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2022-06-10
Stavolta l’allarme arriva dagli Usa. Boom di miocarditi dopo la terza dose
Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid.
Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino?
Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza.
Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate.
Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.
A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa.
La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta?
Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?
Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid»
Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020.
Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare.
Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento».
Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione.
Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia.
Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito.
Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
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Reazioni avverse soprattutto tra maschi adolescenti, in aumento con il booster. E in Australia nasce il caso dei decessi improvvisi.L’ammissione del procuratore aggiunto di Torino, che chiede l’archiviazione per tre suore di una Rsa in cui si sviluppò un focolaio. Distinzione tra morti «per covid» e «con covid».Lo speciale contiene due articoli.Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid. Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino? Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza. Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate. Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa. La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta? Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. 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Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare. Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento». Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione. Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia. Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito. Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali province di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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