Un malcontento prima strisciante e poi man mano più evidente che si materializza nei numeri: quando si sono tenute le ultime elezioni, anno 2019, Zelensky poteva contare su una maggioranza abbastanza sicura di 254 seggi. Oggi i fedelissimi non superano quota 111. Un problema, grosso. Soprattutto se si considera che i milioni e milioni di aiuti che stanno ancora arrivando dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale hanno delle condizionalità precise: l’approvazione delle riforme. Zero riforme, zero risorse.
Tre sono i punti di svolta sui quali gli organismi internazionali insistono: lotta alla corruzione, regole dello Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni democratiche. Da qui deriva la necessità di un nuovo Codice di procedura penale, l’impellenza di norme che rafforzino l’indipendenza del Nabu (l’ufficio nazionale anticorruzione) o lo sviluppo di sistemi di controllo interno più efficaci.
Ma se Volodymyr Zelensky non ha la maggioranza fa fatica a far approvare le leggi, e se mancano le innovazioni diventano a rischio anche gli aiuti già deliberati ma non ancora distribuiti da Unione europea ed Fmi. Anche perché il presidente ha già rassicurato gli interlocutori: per l’approvazione in Parlamento delle riforme concordate non ci saranno problemi.
Le cifre le conosciamo. Parliamo del nuovo pacchetto da 90 miliardi approvato di recente da Bruxelles (30 miliardi per il sostegno macroeconomico al bilancio e 60 per la difesa) e di ulteriori 7,5 miliardi del programma 2026-2029 targato Fmi, con un primo esborso di poco inferiore al miliardo e mezzo che è stato già erogato.
Che queste risorse siano a rischio non lo diciamo noi ma lo evidenzia il Financial Times in un lungo articolo che riporta anche commenti non proprio lusinghieri dei deputati del popolo ucraino nei confronti del presidente.
Uno stallo si è registrato per esempio sull’introduzione dell’Iva per i piccoli imprenditori e sull’imposizione di un prelievo sui pacchi inviati dall’estero. Misure esplicitamente richieste dal Fondo monetario internazionale che pochi giorni fa mandato in visita a Kiev i suoi funzionare per valutare l’evoluzione delle politiche macroeconomiche dell’Ucraina.
Ma il discorso è molto più generale. E si concentra sulla vera svolta che Bruxelles pretende da Kiev per portare avanti il percorso di adesione nell’Unione: rafforzare le istituzioni anticorruzione. Il problema è che da questo punto di vista sembra tutto fermo.
Anastasia Radina, la rappresentante del partito di Zelensky «Servitore del Popolo» che presiede la commissione anticorruzione della Rada, non fa sconti al governo: «Ha le sue responsabilità», evidenzia sui social, se la riforma anticorruzione che Bruxelles ha chiesto di approvare entro la fine di giugno è ancora in alto mare.
Anche perché il vero cortocircuito che stai inguaiando Zelensky è nato proprio dal malaffare dilagante della politica ucraina. Lo scandalo di fine anno ha, infatti, costretto alle dimissioni il potente capo di gabinetto del presidente, Andriy Yermak. Yermak non è una persona qualsiasi ma per anni è stato il vero numero due del Paese. Ha gestito la politica estera, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati e nei rapporti con gli Stati Uniti ed ha partecipato direttamente ai colloqui di pace. Non solo. Perché ha avuto una funzione chiave anche nel garantire la disciplina parlamentare. Fuori Yermak si sono tutti sentiti più liberi. E sono nate le complicazioni.
«Si tratta di una crisi su più livelli», ha evidenziato Vita Dumanska, coordinatrice di Chesno, una Ong ucraina che monitora l’attività politica, al Financial Times. «Il governo ha avuto contatti limitati con la Rada, mentre l’ufficio presidenziale promuoveva autonomamente i disegni di legge. E infatti il governo ha promesso ai partner internazionali che l’Ucraina avrebbe agito senza consultare il Parlamento. Il problema è che quando si tratta di votare i parlamentari non premono più i pulsanti».