Banco Bpm negli ultimi cinque giorni ha messo a segno un più 3% che non farà tremare i polsi, ma racconta di un interesse crescente. Montepaschi ha acceso i riflettori con un balzo del 10%, imitato con perfetto tempismo da Mediobanca, anch’essa in progresso del 10%. Generali, è ferma, ma è quella stabilità che sa di attesa, di leone accucciato.
La vittoria di Lovaglio a Siena non è un colpo di teatro. È un segnale. Una linea tracciata nella pietra del sistema bancario.
In questo scenario i vertici di Banco Bpm si sono mossi con disinvoltura. Hanno votato a sorpresa proprio per Lovaglio e hanno contribuito a bocciare la lista del gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, che puntava su Fabrizio Palermo come amministratore delegato. Una scelta che Giuseppe Castagna, confermato ieri al vertice operativo di Banco Bpm, ha spiegato con chiarezza. Il voto è servito a rafforzare i legami industriali con Mps, per proteggere gli accordi di distribuzione dei fondi Anima. Ma perché Lovaglio? Perché è meglio un alleato affidabile oggi che una scommessa domani.
E poi c’è Generali. Il vero oggetto del desiderio, il trofeo che tutti guardano anche quando fanno finta di niente. L’amministratore delegato Philippe Donnet oggi è più saldo in sella: la sconfitta del fronte Caltagirone nella partita Mps gli regala un vantaggio politico e strategico non trascurabile. Il Leone di Trieste resta lì, immobile solo in apparenza, mentre attorno si muovono pedine e strategie. Sul tavolo c’è anche un possibile asse con Mps nel campo della bancassurance. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, soprattutto considerando che l’accordo del gruppo toscano con i francesi di Axa è in scadenza l’anno prossimo.
E il governo in tutta questa partita che ruolo ha assunto? È rimasto a guardare. Ha costruito le condizioni per la realizzazione del famoso terzo polo bancario facilitando la privatizzazione di Mps. Poi ha lasciato libero il mercato.
Ma in questo grande affresco, fatto di mosse tattiche e strategie di lungo respiro, c’è una figura che merita un capitolo a parte ed è quella di Leonardo Del Vecchio scomparso quasi quattro anni fa.
Del Vecchio non è stato soltanto l’imprenditore che ha creato Essilux, una delle poche multinazionali italiane partendo da un laboratorio di occhiali in Veneto. È stato un architetto del destino finanziario.
Ha accumulato partecipazioni in Generali, in Monte dei Paschi di Siena, in Mediobanca e in Unicredit non per semplice diversificazione, ma seguendo un disegno. Un disegno fatto di incastri, di equilibri, di possibilità future. Un mosaico dove ogni tessera aveva un senso preciso: rafforzare le radici in Italia per far crescere il sistema a livello internazionale.
Oggi, a distanza di tempo, quel mosaico restituisce tutta la sua forza: la plusvalenza conservata nei bilanci di Delfin la cassaforte di famiglia si aggira intorno ai dieci miliardi. Ma ridurre tutto a una cifra sarebbe un torto. In realtà è frutto della capacità di vedere ciò che altri non vedevano, di scommettere quando altri esitavano.
Così, mentre oggi i protagonisti del risiko bancario si muovono tra assemblee, alleanze e colpi di scena, c’è da sperare che, da qualche parte, il disegno di Del Vecchio continui a fare scuola. Perché certi investimenti non finiscono con chi li ha fatti: continuano a vivere nei risultati, negli equilibri che hanno creato, nella ricchezza che generano. Ma tra i tanti giocatori, c’è da sperare che qualcuno abbia già scritto la parte decisiva della storia.