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2018-05-15
Steward in spiaggia, agosto con i lidi blindati
LaPresse
In spiaggia come nelle piazze: gli assembramenti possono costituire una minaccia per la sicurezza e quindi bisogna inasprire i controlli. Questo, in sostanza, il contenuto della circolare del ministero degli Interni che da quest'estate impone misure eccezionali per tenere sotto osservazione il comportamento dei bagnanti e di chiunque stia sulla riva. La norma è stata emanata a luglio 2017, all'indomani dei disordini avvenuti in piazza San Carlo, a Torino, durante la finale di Champions league fra Juventus e Real Madrid. È contenuta nella cosiddetta circolare Morcone, emessa dal Viminale proprio allo scopo di gestire gli eventi pubblici caratterizzati da un forte afflusso di pubblico e quindi di evitare che una situazione come quella di Torino possa ripetersi, specialmente con la minaccia del terrorismo ritenuta forte.
Tutto ciò, con la stagione balneare ormai alle porte, rischia però di rivoluzionare le abitudini e lo stile di vita dei vacanzieri. Ne sanno qualcosa a Jesolo dove per la prima volta saranno regolamentate in modo severo le feste che tradizionalmente animano gli stabilimenti balneari della zona. Quello veneto è stato il primo Comune italiano a recepire le nuove direttive che, di fatto, regolamentano la movida come mai era successo in passato. Secondo il programma ogni chiosco dovrà dotarsi di un piano sicurezza, che dovrà essere presentato alla commissione comunale competente tre settimane prima dell'evento. A quel punto sarà valutato il grado di rischio, che dipende dal numero di persone attese, dalla media di età e dal tipo di festa in programma. Ma non finisce qui, perché i gestori avranno anche l'obbligo di perimetrare e recintare l'area interessata dalla festa, rispettando una proporzione molto rigida: ogni metro quadrato di superficie non potrà accogliere più di 1,5 persone. Se i partecipanti supereranno quota 200 sarà necessaria una comunicazione ad hoc e anche l'assunzione di quattro steward, che possono salire fino a sei. Infine, ogni chiosco dovrà allestire insegne luminose che indichino ingresso, uscita, vie di fuga e accesso per i mezzi di soccorso. Senza dimenticare naturalmente estintori e il personale che deve aver frequentato corsi antincendio. Per chi organizza questi eventi i costi lieviteranno sicuramente, un po' come già accaduto per Pro loco e associazioni che si occupano di allestire sagre ed eventi in piazza. Ma la necessità di garantire la sicurezza rende questi sforzi necessari.
Sulla stessa linea sono molti stabilimenti balneari della costa abruzzese. Anche qui l'estate 2018 sarà ricordata come quella dei lidi blindati anche se, assicura il Sindacato italiano balneari, il divertimento sarà comunque assicurato. Il piano sicurezza non è ancora stato predisposto in tutti i dettagli, proprio a maggio è infatti previsto un vertice definitivo al quale parteciperanno anche Prefettura e Sindacato nazionale locali da ballo, allo scopo di mettere d'accordo le esigenze di tutti gli esercenti. Comunque è già stato deciso che per la prima volta arriveranno in riva al mare gli steward. Proprio come quelli che ormai si incontrano abitualmente allo stadio o durante i concerti. A loro sarà affidato il compito di accogliere i bagnanti e di garantire la sicurezza, ma anche di allontanare venditori ambulanti, massaggiatori da spiaggia improvvisati e qualunque altra persona ritenuta molesta.
Una vera e propria rivoluzione, che da questo pezzo di costa potrebbe estendersi anche ad altre località turistiche del Paese. Il problema della sicurezza è molto avvertito a Rimini, dove la scorsa estate si è verificato un gravissimo fatto di cronaca. Nella notte fra il 25 e 26 agosto una coppia di turisti polacchi venne aggredita da quattro africani, tre minorenni e un maggiorenne, mentre si trovava in spiaggia. La ragazza fu violentata mentre il suo fidanzato veniva picchiato brutalmente. Adesso l'amministrazione comunale ha deciso di prendere provvedimenti imponendo a tutti gli stabilimenti balneari presenti sul territorio di tenere accese le luci sulla spiaggia durante la notte.
La disposizione è stata emanata pochi giorni fa, nell'ambito dell'ordinanza che regola la stagione balneare 2018. A partire dall'ultimo fine settimana di maggio le luci dovranno restare accese anche in riva al mare, dal tramonto all'alba. Seguendo gli stessi orari che regolano l'illuminazione pubblica. Questo vuol dire che ogni struttura dovrà installare per tempo un apposito sistema di illuminazione, che dovrà funzionare ogni notte in modo da rendere la battigia perfettamente visibile. Confermato anche il divieto di accesso alla spiaggia dall'una alle 5 cinque del mattino, con la sola eccezione della concomitanza con manifestazioni organizzate dal Comune. Insomma, l'estate che sta per arrivare sarà un po' diversa rispetto al passato. Ma forse anche più sicura.
Gara dei divieti: la Raggi proibisce anche i bagnini
Se ti trovi nel mare di Ostia e sei in pericolo devi sperare una sola cosa, che sia un fine settimana. Sì, perché il sindaco Virginia Raggi ha deciso, per la prima volta nella storia della Capitale, di limitare il lavoro dei bagnini che operano sulle spiagge libere ai soli weekend. Almeno per buona parte dell'estate. «Il servizio di assistenza e salvataggio per la stagione balneare 2018 è assicurato con le seguenti modalità: dal 1/5 al 15/6 sabato, domeniche e giorni festivi; dal 16/6 al 31/8 tutti i giorni feriali e festivi; dal 1/9 al 30/9 sabato domeniche e giorni festivi», questo il testo dell'ordinanza firmata dal primo cittadino pentastellato, che di fatto lascia i bagnanti senza bagnini dal lunedì al venerdì.
Come ogni estate che si rispetti anche questa si distingue per le nuove norme comunali, più o meno originali, emanate dai sindaci. Molte ordinanze riguardano anche il litorale dei 693 Comuni costieri del Paese e, anche in questo caso, sono destinate a far discutere. Fra queste c'è sicuramente quella che riguarda il Lido di Venezia. Per quest'anno sono banditi tuffi, musica, pesca e giochi con la palla dalle 13 alle 16. Insomma, niente partite di calcetto improvvisate, niente bocce, niente racchettoni. Inoltre nessun aereo o elicottero potrà sorvolare l'area per motivi pubblicitari. Una stretta notevole quella decisa dall'amministrazione comunale veneta, naturalmente con l'obiettivo di proteggere la tranquillità di cittadini e turisti. Decisamente originale è anche un'altra legge, che disciplina il comportamento di chi passeggia per spiagge e le stradine di Capri. Qui dall'ormai lontano 1963 un'ordinanza vieta l'uso degli zoccoli di legno, perché fanno troppo rumore. Nel frattempo la burocrazia non si è aggiornata e allora bisogna ricordarsi di lasciare a casa le fastidiose calzature, mettendo in valigia le più tollerate infradito di gomma.
Particolarmente severo è anche il Comune di Jesolo che, anche quest'anno, ha deciso di vietare il consumo di alcol in spiaggia. Per i trasgressori le multe sono salatissime. Ne sanno qualcosa quattro studenti universitari di Padova che, dopo essere stati sorpresi a consumare birra sul bagnasciuga, qualche giorno fa si sono visti appioppare una sanzione da 200 euro ciascuno. Si sono difesi spiegando di non essere al corrente dell'ordinanza, ma l'amministrazione sembra intenzionata a non fare sconti.
Così come quella di Alassio che anche per questa estate ha confermato tolleranza zero per chi si aggira in costume o a torso nudo fra le stradine del suo centro storico. Esattamente come avviene anche a Forte dei Marmi e Riccione, dove è proibito girare in bikini se non si è sulla spiaggia. Ma a Eraclea, in provincia di Venezia, si sono spinti anche oltre. Qui è vietato perfino scavare buche nella sabbia o raccogliere conchiglie sul bagnasciuga per portarle a casa. E non importa se a farlo siano bambini «armati» di secchiello e paletta.
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Il Viminale impone misure eccezionali per tenere sotto osservazione il comportamento dei bagnanti e di chiunque stia sulla riva. Gli assistenti dovranno accogliere i turisti, garantire la sicurezza, allontanare i venditori ambulanti e le persone ritenute moleste.A Roma proibiti anche i bagnini, saranno attivi soltanto nei weekend. Costumi, giochi, alcol, tuffi: tolleranza zero in molti Comuni.Lo speciale contiene due articoli.In spiaggia come nelle piazze: gli assembramenti possono costituire una minaccia per la sicurezza e quindi bisogna inasprire i controlli. Questo, in sostanza, il contenuto della circolare del ministero degli Interni che da quest'estate impone misure eccezionali per tenere sotto osservazione il comportamento dei bagnanti e di chiunque stia sulla riva. La norma è stata emanata a luglio 2017, all'indomani dei disordini avvenuti in piazza San Carlo, a Torino, durante la finale di Champions league fra Juventus e Real Madrid. È contenuta nella cosiddetta circolare Morcone, emessa dal Viminale proprio allo scopo di gestire gli eventi pubblici caratterizzati da un forte afflusso di pubblico e quindi di evitare che una situazione come quella di Torino possa ripetersi, specialmente con la minaccia del terrorismo ritenuta forte. Tutto ciò, con la stagione balneare ormai alle porte, rischia però di rivoluzionare le abitudini e lo stile di vita dei vacanzieri. Ne sanno qualcosa a Jesolo dove per la prima volta saranno regolamentate in modo severo le feste che tradizionalmente animano gli stabilimenti balneari della zona. Quello veneto è stato il primo Comune italiano a recepire le nuove direttive che, di fatto, regolamentano la movida come mai era successo in passato. Secondo il programma ogni chiosco dovrà dotarsi di un piano sicurezza, che dovrà essere presentato alla commissione comunale competente tre settimane prima dell'evento. A quel punto sarà valutato il grado di rischio, che dipende dal numero di persone attese, dalla media di età e dal tipo di festa in programma. Ma non finisce qui, perché i gestori avranno anche l'obbligo di perimetrare e recintare l'area interessata dalla festa, rispettando una proporzione molto rigida: ogni metro quadrato di superficie non potrà accogliere più di 1,5 persone. Se i partecipanti supereranno quota 200 sarà necessaria una comunicazione ad hoc e anche l'assunzione di quattro steward, che possono salire fino a sei. Infine, ogni chiosco dovrà allestire insegne luminose che indichino ingresso, uscita, vie di fuga e accesso per i mezzi di soccorso. Senza dimenticare naturalmente estintori e il personale che deve aver frequentato corsi antincendio. Per chi organizza questi eventi i costi lieviteranno sicuramente, un po' come già accaduto per Pro loco e associazioni che si occupano di allestire sagre ed eventi in piazza. Ma la necessità di garantire la sicurezza rende questi sforzi necessari. Sulla stessa linea sono molti stabilimenti balneari della costa abruzzese. Anche qui l'estate 2018 sarà ricordata come quella dei lidi blindati anche se, assicura il Sindacato italiano balneari, il divertimento sarà comunque assicurato. Il piano sicurezza non è ancora stato predisposto in tutti i dettagli, proprio a maggio è infatti previsto un vertice definitivo al quale parteciperanno anche Prefettura e Sindacato nazionale locali da ballo, allo scopo di mettere d'accordo le esigenze di tutti gli esercenti. Comunque è già stato deciso che per la prima volta arriveranno in riva al mare gli steward. Proprio come quelli che ormai si incontrano abitualmente allo stadio o durante i concerti. A loro sarà affidato il compito di accogliere i bagnanti e di garantire la sicurezza, ma anche di allontanare venditori ambulanti, massaggiatori da spiaggia improvvisati e qualunque altra persona ritenuta molesta. Una vera e propria rivoluzione, che da questo pezzo di costa potrebbe estendersi anche ad altre località turistiche del Paese. Il problema della sicurezza è molto avvertito a Rimini, dove la scorsa estate si è verificato un gravissimo fatto di cronaca. Nella notte fra il 25 e 26 agosto una coppia di turisti polacchi venne aggredita da quattro africani, tre minorenni e un maggiorenne, mentre si trovava in spiaggia. La ragazza fu violentata mentre il suo fidanzato veniva picchiato brutalmente. Adesso l'amministrazione comunale ha deciso di prendere provvedimenti imponendo a tutti gli stabilimenti balneari presenti sul territorio di tenere accese le luci sulla spiaggia durante la notte. La disposizione è stata emanata pochi giorni fa, nell'ambito dell'ordinanza che regola la stagione balneare 2018. A partire dall'ultimo fine settimana di maggio le luci dovranno restare accese anche in riva al mare, dal tramonto all'alba. Seguendo gli stessi orari che regolano l'illuminazione pubblica. Questo vuol dire che ogni struttura dovrà installare per tempo un apposito sistema di illuminazione, che dovrà funzionare ogni notte in modo da rendere la battigia perfettamente visibile. Confermato anche il divieto di accesso alla spiaggia dall'una alle 5 cinque del mattino, con la sola eccezione della concomitanza con manifestazioni organizzate dal Comune. Insomma, l'estate che sta per arrivare sarà un po' diversa rispetto al passato. Ma forse anche più sicura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/steward-in-spiaggia-2568795821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gara-dei-divieti-la-raggi-proibisce-anche-i-bagnini" data-post-id="2568795821" data-published-at="1779302504" data-use-pagination="False"> Gara dei divieti: la Raggi proibisce anche i bagnini Se ti trovi nel mare di Ostia e sei in pericolo devi sperare una sola cosa, che sia un fine settimana. Sì, perché il sindaco Virginia Raggi ha deciso, per la prima volta nella storia della Capitale, di limitare il lavoro dei bagnini che operano sulle spiagge libere ai soli weekend. Almeno per buona parte dell'estate. «Il servizio di assistenza e salvataggio per la stagione balneare 2018 è assicurato con le seguenti modalità: dal 1/5 al 15/6 sabato, domeniche e giorni festivi; dal 16/6 al 31/8 tutti i giorni feriali e festivi; dal 1/9 al 30/9 sabato domeniche e giorni festivi», questo il testo dell'ordinanza firmata dal primo cittadino pentastellato, che di fatto lascia i bagnanti senza bagnini dal lunedì al venerdì. Come ogni estate che si rispetti anche questa si distingue per le nuove norme comunali, più o meno originali, emanate dai sindaci. Molte ordinanze riguardano anche il litorale dei 693 Comuni costieri del Paese e, anche in questo caso, sono destinate a far discutere. Fra queste c'è sicuramente quella che riguarda il Lido di Venezia. Per quest'anno sono banditi tuffi, musica, pesca e giochi con la palla dalle 13 alle 16. Insomma, niente partite di calcetto improvvisate, niente bocce, niente racchettoni. Inoltre nessun aereo o elicottero potrà sorvolare l'area per motivi pubblicitari. Una stretta notevole quella decisa dall'amministrazione comunale veneta, naturalmente con l'obiettivo di proteggere la tranquillità di cittadini e turisti. Decisamente originale è anche un'altra legge, che disciplina il comportamento di chi passeggia per spiagge e le stradine di Capri. Qui dall'ormai lontano 1963 un'ordinanza vieta l'uso degli zoccoli di legno, perché fanno troppo rumore. Nel frattempo la burocrazia non si è aggiornata e allora bisogna ricordarsi di lasciare a casa le fastidiose calzature, mettendo in valigia le più tollerate infradito di gomma. Particolarmente severo è anche il Comune di Jesolo che, anche quest'anno, ha deciso di vietare il consumo di alcol in spiaggia. Per i trasgressori le multe sono salatissime. Ne sanno qualcosa quattro studenti universitari di Padova che, dopo essere stati sorpresi a consumare birra sul bagnasciuga, qualche giorno fa si sono visti appioppare una sanzione da 200 euro ciascuno. Si sono difesi spiegando di non essere al corrente dell'ordinanza, ma l'amministrazione sembra intenzionata a non fare sconti. Così come quella di Alassio che anche per questa estate ha confermato tolleranza zero per chi si aggira in costume o a torso nudo fra le stradine del suo centro storico. Esattamente come avviene anche a Forte dei Marmi e Riccione, dove è proibito girare in bikini se non si è sulla spiaggia. Ma a Eraclea, in provincia di Venezia, si sono spinti anche oltre. Qui è vietato perfino scavare buche nella sabbia o raccogliere conchiglie sul bagnasciuga per portarle a casa. E non importa se a farlo siano bambini «armati» di secchiello e paletta.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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