Il primo: il tycoon ha meno opzioni rispetto a quanto si accinge a fare in Germania, poiché, per esempio, Napoli è di fatto il quartier generale europeo della sua Marina nel quale lavorano migliaia di persone. Secondo, lo stesso dovrebbe fare a Vicenza (Caserma Ederle e base Cà del Din, ovvero l’ex aeroporto Dal Molin), dove opera la 173ª Brigata aviotrasportata dell’esercito, la forza d’intervento rapido in caso di crisi in Europa e in Africa. Qui negli ultimi cinque anni è stato realizzato un polo residenziale con 470 abitazioni, un investimento da 500 milioni di dollari ancora da completare - il fine lavori è previsto entro il 2028 - investimento che sarebbe vanificato. Terza per importanza è la base aerea dell’Usaf di Aviano (Pordenone), che ospita centri logistici ma anche il 31° Stormo caccia con due gruppi di velivoli F-16. Senza quelli, la scorta per i viaggi diplomatici nel Sud e Centro Europa, il ponte aereo per il Medio Oriente e le operazioni verso la zona equatoriale dell’Africa diverrebbero molto più complicati e meno sicuri.
Da tempo ci sono voci di un ridimensionamento della base per comunicazioni «Naval radio transmitter facility» di Niscemi (Caltanissetta), ma se tale installazione potrebbe essere sostituita da satelliti e navi, per l’Us Navy sarebbe un guaio perdere una «portaerei naturale» come quella costituita dalla base aerea di Sigonella (Comune di Lentini, Siracusa). Altre basi si trovano in Toscana (Camp Darby, Pisa), a Gaeta (per il supporto logistico alla Marina), fino al centro ricreativo di Carney Park a Gricignano d’Aversa (Caserta). In totale, 120 siti italiani che danno un impulso economico per le comunità locali. Trump, quindi, potrebbe fare un atto che avrebbe effetti negativi su talune comunità italiane, ma al tempo stesso Washington dovrebbe rinunciare a una serie di opzioni per proiettare la propria potenza in Europa e oltre.
Del resto, nel recente passato diverse basi in Europa hanno avuto un ruolo fondamentale nel consentire alle forze statunitensi di condurre operazioni contro l’Iran, tra cui siti militari in Germania, Regno Unito, Grecia, Ungheria e Romania. Difficile azzardare un calcolo preciso, tuttavia è evidente che la mancanza di soldati statunitensi porterebbe a conseguenze come la riduzione di consumi a livello locale, specialmente laddove i militari statunitensi e le loro famiglie risiedono al di fuori dalle basi, luoghi dove spendono gli stipendi, in dollari, in affitti, ristorazione e tempo libero, quindi contribuiscono a sostenere le economie locali.
In totale l’Italia ospita circa 13.000 militari con le loro famiglie, una popolazione che, stando a quanto viene stimato, conta circa 18.000 persone (numero che varia continuamente), che producono mezzo miliardo di euro d’indotto. La cifra comprende anche il personale civile italiano impiegato nelle basi per ruoli amministrativi, manutentivi o logistici. Un possibile taglio farebbe soffrire anche un migliaio di aziende italiane che hanno contratti in essere per lavori di costruzione e forniture di servizi all’interno delle installazioni. E anche se, in molti casi, l’Italia sostiene le spese per la manutenzione delle basi e permette esenzioni fiscali su carburanti e Iva alle forze Usa, il bilancio finale tra le spese di Usa e Italia non è così lontano dal pareggio.
Esistono basi fondamentali per l’efficacia degli schieramenti e del funzionamento della Nato in Europa, centri nevralgici come appunto Aviano ma anche Ghedi (Brescia), poiché luoghi dove sono conservati ordigni nucleari B61-4. Sono, peraltro, le piste di decollo dalle quali Nato e Usa sono intervenuti in Iraq, Libia e Kosovo. Senza Sigonella gli Usa perderebbero la base dei droni Mq-9 e degli aerei radar Ep-3 che hanno operato nel Nord Africa sotto il Comando Africom; senza Camp Darby, tra Pisa e Livorno, sparirebbe uno tra i maggiori depositi di munizioni degli Usa in Europa, essenziale per il supporto logistico alle operazioni militari. La Naval support activity (Nsa) basata a Napoli e Gaeta rappresenta i centri di comando delle forze navali della Sesta flotta, fondamentali per le operazioni nel Mediterraneo dal 1967 e sede di lavoro per circa 1.200 militari.
Dunque, se si trattasse di luoghi in fase di dismissione, le parole di Donald Trump potrebbero avere un senso pratico oltre che politico, ma la storia recente insegna esattamente l’opposto, poiché negli ultimi dieci anni le basi degli Usa in Italia hanno avuto un’importanza crescente. Tale organizzazione ebbe inizio dagli accordi bilaterali Nato-Sofa, sigla di Status of forces agreement, letteralmente «Convenzione sullo statuto delle truppe» firmata a Londra il 19 giugno 1951 e ratificata nel 1955, trattato che regola lo status giuridico del personale militare statunitense e dei loro familiari in Italia.