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2022-12-05
Stangata green sulla nostra casa
Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green.
La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E.
Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco.
C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago.
Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia.
Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa.
Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente.
A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine.
Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.
«Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?»

L'economista Gualtiero Tamburini
«La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante.
Quali conseguenze ci saranno per il mercato?
«Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate».
Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati.
«Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema».
Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali?
«Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale».
Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo?
«Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole».
C’è dell’altro?
«Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche».
«Meglio investire su interventi antisismici»
Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa.
Sarà una rivoluzione?
«Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard».
Quali saranno le conseguenze?
«Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei».
Che intende?
«Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare».
Quale?
«Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?».
Che accadrà ai proprietari?
«Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green».
È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa?
«Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità».
Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato?
«Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
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Dopo l’obbligo di auto elettriche l’Ue vuole torchiare il mattone: dal 2033 compravendite e affitti solo per immobili in classe energetica E. Con costi pesantissimi per i proprietari.L’economista Gualtiero Tamburini: «Norma dannosa e secondo me incostituzionale. Eppure vedo che attorno a essa non c’è nessuna discussione».Il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa: «Per le costruzioni italiane il vero problema è il consolidamento, non i consumi. Siamo già pieni di vincoli, nei borghi l’efficientamento è impossibile. La riforma europea significa un taglio ai risparmi e il crollo dei valori».Lo speciale contiene tre articoli.Bruxelles mette le mani sul patrimonio immobiliare. Oltre alle reiterate sollecitazioni per indurre i governi ad aumentare la tassazione, estendendo l’Imu alla prima casa, ora la Commissione interviene sul valore del mattone. Stiamo parlando della prestazione energetica degli edifici, uno dei capitoli della transizione ecologica. Questo vuol dire fissare standard sulla quantità massima di energia che gli immobili possono utilizzare per metro quadrato, ogni anno. Bruxelles vuole imporre norme più rigorose delle attuali e rendere obbligatoria almeno una classe energetica elevata agli edifici che ne sono sprovvisti. A questo si aggiunge l’obbligo di installare pannelli solari. La prospettiva è un aumento esorbitante dei costi per i proprietari di case, l’ingessatura del mercato delle compravendite e anche la modifica dell’aspetto delle nostre città. Immaginate, al posto dei tetti dei centri storici, una distesa di pannelli solari e facciate d’epoca deturpate da infissi moderni. Una vera rivoluzione per l’identità dei territori che riguarda non solo l’Italia ma anche altri Paesi che hanno caratteristiche urbanistiche e architettoniche specifiche. Questa operazione va di pari passo con l’abolizione delle auto a combustione, sostituite da quelle elettriche. Una moltiplicazione della spesa in nome dell’ideologia green. La Commissione aveva tentato un blitz già nel 2021 tentando di far passare il divieto di affittare e vendere immobili privi di un certo standard di efficienza energetica. Una proposta poi ritirata ma che dava l’idea delle intenzioni di Bruxelles. Sul tavolo ora c’è la revisione delle classi energetiche e i tempi di applicazione delle nuove norme. Consiglio e Commissione hanno presentato le loro proposte che ora sono al vaglio del Parlamento. La bozza di direttiva della Commissione prevede che, entro il 2030, gli immobili residenziali rientrino almeno nella classe F ed entro il 2033 almeno nella classe E. Il Consiglio europeo vorrebbe lasciare ai singoli Paesi la definizione della traiettoria di maggiore efficientamento energetico, con partenza dal 2030 e con l’obiettivo di arrivare al 2050 con emissioni zero. Ma prevede altresì uno step intermedio: entro il 2033 tutti in classe D. Il piano del Consiglio prevede anche l’introduzione di una nuova categoria, «A0», che corrisponde agli edifici a emissioni zero. Inoltre, gli Stati membri potranno aggiungere una classe, «A+», corrispondente agli edifici che, oltre a essere a emissioni zero, offrono un contributo alla rete energetica da rinnovabili in loco. C’è anche una tabella di marcia per l’installazione dei pannelli solari che entro il 31 dicembre 2029 dovrebbero essere posizionati su tutti i nuovi edifici residenziali. La proposta del Consiglio sembra più flessibile, in realtà c’è una maggiore sfida sugli obiettivi. Da questa direttiva sarebbero esclusi gli immobili di particolare rilievo storico, ma si tratta di capire che cosa si intende con questa definizione. È un particolare rilevante lasciato al momento nel vago. Le due proposte ora sono in discussione nel Parlamento. Il pressing maggiore viene dai gruppi dei Verdi e della Sinistra supportati dai Paesi del Nord Europa che, per caratteristiche climatiche, sono già avanti con i requisiti di risparmio energetico. A Bruxelles agiscono poi le lobby delle imprese di costruzione che pregustano il business di questo rivoluzione edilizia. Le nuove norme peseranno sui proprietari che dovranno aggiornare la qualità energetica del proprio immobile. Senza la nuova certificazione, la casa non si potrà mettere a reddito: né vendere né affittare. Secondo una stima dell’Enea, il 60% degli immobili italiani sono tra la classe G e la F, quindi potenzialmente fuori mercato. Preoccupazioni anche per chi ha un mutuo: senza adeguamento, il valore dell’ipoteca sottostante potrebbe diminuire. Le banche stanno già offrendo mutui green per sostenere le spese dei lavori di efficientamento, ma finora la domanda è bassa. Bruxelles non lascia agli Stati membri sufficiente flessibilità per adattarsi al contesto nazionale, per valutarne la fattibilità, le necessità economiche e verificare la capacità finanziaria dei proprietari e dei conduttori. È preoccupante la modalità con cui la Ue entra su tematiche che non sono di sua competenza attraverso il grimaldello dell’efficienza energetica estesa al mattone, fa notare Confedilizia che rappresenta l’Italia in seno all’Unione internazionale della proprietà immobiliare dove ci sono 28 Paesi. Così facendo si apre la strada ad altre interferenze, perché si crea un precedente. A Bruxelles, già si parla di intervenire per disciplinare le locazioni brevi. Per ora la Commissione ha predisposto una bozza di regolamento che prevede un’indagine per verificare se è necessario intervenire per frenarne la diffusione a scapito delle locazioni residenziali. Ma questo determinerebbe un freno alla libertà del mercato e introdurrebbe una distorsione a scapito di quei proprietari che vogliono usare l’immobile per un investimento senza impegnarsi in contratti a lungo termine. Oltre al dibattito sulle scadenze per applicare le certificazioni energetiche, è in corso la revisione dei requisiti tecnici per le attestazioni di prestazione energetica. Entro il 2025 vanno modificati. I criteri per l’appartenenza a una classe energetica diventeranno più stringenti. Il rischio è che gli investimenti del proprietario per raggiungere una elevata prestazione energetica risultino inutili. Le nuove norme sui requisiti tecnici potrebbero richiedere l’utilizzo di determinati materiali oggi non previsti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bomba-a-orologeria-sulle-famiglie-italiane-perche-non-se-ne-parla" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Una bomba a orologeria sulle famiglie italiane. Perché non se ne parla?» L'economista Gualtiero Tamburini «La direttiva all’esame del Parlamento europeo è una bomba a orologeria sul mercato immobiliare. Il processo è iniziato e non vedo volontà di ripensamenti. Il meccanismo della transizione ecologica sta toccando tutti i settori: dopo l’auto, ora è il momento del mattone. Possiamo solo sperare che la normativa sia meno stringente e più graduale». L’economista Gualtiero Tamburini, senior advisor di Nomisma ed esperto del mercato immobiliare, descrive uno scenario preoccupante. Quali conseguenze ci saranno per il mercato? «Se davvero non saranno più consentite le compravendite di immobili sotto una certa classe energetica, vorrebbe dire azzerare il valore dei beni che non saranno adeguati ai nuovi requisiti. E siccome quasi l’80% degli italiani è proprietario di casa, significa incidere o sul risparmio, se si fanno i lavori di adeguamento, o sulla ricchezza delle famiglie. L’impatto si farà sentire pure sulle garanzie ipotecarie delle banche che saranno svalutate». Sembra che gli edifici di valore storico artistico saranno esentati. «Non è ancora chiaro. Comunque, a parte le abitazioni sottoposte al vincolo di carattere storico-culturale, il problema si porrà per quelle suscettibili di essere tutelate che secondo la legge sono potenzialmente tutte quelle costruite più di 50 anni fa, cioè la maggioranza del patrimonio immobiliare. Ciò che mi preoccupa è che non vedo un serio dibattito sul tema». Bruxelles può entrare in maniera così dirigista su una materia di pertinenza dei singoli Stati, senza tener conto delle diverse caratteristiche territoriali? «Una normativa così fondamentalista che vieta la vendita di un bene immobile privo di determinati requisiti, a mio giudizio avrebbe profili di incostituzionalità. È una limitazione dell’uso della proprietà. La normativa che arriva da Bruxelles ha poi il difetto di cercare di disciplinare in modo uniforme ciò che ha una forte specificità locale». Ha detto che ne risentiranno pure le banche. In che modo? «Quando una banca concede un mutuo casa, prende come garanzia l’immobile al valore che ha in quel momento. Ma se arriveranno nuovi vincoli europei, quel valore si abbasserà e si svaluterà anche la garanzia. Il credito diventa più costoso e i tassi di interesse salgono. I problemi però non sono limitati all’efficientamento secondo le nuove regole». C’è dell’altro? «Bisogna considerare il progresso tecnologico. Nuovi materiali saranno immessi sul mercato per migliorare l’efficienza termica degli edifici. Serve aggiornamento continuo. E questo cambiamento interesserà anche gli immobili di proprietà statale e degli enti. È un patrimonio spesso obsoleto e con imponenti necessità di riqualificazione. Adeguarlo sarà un onere importante per le casse pubbliche». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stangata-green-nostra-casa-2658828680.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meglio-investire-su-interventi-antisismici" data-post-id="2658828680" data-published-at="1670176105" data-use-pagination="False"> «Meglio investire su interventi antisismici» Che cosa comporterà per i proprietari l’obbligo di adeguare la classe energetica degli appartamenti? Lo spiega il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Sarà una rivoluzione? «Non se ne parla abbastanza. Noi lo facciamo da più di un anno, unendo alle parole i fatti. Sin dall’inizio abbiamo seguito la proposta di direttiva a Bruxelles, anche attraverso l’Unione internazionale della proprietà immobiliare, ente nel quale Confedilizia rappresenta l’Italia. Abbiamo raggiunto un risultato: abbiamo costretto la Commissione a rimangiarsi la scellerata idea - presente nella bozza all’epoca in preparazione - di vietare di vendere e dare in affitto immobili privi di determinate prestazioni di tipo energetico. Una follia che è stata scongiurata ma che non risolve il problema, se permarrà l’obbligo di adeguamento a determinati standard». Quali saranno le conseguenze? «Semplice: una generalizzata perdita di valore, che significa depauperamento del risparmio della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con conseguenze sull’intera economia, consumi compresi. Bisogna mettersi in testa che - al di là dell’opinione che si ha di questa e di altre iniziative di simile natura (la mia è che si ecceda nel portare avanti una vera e propria ideologia green) - l’impatto di misure del genere in Italia è completamente diverso da quello che avranno in quasi tutti gli altri Paesi europei». Che intende? «Noi siamo un Paese caratterizzato da una proprietà edilizia diffusa. Questo vuol dire che un provvedimento che obblighi a effettuare specifici, e costosi, interventi edilizi ricade su milioni di famiglie, in molti casi a basso reddito, spesso proprietarie di case ricevute in eredità che non abitano, che non sono vendibili, non sono affittabili e sulle quali ogni anno devono anche pagare l’Imu. Inoltre l’Italia è piena di immobili molto datati, in molti casi di grande pregio architettonico, magari collocati all’interno di splendidi borghi, ma per ciò stesso ben difficilmente trasformabili negli edifici “verdi” delle riviste patinate che hanno in mente i funzionari della Commissione europea. E poi c’è un altro elemento da considerare». Quale? «Da noi, in molte parti del territorio, l’esigenza prioritaria non è quella dell’efficientamento energetico degli immobili, bensì del loro miglioramento sismico. E allora, che facciamo? Costringiamo gli italiani a mettere il cappotto termico ai loro immobili (quando questo sia possibile tecnicamente) con il rischio di dover rifare tutto al momento dell’intervento di consolidamento per motivi di sicurezza?». Che accadrà ai proprietari? «Le conseguenze si possono racchiudere in una parola: impoverimento. Non bastava l’Imu (22 miliardi di euro l’anno, da dieci anni, rispetto ai 9 dell’Ici), non bastava l’aumento delle bollette, non bastava l’inflazione a due cifre: ora arriva anche la batosta green». È un precedente per Bruxelles per decidere anche altre politiche sulla casa? «Non lo so. So solo che la Ue ha già dimostrato di non avere in simpatia il risparmio immobiliare diffuso. Si pensi all’insistenza con la quale “suggerisce” all’Italia di aumentare la tassazione immobiliare attraverso il catasto o, da ultimo, all’offensiva regolatoria sugli affitti brevi. La realtà è che la politica italiana deve essere più determinata nel far valere a Bruxelles le nostre specificità». Intanto nel 2025 cambieranno i criteri tecnici per stabilire le classi energetiche: si svaluterà il mercato? «Non solo. Si creerà ulteriore confusione e vi è il rischio che persino gli interventi svolti in questi ultimi anni, anche grazie all’ecobonus, vengano considerati non sufficienti a garantire le prestazioni energetiche richieste. Al danno si aggiungerebbe la beffa».
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.