili e i nostri laboratori sono di taglia media. Veniamo dunque molto volentieri al Cern, portando nel nostro Dna l'amore per la scienza, retaggio della nostra cultura cristiana, quella da cui sono sorte le scuole e le università, che si fonda sulla convinzione che conoscere sia un'esperienza fondamentale dell'essere umano».
Qual è il compito del «suo» acceleratore?
«Prendiamo delle particelle molto piccole, le acceleriamo arrivando vicino, molto vicino alla velocità della luce, e le facciamo incrociare, collidere, l'una contro l'altra. Ricreiamo così delle concentrazioni di energia che esistevano nell'universo primordiale: andiamo verso il Big bang, gettiamo luce sull'origine dell'universo, che nel frattempo si è molto raffreddato. Questo ci permette di conoscere bene di quali mattoni e forze è fatto l'edificio dell'universo. Certo, da un lato conosciamo molto bene le cose che possiamo vedere, ma abbiamo capito che c'è qualcosa di molto importante che ci sfugge, per esempio la materia oscura, così detta perché non la vediamo. Ma non basta accelerare e far scontrare le particelle, ci vogliono anche occhi che vedono (i rilevatori di particelle), una notevole potenza di calcolo e tantissima teoria fisica per interpretare gli eventi».
Quali devono essere le virtù dello scienziato?
«Ci vogliono doti di natura, occorre masticare la matematica, avere un qualche intuito in fisica. Poi ci vuole la curiosità dei bambini, perché ci permette di porci delle domande. Il dubbio sistematico non porta a nulla. Al contrario, lo scienziato persegue in modo religiosamente fanatico delle intuizioni, delle idee. Domanda è per me sinonimo di apertura al mondo: attirati, catturati dalle bellezze del cosmo, ci domandiamo come e perché».
Vengono in mente i pionieri della scienza sperimentale, uomini inclini alla ricerca filosofica e teologica, spesso molto religiosi...
«Certamente, perché la religione dà, o cerca di dare delle risposte a delle domande . Chi è religioso ricerca il senso e vuole comprenderlo in modo sempre più approfondito. Le verità della fede, infatti, non sono statiche: vanno penetrate sempre più, perché avendo a che fare con l'essenza dell'umano sono inesauribili. Anche nella scienza accade qualcosa di analogo: la teoria sulla gravitazione di Isaac Newton è stata superata da quella di Albert Einstein e un domani avremo una teoria che sopravanzerà quella del fisico tedesco. Qui al Cern abbiamo trovato il bosone di Higgs, che poteva sembrare un punto di arrivo. E invece no, abbiamo delle discrepanze che ci spingono ad andare oltre».
Oggi gli scienziati non sono più religiosi come un tempo…
«Anche oggi molti scienziati hanno un senso religioso, del mistero. Che per me si identifica con Dio. Una volta c'erano persone religiose solo per moda culturale; oggi l'onda culturale va in un'altra direzione e ci si adegua. Difficile però trovare scienziati che si dichiarano fermamente atei; molti oggi preferiscono non esporsi, altri si definiscono agnostici o indifferenti. Siamo in un tempo di pensiero debole».
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A sette mesi dal memoriale Viganò, il Papa firma tre documenti: previste sanzioni per chi tace sulle violenze, i colpevoli saranno rimossi dagli incarichi. Divieto di comportamenti allusivi con i minori e no a foto sul Web.«L'acceleratore di luce leggerà i misteri dell'universo». Lo scienziato del Cern Lucio Rossi è stato nella squadra del Bosone di Higgs: «Non c'è mai un punto di arrivo, cerchiamo l'assoluto e Dio» .Lo speciale comprende due articoli.A sette mesi dalla pubblicazione del memoriale Viganò arriva una prima risposta concreta al dramma degli abusi. I tre documenti firmati dal Papa e pubblicati ieri arrivano a un mese dal termine del summit sulla protezione di minori avvenuto in Vaticano con tutti i capi dei vescovi del mondo dal 21 al 24 febbraio. Erano stati annunciati passi concreti, ed ecco quindi norme e linee guida che traducono nei fatti l'azione della Chiesa per contrastare la piaga degli abusi del clero.I testi, di cui uno in forma di Motu proprio, riguardano soltanto lo Stato del Vaticano. La legge CCXCVII ha la natura di legge penale (non canonica) e introduce alcune importanti novità, innanzitutto all'articolo 3 si parla di «obbligo di denuncia» per «il pubblico ufficiale, che nell'esercizio delle sue funzioni abbia notizia o fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima», fatto salvo «il sigillo sacramentale», vale a dire il segreto confessionale. Chi non lo fa sarà sanzionato e la norma riguarda la stragrande maggioranza delle persone che lavorano nella curia romana e per la Santa sede, comprese le nunziature in giro per il mondo: tutti, infatti, svolgono un ruolo di «pubblico ufficiale» e ora sono obbligati, come recita il Motu proprio, «a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano». Il principio è quello di far maturare «in tutti», si legge ancora nel Motu proprio, «la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto».Alla categoria del «minore» si equipara quella di «adulto vulnerabile» (articolo 1), che viene definito come «ogni persona in stato d'infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all'offesa». Per tutti i reati in questione (dalla violenza sessuale agli atti sessuali su minori, fino alla detenzione di materiale pedopornografico) si prevede la procedibilità d'ufficio, cioè anche in assenza di denuncia di parte. Viene quindi introdotta una prescrizione di vent'anni che, nel caso di vittima minorenne, inizia a decorrere dal compimento della maggiore età, un termine ben più lungo rispetto a quello finora vigente che era di quattro anni dal compimento del reato. Nello stesso tempo si istituisce, nell'ambito della Direzione vaticana di Sanità e Igiene, un Servizio di accompagnamento per le vittime di abusi.Queste sono novità che, ha dichiarato il giudice del Tribunale vaticano Carlo Bronzano a Vatican news, «si sostanziano in istituti finora inediti, che introducono strumenti sempre più moderni ed efficaci». Anche nel reclutamento del personale si sottolinea il principio per cui «deve essere accertata l'idoneità del candidato ad interagire con i minori».Quest'ultimo passaggio è articolato anche nelle Linee guida, sempre firmate dal Papa, e valide per il Vicariato della Città del Vaticano. Gli operatori pastorali, tra l'altro, devono evitare di «instaurare un rapporto preferenziale con un singolo minore; assumere comportamenti inappropriati o sessualmente allusivi; pubblicare o diffondere anche via web o social network immagini che ritraggano in modo riconoscibile un minore senza il consenso dei genitori o tutori». Chiunque sia dichiarato colpevole «sarà rimosso dai suoi incarichi» e se sacerdote incorrerà in tutto quanto già previsto dalle norme canoniche.Nel Motu proprio si precisa che deve essere garantito «agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena». E, in questo senso, deve essere fatto «tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente». L'obiettivo generale di tutte queste norme pubblicate ieri, spiega Bronzano a Vatican news, è quello «di garantire una tutela effettiva dei diritti dei minori e, più in generale, delle persone vulnerabili, prevenendo ogni forma di aggressione nei loro confronti e reprimendo, con assoluto rigore e massima priorità, ogni condotta illecita in loro danno». Nessun cenno esplicito, nel documento, viene fatto al tema dell'omosessualità nel clero, pur sollevato da Viganò.Secondo monsignor Charles Scicluna, un protagonista del summit del febbraio scorso in Vaticano, le linee guida pastorali valide per il Vaticano potrebbero servire come esempio e modello per le conferenze episcopali nel mondo. A questi documenti, che entreranno in vigore dal giugno prossimo, seguirà, come annunciato al summit dei vescovi, un vademecum anti abusi pubblicato dalla congregazione per la Dottrina della fede valido per la chiesa universale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-della-chiesa-sulle-molestie-obbligo-di-denunciare-tutti-gli-abusi-2633172359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lacceleratore-di-luce-leggera-i-misteri-delluniverso" data-post-id="2633172359" data-published-at="1768463946" data-use-pagination="False"> «L’acceleratore di luce leggerà i misteri dell’universo» Nel 1989 cade il muro di Berlino, e con esso, la cortina di ferro. Nello stesso anno nasce il Web, che abbatterà molti «muri» costituiti dalla distanza fisica, spaziale. Il luogo in cui questo accade è il Cern di Ginevra. È grazie a questa invenzione che posso intervistare un «mostro» della scienza contemporanea, il professor Lucio Rossi, via Skype. Rossi è un fisico italiano già responsabile dei magneti superconduttori del mitico acceleratore di particelle, detto Large hadron collider (Lhc) del Cern: è uno dei protagonisti della scoperta del Bosone di Higgs, noto al pubblico con un'espressione più mediatica che scientifica: la particella di Dio. Ora dirige il progetto Lhc ad alta luminosità, volto a aumentare considerevolmente le prestazioni di Lhc. Ci può descrivere in poche parole cosa è il Cern? «Cern sta per European organization for nuclear research, organizzazione internazionale e intergovernativa per la ricerca in fisica nucleare e in fisica delle particelle. L'idea di base è mettere in comune le risorse per poter fare delle infrastrutture significative, con i grandi strumenti scientifici che il singolo Stato non può permettersi. Il Cern ha 22 Stati membri, di cui 21 europei, più Israele. Ci sono poi otto Stati associati, come India, Pakistan, Turchia e Ucraina, e tre Stati osservatori: Usa, Federazione Russa e Giappone. Inoltre cooperano una cinquantina di Stati, come l'Albania, l'Egitto, il Brasile e molti altri». Il direttore generale è un'italiana, Fabiola Gianotti. Qual è il nostro ruolo? «Uno dei padri fondatori è il fisico Edoardo Amaldi, primo segretario generale del Cern tra il 1952 e il 1954. Gli italiani amano collaborare, hanno una buona preparazione universitaria, che permette loro di avere spesso molto successo. D'altra parte le condizioni per la ricerca in Italia sono difficili e i nostri laboratori sono di taglia media. Veniamo dunque molto volentieri al Cern, portando nel nostro Dna l'amore per la scienza, retaggio della nostra cultura cristiana, quella da cui sono sorte le scuole e le università, che si fonda sulla convinzione che conoscere sia un'esperienza fondamentale dell'essere umano». Qual è il compito del «suo» acceleratore? «Prendiamo delle particelle molto piccole, le acceleriamo arrivando vicino, molto vicino alla velocità della luce, e le facciamo incrociare, collidere, l'una contro l'altra. Ricreiamo così delle concentrazioni di energia che esistevano nell'universo primordiale: andiamo verso il Big bang, gettiamo luce sull'origine dell'universo, che nel frattempo si è molto raffreddato. Questo ci permette di conoscere bene di quali mattoni e forze è fatto l'edificio dell'universo. Certo, da un lato conosciamo molto bene le cose che possiamo vedere, ma abbiamo capito che c'è qualcosa di molto importante che ci sfugge, per esempio la materia oscura, così detta perché non la vediamo. Ma non basta accelerare e far scontrare le particelle, ci vogliono anche occhi che vedono (i rilevatori di particelle), una notevole potenza di calcolo e tantissima teoria fisica per interpretare gli eventi». Quali devono essere le virtù dello scienziato? «Ci vogliono doti di natura, occorre masticare la matematica, avere un qualche intuito in fisica. Poi ci vuole la curiosità dei bambini, perché ci permette di porci delle domande. Il dubbio sistematico non porta a nulla. Al contrario, lo scienziato persegue in modo religiosamente fanatico delle intuizioni, delle idee. Domanda è per me sinonimo di apertura al mondo: attirati, catturati dalle bellezze del cosmo, ci domandiamo come e perché». Vengono in mente i pionieri della scienza sperimentale, uomini inclini alla ricerca filosofica e teologica, spesso molto religiosi... «Certamente, perché la religione dà, o cerca di dare delle risposte a delle domande . Chi è religioso ricerca il senso e vuole comprenderlo in modo sempre più approfondito. Le verità della fede, infatti, non sono statiche: vanno penetrate sempre più, perché avendo a che fare con l'essenza dell'umano sono inesauribili. Anche nella scienza accade qualcosa di analogo: la teoria sulla gravitazione di Isaac Newton è stata superata da quella di Albert Einstein e un domani avremo una teoria che sopravanzerà quella del fisico tedesco. Qui al Cern abbiamo trovato il bosone di Higgs, che poteva sembrare un punto di arrivo. E invece no, abbiamo delle discrepanze che ci spingono ad andare oltre». Oggi gli scienziati non sono più religiosi come un tempo… «Anche oggi molti scienziati hanno un senso religioso, del mistero. Che per me si identifica con Dio. Una volta c'erano persone religiose solo per moda culturale; oggi l'onda culturale va in un'altra direzione e ci si adegua. Difficile però trovare scienziati che si dichiarano fermamente atei; molti oggi preferiscono non esporsi, altri si definiscono agnostici o indifferenti. Siamo in un tempo di pensiero debole».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 gennaio con Carlo Cambi
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Alla fine l’audizione in commissione Covid dell’ex prefetto ed ex servitore dello Stato Giulio Cazzella, nonostante fosse stata fortemente voluta dai membri dell’opposizione Pd e M5S, si è ritorta loro contro. Nella prima ora e mezza Cazzella ha esposto la sua versione dei fatti, versione ovviamente di parte visto che l’ex prefetto è stato consulente di Invitalia ai tempi in cui Domenico Arcuri era ad dell’ente, poi della struttura commissariale ai tempi della pandemia e infine del collegio difensivo di Arcuri (a imprecisato titolo, dato che non è avvocato, ndr) nel processo penale per la maxicommessa di mascherine, risultate pure non a norma, quindi pericolose per la salute pubblica. Cazzella non ha risparmiato critiche alla deposizione del maggiore della guardia di finanza Eugenio Marmorale, che lo scorso 20 ottobre in commissione aveva riassunto i risultati delle indagini sulla maxicommessa di mascherine appaltata al consorzio cinese Wenzhou-Luokai e costata ai contribuenti 1 miliardo e 251 milioni di euro. Ma poi, nelle successive quattro ore, l’ex prefetto, incalzato dai deputati e senatori di Fratelli d’Italia, ha dovuto confermare quello che Fdi non esita a definire «un fatto scioccante»: la struttura commissariale non effettuò alcun controllo preliminare sul consorzio cinese Wenzhou-Luokai e gli concesse oltre un miliardo di euro di fatto «sulla parola». Né più né meno di quanto già sottolineato da Marmorale, che aveva raccontato nei dettagli il modus operandi dell’armata Brancaleone che aveva concesso a un consorzio ufficialmente sconosciuto, e in affidamento diretto (dunque senza alcun bando pubblico) l’appalto più rilevante della storia. A questo proposito, durante l’audizione Cazzella, che continuava a parlare di «bandi», ha dovuto smettere di utilizzare questo termine quando il senatore Lisei, presidente della commissione Covid, gli ha ricordato che quei soldi non sono stati concessi dopo regolare procedura d’appalto ma soltanto dopo affidi diretti, a discrezione della struttura commissariale.
Giacomo Amadori e François De Tonquédec avevano anticipato sulla Verità già nel lontano febbraio 2021 i fatti di cui si è tornato a parlare. Le audizioni in commissione Covid di Marmorale prima e di Cazzella poi confermano tutto: la centralità dei «rapporti consolidati» tra l’ex giornalista della Rai e lobbista Mario Benotti (deceduto nel 2023) e Arcuri ha fatto da sfondo alla maxi commessa. È stata una mail del mediatore Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore milanese, ad Arcuri a svelare come un consorzio cinese ufficialmente sconosciuto abbia potuto aggiudicarsi il mega appalto da 1,2 miliardi di euro passando sopra a centinaia di aziende, già allora quantificate in circa 550, che nei soli mesi tra marzo e maggio 2020 avevano presentato le proprie offerte di forniture di mascherine, rifiutate a favore dei cinesi (una fra tutte, quella dell’italiana Jc Electronics).
Nell’audizione, Cazzella è stato talmente pressato dalle domande dei commissari di area governativa che ha dovuto ammettere la verità. È stata la senatrice Alice Buonguerrieri a chiedere insistentemente chi sceglieva i fornitori, visto che c’erano affidamenti diretti, come venivano valutati e come è stato scelto quello cinese. Cazzella, sfinito, ha dovuto confermare l’inizialmente contestata versione di Marmorale (duramente attaccato - all’epoca della sua audizione - dai commissari dell’opposizione, che avevamo perfino preteso di secretare parte della sua audizione). Wenzhou-Luokai è entrata in struttura commissariale perché Benotti ha chiamato Arcuri e gli ha presentato Tommasi, ha spiegato l’ex prefetto. Ma visto che è emerso che questo consorzio era stato appena costituito e con siti fasulli copiati da altri, «che controlli avete fatto?», ha ribadito Buonguerrieri. Cazzella ha dovuto ammettere: «Nessuno». Quindi, scandalo nello scandalo, nessuno ha fatto verifiche preventive sul consorzio cinese, che è stato intermediato da un altro, sulla carta, «emerito sconosciuto», presentato da Benotti. Il quale per inciso si è ritagliato, insieme con Tommasi, una maxi provvigione: i due lobbisti sono diventati di fatto fornitori di Dpi grazie alla conoscenza diretta di Arcuri e dei suoi fedelissimi, che Benotti poteva vantare dal 2014. Lo stesso ex giornalista della Rai in alcune chat fa riferimento a Stefano Beghi, l’avvocato che avrebbe dovuto far transitare da Hong Kong quasi 50 milioni di euro di provvigioni.
Ciliegina sulla torta, il disperato tentativo di Cazzella di far passare la maxicommessa di mascherine fasulle come un «affarone»: secondo l’ex prefetto, infatti, il prezzo di acquisto dei Dpi forniti dal consorzio cinese Wenzhou-Luokai era più conveniente rispetto a quello di altre aziende come l’italiana Jc Electronics, la cui commessa per la fornitura di mascherine durante la pandemia fu revocata per una decisione della struttura commissariale di Arcuri, atto che il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo. È stato il presidente Lisei a far notare all’ex prefetto che per forza di cose la commessa cinese potesse costare di meno, dato che c’erano delle transazioni in nero.
«Si è creata una catena d’affari che maneggiava soldi pubblici durante la pandemia sulla testa dei cittadini che intanto combattevano contro il virus. Fatti sconcertanti, sui quali in commissione Covid continueremo a fare chiarezza», promette Fratelli d’Italia.
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Federico Cafiero de Raho, ex capo della Dna (Imagoeconomica). Nel riquadro l'ex finanziere Pasquale Striano
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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