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2022-12-05
Stangata green sulla nostra casa
Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green.
La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E.
Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco.
C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago.
Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia.
Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa.
Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente.
A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine.
Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.
«Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?»

L'economista Gualtiero Tamburini
«La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante.
Quali conseguenze ci saranno per il mercato?
«Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate».
Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati.
«Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema».
Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali?
«Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale».
Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo?
«Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole».
C’è dell’altro?
«Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche».
«Meglio investire su interventi antisismici»
Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa.
Sarà una rivoluzione?
«Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard».
Quali saranno le conseguenze?
«Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei».
Che intende?
«Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare».
Quale?
«Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?».
Che accadrà ai proprietari?
«Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green».
È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa?
«Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità».
Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato?
«Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
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Dopo l’obbligo di auto elettriche l’Ue vuole torchiare il mattone: dal 2033 compravendite e affitti solo per immobili in classe energetica E. Con costi pesantissimi per i proprietari.L’economista Gualtiero Tamburini: «Norma dannosa e secondo me incostituzionale. Eppure vedo che attorno a essa non c’è nessuna discussione».Il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa: «Per le costruzioni italiane il vero problema è il consolidamento, non i consumi. Siamo già pieni di vincoli, nei borghi l’efficientamento è impossibile. La riforma europea significa un taglio ai risparmi e il crollo dei valori».Lo speciale contiene tre articoli.Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green. La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E. Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco. C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago. Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia. Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa. Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente. A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine. Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bomba-a-orologeria-sulle-famiglie-italiane-perche-non-se-ne-parla" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?» L'economista Gualtiero Tamburini «La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante. Quali conseguenze ci saranno per il mercato? «Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate». Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati. «Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema». Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali? «Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale». Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo? «Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole». C’è dell’altro? «Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meglio-investire-su-interventi-antisismici" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Meglio investire su interventi antisismici» Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Sarà una rivoluzione? «Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard». Quali saranno le conseguenze? «Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei». Che intende? «Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare». Quale? «Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?». Che accadrà ai proprietari? «Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green». È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa? «Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità». Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato? «Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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