«Hitler finanziava Wagner». Che svarione sul nazismo dalla prof che studia i nazisti

«Wagner veniva finanziato da Hitler». C’è un’installazione itinerante alla Biennale di Venezia, forse la più originale e disturbante di un’edizione già di per sé scossa, profanata, perfino valorizzata da polemiche culturali e politiche che la stanno trasformando in uno sgargiante happening social.
L’installazione artistica è Mirella Serri in persona, docente, scrittrice, studiosa del Novecento, progressista d’elezione (ça va sans dire) che percorre come una madonna pellegrina i talk show televisivi intervenendo con eloquio e fantasia senza confini. Mercoledì scorso a L’Aria che tira (La7), con l’intento di dimostrare che la tesi del presidente Pietrangelo Buttafuoco sulla libertà dell’arte sarebbe un obbrobrio, ha tuonato in studio: «Ma quando mai? Wagner appoggiava il nazismo e veniva finanziato da Hitler».
Forse si riferiva a Gustav Wagner, vicecomandante del lager di Sobibor e soprannominato «la bestia». O ad Adolf Wagner, gauleiter di Monaco e ministro degli Interni della Baviera a quel tempo. Ma è improbabile, sia perché costoro di artistico non avevano nulla, sia perché il tono di voce dell’affermazione sottintendeva personaggi di ben altro lignaggio, gente da sinfonia o almeno da ouverture.
Allora l’obiettivo di Serri era proprio Richard, il gigante della musica, che per proprietà transitiva avrebbe fatto outing in camicia bruna e si sarebbe fatto comprare per finanziare, chissà, il Parsifal. Vuoi vedere che L’oro del Reno era in Reichsmark?
La tesi suggestiva dell’immaginifica ex docente de La Sapienza pone un problemino da terza elementare peraltro risolvibile googlando su Wikipedia: Richard Wagner e le sue oniriche basette erano stati seppelliti a Bayreuth nel 1883, 50 anni (non 50 minuti) prima dell’ascesa al potere del nazismo, sei anni prima della nascita dell’aspirante pittore che - dopo essere stato per due volte bocciato all’Accademia d’arte di Vienna perché disegnava figure scadenti - incendiò il secolo breve. Peraltro quel Wagner morì proprio a Venezia, a Cà Vendramin Calergi, dopo aver eletto la città come buen retiro creativo, trovando ispirazione per il secondo atto del Tristano e Isotta. Celebri le sue passeggiate fra le calli ottocentesche con la moglie Cosima e Franz Liszt.
Poco prima della squassante gaffe, Mirella Serri aveva dottamente spiegato che «questa destra è spaccata in correnti, il ministro Alessandro Giuli è evoliano mentre Buttafuoco ha posizioni diverse e si è convertito all’islam». E poi per contrapposizione: «Altra cosa era Renato Guttuso, che dipingeva i politici di governo con facce da maiale. L’arte è dissenso, è contrasto, è opposizione». Per concludere con gli ottoni spiegati: «La destra è sempre la destra e non sa gestire la cultura». E meno male che l’egemomia culturale rimane solidamente imbullonata a sinistra. Dove Wagner viene ancora confuso dopo un secolo e mezzo con la leggenda dei Tiger lanciati verso la piana ucraina di Kursk (per una delle ultime battaglie di carri armati della Storia) sulla colonna sonora della Cavalcata delle Valkirie, manco fosse un prequel di Apocalypse Now.
Forse spiazzati dall’autogol (di solito quelli clamorosi sorprendono sia attaccanti, sia difensori) o forse convinti che la scrittrice studiosa degli anni 30 e del fascismo avesse confuso Wagner con la Brigata Wagner, David Parenzo e gli altri ospiti hanno lasciato correre. Nessuno, nei 36 minuti di trasmissione successivi allo sfondone, ha eccepito. È la forza evocativa della Biennale, è la potenza dell’arte astratta. Con una conseguenza: la clip serriana è diventata virale e ha superato in tromba gli altri exploit della signora, distintasi in passato per l’indignazione a senso unico contro la cultura Maga («È nazionalista, razzista e Giorgia Meloni ha un forte legame con quella realtà trumpiana»), per «I muscoli pacifisti di Salvini», per «il clima di grande ristrettezza dei confini alla libertà di espressione».
Una ristrettezza tale che consente di spostare di mezzo secolo la morte di un musicista per sostenere una tesi a comando. È il bello della diretta e alla fine è un peccato. Perché nella sua corposa produzione saggistica dentro il lungo fiume navigabile del conformismo politicamente corretto, Serri si era guadagnata anche un paio di medaglie.
La prima con Bambini in fuga sui giovani ebrei braccati dai nazisti e dai fondamentalisti islamici, accomunati senza timore di ritorsioni in keffiah La seconda con il coraggioso: Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, che aveva fatto tremare la cupola degli intoccabili, visto che illuminava (sulla scia dell’operazione-verità di Giampaolo Pansa) l’oscura vicenda dell’oro di Dongo razziato dai vincitori con una lunga scia di sangue.
Wagner finanziato da Hitler, ce ne faremo una ragione. Per fortuna l’egemonia culturale è in buone mani e la nuova icona della sinistra tv può dormire tranquilla. Da allora è in silenzio. Sta verificando.






