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2022-06-10
Stavolta l’allarme arriva dagli Usa. Boom di miocarditi dopo la terza dose
Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid.
Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino?
Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza.
Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate.
Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.
A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa.
La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta?
Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. Il principio di precauzione, per i nostri figli, vale solo quando dobbiamo costringerli a portare la museruola?
Il pm: «Distinguere i morti per Covid e quelli con Covid»
Quando la magistratura si decide ad aprire bocca, ogni evidenza fino a quel momento negata diventa una certezza. «Un conto è una morte per Covid, ben altro una morte con Covid», scrive il procuratore aggiunto di Torino, Vincenzo Pacileo, nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sui casi di contagio e i decessi che si verificarono in una Rsa tra febbraio e aprile del 2020.
Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare.
Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento».
Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione.
Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia.
Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito.
Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
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Reazioni avverse soprattutto tra maschi adolescenti, in aumento con il booster. E in Australia nasce il caso dei decessi improvvisi.L’ammissione del procuratore aggiunto di Torino, che chiede l’archiviazione per tre suore di una Rsa in cui si sviluppò un focolaio. Distinzione tra morti «per covid» e «con covid».Lo speciale contiene due articoli.Forse, in autunno, arriverà un vaccino aggiornato contro Omicron - che intanto sarà superata da sottovarianti e ceppi ricombinanti. Forse, ci toccherà sottoporci a un richiamo annuale. Non si sa con che modalità: l’iniezione sarà solo «offerta»? O s’innescherà di nuovo l’escalation di discriminazioni? E il bersaglio saranno fragili e anziani, o tutti gli italiani? Gli strumenti persecutori ci sono: il green pass è sospeso, ma la validità del codice a barre è stata prorogata per tre anni. Qualunque sia l’orientamento del governo, una cosa è certa: per ampie categorie di popolazione e soprattutto per gli under 40, è urgente ricalcolare il rapporto tra rischi e benefici del farmaco anti Covid. Un monito arriva dagli ultimi dati dei Centers for disease control and prevention americani. Una relazione del 7 giugno getta una luce sinistra sugli effetti collaterali cardiaci nei giovani, specialmente quelli del booster. Nella fascia d’età 16-17 anni, i numeri impressionano. Tra i maschi, fino al 31 marzo 2022, si osserva un’incidenza di 198,1 casi di miocarditi o pericarditi per milione di dosi, entro una settimana dalla terza vaccinazione. Nelle femmine va un po’ meglio, ma parliamo comunque di 43,4 episodi per milione di inoculazioni. Non che con il cosiddetto ciclo primario fosse filato tutto liscio: dopo le seconde dosi, tra i sedici-diciassettenni s’erano già verificate 139,3 reazioni avverse cardiache per milione di somministrazioni. Tra 12 e 15 anni, erano state 153,4, mentre, con la terza dose, l’incidenza si era attestata a 16,7. Persino nei più piccoli, i bimbi di sesso maschile da 5 a 11 anni, erano state segnalate 15,7 miocarditi o pericarditi per milione di dosi. E di fronte a certe evidenze, pensiamo addirittura di fare il tris, con il vaccino? Suddividendo i dati in due macro categorie, 18-29 anni e 30-39 anni, il quadro si delinea ancor più chiaramente. Negli under 30 maschi, il booster con i preparati a mRna ha causato un totale di 117,9 disturbi al cuore ogni milione di dosi iniettate; erano stati 178,7 dopo la seconda dose. Le donne si confermano meno esposte a tale rischio. Un rischio che scema gradualmente, man mano che si diventa più adulti: negli uomini trentenni, miocarditi e pericarditi sono state 51,7 con la seconda dose, 23,6 con la terza. Che qualcosa non andasse, invero, era emerso già da una ricerca pubblicata da Scientific Reports, una rivista della galassia di Nature, condotta su dati israeliani da scienziati di Tel Aviv e del Mit di Boston. Costoro avevano rilevato un aumento del 25% delle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra 16 e 40 anni, in concomitanza con lo svolgimento della campagna vaccinale. La Verità era stata praticamente il primo giornale italiano a darne conto, il 30 aprile scorso; per un certo periodo, è rimasta anche l’unico. I media mainstream, a cominciare dall’agenzia Ansa, si sono accorti dell’inquietante scoperta solo in questi giorni e, finalmente, il paper è stato ripreso e rilanciato da altre testate. Uno degli accorgimenti, introdotti per provare a minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali nei giovani, era consistito nel ritardare il richiamo. Risultato? Pressoché nullo. I dati raccolti nei Paesi scandinavi, diffusi in un articolo di aprile uscito su Jama Cardiology, non hanno mostrato differenze apprezzabili tra nazioni come la Danimarca, in cui l’intervallo tra le dosi era di tre-quattro settimane e nazioni come la Finlandia, in cui esso arrivava fino a 12 settimane.A questi elementi, va aggiunto il giallo dell’extra mortalità al di sotto dei 40 anni: parliamo, in Italia, di circa 500 persone, decedute, per cause al momento ignote, tra maggio e novembre 2021. Come abbiamo già scritto sulla Verità, non è affatto detto che c’entrino i vaccini; ma come minimo, l’anomalia merita di essere esaminata. Anche perché all’estero cominciano a manifestare preoccupazioni simili. Il Daily Mail Australia, ad esempio, ha riferito che nel Paese oceanico i medici stanno chiedendo agli under 40 di sottoporsi a controlli per scongiurare il rischio di «sindrome da morte improvvisa». Anche in questo caso, nessuno punta esplicitamente il dito sui farmaci a mRna. La coincidenza, però, è quanto meno curiosa. La questione vaccini, insomma, rimane aperta. I pericoli sono impossibili da occultare. Le varianti via via dominanti sembrerebbero, sì, più contagiose, ma anche meno patogeniche. E comunque la copertura anticorpale, tra dosi già somministrate e immunità naturale, è vastissima in tutti i Paesi occidentali. Ha senso, pertanto, sottoporre la popolazione più giovane a una inarrestabile giostra di punture? Le quali, a guardare i report dell’Iss, a questo punto risultano vantaggiose solo per gli anziani? È un interrogativo legittimo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Tanto più che, alla faccia della loro massiccia adesione alla campagna di vaccinazione, li stiamo sottoponendo e continueremo a sottoporli alla vessazione delle mascherine tra i banchi di scuola. Se alla terza dose, tra loro, è collegato un incremento documentabile di problemi cardiaci, è prudente imbottirli pure con la quarta? Le miocarditi sono sempre meno rare. Rimangono «benigne», come ci catechizzavano mesi fa le virostar? Può darsi. Basta che lo vadano a raccontare a un ragazzino che finisce in terapia intensiva, o si ritrova compromessa a vita la funzionalità del cuore, o, peggio, rimane fulminato da un infarto. 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Tre religiose della congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che dal 1867 gestisce la Casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, nel Torinese, finirono indagate per epidemia colposa. Un focolaio di coronavirus colpì 25 anziani (nove dei quali morirono), e 17 tra operatori e suore. Della catena di contagi vennero chiamate a rispondere la responsabile sanitaria, la legale rappresentante della congregazione e la direttrice della struttura che per Pacileo non potevano però essere accusate della diffusione incontrollata del virus, per mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie e per gli scarsi mezzi di protezione su cui potevano contare. Gli ospiti deceduti in realtà furono 46, durante la prima ondata dell’epidemia, ma solo nove erano stati sottoposti a tampone e vennero dunque riconosciuti come morti Covid. Per il procuratore, i decessi iniziarono già nel mese di febbraio, quando nessuno in Italia aveva preso provvedimenti per arginare il virus e in ogni caso per contestare un omicidio colposo occorre dimostrare che «l’adozione delle misure antinfortunistiche, purché effettivamente praticabili, avrebbe evitato l’evento». Le tre suore, invece, avrebbero fatto il possibile per arginare i contagi. Sicuramente, nella scelta dei magistrati avrà influito il famoso scudo penale per i sanitari che riduceva la punibilità solo in caso di colpa grave per morte o lesioni personali, avvenute nel periodo dell’emergenza, sta di fatto che il gip Giovanna De Maria ha accolto la richiesta di Pacileo, disponendo l’archiviazione. Quello che sorprende, però, è che ci siano voluti più di due anni per sentire un procuratore affermare che «tutto quanto è dato sapere» di quello che accadde nella casa di riposo di Torino, «è che le ospiti talvolta molto anziane, sono morte con il Covid e non necessariamente per il Covid». Pacileo, già titolare dell’inchiesta sulla tragedia di piazza San Carlo, quando il 3 giugno 2017 il panico durante la finale di Champions League provocò 1.600 feriti e la morte di due donne (la sentenza della Corte d’Assise del marzo scorso condannò solo tre dei nove imputati), tira in ballo l’assenza di autopsie in Italia. Raccomandata, di fatto imposta con la consueta ambiguità dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nel maggio 2020 emanò una circolare che tolse ogni possibilità di accertare i casi di decesso per coronavirus. «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio», fu stabilito. Una consulenza medico legale è in grado di verificare il collegamento tra l’infezione e il decesso, argomenta il procuratore aggiunto, ma nel caso della San Giuseppe l’unica conclusione che si può trarre è che il Covid sia stato una concausa, non il responsabile del decesso dei poveri ospiti. Fosse stato applicato fin da subito, un simile criterio di valutazione, avremmo avuto numeri ben diversi di decessi imputabili alla pandemia.
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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