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2018-12-05
La fattura elettronica regala alle Entrate le chiavi delle aziende
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Cosa si compra e come lo si fa saranno dati noti all'Agenzia delle entrate a partire dall'anno prossimo. La fattura elettronica riuscirà infatti a convogliare, in uno o più file, una mole di dati che l'Amministrazione fiscale non avrebbe mai immaginato di poter avere. Negli anni scorsi si era infatti più volte pensato di iniziare a scannerizzare i vari social network, alla caccia di maggiori informazioni per scoprire gli evasori, ma l'Italia non ha mai adottato una norma simile, a dispetto di Paesi come Francia e Canada, dove già da tempo è una prassi consolidata. Eppure, a partire dal 2019, con l'entrata in vigore della fatturazione elettronica l'Agenzia delle entrate verrà a conoscenza di dati su beni venduti, con tanto di descrizione, di sconti applicati, di fidelizzazioni, di abitudini di consumo, di informazioni legate al mondo della sanità, le diverse tipologie di consumi, la fatturazione dettagliata, la regolarità di pagamenti, e l'appartenenza a particolari categorie. Una quantità di informazioni che poco c'entrano con le verifiche fiscali dell'Agenzia. L'archiviazione di queste informazioni sarà possibile dato che l'Amministrazione fiscale giocherà un ruolo centrale all'interno del processo di invio-ricezione e conservazione della e-fattura.
L'Agenzia, dopo aver recapitato le varie fatture elettroniche, dovrà infatti archiviare tutti i dati presenti su queste, e dunque, non solo quelli necessari ad assolvere gli obblighi fiscali. Conseguenza del fatto che si andranno a conservare la fattura vera e propria in formato Xml, che conterrà sia le informazioni fiscali sia i vari allegati inseriti dall'operatore. Il fatto che con la fattura elettronica sarebbero entrati in circolo una mole così importante di informazioni private era però risaputo dalla stessa Agenzia delle entrate, tanto che nel provvedimento n. 89757, di aprile 2018 si fa esplicito riferimento a dati che nulla c'entrano con gli adempimenti fiscali (a integrazione delle informazioni obbligatorie, il file della fattura consente di inserire facoltativamente ulteriori dati utili alla gestione del ciclo attivo e passivo degli operatori). Il problema è dunque la non azione da parte dell'Amministrazione fiscale. Da aprile a dicembre non si sono infatti fatti passi avanti nell'identifica di qualche misura specifica per cercare di tutelare i dati personali del contribuente. A rendere di dominio pubblico, il problema di "dati non fiscali", è stato a metà novembre il Garante della Privacy che ha bacchettato l'operato dell'Agenzia delle entrate, chiedendo spiegazioni sull'intero sistema di fattura elettronica. Chiarimenti che a meno di un mese dalla partenza della e-fattura non sono ancora arrivati. Potenzialmente l'Agenzia delle entrate potrebbe dunque riuscire a disegnare una sorta di mappa, abbastanza precisa della vita quotidiana e delle abitudini dei contribuenti italiani. Informazioni che, se analizzate potrebbero dare il via a una serie di verifiche fiscali a tappeto, alla ricerca dell'evasore di turno. Indagini che non deriverebbero dall'analisi del 730 o da una segnalazione da parte di un operatore del settore, ma direttamente da dati che il contribuente non voleva di certo comunicare all'Agenzia delle entrate.
La lista dei paradisi fiscali targata Ue non ha prodotto alcuna sanzione
Il 5 dicembre del 2017 il Consiglio economia e finanza dell'Ue (Ecofin) pubblicò la prima lista di paradisi fiscali extra Ue. Sarebbe dovuto essere un progetto ambizioso, che avrebbe ristabilito l'ordine fiscale e le regole tra i vari paradisi fiscali, per impedire che si verificassero, ancora, scandali come i Panama papers. E sarebbe dovuta essere anche migliore rispetto alla lista Ocse, che attualmente contiene solo un paradiso fiscale. Intenzioni che non sono state rispettate a causa dell'intromissione politica da parte di alcuni stati membri, che hanno deciso di favorire giurisdizioni, extra Ue amiche. E dunque la Francia con il Marocco, il Regno Unito con tutti i suoi territori d'oltremare e molti altri Paese Ue, con i loro agire, hanno finito per depotenziare gli sforzi europei di creare una lista dei paradisi fiscali seria e concreta. A prendere le distanze dall'esito del risultato finale è stato anche lo stesso Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari, che qualche settimana prima dell'annuncio, da parte dell'Ecofin, ha dichiarato come «questa lista non è una proposta della Commissione, voglio essere chiaro». Lista che in effetti è stata redatta dal Gruppo del codice di condotta dell'Ue, che lavora da sempre a stretto contatto con la Commissione. Una lista, che rispetto al lavoro dell'Ocse non ha nulla di innovativo. Molti criteri, per selezionare le "cattive" giurisdizioni sono infatti stati presi direttamente dall'Ocse, così come (in parte) il metodo di analisi. Inoltre, a depotenziare ulteriormente l'iniziativa del gruppo del codice di condotta ci sono due elementi: l'esclusione dei Paesi membri Ue dalla lista e la non introduzione delle sanzioni.
Il 5 dicembre 2017 quando venne pubblicata la prima lista dei paradisi fiscali extra Ue, si disse infatti che il Gruppo del codice di condotta stava lavorando a delle sanzioni, non meglio specificate. Annunci che sono proseguiti per tutto il 2018, senza però arrivare mai alla creazione di sanzioni vere e proprie. Altro aspetto che caratterizza la lista Ue è la velocità con cui sono state tolte giurisdizioni dalla lista nera per metterle in quella grigia (quando si è dato il via alla lista dei paradisi fiscali, si è deciso di creare due liste: quella nera, per i Paesi che non avevano risposto alle lettere mandate dall'Ue per modificare i propri regimi fiscali e quella grigia dove erano presenti le giurisdizioni che avevano iniziato a collaborare con l'Ue per modificare i regimi fiscali considerati dannosi). In un anno la lista nera che contava 17 Paesi è arriva a contenerne meno di sette. Il passaggio da una lista all'altra è risultato essere dunque molto semplice. Bastava infatti presentare una lettera di intenti dove si prometteva all'Unione europea di modificare i regimi fiscali considerati dannosi o di impegnarsi a rispettare parametri Ocse o di entrare a far parte di diversi Forum fiscali, che ci si assicurava un posto nella lista grigia. Caso particolare, e mai avvenuto a distanza di 12 mesi dall'annuncio della prima lista, il passaggio dalla lista grigia a quella nera. Opzione che si sarebbe potuta verificare nel caso in cui una giurisdizione della lista grigia non avesse rispettato gli impegni presi con la Commissione. Eppure, pochissime giurisdizioni, presenti all'interno della lista grigia, hanno iniziato a intraprendere i lavori per modificare i propri regimi fiscali. Molte altre, avendo invece fissato come deadline date lontane (2021 o il 2022) si sentono legittimate a mantenere i regimi fiscali "nocivi" ancora in vigore. La lista Ocse, tanto criticata a livello Europeo ha però lasciato andare i Paradisi fiscali selezionati, molto meno velocemente. Ci sono infatti voluti circa due anni prima che la lista Ocse si iniziasse a svuotare.
«Anche chi ha già aderito alle precedenti rottamazioni potrà avere una dilazione dei pagamenti»

Superanagrafe, conti spiati, grande fratello fiscale. Ecco le parole tornate di moda negli ultimi tempi parlando di lotta all'evasione, ma cosa c'è di vero? Ne abbiamo parlato con la commercialista Rosanna Acierno, una delle massime esperte di contenzioso tributario in Italia.
Dottoressa, qual è la vera novità a proposito di verifiche e accertamenti dell'amministrazione finanziaria nei confronti dei contribuenti?
«Da quest'anno accedere, a scopo di analisi, all'archivio dei Rapporti finanziari dell'Anagrafe tributaria potrebbe non essere più prerogativa della sola Agenzia delle entrate, potendo farlo, in virtù di un emendamento al Dl fiscale, anche la Guardia di finanza».
Ma cos'è esattamente questa anagrafe?
«Si tratta di una banca dati che raccoglie tutte le informazioni fiscali di persone fisiche e giuridiche (unione organizzata di uomini e beni dotata di propria capacità giuridica, ad esempio società) e viene utilizzata per selezionare i soggetti «da verificare», ovverosia quelli che, dall'analisi svolta sulle informazioni contenute nella banca dati, rientrerebbero tra i contribuenti potenzialmente a rischio evasione. In sostanza, l'amministrazione finanziaria è in grado di riscontrare la compatibilità del reddito dichiarato dal contribuente con il suo tenore di vita».
Da quanti anni esiste?
«È stata istituita nel lontano 1973 e rappresenta un valido strumento poiché in essa confluiscono periodicamente e automaticamente numerosissime informazioni sui contribuenti, quali le spese sostenute in un determinato anno di imposta, i contributi previdenziali, le rate del mutuo, le spese mediche, i premi assicurativi, luce, gas e tutte le utenze domestiche, le ristrutturazioni edilizie, immatricolazioni di veicoli e motocicli, spesometro - ovverosia le operazioni Iva con importi rilevanti - e altro ancora».
Al suo interno è stata creata una sottoanagrafe, chiamata “archivio dei rapporti": di cosa si tratta?
«Essa contiene i dati, a partire dal periodo di imposta 2005, ed in maniera più strutturata dal 2009, relativi all'accensione, variazione e la cessazione di qualunque tipo di rapporto intrattenuto da qualsiasi contribuente, anche se residente all'estero, con banche, Poste e altri intermediari finanziari italiani e, dal 2012, anche le informazioni sui saldi e sulle movimentazioni dei rapporti».
Quindi se si apre o si chiude un conto?
«Il dato finisce nell'archivio».
Da chi viene effettuata l'analisi di rischio sui dati dei contribuenti?
«Deve essere effettuata attraverso algoritmi, che valutano i dati comparati relativi a tutti i contribuenti per evitare violazioni della privacy. Spieghiamo meglio: non è il singolo funzionario dell'Agenzia delle entrate o della Guardia di Finanza che prende visione dei dati e decide chi sottoporre a verifica (che è una attività preliminare a quella dell'accertamento, quindi non sono la stessa cosa), ma a farlo dovrà esserlo un software molto sofisticato, realizzato da Sogei su precise indicazioni di Agenzia delle entrate e GdF. Questa analisi di rischio assegna specifici punteggi a ciascun contribuente dai quali scaturisce una lista di soggetti "meritevoli di ulteriori attenzioni"».
Come mai un software? Non è un metodo troppo razionale, forse imperfetto nella sua essenza matematica?
«In realtà la scelta di utilizzare un software è stata indotta dall'esigenza di evitare il c.d. spionaggio fiscale, cioè di evitare possibili distorsioni nell'uso dello strumento informativo o eccessiva intrusività del singolo funzionario dell'Agenzia delle entrate o miliare della Gdf nel condurre verifiche verticali su specifiche persone. Questi ultimi, infatti, posso, ad oggi, accedere all'archivio dei rapporti solo previa autorizzazione dei loro vertici e soprattutto possono farlo limitatamente al singolo codice fiscale (relativo a persona fisica o giuridica) del contribuente che gli è stato ordinato di verificare (cioè controllare nel dettaglio)».
Chi fa l'accertamento vero e proprio nei confronti del contribuente?
«Guardia di Finanza e Agenzia delle entrate svolgono entrambe le verifiche fiscali, cioè le attività istruttorie volte a constatare eventuali violazioni agli obblighi tributari, ma l'accertamento vero e proprio è di competenza della sola Agenzia».
E se vengono constate violazioni?
«Nel caso in cui un contribuente sia oggetto di verifica, ha la possibilità di fare il ravvedimento, un istituto che permette di correggere la mancata dichiarazione delle maggiori imposte con le sanzioni ridotte a un quinto, che potrebbe così evitare l'accertamento vero e proprio».
Tornando per un attimo alla cronologia delle innovazioni apportate dal legislatore, l'anagrafe dei rapporti negli anni si è ulteriormente arricchita…
«Esatto. Se inizialmente l'amministrazione finanziaria disponeva dei soli dati identificativi dei rapporti bancari, dal 2011 (grazie al d.l. 201/2011 ndr) la stessa dispone di ulteriori e più rilevanti informazioni. Pertanto, nel sistema attuale, come abbiamo detto, l'obbligo di comunicazione comprende anche i dati, per ogni anno, relativi ai saldi iniziali e finali di ciascun conto ed all'importo complessivo di tutte le movimentazioni effettuate. Oggi, secondo gli obblighi comunicativi di legge, l'Archivio dei rapporti contiene dati relativi a tutti i rapporti continuativi esistenti al 1° gennaio 2005 o costituiti dopo quella data e alle operazioni extra-conto».
Lo stesso decreto del 2011 ha previsto ulteriori obblighi di comunicazione per gli intermediari, quindi banche, Poste…
«Sì. Una ulteriore integrazione ai dati da trasmettere è stata richiesta dal direttore dell'Agenzia con un provvedimento del 2015, che ha previsto, tra le informazioni da fornire all'Anagrafe, anche la giacenza media dei rapporti finanziari in ciascun un anno».
Con una circolare del 2007 l'Agenzia aveva chiarito che devono essere comunicate anche altre tipologie di rapporti: quali?
«Ad esempio rapporti coperti dal c.d. “scudo fiscale", ma anche quelli che fanno capo a soggetti non residenti o che hanno come controparte intermediari finanziari».
Quindi anche eventuali conti aperti tramite società fiduciarie, che per anni sono state le roccaforti dei grandi imprenditori?
«Proprio così, sono ormai trasparenti anche quelli».
E le operazioni extra conto?
«Anch'esse sono oggetto di comunicazione. Esse sono caratterizzate dal fatto di non essere riconducibili a un rapporto continuativo e vi rientrano ad esempio gli acquisti e le vendite di valute estere, i bonifici sull'estero e i servizi eurogiro e moneygram».
Arrivando, infine, alle novità nel Decreto fiscale allo studio del Parlamento, forte dei successi degli anni precedenti, esso introduce la c.d. rottamazione ter: chi riguarda?
«Riguarda le contestazioni di somme già passate in riscossione – relative ai carichi dal 2000 al 2017 – e permette di avere uno sconto su sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione (percentuale che si prende l'Agenzia riscossione ndr). Sarà possibile rottamare anche per chi ha già aderito alle precedenti rottamazioni, avendo altresì una dilazione dei pagamenti. Insomma, un bel risparmio, soprattutto per chi ha debiti con il Fisco molto vecchi».
Maria Elena Capitanio
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Con l'entrata in vigore della fatturazione elettronica l'Agenzia delle entrate verrà a conoscenza di informazioni che poco hanno a che fare con le verifiche fiscali: dati su beni venduti, con tanto di descrizione, di sconti applicati, di fidelizzazioni, di abitudini di consumo. Per questo l'authority ha posto il veto: rischio privacy ma anche ulteriori accertamenti.Un anno fa Ecofin pubblicò l'elenco dei paradisi fiscali extra Ue con l'obiettivo di impedire scandali come i Panama papers. Ma alcuni stati membri che hanno deciso di favorire giurisdizioni extra Ue amiche, hanno finito per depotenziare gli sforzi europei di creare una lista seria e concreta. La lista Ocse si è rivelata molto più efficiente.La commercialista Rosanna Acierno spiega come funziona la superanagrafe dei conti correnti e aggiunge «La rottamazione ter riguarda le contestazioni di somme già passate in riscossione e permette di avere uno sconto su sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione».Lo speciale contiene tre articoli.!function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Cosa si compra e come lo si fa saranno dati noti all'Agenzia delle entrate a partire dall'anno prossimo. La fattura elettronica riuscirà infatti a convogliare, in uno o più file, una mole di dati che l'Amministrazione fiscale non avrebbe mai immaginato di poter avere. Negli anni scorsi si era infatti più volte pensato di iniziare a scannerizzare i vari social network, alla caccia di maggiori informazioni per scoprire gli evasori, ma l'Italia non ha mai adottato una norma simile, a dispetto di Paesi come Francia e Canada, dove già da tempo è una prassi consolidata. Eppure, a partire dal 2019, con l'entrata in vigore della fatturazione elettronica l'Agenzia delle entrate verrà a conoscenza di dati su beni venduti, con tanto di descrizione, di sconti applicati, di fidelizzazioni, di abitudini di consumo, di informazioni legate al mondo della sanità, le diverse tipologie di consumi, la fatturazione dettagliata, la regolarità di pagamenti, e l'appartenenza a particolari categorie. Una quantità di informazioni che poco c'entrano con le verifiche fiscali dell'Agenzia. L'archiviazione di queste informazioni sarà possibile dato che l'Amministrazione fiscale giocherà un ruolo centrale all'interno del processo di invio-ricezione e conservazione della e-fattura.L'Agenzia, dopo aver recapitato le varie fatture elettroniche, dovrà infatti archiviare tutti i dati presenti su queste, e dunque, non solo quelli necessari ad assolvere gli obblighi fiscali. Conseguenza del fatto che si andranno a conservare la fattura vera e propria in formato Xml, che conterrà sia le informazioni fiscali sia i vari allegati inseriti dall'operatore. Il fatto che con la fattura elettronica sarebbero entrati in circolo una mole così importante di informazioni private era però risaputo dalla stessa Agenzia delle entrate, tanto che nel provvedimento n. 89757, di aprile 2018 si fa esplicito riferimento a dati che nulla c'entrano con gli adempimenti fiscali (a integrazione delle informazioni obbligatorie, il file della fattura consente di inserire facoltativamente ulteriori dati utili alla gestione del ciclo attivo e passivo degli operatori). Il problema è dunque la non azione da parte dell'Amministrazione fiscale. Da aprile a dicembre non si sono infatti fatti passi avanti nell'identifica di qualche misura specifica per cercare di tutelare i dati personali del contribuente. A rendere di dominio pubblico, il problema di "dati non fiscali", è stato a metà novembre il Garante della Privacy che ha bacchettato l'operato dell'Agenzia delle entrate, chiedendo spiegazioni sull'intero sistema di fattura elettronica. Chiarimenti che a meno di un mese dalla partenza della e-fattura non sono ancora arrivati. Potenzialmente l'Agenzia delle entrate potrebbe dunque riuscire a disegnare una sorta di mappa, abbastanza precisa della vita quotidiana e delle abitudini dei contribuenti italiani. Informazioni che, se analizzate potrebbero dare il via a una serie di verifiche fiscali a tappeto, alla ricerca dell'evasore di turno. Indagini che non deriverebbero dall'analisi del 730 o da una segnalazione da parte di un operatore del settore, ma direttamente da dati che il contribuente non voleva di certo comunicare all'Agenzia delle entrate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-fisco-2622458795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lista-dei-paradisi-fiscali-targata-ue-non-ha-prodotto-alcuna-sanzione" data-post-id="2622458795" data-published-at="1781187941" data-use-pagination="False"> La lista dei paradisi fiscali targata Ue non ha prodotto alcuna sanzione Il 5 dicembre del 2017 il Consiglio economia e finanza dell'Ue (Ecofin) pubblicò la prima lista di paradisi fiscali extra Ue. Sarebbe dovuto essere un progetto ambizioso, che avrebbe ristabilito l'ordine fiscale e le regole tra i vari paradisi fiscali, per impedire che si verificassero, ancora, scandali come i Panama papers. E sarebbe dovuta essere anche migliore rispetto alla lista Ocse, che attualmente contiene solo un paradiso fiscale. Intenzioni che non sono state rispettate a causa dell'intromissione politica da parte di alcuni stati membri, che hanno deciso di favorire giurisdizioni, extra Ue amiche. E dunque la Francia con il Marocco, il Regno Unito con tutti i suoi territori d'oltremare e molti altri Paese Ue, con i loro agire, hanno finito per depotenziare gli sforzi europei di creare una lista dei paradisi fiscali seria e concreta. A prendere le distanze dall'esito del risultato finale è stato anche lo stesso Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari, che qualche settimana prima dell'annuncio, da parte dell'Ecofin, ha dichiarato come «questa lista non è una proposta della Commissione, voglio essere chiaro». Lista che in effetti è stata redatta dal Gruppo del codice di condotta dell'Ue, che lavora da sempre a stretto contatto con la Commissione. Una lista, che rispetto al lavoro dell'Ocse non ha nulla di innovativo. Molti criteri, per selezionare le "cattive" giurisdizioni sono infatti stati presi direttamente dall'Ocse, così come (in parte) il metodo di analisi. Inoltre, a depotenziare ulteriormente l'iniziativa del gruppo del codice di condotta ci sono due elementi: l'esclusione dei Paesi membri Ue dalla lista e la non introduzione delle sanzioni.Il 5 dicembre 2017 quando venne pubblicata la prima lista dei paradisi fiscali extra Ue, si disse infatti che il Gruppo del codice di condotta stava lavorando a delle sanzioni, non meglio specificate. Annunci che sono proseguiti per tutto il 2018, senza però arrivare mai alla creazione di sanzioni vere e proprie. Altro aspetto che caratterizza la lista Ue è la velocità con cui sono state tolte giurisdizioni dalla lista nera per metterle in quella grigia (quando si è dato il via alla lista dei paradisi fiscali, si è deciso di creare due liste: quella nera, per i Paesi che non avevano risposto alle lettere mandate dall'Ue per modificare i propri regimi fiscali e quella grigia dove erano presenti le giurisdizioni che avevano iniziato a collaborare con l'Ue per modificare i regimi fiscali considerati dannosi). In un anno la lista nera che contava 17 Paesi è arriva a contenerne meno di sette. Il passaggio da una lista all'altra è risultato essere dunque molto semplice. Bastava infatti presentare una lettera di intenti dove si prometteva all'Unione europea di modificare i regimi fiscali considerati dannosi o di impegnarsi a rispettare parametri Ocse o di entrare a far parte di diversi Forum fiscali, che ci si assicurava un posto nella lista grigia. Caso particolare, e mai avvenuto a distanza di 12 mesi dall'annuncio della prima lista, il passaggio dalla lista grigia a quella nera. Opzione che si sarebbe potuta verificare nel caso in cui una giurisdizione della lista grigia non avesse rispettato gli impegni presi con la Commissione. Eppure, pochissime giurisdizioni, presenti all'interno della lista grigia, hanno iniziato a intraprendere i lavori per modificare i propri regimi fiscali. Molte altre, avendo invece fissato come deadline date lontane (2021 o il 2022) si sentono legittimate a mantenere i regimi fiscali "nocivi" ancora in vigore. La lista Ocse, tanto criticata a livello Europeo ha però lasciato andare i Paradisi fiscali selezionati, molto meno velocemente. Ci sono infatti voluti circa due anni prima che la lista Ocse si iniziasse a svuotare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-fisco-2622458795.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-chi-ha-gia-aderito-alle-precedenti-rottamazioni-potra-avere-una-dilazione-dei-pagamenti" data-post-id="2622458795" data-published-at="1781187941" data-use-pagination="False"> «Anche chi ha già aderito alle precedenti rottamazioni potrà avere una dilazione dei pagamenti» Superanagrafe, conti spiati, grande fratello fiscale. Ecco le parole tornate di moda negli ultimi tempi parlando di lotta all'evasione, ma cosa c'è di vero? Ne abbiamo parlato con la commercialista Rosanna Acierno, una delle massime esperte di contenzioso tributario in Italia. Dottoressa, qual è la vera novità a proposito di verifiche e accertamenti dell'amministrazione finanziaria nei confronti dei contribuenti?«Da quest'anno accedere, a scopo di analisi, all'archivio dei Rapporti finanziari dell'Anagrafe tributaria potrebbe non essere più prerogativa della sola Agenzia delle entrate, potendo farlo, in virtù di un emendamento al Dl fiscale, anche la Guardia di finanza».Ma cos'è esattamente questa anagrafe? «Si tratta di una banca dati che raccoglie tutte le informazioni fiscali di persone fisiche e giuridiche (unione organizzata di uomini e beni dotata di propria capacità giuridica, ad esempio società) e viene utilizzata per selezionare i soggetti «da verificare», ovverosia quelli che, dall'analisi svolta sulle informazioni contenute nella banca dati, rientrerebbero tra i contribuenti potenzialmente a rischio evasione. In sostanza, l'amministrazione finanziaria è in grado di riscontrare la compatibilità del reddito dichiarato dal contribuente con il suo tenore di vita». Da quanti anni esiste?«È stata istituita nel lontano 1973 e rappresenta un valido strumento poiché in essa confluiscono periodicamente e automaticamente numerosissime informazioni sui contribuenti, quali le spese sostenute in un determinato anno di imposta, i contributi previdenziali, le rate del mutuo, le spese mediche, i premi assicurativi, luce, gas e tutte le utenze domestiche, le ristrutturazioni edilizie, immatricolazioni di veicoli e motocicli, spesometro - ovverosia le operazioni Iva con importi rilevanti - e altro ancora». Al suo interno è stata creata una sottoanagrafe, chiamata “archivio dei rapporti": di cosa si tratta?«Essa contiene i dati, a partire dal periodo di imposta 2005, ed in maniera più strutturata dal 2009, relativi all'accensione, variazione e la cessazione di qualunque tipo di rapporto intrattenuto da qualsiasi contribuente, anche se residente all'estero, con banche, Poste e altri intermediari finanziari italiani e, dal 2012, anche le informazioni sui saldi e sulle movimentazioni dei rapporti». Quindi se si apre o si chiude un conto? «Il dato finisce nell'archivio». Da chi viene effettuata l'analisi di rischio sui dati dei contribuenti?«Deve essere effettuata attraverso algoritmi, che valutano i dati comparati relativi a tutti i contribuenti per evitare violazioni della privacy. Spieghiamo meglio: non è il singolo funzionario dell'Agenzia delle entrate o della Guardia di Finanza che prende visione dei dati e decide chi sottoporre a verifica (che è una attività preliminare a quella dell'accertamento, quindi non sono la stessa cosa), ma a farlo dovrà esserlo un software molto sofisticato, realizzato da Sogei su precise indicazioni di Agenzia delle entrate e GdF. Questa analisi di rischio assegna specifici punteggi a ciascun contribuente dai quali scaturisce una lista di soggetti "meritevoli di ulteriori attenzioni"». Come mai un software? Non è un metodo troppo razionale, forse imperfetto nella sua essenza matematica?«In realtà la scelta di utilizzare un software è stata indotta dall'esigenza di evitare il c.d. spionaggio fiscale, cioè di evitare possibili distorsioni nell'uso dello strumento informativo o eccessiva intrusività del singolo funzionario dell'Agenzia delle entrate o miliare della Gdf nel condurre verifiche verticali su specifiche persone. Questi ultimi, infatti, posso, ad oggi, accedere all'archivio dei rapporti solo previa autorizzazione dei loro vertici e soprattutto possono farlo limitatamente al singolo codice fiscale (relativo a persona fisica o giuridica) del contribuente che gli è stato ordinato di verificare (cioè controllare nel dettaglio)». Chi fa l'accertamento vero e proprio nei confronti del contribuente?«Guardia di Finanza e Agenzia delle entrate svolgono entrambe le verifiche fiscali, cioè le attività istruttorie volte a constatare eventuali violazioni agli obblighi tributari, ma l'accertamento vero e proprio è di competenza della sola Agenzia».E se vengono constate violazioni?«Nel caso in cui un contribuente sia oggetto di verifica, ha la possibilità di fare il ravvedimento, un istituto che permette di correggere la mancata dichiarazione delle maggiori imposte con le sanzioni ridotte a un quinto, che potrebbe così evitare l'accertamento vero e proprio». Tornando per un attimo alla cronologia delle innovazioni apportate dal legislatore, l'anagrafe dei rapporti negli anni si è ulteriormente arricchita…«Esatto. Se inizialmente l'amministrazione finanziaria disponeva dei soli dati identificativi dei rapporti bancari, dal 2011 (grazie al d.l. 201/2011 ndr) la stessa dispone di ulteriori e più rilevanti informazioni. Pertanto, nel sistema attuale, come abbiamo detto, l'obbligo di comunicazione comprende anche i dati, per ogni anno, relativi ai saldi iniziali e finali di ciascun conto ed all'importo complessivo di tutte le movimentazioni effettuate. Oggi, secondo gli obblighi comunicativi di legge, l'Archivio dei rapporti contiene dati relativi a tutti i rapporti continuativi esistenti al 1° gennaio 2005 o costituiti dopo quella data e alle operazioni extra-conto». Lo stesso decreto del 2011 ha previsto ulteriori obblighi di comunicazione per gli intermediari, quindi banche, Poste…«Sì. Una ulteriore integrazione ai dati da trasmettere è stata richiesta dal direttore dell'Agenzia con un provvedimento del 2015, che ha previsto, tra le informazioni da fornire all'Anagrafe, anche la giacenza media dei rapporti finanziari in ciascun un anno».Con una circolare del 2007 l'Agenzia aveva chiarito che devono essere comunicate anche altre tipologie di rapporti: quali?«Ad esempio rapporti coperti dal c.d. “scudo fiscale", ma anche quelli che fanno capo a soggetti non residenti o che hanno come controparte intermediari finanziari».Quindi anche eventuali conti aperti tramite società fiduciarie, che per anni sono state le roccaforti dei grandi imprenditori?«Proprio così, sono ormai trasparenti anche quelli». E le operazioni extra conto?«Anch'esse sono oggetto di comunicazione. Esse sono caratterizzate dal fatto di non essere riconducibili a un rapporto continuativo e vi rientrano ad esempio gli acquisti e le vendite di valute estere, i bonifici sull'estero e i servizi eurogiro e moneygram». Arrivando, infine, alle novità nel Decreto fiscale allo studio del Parlamento, forte dei successi degli anni precedenti, esso introduce la c.d. rottamazione ter: chi riguarda?«Riguarda le contestazioni di somme già passate in riscossione – relative ai carichi dal 2000 al 2017 – e permette di avere uno sconto su sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione (percentuale che si prende l'Agenzia riscossione ndr). Sarà possibile rottamare anche per chi ha già aderito alle precedenti rottamazioni, avendo altresì una dilazione dei pagamenti. Insomma, un bel risparmio, soprattutto per chi ha debiti con il Fisco molto vecchi».Maria Elena Capitanio
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.