«Colpa della Brexit, serve più Ue». L’eurofesta alla faccia della realtà

Confondere il sintomo con l’origine della malattia. È successo al Corriere della Sera, dove Paolo Lepri, ieri, si è sforzato di elaborare il malessere per la batosta elettorale rimediata da Keir Starmer nel Regno Unito, ricorrendo a una «ipotesi suggestiva»: «E se […] fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali […]?». Quello di dieci anni fa, dunque, sarebbe stato il primo «strappo», che ha legittimato una serie di tesi masochiste: il «meglio fare da soli», l’«ossessione contro gli “altri”», l’«illusione di un radioso avvenire che non si è concretizzato», ovviamente solo perché le «promesse del leave», fallaci dall’inizio, «non sono state mantenute».
L’«ipotesi suggestiva», però, avrebbe bisogno di riscontri nella realtà. Il cui quadro mal si concilia con quella cornice, salvo che il sottinteso non sia sempre il solito: che la gente non ha capito e ha votato male.
A vincere le ultime elezioni è stato il partito di Nigel Farage, che propone più sovranismo, quindi più Brexit; a perdere sono stati i laburisti, i quali hanno cercato escamotage per aggirare i risultati del referendum del 2016 e per promuovere qualche forma di reintegro nell’Ue; a rallentare l’ascesa sono stati i Verdi, interpreti di un populismo di sinistra che rimane impantanato in una fatale contraddizione, bene illustrata da Giovanni Orsina nel suo recente saggio Controrivoluzione: denunciano le ingiustizie della struttura sociale, ma soltanto perché ne vorrebbero inverare le potenzialità liberatorie e palingenetiche. Così, laddove i conservatori ripropongono, magari semplicisticamente, le coordinate di un mondo di tradizioni e principi che alle persone suonano ancora familiari, questi altri si incartano nel vortice dei gerghi intersezionalisti e negli onanismi mentali woke.
Sono difficoltà che, nello sviluppo del suo ragionamento, percepisce lo stesso Lepri. Che infatti, a un certo punto, suggerisce di «mettere da parte la Brexit» e inizia a rimproverare la «litigiosità del campo progressista».
Il vero problema, nel dì in cui si è celebrata la Giornata dell’Europa, con la letizia artificiosa di Ursula von der Leyen a offrirci il volto rispettabile della mesta parata di Vladimir Putin, è un altro. Chi osserva i barbari non più soltanto alle porte, ma ormai nel salotto di casa, continua a essere vittima degli strascichi di un pensiero magico tardonovecentesco, sicuro che le sorti magnifiche dell’umanità occidentale, anzi, dell’umanità intera, si sarebbero sviluppate, per logica interna, nella direzione di una crescente interdipendenza, di una più uniforme diffusione delle stesse regole istituzionali, della stessa grammatica economico-giuridica. Non sarà un caso se, tra i personaggi che incarnarono quella fede ottimista nell’avvenire, ci sia stato un ex premier inglese: a Tony Blair, almeno, oggi è rimasta la possibilità di lucrare sul progressismo tecnofilo.
Insomma, dal Corriere in giù - o in su - il limite sta negli occhi di guarda. E fatica ad accettare che la Storia, anziché finire, sia ricominciata, non solo per colpa dei geni maligni - la Russia, la Cina, il narcisista patologico della Casa Bianca - ma pure per colpa del collasso del sistema che doveva essere il migliore possibile. Un tracollo innescato sia dal montante disagio dei popoli, segnatamente le classi medie spodestate, per le promesse di prosperità e autorealizzazione - queste sì! - che sono state tradite; sia per il clamoroso errore di valutazione nei confronti delle cosiddette potenze revisioniste. Ricordate? Quando Bill Clinton propiziò l’ingresso di Pechino nel Wto, tutti pensavano che, dove sarebbero passati i commerci, non sarebbero passate le armi; gli eventi ci hanno dimostrato, invece, che persino i commerci sono diventati un’arma.
Un po’ per riflessi anagrafici, un po’ per genuino senso etico, Sergio Mattarella è uno dei più pervicaci interpreti di questo rifiuto preconcetto di comprendere la genesi del caos. E di immaginare quale nuovo assetto possa sorgere da esso, al netto del frustrante tentativo di resuscitare quello defunto.
Il discorso che il capo dello Stato ha pronunciato ieri è la quintessenza dell’euronecessitarismo, restio ad ammettere che non ha superato la verifica dei fatti sui quali si erano già schiantate, notò Augusto Del Noce, le profezie millenaristiche del socialismo. Gli ingredienti del dogma vi erano tutti ottimamente amalgamati: il sussulto moralistico che si compiace della seduzione esercitata dell’Unione sul blocco orientale; il convincimento che il vecchio ordine globale sia minacciato da sabotatori alieni, non dal proprio fallimento; la speranza che l’Avversario si possa ricacciare indietro e la barra si possa raddrizzare; il conseguente appello a lavorare insieme per riguadagnare quell’orizzonte, giacché, in fondo, esso è il nostro unico destino possibile.
Ora, è crudo cinismo segnalare che «la forza attrattiva» dell’Europa dipende dai finanziamenti elargiti dai contributori netti, soldi che peraltro Bruxelles ha imparato a sfruttare senza scrupoli per ricattare i Paesi percettori recalcitranti? È egoismo nazionalista ritenere che, dando più di quanto riceve ed essendo strangolata dai vincoli esterni, l’Italia, al contrario di quanto sostiene il presidente della Repubblica, «dalla sua partecipazione al progetto comunitario», ha tratto l’opposto di «crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro»?
La «forza attrattiva» dell’Ue è così intensa, che le famose «piazze europee» ieri erano mezze vuote: a Milano, Carlo Calenda ha arringato un drappello di aedi di Ventotene; e chissà se, nella capitale belga, qualcuno ha risposto all’invito della Commissione ad andare a «festeggiare» a Palazzo Berlaymont. Una delle cattedrali laiche innalzate dai burosauri, a spese di contribuenti che l’Eurobarometro immagina ancora attaccati al sogno dell’Ue, mentre virano su candidati euroscettici. L’orchestrina del Titanic ha suonato alla sconfitta di Viktor Orbán, ma il Financial Times se n’è già reso conto: i «necrologi per il populismo» sono stati «prematuri».
Ciò significa che si possa innestare la retromarcia e tornare, sic et simpliciter, a «fare da soli»? No. Ma la nuova sfida non la possiamo affrontare né rinunciando a quel che di buono avevamo, né illudendoci di poterlo ripristinare. Non si deve rinnegare, non si può restaurare. Soprattutto, non bisogna crogiolarsi nell’utopia del bene perduto. È saggio cominciare da piccoli passi pragmatici: il primo, il più scaltro, sarebbe recuperare il senso della realtà.






