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2022-06-10
Stavolta l’allarme arriva dagli Usa. Boom di miocarditi dopo la terza dose
Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid.
Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino?
Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza.
Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate.
Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.
A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa.
La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta?
Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?
Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid»
Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020.
Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare.
Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento».
Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione.
Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia.
Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito.
Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
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Reazioni avverse soprattutto tra maschi adolescenti, in aumento con il booster. E in Australia nasce il caso dei decessi improvvisi.L’ammissione del procuratore aggiunto di Torino, che chiede l’archiviazione per tre suore di una Rsa in cui si sviluppò un focolaio. Distinzione tra morti «per covid» e «con covid».Lo speciale contiene due articoli.Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid. Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino? Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza. Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate. Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa. La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta? Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. 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Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare. Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento». Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione. Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia. Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito. Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
Hormuz ancora chiuso, è crisi in Asia. Il Giappone cambia benchmark. Il mercato vede i 150 dollari al barile. Blackout spagnolo, il rapporto svela il colpevole.
Imagoeconomica
Secondo il docente di politica economica, «a questo punto della storia, prendere tempo significa solo perdere tempo. E l’Italia oggi non può permetterselo». Non diversamente la pensa, o per lo meno questo è ciò che sostiene in pubblico, Matteo Renzi, il quale a SkyTg24 ha rilasciato la seguente previsione: «O Giorgia Meloni va a votare subito o sarà un declino costante». Per poi aggiungere, in versione Mago Otelma: «Non escludo che stia pensando alle elezioni».
Che Giavazzi e il senatore semplice di Rignano, insieme ad alcuni altri meno conosciuti, sposino la tesi dell’urgenza di tornare a votare già dovrebbe far riflettere. Se loro sono favorevoli a uno scioglimento anticipato delle Camere c’è un motivo in più per evitare di far finire un anno e mezzo prima la legislatura. Nel caso di Giavazzi perché i consigli dispensati a Draghi (come, ad esempio, quello di staccare un pezzo dei 5 stelle per sostenere il governo) si sono rivelati disastrosi. Per quanto riguarda invece Renzi, poiché le sue indicazioni non sono mai disinteressate, se si vogliono evitare guai è sempre preferibile fare il contrario di quel che dice.
Oltre ai suggerimenti di cui diffidare, a sconsigliare il ricorso alle urne sono anche altri fattori che Giorgia Meloni credo abbia ben presenti e qui cercherò brevemente di riassumere. Prima questione: il presidente del Consiglio si può dimettere ma non può convocare nuove elezioni, perché quella è una prerogativa che compete al capo dello Stato. Il quale, come ho già spiegato, potrebbe prendere atto del fatto che il premier ha gettato la spugna e potrebbe decidere di incaricare qualcun altro. E a questo punto Meloni sarebbe fuori dai giochi. Qualcuno obietta che non ci sono i numeri per fare un governo tecnico o del presidente. Sì, sulla carta sembrerebbe così, ma in pratica potrebbe andare diversamente e non penso che a Giorgia convenga fare una verifica, rischiando una brutta sorpresa. Che cosa mi fa dire che i numeri a sostegno del centrodestra di fronte all’ipotesi di un governissimo potrebbero essere meno granitici? Beh, innanzitutto il calendario: credo che ai parlamentari di prima nomina manchi ancora un anno per maturare la pensione e dunque nessuno di loro sarà contento di lasciare la poltrona. Poi ci sono gli onorevoli di lungo corso, molti dei quali sanno che, per via dei troppi mandati o semplicemente perché si è ristretto il numero di possibili eletti, non saranno ricandidati. Gli uni e gli altri ovviamente hanno buoni motivi per guardare in cagnesco la fine anticipata della legislatura. Se poi consideriamo che, con la guerra in Iran, Sergio Mattarella avrebbe gioco facile a invocare l’interesse nazionale, chiunque può capire che le dimissioni sarebbero per Meloni un salto nel vuoto senza alcuna rete di protezione.
I sostenitori del voto però replicano che Giorgia non può restare a farsi rosolare: deve reagire, perché altrimenti, come dice Renzi, ci sarà un declino costante. Ammettiamo che il Bomba fiorentino abbia ragione e che il premier debba uscire dall’angolo in cui l’ha ficcata la sconfitta e per farlo, invece di rilanciare l’azione di governo, decida di affossare il governo. Ammettiamo pure che il capo dello Stato, invece di fare quello che ha fatto a Renzi, ovvero tirare avanti la legislatura fino alla fine, la sciolga in anticipo. Ma chi garantirà a Meloni, con l’attuale legge elettorale, di poter tornare a Palazzo Chigi? E soprattutto chi le assicurerà di riuscire a tener unita la coalizione? Roberto Vannacci, con Futuro nazionale si è portato via qualche onorevole ma alle elezioni minaccia di sottrarre un po’ di voti. E poi c’è Forza Italia, che di questi tempi è attraversata da strani sommovimenti e non è detto che vadano tutti nella direzione di un sostegno alla leadership di Giorgia. Tra gli azzurri c’è chi vorrebbe tenersi le mani libere, perché un domani chissà… Vi sembra fantapolitica? Beh, in passato il governo è stato sostenuto da Pd, Italia viva, 5 stelle, Articolo uno, e - udite, udite - Forza Italia e Lega. La Lega questa volta di certo non sarà invitata a unirsi all’ammucchiata, ma Forza Italia? Sarà per questo che Giavazzi e Renzi spingono per le elezioni? Ah, saperlo… Di certo, il Bomba toscano non vede l’ora di mandare a casa Meloni. Anche per un fatto personale: ha vietato ai parlamentari i pagamenti provenienti da enti riconducibili a Paesi esteri. Insomma, lo ha colpito nel portafogli e lui, con il suo due per cento, non vede l’ora di colpirla nell’urna.
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Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Ansa)
«Giorgia ha perso il tocco magico», «Giorgia naviga a vista», «Le epurazioni di Giorgia sono un segno di debolezza», ripetono a nastro opposizioni e redazioni mainstream (più o meno la stessa cosa). Ma la conseguenza è che la maggioranza ci crede e comincia a guardare l’abisso: dopo tre anni e mezzo di vento in poppa, alla prima tempesta tutti nel panico. Con l’effetto eventualmente più letale: regalare al partito dei magistrati anche la soddisfazione di far cadere il governo.
Venerdì sera, intanto, la Meloni, nella propria residenza romana, ha incontrato i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani per fare il punto e organizzare il rilancio. Già a margine del Cdm i tre si erano fermati a parlare, poi si sono dati appuntamento in serata per una cena, lontano da occhi indiscreti. Ma nella coalizione è comunque caos. Elezioni anticipate o no? Ufficialmente nessuno vorrebbe lasciare ma l’ipotesi è diventata un tema. Dentro l’esecutivo non sarebbe contrario Giancarlo Giorgetti, favorevole a «farla finita subito» per non farsi rosolare per un anno e mezzo dal malpancismo interno e dalla sfavorevole congiuntura economica. Con una controindicazione. Nell’agosto 2019 la pensava allo stesso modo riguardo alla fine del governo Conte 1, con la richiesta di elezioni che Sergio Mattarella non concesse mai.
A tifare per una nuova trappola è Matteo Renzi, che guarda la palla di vetro e vede «un logoramento come accadde a me, lei ha la fiducia in Parlamento ma è sfiduciata dal popolo, si è rotta la connessione sentimentale. A questo punto le strade sono due: spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà perché per dimettersi ci vuole coraggio. Sceglierà la seconda via: sopravvivere un anno mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa». La provocazione è palese in senso renziano: dovresti dimetterti invece galleggi perché sei pusillanime. Quindi, secondo logica, Giorgia Meloni dovrebbe fare esattamente il contrario: lavorare per risalire la china, comportarsi al contrario di Renzi per rimanere dentro la realtà, dentro la politica. Ed evitare di diventare lentamente insignificante, destino che dopo un decennio ancora accompagna l’ex premier.
Mentre in Forza Italia qualcuno comincia ad assaporare l’effetto sganciamento nel segno dei «diritti umani universali» (quando le mode declinano perfino nei campus californiani, diventano meravigliose in Italia), altri consiglieri del malaugurio arrivano da stakeholder pesanti come Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, fino all’altroieri favorevole all’approccio del governo sui dati macroeconomici e tendenziali, ora improvvisamente cavalca la possibile «recessione bellica». E aggiunge: «Rischiamo una crisi energetica come mai l’abbiamo avuta nella storia». Guarda caso se n’è accorto dopo il referendum e adesso vede il baratro: «Galoppiamo verso un contesto di consumi, investimenti, attività più deboli». Conseguenza: fermi tutti e governissimo, con il tradimento degli elettori di centrodestra e il disconoscimento di quasi quattro anni di crescita dopo i disastri contiani (reddito di cittadinanza, superbonus) e il galleggiamento recessivo draghiano. Ieri Orsini ha alzato ancora la voce contro l’esecutivo sulla riduzione - uscita dal decreto Fisco - dei crediti per Transizione 5.0. Il capo degli industriali chiede un tavolo: «A rischio la fiducia». Giorgetti da Cernobbio gli risponde: con la guerra è cambiato tutto e dobbiamo decidere «se le disponibilità devono andare» agli incentivi o «a favore delle imprese energivore, piuttosto che delle aziende di trasporto o per le accise».
Tira aria di spallata anche dalle parti delle redazioni. Il segnavento più indicativo è nell’editoriale del Foglio, sempre molto sensibile a fiutare le brezze provenienti dal Colle, dal titolo «Al voto, al voto». Come se oggi nulla possa essere meglio di una congiura istituzionale. Sarebbe la realizzazione plastica del progetto spiattellato davanti a un buon Chianti prenatalizio da Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella. Stai a vedere che lo sgambetto dei pm può diventare una risorsa anche per Claudio Cerasa. Proprio per questo varrebbe la pena riesumare il diktat di un altro Francesco Saverio, quel Borrelli riformista-wagneriano che disse: «Resistere, resistere, resistere». Nel dubbio Fdi tace. Neppure le chat mostrano sussulti. Come conferma l’agenzia Dire, da più di 48 ore la chat dell’esecutivo è muta. È su WhatsApp e si chiama «Consiglio dei ministri». Da mercoledì sera è vuota. Per due motivi. Primo: Daniela Santanchè è ancora nel gruppo e ogni commento sarebbe imbarazzante. Secondo: ogni elucubrazione digitale potrebbe trasformarsi in una polemica. «Ora la strumentalizzazione automatica sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno», spiffera il solito saggio.
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