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2022-12-05
Stangata green sulla nostra casa
Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green.
La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E.
Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco.
C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago.
Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia.
Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa.
Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente.
A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine.
Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.
«Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?»

L'economista Gualtiero Tamburini
«La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante.
Quali conseguenze ci saranno per il mercato?
«Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate».
Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati.
«Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema».
Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali?
«Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale».
Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo?
«Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole».
C’è dell’altro?
«Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche».
«Meglio investire su interventi antisismici»
Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa.
Sarà una rivoluzione?
«Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard».
Quali saranno le conseguenze?
«Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei».
Che intende?
«Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare».
Quale?
«Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?».
Che accadrà ai proprietari?
«Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green».
È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa?
«Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità».
Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato?
«Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
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Dopo l’obbligo di auto elettriche l’Ue vuole torchiare il mattone: dal 2033 compravendite e affitti solo per immobili in classe energetica E. Con costi pesantissimi per i proprietari.L’economista Gualtiero Tamburini: «Norma dannosa e secondo me incostituzionale. Eppure vedo che attorno a essa non c’è nessuna discussione».Il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa: «Per le costruzioni italiane il vero problema è il consolidamento, non i consumi. Siamo già pieni di vincoli, nei borghi l’efficientamento è impossibile. La riforma europea significa un taglio ai risparmi e il crollo dei valori».Lo speciale contiene tre articoli.Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green. La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E. Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco. C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago. Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia. Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa. Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente. A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine. Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bomba-a-orologeria-sulle-famiglie-italiane-perche-non-se-ne-parla" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?» L'economista Gualtiero Tamburini «La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante. Quali conseguenze ci saranno per il mercato? «Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate». Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati. «Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema». Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali? «Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale». Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo? «Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole». C’è dell’altro? «Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meglio-investire-su-interventi-antisismici" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Meglio investire su interventi antisismici» Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Sarà una rivoluzione? «Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard». Quali saranno le conseguenze? «Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei». Che intende? «Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare». Quale? «Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?». Che accadrà ai proprietari? «Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green». È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa? «Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità». Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato? «Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».