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2023-07-19
Lo spot di Bassetti all’esame dell’Ordine
Matteo Bassetti (Ansa)
L’infettivologo Matteo Bassetti ha fatto da testimonial in uno spot intitolato «Case da vip» per un’impresa di ristrutturazioni di appartamenti di lusso, che in quel momento, da quanto i protagonisti affermano, stava ristrutturando casa al professore. Nel video pubblicitario, pubblicato su YouTube nel 2022, Bassetti compare nello spot, per la Facile Ristrutturare, in virtù della sua fama come medico raggiunta all’epoca del Covid, quando dispensava verdetti e consigli (perlopiù sbagliati, o incoerenti, ma questo è un altro discorso) a telespettatori e fan sui social.
È deontologico? Con sottofondo rock, mentre scorrono immagini suggestive di Genova la pubblicità inizia con un architetto di bella presenza, Alberto Vanin, che ripreso in un scorcio pittoresco del centro storico del capoluogo ligure esordisce: «Il rinomato virologo professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del policlinico di Genova, professore dell’Università di Genova, che tutti noi abbiamo avuto il pacere di conoscere in questi ultimi due anni grazie al suo enorme contributo in tema Covid, ha deciso di affidare i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa, acquistata con un investimento personale, a Facile Ristrutturare…».
La Facile Ristrutturare ha tra i suoi clienti personaggi famosi e la precisazione «acquistata dal professore con un investimento personale» fa ritenere che la casa dello spot sia davvero quella di Bassetti. «Come vedete, è a due passi dal mare e immersa nei meravigliosi e caratteristici vicoli del centro storico. Richiede un intervento di totale ridistribuzione degli spazi interni. I lavori sono molto impegnativi». Il video quindi ci porta dentro l’appartamento dove sono in corso i lavori: Bassetti, sgargiante, gli compare davanti, sotto casa e la scenetta va avanti: attore che interpreta sé stesso, il medico chiede all’architetto di mostrargli come proseguono gli operai e così i due imboccano il portoncino della bella palazzina antica, che affaccia su un ballatoio, vista porto.
Bassetti ha prestato dunque la propria immagine di medico primario in un grande ospedale universitario e quella di docente universitario a uno spot pubblicitario, per una ditta che lui dice stia effettuando lavori per ristrutturargli casa.
Il video ha avuto finora 17.000 visualizzazioni ma meno di un centinaio di mi piace: Matteo Bassetti non l’ha rilanciato su nessuno dei suoi canali social e chissà se anche lui si sia posto il problema se fosse opportuno girarlo. Tuttavia lo spot ci è arrivato ed è arrivato pure all’Ordine dei Medici di Genova che anche su questo punto è stato chiamato in causa nella lettera firmata da un centinaio di camici bianchi che giorni fa hanno segnalato Bassetti all’autorità competente per i procedimenti disciplinari. Bassetti infatti da tempo insulta colleghi e ha insultato pure i malati: ha offeso, dando loro degli attori, le vittime, reali, degli effetti avversi dei vaccini anti Covid protagonisti del documentario del regista Paolo Cassina, Invisibili, che mostra la loro sofferenza.
Insultare il malato non è permesso a un medico.
«Vi ho scelto per la qualità del servizio che offrite» recita intanto il Bassetti testimonial nello spot, poi a un certo punto l’architetto fa cenno a una parete di «isolamento» da fare e Bassetti coglie la palla al balzo: «Sì, lo abbiamo visto quanto l’isolamento è stato importante in questi due anni», dice.
È una delle sue tante frasi vuote perché l’Italia ha conosciuto restrizioni tra le più dure e nello stesso tempo un numero di morti rispetto ai malati tra i più alti nel mondo. La motivazione la conosciamo: è stata quella strategia, «vigile attesa e tachipirina», scelta dalle autorità sanitarie a causare l’ecatombe, ma Bassetti si è sempre allineato alle decisioni del governo e ha continuato così a insultare soprattutto i medici delle terapie domiciliari.
Anche a costo di contraddire sé stesso: se a marzo 2020 disse su La7 che stava usando l’idrossiclorochina, pochi mesi più tardi definì «stregoni» i colleghi che la stavano utilizzando in fase precoce a casa e così salvavano vite umane. I protocolli ministeriali che consigliavano di «non curare» erano sbagliati e Bassetti almeno ora dovrebbe saperlo. D’altra parte, ci sono già le prove del fatto che abbia dichiarato falsità (prima fra tutte che il vaccino serviva a proteggere gli altri, ricorderete la canzoncina natalizia), ma lui indomito fa la star.
Il finale dello spot è il prof-attore che propone all’impresa di ristrutturazioni di realizzare una «live»: in modo che la gente sappia - dice Bassetti - come si fa «in presenza di più inquilini, durante una pandemia, a isolarsi in casa». Aiuto.
Melloni, ipotesi conflitto d’interessi. Faro di Miur, Procura e Corte cont
Il Mur, il ministero dell’università e della ricerca guidato da Anna Maria Bernini, ma anche la Procura della Repubblica e la Corte dei conti, sono pronti a esaminare un possibile caso di conflitto d’interessi. È quello che vedrebbe al centro il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo nell’Università di Modena-Reggio Emilia. L’ipotesi, che è tutta da verificare, nasce dal fatto che il professore risulta essere contemporaneamente coordinatore di un dottorato universitario con fondi Pnrr e pure segretario della Fondazione per gli studi religiosi (Fscire). La possibilità di un conflitto di interessi del docente deriva dal fatto che Fscire ospita, spesso, gli stage obbligatori che i vincitori del bando di dottorato che hanno svolto l’anno precedente e che dovranno svolgere quest’anno. I bandi per borse di studio in questione hanno un valore di 80.000 euro ciascuna per 36 mesi e, come stage, la Fscire pare ne abbia già ospitati quattro nel primo bando e ne ospiterà sei in quello di quest’anno.Il possibile conflitto di interessi di Melloni, di cui ha scritto per primo il sito La nuova bussola quotidiana, è stato sollevato da un componente del collegio docenti dell’ateneo emiliano che, insospettito dalla situazione, ancora lo scorso aprile aveva scritto una lettera all’ufficio legale dell’Università di Modena per segnalarla. Inizialmente quella segnalazione non aveva avuto alcun esito, tanto che il docente era in procinto di farne una seconda. Nel frattempo è, però, sopraggiunta novità. L’Università di Modena ha deciso di muoversi, inviando dal proprio ufficio legale una informativa alla Procura della Repubblica di Modena e alla Procura regionale della Corte dei conti. A questa informativa, trasmessa per «valutazioni di rispettiva competenza», è stata allegata la dettagliata segnalazione del docente, sollevato i sospetti.Va detto che, al di là di reati tutti da dimostrare, nella comunicazione del docente segnalatore, è contenuta anche una possibile violazione di etica pubblica, in particolare dell’articolo 11 del codice etico di ateneo, che definisce il conflitto di interessi quando «un appartenente alla comunità accademica si ponga in confitto potenziale o effettivo […] da rapporti di lavoro o di consulenza con enti di formazione o di ricerca potenzialmente o effettivamente concorrenti con l’Ateneo». Melloni, però, esclude che la sua posizione possa essere al centro di un conflitto di interessi. Interpellato al riguardo dalla Nuova bussola, alcuni giorni fa, aveva risposto di non saperne nulla, facendo presente che «la figura del coordinatore di dottorato non è portatrice di alcun interesse. Il fatto che lo stage si svolga presso la Fondazione non è un conflitto di interessi. È noto che gli stage si svolgano dove c’è qualcosa da imparare e questo è il caso». «Mi meraviglia inoltre», aveva dichiarato il docente, «che ci sia questa cosa di cui io non sono affatto a conoscenza e poi mi sembra strano dato che questo aspetto non sia mai emerso nel collegio dei docenti né alcun collega abbia mai sollevato la questione». Nonostante la meraviglia del professore, un suo collega, che magari nel collegio docenti avrà ritenuto di non sollevare la questione, si era però fatto avanti. E si è fatto avanti anche l’ateneo, per quanto risulti essersi limitato alla trasmissione di atti a chi di dovere, e per quanto le presunte violazioni segnalate restino, lo si ripete, tutte da verificarsi.
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In un video su YouTube, la virostar faceva pubblicità a un’azienda che ristruttura immobili di lusso e che ha restaurato anche la sua nuova abitazione a Genova. È deontologicamente corretto? Alcuni colleghi hanno fatto partire una segnalazione.I vincitori di borse di studio finanziate dal Pnrr ospitati da un istituto in cui siede il prof Alberto Melloni.Lo speciale contiene due articoli.L’infettivologo Matteo Bassetti ha fatto da testimonial in uno spot intitolato «Case da vip» per un’impresa di ristrutturazioni di appartamenti di lusso, che in quel momento, da quanto i protagonisti affermano, stava ristrutturando casa al professore. Nel video pubblicitario, pubblicato su YouTube nel 2022, Bassetti compare nello spot, per la Facile Ristrutturare, in virtù della sua fama come medico raggiunta all’epoca del Covid, quando dispensava verdetti e consigli (perlopiù sbagliati, o incoerenti, ma questo è un altro discorso) a telespettatori e fan sui social. È deontologico? Con sottofondo rock, mentre scorrono immagini suggestive di Genova la pubblicità inizia con un architetto di bella presenza, Alberto Vanin, che ripreso in un scorcio pittoresco del centro storico del capoluogo ligure esordisce: «Il rinomato virologo professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del policlinico di Genova, professore dell’Università di Genova, che tutti noi abbiamo avuto il pacere di conoscere in questi ultimi due anni grazie al suo enorme contributo in tema Covid, ha deciso di affidare i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa, acquistata con un investimento personale, a Facile Ristrutturare…». La Facile Ristrutturare ha tra i suoi clienti personaggi famosi e la precisazione «acquistata dal professore con un investimento personale» fa ritenere che la casa dello spot sia davvero quella di Bassetti. «Come vedete, è a due passi dal mare e immersa nei meravigliosi e caratteristici vicoli del centro storico. Richiede un intervento di totale ridistribuzione degli spazi interni. I lavori sono molto impegnativi». Il video quindi ci porta dentro l’appartamento dove sono in corso i lavori: Bassetti, sgargiante, gli compare davanti, sotto casa e la scenetta va avanti: attore che interpreta sé stesso, il medico chiede all’architetto di mostrargli come proseguono gli operai e così i due imboccano il portoncino della bella palazzina antica, che affaccia su un ballatoio, vista porto. Bassetti ha prestato dunque la propria immagine di medico primario in un grande ospedale universitario e quella di docente universitario a uno spot pubblicitario, per una ditta che lui dice stia effettuando lavori per ristrutturargli casa. Il video ha avuto finora 17.000 visualizzazioni ma meno di un centinaio di mi piace: Matteo Bassetti non l’ha rilanciato su nessuno dei suoi canali social e chissà se anche lui si sia posto il problema se fosse opportuno girarlo. Tuttavia lo spot ci è arrivato ed è arrivato pure all’Ordine dei Medici di Genova che anche su questo punto è stato chiamato in causa nella lettera firmata da un centinaio di camici bianchi che giorni fa hanno segnalato Bassetti all’autorità competente per i procedimenti disciplinari. Bassetti infatti da tempo insulta colleghi e ha insultato pure i malati: ha offeso, dando loro degli attori, le vittime, reali, degli effetti avversi dei vaccini anti Covid protagonisti del documentario del regista Paolo Cassina, Invisibili, che mostra la loro sofferenza. Insultare il malato non è permesso a un medico. «Vi ho scelto per la qualità del servizio che offrite» recita intanto il Bassetti testimonial nello spot, poi a un certo punto l’architetto fa cenno a una parete di «isolamento» da fare e Bassetti coglie la palla al balzo: «Sì, lo abbiamo visto quanto l’isolamento è stato importante in questi due anni», dice. È una delle sue tante frasi vuote perché l’Italia ha conosciuto restrizioni tra le più dure e nello stesso tempo un numero di morti rispetto ai malati tra i più alti nel mondo. La motivazione la conosciamo: è stata quella strategia, «vigile attesa e tachipirina», scelta dalle autorità sanitarie a causare l’ecatombe, ma Bassetti si è sempre allineato alle decisioni del governo e ha continuato così a insultare soprattutto i medici delle terapie domiciliari. Anche a costo di contraddire sé stesso: se a marzo 2020 disse su La7 che stava usando l’idrossiclorochina, pochi mesi più tardi definì «stregoni» i colleghi che la stavano utilizzando in fase precoce a casa e così salvavano vite umane. I protocolli ministeriali che consigliavano di «non curare» erano sbagliati e Bassetti almeno ora dovrebbe saperlo. D’altra parte, ci sono già le prove del fatto che abbia dichiarato falsità (prima fra tutte che il vaccino serviva a proteggere gli altri, ricorderete la canzoncina natalizia), ma lui indomito fa la star. Il finale dello spot è il prof-attore che propone all’impresa di ristrutturazioni di realizzare una «live»: in modo che la gente sappia - dice Bassetti - come si fa «in presenza di più inquilini, durante una pandemia, a isolarsi in casa». Aiuto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spot-di-bassetti-allesame-dellordine-2662301037.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melloni-ipotesi-conflitto-dinteressi-faro-di-miur-procura-e-corte-cont" data-post-id="2662301037" data-published-at="1689766200" data-use-pagination="False"> Melloni, ipotesi conflitto d’interessi. Faro di Miur, Procura e Corte cont Il Mur, il ministero dell’università e della ricerca guidato da Anna Maria Bernini, ma anche la Procura della Repubblica e la Corte dei conti, sono pronti a esaminare un possibile caso di conflitto d’interessi. È quello che vedrebbe al centro il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo nell’Università di Modena-Reggio Emilia. L’ipotesi, che è tutta da verificare, nasce dal fatto che il professore risulta essere contemporaneamente coordinatore di un dottorato universitario con fondi Pnrr e pure segretario della Fondazione per gli studi religiosi (Fscire). La possibilità di un conflitto di interessi del docente deriva dal fatto che Fscire ospita, spesso, gli stage obbligatori che i vincitori del bando di dottorato che hanno svolto l’anno precedente e che dovranno svolgere quest’anno. I bandi per borse di studio in questione hanno un valore di 80.000 euro ciascuna per 36 mesi e, come stage, la Fscire pare ne abbia già ospitati quattro nel primo bando e ne ospiterà sei in quello di quest’anno.Il possibile conflitto di interessi di Melloni, di cui ha scritto per primo il sito La nuova bussola quotidiana, è stato sollevato da un componente del collegio docenti dell’ateneo emiliano che, insospettito dalla situazione, ancora lo scorso aprile aveva scritto una lettera all’ufficio legale dell’Università di Modena per segnalarla. Inizialmente quella segnalazione non aveva avuto alcun esito, tanto che il docente era in procinto di farne una seconda. Nel frattempo è, però, sopraggiunta novità. L’Università di Modena ha deciso di muoversi, inviando dal proprio ufficio legale una informativa alla Procura della Repubblica di Modena e alla Procura regionale della Corte dei conti. A questa informativa, trasmessa per «valutazioni di rispettiva competenza», è stata allegata la dettagliata segnalazione del docente, sollevato i sospetti.Va detto che, al di là di reati tutti da dimostrare, nella comunicazione del docente segnalatore, è contenuta anche una possibile violazione di etica pubblica, in particolare dell’articolo 11 del codice etico di ateneo, che definisce il conflitto di interessi quando «un appartenente alla comunità accademica si ponga in confitto potenziale o effettivo […] da rapporti di lavoro o di consulenza con enti di formazione o di ricerca potenzialmente o effettivamente concorrenti con l’Ateneo». Melloni, però, esclude che la sua posizione possa essere al centro di un conflitto di interessi. Interpellato al riguardo dalla Nuova bussola, alcuni giorni fa, aveva risposto di non saperne nulla, facendo presente che «la figura del coordinatore di dottorato non è portatrice di alcun interesse. Il fatto che lo stage si svolga presso la Fondazione non è un conflitto di interessi. È noto che gli stage si svolgano dove c’è qualcosa da imparare e questo è il caso». «Mi meraviglia inoltre», aveva dichiarato il docente, «che ci sia questa cosa di cui io non sono affatto a conoscenza e poi mi sembra strano dato che questo aspetto non sia mai emerso nel collegio dei docenti né alcun collega abbia mai sollevato la questione». Nonostante la meraviglia del professore, un suo collega, che magari nel collegio docenti avrà ritenuto di non sollevare la questione, si era però fatto avanti. E si è fatto avanti anche l’ateneo, per quanto risulti essersi limitato alla trasmissione di atti a chi di dovere, e per quanto le presunte violazioni segnalate restino, lo si ripete, tutte da verificarsi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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