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2022-06-10
Stavolta l’allarme arriva dagli Usa. Boom di miocarditi dopo la terza dose
Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid.
Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino?
Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza.
Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate.
Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.
A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa.
La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta?
Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?
Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid»
Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020.
Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare.
Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento».
Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione.
Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia.
Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito.
Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
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Reazioni avverse soprattutto tra maschi adolescenti, in aumento con il booster. E in Australia nasce il caso dei decessi improvvisi.L’ammissione del procuratore aggiunto di Torino, che chiede l’archiviazione per tre suore di una Rsa in cui si sviluppò un focolaio. Distinzione tra morti «per covid» e «con covid».Lo speciale contiene due articoli.Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid. Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino? Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza. Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate. Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa. La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta? Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. 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Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare. Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento». Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione. Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia. Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito. Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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