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2026-05-10
«Colpa della Brexit, serve più Ue». L’eurofesta alla faccia della realtà
Keir Starmer (Ansa)
L’«ipotesi suggestiva», però, avrebbe bisogno di riscontri nella realtà. Il cui quadro mal si concilia con quella cornice, salvo che il sottinteso non sia sempre il solito: che la gente non ha capito e ha votato male.
A vincere le ultime elezioni è stato il partito di Nigel Farage, che propone più sovranismo, quindi più Brexit; a perdere sono stati i laburisti, i quali hanno cercato escamotage per aggirare i risultati del referendum del 2016 e per promuovere qualche forma di reintegro nell’Ue; a rallentare l’ascesa sono stati i Verdi, interpreti di un populismo di sinistra che rimane impantanato in una fatale contraddizione, bene illustrata da Giovanni Orsina nel suo recente saggio Controrivoluzione: denunciano le ingiustizie della struttura sociale, ma soltanto perché ne vorrebbero inverare le potenzialità liberatorie e palingenetiche. Così, laddove i conservatori ripropongono, magari semplicisticamente, le coordinate di un mondo di tradizioni e principi che alle persone suonano ancora familiari, questi altri si incartano nel vortice dei gerghi intersezionalisti e negli onanismi mentali woke.
Sono difficoltà che, nello sviluppo del suo ragionamento, percepisce lo stesso Lepri. Che infatti, a un certo punto, suggerisce di «mettere da parte la Brexit» e inizia a rimproverare la «litigiosità del campo progressista».
Il vero problema, nel dì in cui si è celebrata la Giornata dell’Europa, con la letizia artificiosa di Ursula von der Leyen a offrirci il volto rispettabile della mesta parata di Vladimir Putin, è un altro. Chi osserva i barbari non più soltanto alle porte, ma ormai nel salotto di casa, continua a essere vittima degli strascichi di un pensiero magico tardonovecentesco, sicuro che le sorti magnifiche dell’umanità occidentale, anzi, dell’umanità intera, si sarebbero sviluppate, per logica interna, nella direzione di una crescente interdipendenza, di una più uniforme diffusione delle stesse regole istituzionali, della stessa grammatica economico-giuridica. Non sarà un caso se, tra i personaggi che incarnarono quella fede ottimista nell’avvenire, ci sia stato un ex premier inglese: a Tony Blair, almeno, oggi è rimasta la possibilità di lucrare sul progressismo tecnofilo.
Insomma, dal Corriere in giù - o in su - il limite sta negli occhi di guarda. E fatica ad accettare che la Storia, anziché finire, sia ricominciata, non solo per colpa dei geni maligni - la Russia, la Cina, il narcisista patologico della Casa Bianca - ma pure per colpa del collasso del sistema che doveva essere il migliore possibile. Un tracollo innescato sia dal montante disagio dei popoli, segnatamente le classi medie spodestate, per le promesse di prosperità e autorealizzazione - queste sì! - che sono state tradite; sia per il clamoroso errore di valutazione nei confronti delle cosiddette potenze revisioniste. Ricordate? Quando Bill Clinton propiziò l’ingresso di Pechino nel Wto, tutti pensavano che, dove sarebbero passati i commerci, non sarebbero passate le armi; gli eventi ci hanno dimostrato, invece, che persino i commerci sono diventati un’arma.
Un po’ per riflessi anagrafici, un po’ per genuino senso etico, Sergio Mattarella è uno dei più pervicaci interpreti di questo rifiuto preconcetto di comprendere la genesi del caos. E di immaginare quale nuovo assetto possa sorgere da esso, al netto del frustrante tentativo di resuscitare quello defunto.
Il discorso che il capo dello Stato ha pronunciato ieri è la quintessenza dell’euronecessitarismo, restio ad ammettere che non ha superato la verifica dei fatti sui quali si erano già schiantate, notò Augusto Del Noce, le profezie millenaristiche del socialismo. Gli ingredienti del dogma vi erano tutti ottimamente amalgamati: il sussulto moralistico che si compiace della seduzione esercitata dell’Unione sul blocco orientale; il convincimento che il vecchio ordine globale sia minacciato da sabotatori alieni, non dal proprio fallimento; la speranza che l’Avversario si possa ricacciare indietro e la barra si possa raddrizzare; il conseguente appello a lavorare insieme per riguadagnare quell’orizzonte, giacché, in fondo, esso è il nostro unico destino possibile.
Ora, è crudo cinismo segnalare che «la forza attrattiva» dell’Europa dipende dai finanziamenti elargiti dai contributori netti, soldi che peraltro Bruxelles ha imparato a sfruttare senza scrupoli per ricattare i Paesi percettori recalcitranti? È egoismo nazionalista ritenere che, dando più di quanto riceve ed essendo strangolata dai vincoli esterni, l’Italia, al contrario di quanto sostiene il presidente della Repubblica, «dalla sua partecipazione al progetto comunitario», ha tratto l’opposto di «crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro»?
La «forza attrattiva» dell’Ue è così intensa, che le famose «piazze europee» ieri erano mezze vuote: a Milano, Carlo Calenda ha arringato un drappello di aedi di Ventotene; e chissà se, nella capitale belga, qualcuno ha risposto all’invito della Commissione ad andare a «festeggiare» a Palazzo Berlaymont. Una delle cattedrali laiche innalzate dai burosauri, a spese di contribuenti che l’Eurobarometro immagina ancora attaccati al sogno dell’Ue, mentre virano su candidati euroscettici. L’orchestrina del Titanic ha suonato alla sconfitta di Viktor Orbán, ma il Financial Times se n’è già reso conto: i «necrologi per il populismo» sono stati «prematuri».
Ciò significa che si possa innestare la retromarcia e tornare, sic et simpliciter, a «fare da soli»? No. Ma la nuova sfida non la possiamo affrontare né rinunciando a quel che di buono avevamo, né illudendoci di poterlo ripristinare. Non si deve rinnegare, non si può restaurare. Soprattutto, non bisogna crogiolarsi nell’utopia del bene perduto. È saggio cominciare da piccoli passi pragmatici: il primo, il più scaltro, sarebbe recuperare il senso della realtà.
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Il «Corriere» ribalta la frittata sul tracollo laburista, Sergio Mattarella prova a convincerci che aderire al «progetto comunitario» ci abbia portato «fiducia nel futuro». Quando questa Unione, ormai, si regge solo sui ricatti.Confondere il sintomo con l’origine della malattia. È successo al Corriere della Sera, dove Paolo Lepri, ieri, si è sforzato di elaborare il malessere per la batosta elettorale rimediata da Keir Starmer nel Regno Unito, ricorrendo a una «ipotesi suggestiva»: «E se […] fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali […]?». Quello di dieci anni fa, dunque, sarebbe stato il primo «strappo», che ha legittimato una serie di tesi masochiste: il «meglio fare da soli», l’«ossessione contro gli “altri”», l’«illusione di un radioso avvenire che non si è concretizzato», ovviamente solo perché le «promesse del leave», fallaci dall’inizio, «non sono state mantenute».L’«ipotesi suggestiva», però, avrebbe bisogno di riscontri nella realtà. Il cui quadro mal si concilia con quella cornice, salvo che il sottinteso non sia sempre il solito: che la gente non ha capito e ha votato male.A vincere le ultime elezioni è stato il partito di Nigel Farage, che propone più sovranismo, quindi più Brexit; a perdere sono stati i laburisti, i quali hanno cercato escamotage per aggirare i risultati del referendum del 2016 e per promuovere qualche forma di reintegro nell’Ue; a rallentare l’ascesa sono stati i Verdi, interpreti di un populismo di sinistra che rimane impantanato in una fatale contraddizione, bene illustrata da Giovanni Orsina nel suo recente saggio Controrivoluzione: denunciano le ingiustizie della struttura sociale, ma soltanto perché ne vorrebbero inverare le potenzialità liberatorie e palingenetiche. Così, laddove i conservatori ripropongono, magari semplicisticamente, le coordinate di un mondo di tradizioni e principi che alle persone suonano ancora familiari, questi altri si incartano nel vortice dei gerghi intersezionalisti e negli onanismi mentali woke.Sono difficoltà che, nello sviluppo del suo ragionamento, percepisce lo stesso Lepri. Che infatti, a un certo punto, suggerisce di «mettere da parte la Brexit» e inizia a rimproverare la «litigiosità del campo progressista».Il vero problema, nel dì in cui si è celebrata la Giornata dell’Europa, con la letizia artificiosa di Ursula von der Leyen a offrirci il volto rispettabile della mesta parata di Vladimir Putin, è un altro. Chi osserva i barbari non più soltanto alle porte, ma ormai nel salotto di casa, continua a essere vittima degli strascichi di un pensiero magico tardonovecentesco, sicuro che le sorti magnifiche dell’umanità occidentale, anzi, dell’umanità intera, si sarebbero sviluppate, per logica interna, nella direzione di una crescente interdipendenza, di una più uniforme diffusione delle stesse regole istituzionali, della stessa grammatica economico-giuridica. Non sarà un caso se, tra i personaggi che incarnarono quella fede ottimista nell’avvenire, ci sia stato un ex premier inglese: a Tony Blair, almeno, oggi è rimasta la possibilità di lucrare sul progressismo tecnofilo.Insomma, dal Corriere in giù - o in su - il limite sta negli occhi di guarda. E fatica ad accettare che la Storia, anziché finire, sia ricominciata, non solo per colpa dei geni maligni - la Russia, la Cina, il narcisista patologico della Casa Bianca - ma pure per colpa del collasso del sistema che doveva essere il migliore possibile. Un tracollo innescato sia dal montante disagio dei popoli, segnatamente le classi medie spodestate, per le promesse di prosperità e autorealizzazione - queste sì! - che sono state tradite; sia per il clamoroso errore di valutazione nei confronti delle cosiddette potenze revisioniste. Ricordate? Quando Bill Clinton propiziò l’ingresso di Pechino nel Wto, tutti pensavano che, dove sarebbero passati i commerci, non sarebbero passate le armi; gli eventi ci hanno dimostrato, invece, che persino i commerci sono diventati un’arma.Un po’ per riflessi anagrafici, un po’ per genuino senso etico, Sergio Mattarella è uno dei più pervicaci interpreti di questo rifiuto preconcetto di comprendere la genesi del caos. E di immaginare quale nuovo assetto possa sorgere da esso, al netto del frustrante tentativo di resuscitare quello defunto.Il discorso che il capo dello Stato ha pronunciato ieri è la quintessenza dell’euronecessitarismo, restio ad ammettere che non ha superato la verifica dei fatti sui quali si erano già schiantate, notò Augusto Del Noce, le profezie millenaristiche del socialismo. Gli ingredienti del dogma vi erano tutti ottimamente amalgamati: il sussulto moralistico che si compiace della seduzione esercitata dell’Unione sul blocco orientale; il convincimento che il vecchio ordine globale sia minacciato da sabotatori alieni, non dal proprio fallimento; la speranza che l’Avversario si possa ricacciare indietro e la barra si possa raddrizzare; il conseguente appello a lavorare insieme per riguadagnare quell’orizzonte, giacché, in fondo, esso è il nostro unico destino possibile.Ora, è crudo cinismo segnalare che «la forza attrattiva» dell’Europa dipende dai finanziamenti elargiti dai contributori netti, soldi che peraltro Bruxelles ha imparato a sfruttare senza scrupoli per ricattare i Paesi percettori recalcitranti? È egoismo nazionalista ritenere che, dando più di quanto riceve ed essendo strangolata dai vincoli esterni, l’Italia, al contrario di quanto sostiene il presidente della Repubblica, «dalla sua partecipazione al progetto comunitario», ha tratto l’opposto di «crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro»?La «forza attrattiva» dell’Ue è così intensa, che le famose «piazze europee» ieri erano mezze vuote: a Milano, Carlo Calenda ha arringato un drappello di aedi di Ventotene; e chissà se, nella capitale belga, qualcuno ha risposto all’invito della Commissione ad andare a «festeggiare» a Palazzo Berlaymont. Una delle cattedrali laiche innalzate dai burosauri, a spese di contribuenti che l’Eurobarometro immagina ancora attaccati al sogno dell’Ue, mentre virano su candidati euroscettici. L’orchestrina del Titanic ha suonato alla sconfitta di Viktor Orbán, ma il Financial Times se n’è già reso conto: i «necrologi per il populismo» sono stati «prematuri».Ciò significa che si possa innestare la retromarcia e tornare, sic et simpliciter, a «fare da soli»? No. Ma la nuova sfida non la possiamo affrontare né rinunciando a quel che di buono avevamo, né illudendoci di poterlo ripristinare. Non si deve rinnegare, non si può restaurare. Soprattutto, non bisogna crogiolarsi nell’utopia del bene perduto. È saggio cominciare da piccoli passi pragmatici: il primo, il più scaltro, sarebbe recuperare il senso della realtà.
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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