True
2022-06-10
Stavolta l’allarme arriva dagli Usa. Boom di miocarditi dopo la terza dose
Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid.
Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino?
Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza.
Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate.
Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.
A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa.
La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta?
Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?
Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid»
Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020.
Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare.
Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento».
Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione.
Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia.
Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito.
Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
Continua a leggereRiduci
Reazioni avverse soprattutto tra maschi adolescenti, in aumento con il booster. E in Australia nasce il caso dei decessi improvvisi.L’ammissione del procuratore aggiunto di Torino, che chiede l’archiviazione per tre suore di una Rsa in cui si sviluppò un focolaio. Distinzione tra morti «per covid» e «con covid».Lo speciale contiene due articoli.Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid. Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino? Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza. Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate. Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa. La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta? Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stavolta-lallarme-arriva-dagli-usa-boom-di-miocarditi-dopo-la-terza-dose-2657486367.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pm-distinguere-i-morti-per-covid-e-quelli-con-covid" data-post-id="2657486367" data-published-at="1654841583" data-use-pagination="False"> Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid» Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020. Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare. Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento». Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione. Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia. Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito. Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
Continua a leggereRiduci
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
Continua a leggereRiduci