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2020-12-26
Sala fa melina sul nuovo San Siro per far goal alle elezioni
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Giuseppe Sala e Giovanni Malagò (Ansa)
C'è un ostacolo grande come lo stadio di San Siro sulla strada che potrebbe confermare Giuseppe Sala come sindaco di Milano nella primavera del 2021. E' un argomento molto delicato quello del Meazza, dove giocano le due squadre cittadine Milan e Inter. E' noto da tempo come i due club di Serie A vogliano costruirsi uno stadio di proprietà, in modo da valorizzare il loro brand. Viene fatto in tutta Europa e nel mondo. In Italia solo la Juventus al momento ci è riuscita. Negli ultimi anni Milan e Inter hanno iniziato un rapporto di collaborazione con palazzo Marino per capire come muoversi.
Sul tavolo ci sono stati diversi progetti, dall'abbattimento di San Siro fino a una sua ristrutturazione. Poi si è parlato della costruzione di nuovi stadi in altri spazi pubblici della città. Alla fine del 2020 non è ancora chiaro quale sia il futuro se non che i proprietari di Milan e Inter vogliono trovare al più presto una soluzione. I tempi previsti per abbattimento, costruzione del nuovo impianto e delle nuove strutture residenziali e commerciali impiegherà almeno 7 anni, quindi non è detto che sarà pronto per le Olimpiadi Invernali del 2026.
Sala ha capito che è meglio rinviare tutto a dopo le elezioni, anche per non passare come il sindaco che ha abbattuto lo stadio di San Siro. Si è mosso con una certa accortezza negli ultimi tempi sulla vicenda. E per prendere tempo, un paio di settimane fa, ha chiesto alle due squadre chiarezza sui loro azionisti. Nella lettera - ha fatto sapere palazzo Marino in una nota - l'amministrazione ha chiesto «alcuni chiarimenti e ulteriori approfondimenti». Si parte - mettono nero su bianco dal comune - «dalla necessità, come previsto dal Dpr 231/07, di poter accedere alla documentazione che attesti il possesso dei requisiti di partecipazione dei soggetti proponenti e l'effettiva titolarità delle azioni delle società proponenti». In pratica la giunta vuole sapere chi siano i proprietari delle squadre, un «tema su cui da tempo la direzione Appalti del Comune ha chiesto approfondimenti alle società e che, più di recente, è stato sollecitato anche dal Consiglio Comunale».
Non solo. Tra i punti inseriti nella lettera, «anche la richiesta di opportuni chiarimenti rispetto alla quantità e alla qualità degli spazi che rimarranno ad uso pubblico, verde, aree pedonali, piazze, servizi. Vengono inoltre sollecitate precisazioni sulle funzioni di intrattenimento da convenzionare con il Comune di Milano e sono richieste integrazioni in merito alle valutazioni che supportano il piano economico finanziario». E' una partita di ampio respiro quella sullo stadio. Sala si gioca anche le alleanze. Non a caso dopo la mossa sullo stadio, i Verdi, partito in ascesa dopo la comparsa di Greta Thurnberg, hanno deciso di appoggiarlo. E in più la città è divisa sul nuovo stadio. Per il 57% dei milanesi, secondo un sondaggio Swg, un nuovo San Siro sarebbe inutile. La domanda sul progetto del nuovo stadio di Milan e Inter era: «Quanto ritiene sia utile un nuovo stadio, moderno e polifunzionale, in linea con gli stadi dei principali club europei?». Il 51% degli intervistati ha risposto «inutile». Una posizione chiara e resa ancor più netta (sale al 57%) se si aggiunge chi ha risposto «dannoso». I contrari sono nettamente superiori ai favorevoli che si fermano al 35%..
Gli stadi di proprietà in Serie A

Il presidente della Fiorentina, Rocco Commisso (Ansa)
Per un club, costruire uno stadio di proprietà in Italia è molto molto complicato. Lo sanno bene Milan e Inter a Milano, così come lo sanno bene Roma nella capitale e Fiorentina a Firenze. Lo sanno bene anche i vertici del calcio e dello sport italiano, Coni, Figc e Lega calcio, che non più di 10 giorni fa hanno scritto e inviato una lettera al governo intestata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro dello Sport Vincenzo Spadafora e al ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini evidenziando il difficile momento che sta vivendo il calcio italiano e lo stato di arretratezza delle infrastrutture sportive del nostro Paese rispetto al contesto europeo. Nella lettera, poi, si fa riferimento alla differenza che esiste tra Italia e resto d'Europa a livello di tempi e burocrazia: «Le case per i nostri tifosi non sono più accoglienti, necessitano di un rinnovamento profondo non più procrastinabile e richiesto a gran voce da molte Società, fermate da una burocrazia che impedisce loro di investire e rinnovare, anche a beneficio dell'intero sistema sportivo italiano. I tempi medi per ottenere l'autorizzazione ad erigere un nuovo impianto in Italia variano tra gli 8-10 anni, dato sensibilmente superiore rispetto al benchmark europeo che si attesta a 2-3 anni».
Avere un proprio impianto nel calcio di oggi è più che mai cruciale se si vuole avere una certa stabilità finanziaria, e non è un caso, infatti, se quattro imprenditori entrati nel nostro calcio di recente hanno messo al primo posto della loro mission l'obiettivo di realizzare lo stadio di proprietà. Stiamo parlando di Rocco Commisso, presidente della Fiorentina, Dan Friedkin, numero uno della Roma, Kyle Krause, neo proprietario del Parma e Joe Saputo, chairman del Bologna. In comune non hanno solo le origini nordamericane e la gestione di un club della nostra Serie A, ma anche il fermo desiderio e intento di portare a termine una missione: regalare ai tifosi uno stadio nuovo, moderno e di proprietà. Significa maggiori ricavi, migliore gestione del club, migliori risultati sportivi.
E non è nemmeno un caso se tra i quattro, quello a essere più avanti con i lavori è proprio il canadese Saputo, alla guida del Bologna dal 2014, e quindi il più "longevo" se così si può dire, dei quattro, visto che i suoi colleghi si sono insediati in Italia quest'anno, per quanto riguarda Friedkin e Krause, e l'anno scorso, per quanto riguarda Commisso. Non solo. Quello che sta portando avanti Saputo a Bologna è un progetto di riammodernamento dello stadio Renato Dall'Ara: un'operazione da 100 milioni di euro che porterà a un totale restyling dell'impianto che avrà una capienza di 30.000 spettatori e vedrà, rispetto a quello attuale, l'avvicinamento delle tribune al campo e la completa copertura degli spalti. Lo stadio nuovo non sarà funzionale solamente il giorno della partita, ma tutta la settimana con attività sportive, visto che alle piscine già esistenti saranno affiancate palestre e spazi per l'attività sportiva all'aperto nell'area dell'antistadio, ma anche con spazi di ristorazione e la possibilità di organizzare e ospitare eventi. «Siamo in linea con i lavori previsti. In questa fase dobbiamo trovare il luogo giusto in cui far giocare la squadra quando lo stadio sarà chiuso per i lavori. Una volta definito questo, i lavori di ristrutturazione del Dall'Ara credo potranno cominciare nel 2022. Voglio dire un grande grazie al Comune di Bologna per il supporto al progetto» ha commentato pochi giorni fa il numero uno dei felsinei.
Ben più complicata e aggrovigliata è, invece, la matassa legata allo stadio della Fiorentina. Da un lato Commisso insiste per acquistare un terreno e costruire l'impianto. Dall'altro il governatore pd della Regione Toscana, Eugenio Giani, spinge per concedere al massimo un restyling dell'Artemio Franchi. Il presidente viola, però, deve dialogare con un altro dem, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, il quale ha ribadito a più riprese la volontà di ristrutturare il Franchi.
A Parma, invece, Krause va di fretta. Insediatosi alla presidenza del club gialloblù lo scorso settembre, è già al lavoro per discutere con il Comune circa le possibilità di costruire un nuovo stadio. A metà dicembre c'è stata un incontro in municipio con il sindaco Federico Pizzarotti, il vicesindaco con delega allo Sport Marco Bosi e l'assessore ai Lavori pubblici Michele Alinovi. Come primo step si è parlato di una eventuale ristrutturazione del Tardini e dello sviluppo dell'area adiacente. Il primo progetto presentato da Krause è stato subito ritirato dallo stesso presidente del Parma, il quale ha detto di volersi impegnare per prepararne uno nuovo da consegnare entro la prossima estate.
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Il sindaco sa che abbattere il Giuseppe Meazza potrebbe risultare divisivo agli occhi della città. E allo stesso tempo incassa l'appoggio dei Verdi in vista delle elezioni comunali 2021.In Italia tempi sempre più dilatati per costruire l'impianto di proprietà. Non solo Milan, Inter e Roma, ma anche Fiorentina e Parma alle prese con le lungaggini burocratiche e gli intoppi politici. Rocco Commisso dovrà vedersela con Dario Nardella ed Eugenio Giani, Kyle Krause ha avviato i colloqui con Federico Pizzarotti. A Bologna i lavori per il restyling del Dall'Ara nel 2022.Lo speciale contiene due articoli.C'è un ostacolo grande come lo stadio di San Siro sulla strada che potrebbe confermare Giuseppe Sala come sindaco di Milano nella primavera del 2021. E' un argomento molto delicato quello del Meazza, dove giocano le due squadre cittadine Milan e Inter. E' noto da tempo come i due club di Serie A vogliano costruirsi uno stadio di proprietà, in modo da valorizzare il loro brand. Viene fatto in tutta Europa e nel mondo. In Italia solo la Juventus al momento ci è riuscita. Negli ultimi anni Milan e Inter hanno iniziato un rapporto di collaborazione con palazzo Marino per capire come muoversi. Sul tavolo ci sono stati diversi progetti, dall'abbattimento di San Siro fino a una sua ristrutturazione. Poi si è parlato della costruzione di nuovi stadi in altri spazi pubblici della città. Alla fine del 2020 non è ancora chiaro quale sia il futuro se non che i proprietari di Milan e Inter vogliono trovare al più presto una soluzione. I tempi previsti per abbattimento, costruzione del nuovo impianto e delle nuove strutture residenziali e commerciali impiegherà almeno 7 anni, quindi non è detto che sarà pronto per le Olimpiadi Invernali del 2026. Sala ha capito che è meglio rinviare tutto a dopo le elezioni, anche per non passare come il sindaco che ha abbattuto lo stadio di San Siro. Si è mosso con una certa accortezza negli ultimi tempi sulla vicenda. E per prendere tempo, un paio di settimane fa, ha chiesto alle due squadre chiarezza sui loro azionisti. Nella lettera - ha fatto sapere palazzo Marino in una nota - l'amministrazione ha chiesto «alcuni chiarimenti e ulteriori approfondimenti». Si parte - mettono nero su bianco dal comune - «dalla necessità, come previsto dal Dpr 231/07, di poter accedere alla documentazione che attesti il possesso dei requisiti di partecipazione dei soggetti proponenti e l'effettiva titolarità delle azioni delle società proponenti». In pratica la giunta vuole sapere chi siano i proprietari delle squadre, un «tema su cui da tempo la direzione Appalti del Comune ha chiesto approfondimenti alle società e che, più di recente, è stato sollecitato anche dal Consiglio Comunale». Non solo. Tra i punti inseriti nella lettera, «anche la richiesta di opportuni chiarimenti rispetto alla quantità e alla qualità degli spazi che rimarranno ad uso pubblico, verde, aree pedonali, piazze, servizi. Vengono inoltre sollecitate precisazioni sulle funzioni di intrattenimento da convenzionare con il Comune di Milano e sono richieste integrazioni in merito alle valutazioni che supportano il piano economico finanziario». E' una partita di ampio respiro quella sullo stadio. Sala si gioca anche le alleanze. Non a caso dopo la mossa sullo stadio, i Verdi, partito in ascesa dopo la comparsa di Greta Thurnberg, hanno deciso di appoggiarlo. E in più la città è divisa sul nuovo stadio. Per il 57% dei milanesi, secondo un sondaggio Swg, un nuovo San Siro sarebbe inutile. La domanda sul progetto del nuovo stadio di Milan e Inter era: «Quanto ritiene sia utile un nuovo stadio, moderno e polifunzionale, in linea con gli stadi dei principali club europei?». Il 51% degli intervistati ha risposto «inutile». Una posizione chiara e resa ancor più netta (sale al 57%) se si aggiunge chi ha risposto «dannoso». I contrari sono nettamente superiori ai favorevoli che si fermano al 35%..<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-stadi-2649636211.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-stadi-di-proprieta-in-serie-a" data-post-id="2649636211" data-published-at="1608796885" data-use-pagination="False"> Gli stadi di proprietà in Serie A Il presidente della Fiorentina, Rocco Commisso (Ansa) Per un club, costruire uno stadio di proprietà in Italia è molto molto complicato. Lo sanno bene Milan e Inter a Milano, così come lo sanno bene Roma nella capitale e Fiorentina a Firenze. Lo sanno bene anche i vertici del calcio e dello sport italiano, Coni, Figc e Lega calcio, che non più di 10 giorni fa hanno scritto e inviato una lettera al governo intestata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro dello Sport Vincenzo Spadafora e al ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini evidenziando il difficile momento che sta vivendo il calcio italiano e lo stato di arretratezza delle infrastrutture sportive del nostro Paese rispetto al contesto europeo. Nella lettera, poi, si fa riferimento alla differenza che esiste tra Italia e resto d'Europa a livello di tempi e burocrazia: «Le case per i nostri tifosi non sono più accoglienti, necessitano di un rinnovamento profondo non più procrastinabile e richiesto a gran voce da molte Società, fermate da una burocrazia che impedisce loro di investire e rinnovare, anche a beneficio dell'intero sistema sportivo italiano. I tempi medi per ottenere l'autorizzazione ad erigere un nuovo impianto in Italia variano tra gli 8-10 anni, dato sensibilmente superiore rispetto al benchmark europeo che si attesta a 2-3 anni». Avere un proprio impianto nel calcio di oggi è più che mai cruciale se si vuole avere una certa stabilità finanziaria, e non è un caso, infatti, se quattro imprenditori entrati nel nostro calcio di recente hanno messo al primo posto della loro mission l'obiettivo di realizzare lo stadio di proprietà. Stiamo parlando di Rocco Commisso, presidente della Fiorentina, Dan Friedkin, numero uno della Roma, Kyle Krause, neo proprietario del Parma e Joe Saputo, chairman del Bologna. In comune non hanno solo le origini nordamericane e la gestione di un club della nostra Serie A, ma anche il fermo desiderio e intento di portare a termine una missione: regalare ai tifosi uno stadio nuovo, moderno e di proprietà. Significa maggiori ricavi, migliore gestione del club, migliori risultati sportivi.E non è nemmeno un caso se tra i quattro, quello a essere più avanti con i lavori è proprio il canadese Saputo, alla guida del Bologna dal 2014, e quindi il più "longevo" se così si può dire, dei quattro, visto che i suoi colleghi si sono insediati in Italia quest'anno, per quanto riguarda Friedkin e Krause, e l'anno scorso, per quanto riguarda Commisso. Non solo. Quello che sta portando avanti Saputo a Bologna è un progetto di riammodernamento dello stadio Renato Dall'Ara: un'operazione da 100 milioni di euro che porterà a un totale restyling dell'impianto che avrà una capienza di 30.000 spettatori e vedrà, rispetto a quello attuale, l'avvicinamento delle tribune al campo e la completa copertura degli spalti. Lo stadio nuovo non sarà funzionale solamente il giorno della partita, ma tutta la settimana con attività sportive, visto che alle piscine già esistenti saranno affiancate palestre e spazi per l'attività sportiva all'aperto nell'area dell'antistadio, ma anche con spazi di ristorazione e la possibilità di organizzare e ospitare eventi. «Siamo in linea con i lavori previsti. In questa fase dobbiamo trovare il luogo giusto in cui far giocare la squadra quando lo stadio sarà chiuso per i lavori. Una volta definito questo, i lavori di ristrutturazione del Dall'Ara credo potranno cominciare nel 2022. Voglio dire un grande grazie al Comune di Bologna per il supporto al progetto» ha commentato pochi giorni fa il numero uno dei felsinei.Ben più complicata e aggrovigliata è, invece, la matassa legata allo stadio della Fiorentina. Da un lato Commisso insiste per acquistare un terreno e costruire l'impianto. Dall'altro il governatore pd della Regione Toscana, Eugenio Giani, spinge per concedere al massimo un restyling dell'Artemio Franchi. Il presidente viola, però, deve dialogare con un altro dem, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, il quale ha ribadito a più riprese la volontà di ristrutturare il Franchi.A Parma, invece, Krause va di fretta. Insediatosi alla presidenza del club gialloblù lo scorso settembre, è già al lavoro per discutere con il Comune circa le possibilità di costruire un nuovo stadio. A metà dicembre c'è stata un incontro in municipio con il sindaco Federico Pizzarotti, il vicesindaco con delega allo Sport Marco Bosi e l'assessore ai Lavori pubblici Michele Alinovi. Come primo step si è parlato di una eventuale ristrutturazione del Tardini e dello sviluppo dell'area adiacente. Il primo progetto presentato da Krause è stato subito ritirato dallo stesso presidente del Parma, il quale ha detto di volersi impegnare per prepararne uno nuovo da consegnare entro la prossima estate.
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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iStock
Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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