True
2022-10-31
Prima di Dracula, il mito dei non-morti. Il vampirismo e la storia.
True
Eliminazione di un vampiro in un cimitero della Romania (Getty Images)
Sono negli occhi e nella mente di tutti, dai libri alla filmografia del Ventesimo secolo, dal classico della letteratura gotica «Dracula» di Bram Stoker all’omonimo film con Bela Lugosi del 1931 fino al capolavoro del 1992 di Francis Ford Coppola. I vampiri che noi conosciamo, nobili figure notturne assetate di sangue ispirati dalla storia del conte rumeno Vlad Dracul sanguinario e impalatore di turchi, hanno in realtà radici che affondano nel remoto passato dell’Europa, dalla Grecia alla Serbia, fino all’Irlanda e all’Inghilterra.
Caratterizzati da un binomio costante che attraversa le culture e le superstizioni popolari, quello del ritorno in vita di un corpo morto e dell’ematofagia (la sete di sangue umano), sono stati nei secoli fenomeno di studio da parte di storici e filosofi che hanno ricondotto il vampirismo a epoche ben più remote rispetto a quelle in cui nacque e si sviluppò il mito gotico che ne decretò la fama universale.
Se i primissimi accenni al nutrimento con il sangue da parte di esseri sovrannaturali si possono ritrovare addirittura nel Talmud dove il nome di Lilith, la moglie ribelle di Adamo, fu descritta come vampiro. Corrispondente alla figura del sacro testo ebraico il mostro ermafrodita Lami, una creatura mostruosa della mitologia greca che avrebbe tratto nutrimento dal sangue dei bambini. E proprio in Grecia si ha traccia di una delle tradizioni popolari più vicine alla figura attuale del vampiro. Il Brucolaco (in greco Vrykolakas/βρυκόλακας) fu il tipico esempio del non-morto o redivivo, diffusosi in seguito anche in Puglia e in Bulgaria. Plasmato da timori ancestrali sul tema del peccato in vita, il corpo del vampiro ellenico rifiutava la sepoltura e cercava il sangue umano in quanto dotato delle proprietà necessarie a far rivivere la carne, meglio se succhiato da un essere umano in tenera età. Proprio il tema della sepoltura è fondante nella cultura classica greca come elemento fondamentale per un passaggio alla vita ultraterrena. Una mancata tumulazione dovuta a svariati motivi tra i quali una morte disonorevole in pace o in guerra era alle origini del fenomeno del non-morto dell’antica Grecia e della conseguente pena a cui il corpo, in una straziante ricerca della pace eterna era sottoposto. Fino alla ricerca del sangue e della carne altrui. Nell’Iliade la prima prova della correlazione tra potere del sangue e richiamo delle ombre dall’aldilà. Ulisse, per alimentare l’ombra del veggente Tiresia, riempie di sangue ovino una vasca perchè possa comunicare con lui. La tradizione dei brucolachi, nell’osmosi culturale balcanica, raggiunse la Serbia e la Bulgaria, per poi diffondersi in gran parte dell’Europa orientale. Qui, nei secoli, si creò la tradizione alla quale le fonti moderne attingeranno l’ispirazione per i capolavori della letteratura romantico-gotica. Alcuni dei più famosi brucolachi serbi passarono infatti alla storia della tradizione popolare ben prima del Dracula di Stoker. Sava Savanovic, un mugnaio di un borgo della Serbia centrale che, ritornato da una morte in circostanze misteriose, avrebbe attratto le sue vittime alla macina per poi berne il sangue. i ritorni dei non-morti, collegati ai decessi violenti o dovuti a circostanze non chiare, furono la base di investigazioni che altro non fecero che alimentare la leggenda. Molti sono infatti i rapporti nei paesi balcanici dal medioevo in poi in cui si accenna al fenomeno,con la prima comparsa del sostantivo vampiro forse derivato da Bàm (un dio manicheo che, traslitterato, suona in serbo e greco come Vàm) aggiunto alla parola russa pirb (bevuta, baldoria) oppure dallo slavo upirb in seguito upiri (a sua volta tratto dal latino impurus).
Un secondo impulso alla tradizione del vampirismo avvenne tra Seicento e Settecento, quando alla superstizione e alla tradizione si avvicinò lo spirito scientifico e in particolare l’evoluzione degli studi in anatomia e fisiologia sui fenomeni post-mortem. Dalle riesumazioni di cadaveri furono per la prima volta annotati casi di morte apparente o segni fisiologici come le macchie ipostatiche o la crescita di capelli e unghie, così come rumori dovuti alla decomposizione. Legati ai segni ed alle manifestazioni dei non-morti furono anche le grandi epidemie dei secoli XVII e XVIII. Alla base delle ispirazioni letterarie del secolo successivo, oltre ai testi di anatomo patologia, vi furono anche trattati e resoconti di viaggio fondamentali per lo sviluppo della mitologia del vampiro, come il diario del botanico francese Jacques Pitton de Tournefort, Relation d'un voyage du Levant, Fait par Ordre du Roy del 1714. Nel resoconto del gesuita scienziato è descritto un brucolaco dell’isola di Mykonos, violento ed aggressivo.Un cadavere tornato in vita dalla pelle tesa e secca come quella di un tamburo. Ma il tassello che diverrà uno dei temi ricorrenti nell’epica del vampiro contenuto tra le righe scritte dal botanico è la strategia grazie alla quale gli abitanti dell’isola greca ebbero ragione del mostro assetato del sangue dei loro figli ossia strappandone il cuore e successivamente ricoprendo il non-morto di acquasanta per poi cremarne il cadavere. La storia successiva, romanzata dagli autori gotici, introdurrà la pratica del paletto di frassino per fermare il cuore del vampiro e il crocifisso per inibirne l’anima demoniaca. Pochi anni più tardi, in Polonia, fu pubblicato un volume di storia naturale in cui per la prima volta veniva utilizzato il termine vampiro (in polacco upìer), riportato dalle memorie del gesuita Don Gengell il quale, riferendo le parole di testimoni del fenomeno scriveva:
«Ho sentito spesso da fidati testimoni oculari che i corpi sono stati trovati
non solo integri, flessibili e dal colorito vivo per parecchio tempo, ma che
anche testa, bocca, lingua e occhi a volte si muovevano. Il lenzuolo funebre
che li avvolgeva era lacero e parti del corpo erano state divorate. A volte si
notava anche che un corpo di questa risma si rialzava dalla tomba, vagava
per crocicchi e case, mostrandosi ora a taluno, ora a talaltro, e molti anche
li attaccava, tentando di soffocarli. Se e` un corpo maschile, viene chiamato
Upier.»
La strada per il mito di Vlad Dracula, di Nosferatu e di tutti i vampiri che hanno popolato la letteratura, il cinema, il teatro, i fumetti era stata tracciata in molti secoli di paura e suggestione che dalla tradizione popolare passarono nelle mani dei più raffinati autori.
Per approfondire la storia e il mito del vampirismo tra scienza e tradizione il libro di riferimento è Vampiri. Una nuova storia. di Nick Groom (Il Saggiatore).
Continua a leggereRiduci
Dal Talmud all'Iliade, alla tradizione greca e serba agli studi di anatomopatologia seicenteschi. Il percorso tra superstizione popolare, scienza e letteratura che ha plasmato il mito assetato di sangue.Sono negli occhi e nella mente di tutti, dai libri alla filmografia del Ventesimo secolo, dal classico della letteratura gotica «Dracula» di Bram Stoker all’omonimo film con Bela Lugosi del 1931 fino al capolavoro del 1992 di Francis Ford Coppola. I vampiri che noi conosciamo, nobili figure notturne assetate di sangue ispirati dalla storia del conte rumeno Vlad Dracul sanguinario e impalatore di turchi, hanno in realtà radici che affondano nel remoto passato dell’Europa, dalla Grecia alla Serbia, fino all’Irlanda e all’Inghilterra. Caratterizzati da un binomio costante che attraversa le culture e le superstizioni popolari, quello del ritorno in vita di un corpo morto e dell’ematofagia (la sete di sangue umano), sono stati nei secoli fenomeno di studio da parte di storici e filosofi che hanno ricondotto il vampirismo a epoche ben più remote rispetto a quelle in cui nacque e si sviluppò il mito gotico che ne decretò la fama universale.Se i primissimi accenni al nutrimento con il sangue da parte di esseri sovrannaturali si possono ritrovare addirittura nel Talmud dove il nome di Lilith, la moglie ribelle di Adamo, fu descritta come vampiro. Corrispondente alla figura del sacro testo ebraico il mostro ermafrodita Lami, una creatura mostruosa della mitologia greca che avrebbe tratto nutrimento dal sangue dei bambini. E proprio in Grecia si ha traccia di una delle tradizioni popolari più vicine alla figura attuale del vampiro. Il Brucolaco (in greco Vrykolakas/βρυκόλακας) fu il tipico esempio del non-morto o redivivo, diffusosi in seguito anche in Puglia e in Bulgaria. Plasmato da timori ancestrali sul tema del peccato in vita, il corpo del vampiro ellenico rifiutava la sepoltura e cercava il sangue umano in quanto dotato delle proprietà necessarie a far rivivere la carne, meglio se succhiato da un essere umano in tenera età. Proprio il tema della sepoltura è fondante nella cultura classica greca come elemento fondamentale per un passaggio alla vita ultraterrena. Una mancata tumulazione dovuta a svariati motivi tra i quali una morte disonorevole in pace o in guerra era alle origini del fenomeno del non-morto dell’antica Grecia e della conseguente pena a cui il corpo, in una straziante ricerca della pace eterna era sottoposto. Fino alla ricerca del sangue e della carne altrui. Nell’Iliade la prima prova della correlazione tra potere del sangue e richiamo delle ombre dall’aldilà. Ulisse, per alimentare l’ombra del veggente Tiresia, riempie di sangue ovino una vasca perchè possa comunicare con lui. La tradizione dei brucolachi, nell’osmosi culturale balcanica, raggiunse la Serbia e la Bulgaria, per poi diffondersi in gran parte dell’Europa orientale. Qui, nei secoli, si creò la tradizione alla quale le fonti moderne attingeranno l’ispirazione per i capolavori della letteratura romantico-gotica. Alcuni dei più famosi brucolachi serbi passarono infatti alla storia della tradizione popolare ben prima del Dracula di Stoker. Sava Savanovic, un mugnaio di un borgo della Serbia centrale che, ritornato da una morte in circostanze misteriose, avrebbe attratto le sue vittime alla macina per poi berne il sangue. i ritorni dei non-morti, collegati ai decessi violenti o dovuti a circostanze non chiare, furono la base di investigazioni che altro non fecero che alimentare la leggenda. Molti sono infatti i rapporti nei paesi balcanici dal medioevo in poi in cui si accenna al fenomeno,con la prima comparsa del sostantivo vampiro forse derivato da Bàm (un dio manicheo che, traslitterato, suona in serbo e greco come Vàm) aggiunto alla parola russa pirb (bevuta, baldoria) oppure dallo slavo upirb in seguito upiri (a sua volta tratto dal latino impurus). Un secondo impulso alla tradizione del vampirismo avvenne tra Seicento e Settecento, quando alla superstizione e alla tradizione si avvicinò lo spirito scientifico e in particolare l’evoluzione degli studi in anatomia e fisiologia sui fenomeni post-mortem. Dalle riesumazioni di cadaveri furono per la prima volta annotati casi di morte apparente o segni fisiologici come le macchie ipostatiche o la crescita di capelli e unghie, così come rumori dovuti alla decomposizione. Legati ai segni ed alle manifestazioni dei non-morti furono anche le grandi epidemie dei secoli XVII e XVIII. Alla base delle ispirazioni letterarie del secolo successivo, oltre ai testi di anatomo patologia, vi furono anche trattati e resoconti di viaggio fondamentali per lo sviluppo della mitologia del vampiro, come il diario del botanico francese Jacques Pitton de Tournefort, Relation d'un voyage du Levant, Fait par Ordre du Roy del 1714. Nel resoconto del gesuita scienziato è descritto un brucolaco dell’isola di Mykonos, violento ed aggressivo.Un cadavere tornato in vita dalla pelle tesa e secca come quella di un tamburo. Ma il tassello che diverrà uno dei temi ricorrenti nell’epica del vampiro contenuto tra le righe scritte dal botanico è la strategia grazie alla quale gli abitanti dell’isola greca ebbero ragione del mostro assetato del sangue dei loro figli ossia strappandone il cuore e successivamente ricoprendo il non-morto di acquasanta per poi cremarne il cadavere. La storia successiva, romanzata dagli autori gotici, introdurrà la pratica del paletto di frassino per fermare il cuore del vampiro e il crocifisso per inibirne l’anima demoniaca. Pochi anni più tardi, in Polonia, fu pubblicato un volume di storia naturale in cui per la prima volta veniva utilizzato il termine vampiro (in polacco upìer), riportato dalle memorie del gesuita Don Gengell il quale, riferendo le parole di testimoni del fenomeno scriveva: «Ho sentito spesso da fidati testimoni oculari che i corpi sono stati trovatinon solo integri, flessibili e dal colorito vivo per parecchio tempo, ma cheanche testa, bocca, lingua e occhi a volte si muovevano. Il lenzuolo funebreche li avvolgeva era lacero e parti del corpo erano state divorate. A volte sinotava anche che un corpo di questa risma si rialzava dalla tomba, vagavaper crocicchi e case, mostrandosi ora a taluno, ora a talaltro, e molti ancheli attaccava, tentando di soffocarli. Se e` un corpo maschile, viene chiamatoUpier.» La strada per il mito di Vlad Dracula, di Nosferatu e di tutti i vampiri che hanno popolato la letteratura, il cinema, il teatro, i fumetti era stata tracciata in molti secoli di paura e suggestione che dalla tradizione popolare passarono nelle mani dei più raffinati autori.Per approfondire la storia e il mito del vampirismo tra scienza e tradizione il libro di riferimento è Vampiri. Una nuova storia. di Nick Groom (Il Saggiatore).
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
Continua a leggereRiduci
l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
Continua a leggereRiduci
La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
Continua a leggereRiduci