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2018-11-07
Dalle Filippine a Genova: esposto contro Grimaldi
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Il sindacato dei marittimi Federmar-Cisal chiede chiarezza sulle eventuali responsabilità nel traffico di lavoratori filippini trattati alla stregua di schiavi di due gruppi di armatori napoletani. Si tratterebbe di Grimaldi e Giuseppe Bottiglieri shipping. Tutto nasce il 23 settembre 2018, quando la Philippines news agency, organo del governo di Manila, ha dato notizia di un'indagine avviata dalla National bureau investigation, e ancora oggi in corso, relativa alle modalità illegali di reclutamento dei lavoratori del settore marittimo operate da alcune agenzie filippine. In particolare, dall'indagine filippina è emerso il collegamento tra tali agenzie di reclutamento situate nel Paese e alcune compagnie marittime italiane ovvero Grimaldi group e Giuseppe Bottiglieri company s.p.a., entrambe con sede legale a Napoli. L'indagine riguarda alcune società filippine di manning, ovvero specializzate nel reclutamento di personale marittimo, ma prive di autorizzazioni e quindi impegnate a tutti gli effetti in un vero e proprio traffico di lavoratori marittimi trattati ai limiti dello schiavismo.
Alessandro Pico, segretario generale di Federmar-Cisal, il sindacato che sulle navi che battono bandiera italiana è riferimento per oltre il 38% dei lavoratori, ha presentato un esposto alla Procura di Genova chiedendo che sia fatta chiarezza e siano svolti accertamenti approfonditi sull'utilizzo di marittimi extracomunitari sottopagati e sfruttati a bordo di navi battenti bandiera italiana e sia accertata quindi l'eventuale responsabilità in particolare di due gruppi armatoriali le cui navi battono bandiera italiana.
Inoltre, si legge nella nota diffusa dal sindacato, «Federmar-Cisal chiede alla magistratura inquirente italiana di fare luce sulle connessioni fra queste agenzie di manning e altre localizzate a Montecarlo e a Malta, nonché sul fatto che proprio il responsabile dell'agenzia Monegasca citata nel rapporto del governo di Manila (Marcello Pica, ndr) sia stato ufficialmente nominato Marine Hr director di quel gruppo Grimaldi che nell'inchiesta riportata sul sito del governo filippino viene indicato come ispiratore di queste attività di reclutamento illegale di marittimi extra comunitari». Nell'esposto si fa anche cenno alle condizioni di reclutamento degli equipaggi comunitari in genere, citando anche il caso dell'equipaggio bulgaro impegnato su una nave Grimaldi sulle rotte nazionali fra Genova e la Sardegna.
Quanto il sindacato chiede venga chiarito riguarda l'arruolamento da parte di alcuni armatori di lavoratori marittimi privi di qualsiasi titolo e certificazione di sicurezza per operare in tale settore con ogni probabilità anche con una retribuzione decisamente inferiore rispetto alle previsioni di legge e del contratto collettivo. Addirittura, si legge nell'esposto, «vi è il sospetto che tali lavoratori, dopo essere stati reclutati ed imbarcati sulle navi di tali compagnie, siano costretti a sostenere orari di lavoro devastanti (circa 18 ore al giorno) e oltretutto a restituire alle agenzie di manning una parte della loro retribuzione».
Pico aveva annunciato l'esposto già in un'intervista di un mese fa alla Verità. In quell'occasione aveva parlato di un gioco «che già conosciamo: cioè che questi lavoratori vengono assunti con busta paga apparentemente regolare ma che poi, per tenersi il posto, siano costretti a restituire a chi gli procura il lavoro una parte del denaro». Si tratta, spiegava ancora Pico, di una patria che colpisce molti settori in Italia, e soprattutto i lavoratori stranieri che provengono da Paesi poveri, che sono sono «più esposti, perché più ricattabili».
Grecia e Francia tutelano i marittimi locali
Ad agosto Vincenzo Onorato, presidente del gruppo Onorato armatori (che raggruppa Moby, Tirrenia e Toremar), varando nei cantieri tedeschi Flensburger la nuova nave ro-ro Maria Grazia Onorato (così chiamata in onore della madre), lanciava l'allarme: «Abbiamo 60.000 marittimi italiani che sono a terra, disoccupati. Questa è la nostra battaglia». Già, perché quella non era solo la più grande ro-ro del Mediterraneo, ma era anche il suo «manifesto politico», usando le sue parole. La nuova nave porta sulla fiancata la scritta «Onorato per i marittimi italiani», una politica che, assicurava l'armatore, «si tocca con mano, sono 35.000 tonnellate di acciaio che scendono in acqua».
Durante la cerimonia in cantiere era intervenuto anche Stefano Messina, presidente dell'associazione Assarmatori (a cui aderiscono le compagnie del gruppo Onorato), che ha esortato il sistema Paese a supportare le aziende dello shipping e tutto il loro indotto, guardando all'intera filiera, dalla cantieristica fino al mondo della finanza.
A oggi tuttavia, nulla sembra muoversi per far fronte a questa problematica. E pensare che basterebbe prendere ispirazione da quanto fatto da due Paesi a noi vicini e affini: Francia e Grecia. A citare due virtuosi esempi è l'associazione Salviamo il futuro, un centro studi fortemente voluto proprio da Onorato. Il gruppo denuncia l'immobilismo di istituzioni italiane e organismi preposti al controllo, che continuano a chiudere forse entrambi gli occhi sugli abusi commessi da armatori italiani che anche sulle rotte nazionali, mascherate da rotte internazionali, utilizzano marittimi extra comunitari con salari da schiavitù. Paesi con forti tradizioni marittime hanno deciso di cambiare rotta. Certo, Francia e Grecia non devono affrontare, come accade all'Italia, una vera e propria emergenza nazionale sul fronte della disoccupazione marittima, si legge in una nota di Salviamo il futuro. Ma i governi di Parigi e Atene hanno deciso di intervenire con una riforma legislativa e con misure amministrative di totale protezione dei lavoratori nazionali e comunitari.
A fine agosto al Senato francese è stata depositata la proposta di legge di riforma delle norme sul Registro internazionale marittimo francese che prevede anche per i traffici internazionali una valutazione puntuale delle percentuale di extracomunitari autorizzati in funzione delle indicazioni che arriveranno dall'Agenzia nazionale per l'impiego. Un esempio: aumentano i disoccupati tra i marittimi francesi, di conseguenza la percentuale di extracomunitari autorizzata sarà oggetto di un drastico ridimensionamento. Inoltre, il Senato francese potrebbe fissare procedure molto restrittive di controllo sui requisiti e le certificazioni professionali dei marittimi extracomunitari imbarcati su navi francesi e che una quota del risparmio (in tasse e oneri previdenziali) di cui gli armatori francesi iscritti al Registro internazionale beneficiano dovrà essere devoluta a favore della cassa di previdenza e pensione dei marittimi francesi.
L'altro caso virtuoso è quello della Grecia, dove il sindacato ha addirittura creato una banca dati dell'impiego nel settore marittimo. In terra ellenica il numero di marittimi nazionali con impiego a bordo di navi mercantili comunque riconducibili a interessi greci ha raggiunto nel 2017 quota 15.968 in crescita del 12% rispetto all'anno precedente e ai livelli più alti dal 2000 a oggi. Si tratta, secondo i dati forniti dell'istituto nazionale di statistica, di un'inversione di tendenza rispetto ai decenni precedenti. Il cambio di rotta si è verificato nel 2016 per effetto di una legge che prescrive con precisione la percentuale di marittimi greci che devono essere imbarcati sulle navi greche e di una serie di circolari amministrative finalizzate, per esempio nel caso dei cadetti, a rendere conveniente l'imbarco di personale di nazionalità greca. Una legge che, tra le altre cose, prevede anche che solo marittimi comunitari (greci) possano operare a bordo di navi impegnate in servizi passeggeri per le isole e che lo stesso valga per i servizi di rimorchio nei porti greci.
I nostri partner-rivali che affacciano sul Mediterraneo e che non vivono una crisi del settore si sono mossi. L'Italia, che invece la crisi la vive, rimarrà immobile ancora per molto?
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Il sindacato dei marittimi chiede alla magistratura inquirente italiana di fare luce sulle connessioni fra le agenzie di manning filippine specializzate nel reclutamento di personale e le altre localizzate a Montecarlo e Malta dopo un'inchiesta dei pm locali.Sul fronte della lotta alla disoccupazione marittima gli esempi virtuosi di Francia e Grecia: i governi di Parigi e Atene hanno deciso infatti di intervenire con una riforma legislativa e con misure amministrative di totale protezione dei lavoratori nazionali e comunitari.Lo speciale contiene due articoli.Il sindacato dei marittimi Federmar-Cisal chiede chiarezza sulle eventuali responsabilità nel traffico di lavoratori filippini trattati alla stregua di schiavi di due gruppi di armatori napoletani. Si tratterebbe di Grimaldi e Giuseppe Bottiglieri shipping. Tutto nasce il 23 settembre 2018, quando la Philippines news agency, organo del governo di Manila, ha dato notizia di un'indagine avviata dalla National bureau investigation, e ancora oggi in corso, relativa alle modalità illegali di reclutamento dei lavoratori del settore marittimo operate da alcune agenzie filippine. In particolare, dall'indagine filippina è emerso il collegamento tra tali agenzie di reclutamento situate nel Paese e alcune compagnie marittime italiane ovvero Grimaldi group e Giuseppe Bottiglieri company s.p.a., entrambe con sede legale a Napoli. L'indagine riguarda alcune società filippine di manning, ovvero specializzate nel reclutamento di personale marittimo, ma prive di autorizzazioni e quindi impegnate a tutti gli effetti in un vero e proprio traffico di lavoratori marittimi trattati ai limiti dello schiavismo.Alessandro Pico, segretario generale di Federmar-Cisal, il sindacato che sulle navi che battono bandiera italiana è riferimento per oltre il 38% dei lavoratori, ha presentato un esposto alla Procura di Genova chiedendo che sia fatta chiarezza e siano svolti accertamenti approfonditi sull'utilizzo di marittimi extracomunitari sottopagati e sfruttati a bordo di navi battenti bandiera italiana e sia accertata quindi l'eventuale responsabilità in particolare di due gruppi armatoriali le cui navi battono bandiera italiana.Inoltre, si legge nella nota diffusa dal sindacato, «Federmar-Cisal chiede alla magistratura inquirente italiana di fare luce sulle connessioni fra queste agenzie di manning e altre localizzate a Montecarlo e a Malta, nonché sul fatto che proprio il responsabile dell'agenzia Monegasca citata nel rapporto del governo di Manila (Marcello Pica, ndr) sia stato ufficialmente nominato Marine Hr director di quel gruppo Grimaldi che nell'inchiesta riportata sul sito del governo filippino viene indicato come ispiratore di queste attività di reclutamento illegale di marittimi extra comunitari». Nell'esposto si fa anche cenno alle condizioni di reclutamento degli equipaggi comunitari in genere, citando anche il caso dell'equipaggio bulgaro impegnato su una nave Grimaldi sulle rotte nazionali fra Genova e la Sardegna.Quanto il sindacato chiede venga chiarito riguarda l'arruolamento da parte di alcuni armatori di lavoratori marittimi privi di qualsiasi titolo e certificazione di sicurezza per operare in tale settore con ogni probabilità anche con una retribuzione decisamente inferiore rispetto alle previsioni di legge e del contratto collettivo. Addirittura, si legge nell'esposto, «vi è il sospetto che tali lavoratori, dopo essere stati reclutati ed imbarcati sulle navi di tali compagnie, siano costretti a sostenere orari di lavoro devastanti (circa 18 ore al giorno) e oltretutto a restituire alle agenzie di manning una parte della loro retribuzione».Pico aveva annunciato l'esposto già in un'intervista di un mese fa alla Verità. In quell'occasione aveva parlato di un gioco «che già conosciamo: cioè che questi lavoratori vengono assunti con busta paga apparentemente regolare ma che poi, per tenersi il posto, siano costretti a restituire a chi gli procura il lavoro una parte del denaro». Si tratta, spiegava ancora Pico, di una patria che colpisce molti settori in Italia, e soprattutto i lavoratori stranieri che provengono da Paesi poveri, che sono sono «più esposti, perché più ricattabili».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-marittimi-2618541612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grecia-e-francia-tutelano-i-marittimi-locali" data-post-id="2618541612" data-published-at="1775151008" data-use-pagination="False"> Grecia e Francia tutelano i marittimi locali Ad agosto Vincenzo Onorato, presidente del gruppo Onorato armatori (che raggruppa Moby, Tirrenia e Toremar), varando nei cantieri tedeschi Flensburger la nuova nave ro-ro Maria Grazia Onorato (così chiamata in onore della madre), lanciava l'allarme: «Abbiamo 60.000 marittimi italiani che sono a terra, disoccupati. Questa è la nostra battaglia». Già, perché quella non era solo la più grande ro-ro del Mediterraneo, ma era anche il suo «manifesto politico», usando le sue parole. La nuova nave porta sulla fiancata la scritta «Onorato per i marittimi italiani», una politica che, assicurava l'armatore, «si tocca con mano, sono 35.000 tonnellate di acciaio che scendono in acqua».Durante la cerimonia in cantiere era intervenuto anche Stefano Messina, presidente dell'associazione Assarmatori (a cui aderiscono le compagnie del gruppo Onorato), che ha esortato il sistema Paese a supportare le aziende dello shipping e tutto il loro indotto, guardando all'intera filiera, dalla cantieristica fino al mondo della finanza.A oggi tuttavia, nulla sembra muoversi per far fronte a questa problematica. E pensare che basterebbe prendere ispirazione da quanto fatto da due Paesi a noi vicini e affini: Francia e Grecia. A citare due virtuosi esempi è l'associazione Salviamo il futuro, un centro studi fortemente voluto proprio da Onorato. Il gruppo denuncia l'immobilismo di istituzioni italiane e organismi preposti al controllo, che continuano a chiudere forse entrambi gli occhi sugli abusi commessi da armatori italiani che anche sulle rotte nazionali, mascherate da rotte internazionali, utilizzano marittimi extra comunitari con salari da schiavitù. Paesi con forti tradizioni marittime hanno deciso di cambiare rotta. Certo, Francia e Grecia non devono affrontare, come accade all'Italia, una vera e propria emergenza nazionale sul fronte della disoccupazione marittima, si legge in una nota di Salviamo il futuro. Ma i governi di Parigi e Atene hanno deciso di intervenire con una riforma legislativa e con misure amministrative di totale protezione dei lavoratori nazionali e comunitari.A fine agosto al Senato francese è stata depositata la proposta di legge di riforma delle norme sul Registro internazionale marittimo francese che prevede anche per i traffici internazionali una valutazione puntuale delle percentuale di extracomunitari autorizzati in funzione delle indicazioni che arriveranno dall'Agenzia nazionale per l'impiego. Un esempio: aumentano i disoccupati tra i marittimi francesi, di conseguenza la percentuale di extracomunitari autorizzata sarà oggetto di un drastico ridimensionamento. Inoltre, il Senato francese potrebbe fissare procedure molto restrittive di controllo sui requisiti e le certificazioni professionali dei marittimi extracomunitari imbarcati su navi francesi e che una quota del risparmio (in tasse e oneri previdenziali) di cui gli armatori francesi iscritti al Registro internazionale beneficiano dovrà essere devoluta a favore della cassa di previdenza e pensione dei marittimi francesi.L'altro caso virtuoso è quello della Grecia, dove il sindacato ha addirittura creato una banca dati dell'impiego nel settore marittimo. In terra ellenica il numero di marittimi nazionali con impiego a bordo di navi mercantili comunque riconducibili a interessi greci ha raggiunto nel 2017 quota 15.968 in crescita del 12% rispetto all'anno precedente e ai livelli più alti dal 2000 a oggi. Si tratta, secondo i dati forniti dell'istituto nazionale di statistica, di un'inversione di tendenza rispetto ai decenni precedenti. Il cambio di rotta si è verificato nel 2016 per effetto di una legge che prescrive con precisione la percentuale di marittimi greci che devono essere imbarcati sulle navi greche e di una serie di circolari amministrative finalizzate, per esempio nel caso dei cadetti, a rendere conveniente l'imbarco di personale di nazionalità greca. Una legge che, tra le altre cose, prevede anche che solo marittimi comunitari (greci) possano operare a bordo di navi impegnate in servizi passeggeri per le isole e che lo stesso valga per i servizi di rimorchio nei porti greci.I nostri partner-rivali che affacciano sul Mediterraneo e che non vivono una crisi del settore si sono mossi. L'Italia, che invece la crisi la vive, rimarrà immobile ancora per molto?
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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