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2023-07-19
Lo spot di Bassetti all’esame dell’Ordine
Matteo Bassetti (Ansa)
L’infettivologo Matteo Bassetti ha fatto da testimonial in uno spot intitolato «Case da vip» per un’impresa di ristrutturazioni di appartamenti di lusso, che in quel momento, da quanto i protagonisti affermano, stava ristrutturando casa al professore. Nel video pubblicitario, pubblicato su YouTube nel 2022, Bassetti compare nello spot, per la Facile Ristrutturare, in virtù della sua fama come medico raggiunta all’epoca del Covid, quando dispensava verdetti e consigli (perlopiù sbagliati, o incoerenti, ma questo è un altro discorso) a telespettatori e fan sui social.
È deontologico? Con sottofondo rock, mentre scorrono immagini suggestive di Genova la pubblicità inizia con un architetto di bella presenza, Alberto Vanin, che ripreso in un scorcio pittoresco del centro storico del capoluogo ligure esordisce: «Il rinomato virologo professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del policlinico di Genova, professore dell’Università di Genova, che tutti noi abbiamo avuto il pacere di conoscere in questi ultimi due anni grazie al suo enorme contributo in tema Covid, ha deciso di affidare i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa, acquistata con un investimento personale, a Facile Ristrutturare…».
La Facile Ristrutturare ha tra i suoi clienti personaggi famosi e la precisazione «acquistata dal professore con un investimento personale» fa ritenere che la casa dello spot sia davvero quella di Bassetti. «Come vedete, è a due passi dal mare e immersa nei meravigliosi e caratteristici vicoli del centro storico. Richiede un intervento di totale ridistribuzione degli spazi interni. I lavori sono molto impegnativi». Il video quindi ci porta dentro l’appartamento dove sono in corso i lavori: Bassetti, sgargiante, gli compare davanti, sotto casa e la scenetta va avanti: attore che interpreta sé stesso, il medico chiede all’architetto di mostrargli come proseguono gli operai e così i due imboccano il portoncino della bella palazzina antica, che affaccia su un ballatoio, vista porto.
Bassetti ha prestato dunque la propria immagine di medico primario in un grande ospedale universitario e quella di docente universitario a uno spot pubblicitario, per una ditta che lui dice stia effettuando lavori per ristrutturargli casa.
Il video ha avuto finora 17.000 visualizzazioni ma meno di un centinaio di mi piace: Matteo Bassetti non l’ha rilanciato su nessuno dei suoi canali social e chissà se anche lui si sia posto il problema se fosse opportuno girarlo. Tuttavia lo spot ci è arrivato ed è arrivato pure all’Ordine dei Medici di Genova che anche su questo punto è stato chiamato in causa nella lettera firmata da un centinaio di camici bianchi che giorni fa hanno segnalato Bassetti all’autorità competente per i procedimenti disciplinari. Bassetti infatti da tempo insulta colleghi e ha insultato pure i malati: ha offeso, dando loro degli attori, le vittime, reali, degli effetti avversi dei vaccini anti Covid protagonisti del documentario del regista Paolo Cassina, Invisibili, che mostra la loro sofferenza.
Insultare il malato non è permesso a un medico.
«Vi ho scelto per la qualità del servizio che offrite» recita intanto il Bassetti testimonial nello spot, poi a un certo punto l’architetto fa cenno a una parete di «isolamento» da fare e Bassetti coglie la palla al balzo: «Sì, lo abbiamo visto quanto l’isolamento è stato importante in questi due anni», dice.
È una delle sue tante frasi vuote perché l’Italia ha conosciuto restrizioni tra le più dure e nello stesso tempo un numero di morti rispetto ai malati tra i più alti nel mondo. La motivazione la conosciamo: è stata quella strategia, «vigile attesa e tachipirina», scelta dalle autorità sanitarie a causare l’ecatombe, ma Bassetti si è sempre allineato alle decisioni del governo e ha continuato così a insultare soprattutto i medici delle terapie domiciliari.
Anche a costo di contraddire sé stesso: se a marzo 2020 disse su La7 che stava usando l’idrossiclorochina, pochi mesi più tardi definì «stregoni» i colleghi che la stavano utilizzando in fase precoce a casa e così salvavano vite umane. I protocolli ministeriali che consigliavano di «non curare» erano sbagliati e Bassetti almeno ora dovrebbe saperlo. D’altra parte, ci sono già le prove del fatto che abbia dichiarato falsità (prima fra tutte che il vaccino serviva a proteggere gli altri, ricorderete la canzoncina natalizia), ma lui indomito fa la star.
Il finale dello spot è il prof-attore che propone all’impresa di ristrutturazioni di realizzare una «live»: in modo che la gente sappia - dice Bassetti - come si fa «in presenza di più inquilini, durante una pandemia, a isolarsi in casa». Aiuto.
Melloni, ipotesi conflitto d’interessi. Faro di Miur, Procura e Corte cont
Il Mur, il ministero dell’università e della ricerca guidato da Anna Maria Bernini, ma anche la Procura della Repubblica e la Corte dei conti, sono pronti a esaminare un possibile caso di conflitto d’interessi. È quello che vedrebbe al centro il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo nell’Università di Modena-Reggio Emilia. L’ipotesi, che è tutta da verificare, nasce dal fatto che il professore risulta essere contemporaneamente coordinatore di un dottorato universitario con fondi Pnrr e pure segretario della Fondazione per gli studi religiosi (Fscire). La possibilità di un conflitto di interessi del docente deriva dal fatto che Fscire ospita, spesso, gli stage obbligatori che i vincitori del bando di dottorato che hanno svolto l’anno precedente e che dovranno svolgere quest’anno. I bandi per borse di studio in questione hanno un valore di 80.000 euro ciascuna per 36 mesi e, come stage, la Fscire pare ne abbia già ospitati quattro nel primo bando e ne ospiterà sei in quello di quest’anno.Il possibile conflitto di interessi di Melloni, di cui ha scritto per primo il sito La nuova bussola quotidiana, è stato sollevato da un componente del collegio docenti dell’ateneo emiliano che, insospettito dalla situazione, ancora lo scorso aprile aveva scritto una lettera all’ufficio legale dell’Università di Modena per segnalarla. Inizialmente quella segnalazione non aveva avuto alcun esito, tanto che il docente era in procinto di farne una seconda. Nel frattempo è, però, sopraggiunta novità. L’Università di Modena ha deciso di muoversi, inviando dal proprio ufficio legale una informativa alla Procura della Repubblica di Modena e alla Procura regionale della Corte dei conti. A questa informativa, trasmessa per «valutazioni di rispettiva competenza», è stata allegata la dettagliata segnalazione del docente, sollevato i sospetti.Va detto che, al di là di reati tutti da dimostrare, nella comunicazione del docente segnalatore, è contenuta anche una possibile violazione di etica pubblica, in particolare dell’articolo 11 del codice etico di ateneo, che definisce il conflitto di interessi quando «un appartenente alla comunità accademica si ponga in confitto potenziale o effettivo […] da rapporti di lavoro o di consulenza con enti di formazione o di ricerca potenzialmente o effettivamente concorrenti con l’Ateneo». Melloni, però, esclude che la sua posizione possa essere al centro di un conflitto di interessi. Interpellato al riguardo dalla Nuova bussola, alcuni giorni fa, aveva risposto di non saperne nulla, facendo presente che «la figura del coordinatore di dottorato non è portatrice di alcun interesse. Il fatto che lo stage si svolga presso la Fondazione non è un conflitto di interessi. È noto che gli stage si svolgano dove c’è qualcosa da imparare e questo è il caso». «Mi meraviglia inoltre», aveva dichiarato il docente, «che ci sia questa cosa di cui io non sono affatto a conoscenza e poi mi sembra strano dato che questo aspetto non sia mai emerso nel collegio dei docenti né alcun collega abbia mai sollevato la questione». Nonostante la meraviglia del professore, un suo collega, che magari nel collegio docenti avrà ritenuto di non sollevare la questione, si era però fatto avanti. E si è fatto avanti anche l’ateneo, per quanto risulti essersi limitato alla trasmissione di atti a chi di dovere, e per quanto le presunte violazioni segnalate restino, lo si ripete, tutte da verificarsi.
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In un video su YouTube, la virostar faceva pubblicità a un’azienda che ristruttura immobili di lusso e che ha restaurato anche la sua nuova abitazione a Genova. È deontologicamente corretto? Alcuni colleghi hanno fatto partire una segnalazione.I vincitori di borse di studio finanziate dal Pnrr ospitati da un istituto in cui siede il prof Alberto Melloni.Lo speciale contiene due articoli.L’infettivologo Matteo Bassetti ha fatto da testimonial in uno spot intitolato «Case da vip» per un’impresa di ristrutturazioni di appartamenti di lusso, che in quel momento, da quanto i protagonisti affermano, stava ristrutturando casa al professore. Nel video pubblicitario, pubblicato su YouTube nel 2022, Bassetti compare nello spot, per la Facile Ristrutturare, in virtù della sua fama come medico raggiunta all’epoca del Covid, quando dispensava verdetti e consigli (perlopiù sbagliati, o incoerenti, ma questo è un altro discorso) a telespettatori e fan sui social. È deontologico? Con sottofondo rock, mentre scorrono immagini suggestive di Genova la pubblicità inizia con un architetto di bella presenza, Alberto Vanin, che ripreso in un scorcio pittoresco del centro storico del capoluogo ligure esordisce: «Il rinomato virologo professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del policlinico di Genova, professore dell’Università di Genova, che tutti noi abbiamo avuto il pacere di conoscere in questi ultimi due anni grazie al suo enorme contributo in tema Covid, ha deciso di affidare i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa, acquistata con un investimento personale, a Facile Ristrutturare…». La Facile Ristrutturare ha tra i suoi clienti personaggi famosi e la precisazione «acquistata dal professore con un investimento personale» fa ritenere che la casa dello spot sia davvero quella di Bassetti. «Come vedete, è a due passi dal mare e immersa nei meravigliosi e caratteristici vicoli del centro storico. Richiede un intervento di totale ridistribuzione degli spazi interni. I lavori sono molto impegnativi». Il video quindi ci porta dentro l’appartamento dove sono in corso i lavori: Bassetti, sgargiante, gli compare davanti, sotto casa e la scenetta va avanti: attore che interpreta sé stesso, il medico chiede all’architetto di mostrargli come proseguono gli operai e così i due imboccano il portoncino della bella palazzina antica, che affaccia su un ballatoio, vista porto. Bassetti ha prestato dunque la propria immagine di medico primario in un grande ospedale universitario e quella di docente universitario a uno spot pubblicitario, per una ditta che lui dice stia effettuando lavori per ristrutturargli casa. Il video ha avuto finora 17.000 visualizzazioni ma meno di un centinaio di mi piace: Matteo Bassetti non l’ha rilanciato su nessuno dei suoi canali social e chissà se anche lui si sia posto il problema se fosse opportuno girarlo. Tuttavia lo spot ci è arrivato ed è arrivato pure all’Ordine dei Medici di Genova che anche su questo punto è stato chiamato in causa nella lettera firmata da un centinaio di camici bianchi che giorni fa hanno segnalato Bassetti all’autorità competente per i procedimenti disciplinari. Bassetti infatti da tempo insulta colleghi e ha insultato pure i malati: ha offeso, dando loro degli attori, le vittime, reali, degli effetti avversi dei vaccini anti Covid protagonisti del documentario del regista Paolo Cassina, Invisibili, che mostra la loro sofferenza. Insultare il malato non è permesso a un medico. «Vi ho scelto per la qualità del servizio che offrite» recita intanto il Bassetti testimonial nello spot, poi a un certo punto l’architetto fa cenno a una parete di «isolamento» da fare e Bassetti coglie la palla al balzo: «Sì, lo abbiamo visto quanto l’isolamento è stato importante in questi due anni», dice. È una delle sue tante frasi vuote perché l’Italia ha conosciuto restrizioni tra le più dure e nello stesso tempo un numero di morti rispetto ai malati tra i più alti nel mondo. La motivazione la conosciamo: è stata quella strategia, «vigile attesa e tachipirina», scelta dalle autorità sanitarie a causare l’ecatombe, ma Bassetti si è sempre allineato alle decisioni del governo e ha continuato così a insultare soprattutto i medici delle terapie domiciliari. Anche a costo di contraddire sé stesso: se a marzo 2020 disse su La7 che stava usando l’idrossiclorochina, pochi mesi più tardi definì «stregoni» i colleghi che la stavano utilizzando in fase precoce a casa e così salvavano vite umane. I protocolli ministeriali che consigliavano di «non curare» erano sbagliati e Bassetti almeno ora dovrebbe saperlo. D’altra parte, ci sono già le prove del fatto che abbia dichiarato falsità (prima fra tutte che il vaccino serviva a proteggere gli altri, ricorderete la canzoncina natalizia), ma lui indomito fa la star. Il finale dello spot è il prof-attore che propone all’impresa di ristrutturazioni di realizzare una «live»: in modo che la gente sappia - dice Bassetti - come si fa «in presenza di più inquilini, durante una pandemia, a isolarsi in casa». Aiuto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spot-di-bassetti-allesame-dellordine-2662301037.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melloni-ipotesi-conflitto-dinteressi-faro-di-miur-procura-e-corte-cont" data-post-id="2662301037" data-published-at="1689766200" data-use-pagination="False"> Melloni, ipotesi conflitto d’interessi. 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I bandi per borse di studio in questione hanno un valore di 80.000 euro ciascuna per 36 mesi e, come stage, la Fscire pare ne abbia già ospitati quattro nel primo bando e ne ospiterà sei in quello di quest’anno.Il possibile conflitto di interessi di Melloni, di cui ha scritto per primo il sito La nuova bussola quotidiana, è stato sollevato da un componente del collegio docenti dell’ateneo emiliano che, insospettito dalla situazione, ancora lo scorso aprile aveva scritto una lettera all’ufficio legale dell’Università di Modena per segnalarla. Inizialmente quella segnalazione non aveva avuto alcun esito, tanto che il docente era in procinto di farne una seconda. Nel frattempo è, però, sopraggiunta novità. L’Università di Modena ha deciso di muoversi, inviando dal proprio ufficio legale una informativa alla Procura della Repubblica di Modena e alla Procura regionale della Corte dei conti. A questa informativa, trasmessa per «valutazioni di rispettiva competenza», è stata allegata la dettagliata segnalazione del docente, sollevato i sospetti.Va detto che, al di là di reati tutti da dimostrare, nella comunicazione del docente segnalatore, è contenuta anche una possibile violazione di etica pubblica, in particolare dell’articolo 11 del codice etico di ateneo, che definisce il conflitto di interessi quando «un appartenente alla comunità accademica si ponga in confitto potenziale o effettivo […] da rapporti di lavoro o di consulenza con enti di formazione o di ricerca potenzialmente o effettivamente concorrenti con l’Ateneo». Melloni, però, esclude che la sua posizione possa essere al centro di un conflitto di interessi. Interpellato al riguardo dalla Nuova bussola, alcuni giorni fa, aveva risposto di non saperne nulla, facendo presente che «la figura del coordinatore di dottorato non è portatrice di alcun interesse. Il fatto che lo stage si svolga presso la Fondazione non è un conflitto di interessi. È noto che gli stage si svolgano dove c’è qualcosa da imparare e questo è il caso». «Mi meraviglia inoltre», aveva dichiarato il docente, «che ci sia questa cosa di cui io non sono affatto a conoscenza e poi mi sembra strano dato che questo aspetto non sia mai emerso nel collegio dei docenti né alcun collega abbia mai sollevato la questione». Nonostante la meraviglia del professore, un suo collega, che magari nel collegio docenti avrà ritenuto di non sollevare la questione, si era però fatto avanti. E si è fatto avanti anche l’ateneo, per quanto risulti essersi limitato alla trasmissione di atti a chi di dovere, e per quanto le presunte violazioni segnalate restino, lo si ripete, tutte da verificarsi.
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.