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2019-12-25
Negli Usa giù gli ascolti dell'Nba e da noi i diritti tv sul calcio non trovano padrone
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Ansa
Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.
Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. L'accordo è stato rinnovato a inizio stagione fino al 2022/2023.
In Italia un giro da 13 miliardi di euro, l'incasso principale dei nostri club di calcio
Mentre i tifosi seguono le loro squadre del cuore, chi in televisione chi allo stadio, nel dietro le quinte del potere del calcio italiano si è consumata negli ultimi mesi una battaglia senza esclusione di colpi. È cominciata all'inizio di ottobre quando sull'elezione dell'ormai ex presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè sono iniziate a uscire indiscrezioni sulla sua nomina nel 2018. Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre.
Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club.
Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano.
Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio.
Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme
Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. I Reds hanno incassato dai diritti televisivi 172,8 milioni di euro, superando di un soffio i rivali del Manchester City. La squadra allenata da Pep Guardiola si è fermata, se così si può dire, a 171,1 milioni di euro. A completare il podio, neanche a farlo apposta, è un'altra inglese, ovvero il Chelsea con 165,6. E se due più due fa quattro e la matematica non è un'opinione, verrebbe subito da pensare che non è poi così un caso se nella stagione scorsa abbiamo assistito a un completo dominio delle squadre inglesi nelle due competizioni europee per club, con due finali targate Premier League (Tottenham-Liverpool in Champions e Chelsea-Arsenal in Europa League). Tant'è che andando avanti nella classifica, per trovare un club non inglese bisogna scivolare al settimo e all'ottavo posto dove troviamo il Barcellona e il Real Madrid, altre due big del calcio mondiale, rispettivamente con 154,8 e 144,8 milioni. Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
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Il trend di audience del campionato di basket americano è negativo. Intanto in Italia arrivano i match in chiaro su Cielo.In Serie A sarà sempre più difficile trovare un accordo finché non si nomina un presidente. Gli spagnoli di Mediapro restano alla finestra.La differenza tra campionato inglese e italiano è ancora ampia: l'ultima in classifica della Premier incassa 10 milioni in più di chi vince lo Scudetto.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. 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Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre. Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club. Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano. Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-diritti-tv-2641666216.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-divario-degli-incassi-con-le-squadre-inglesi-e-spagnole-e-ancora-enorme" data-post-id="2641666216" data-published-at="1781845639" data-use-pagination="False"> Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. 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Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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Il cantiere di via Zecca Vecchia a Milano
Al centro dell’indagine coordinata dalla Procura vi è il maxi-progetto per la realizzazione di una struttura alberghiera da quasi 200 stanze, con cinque piani fuori terra e cinque interrati. Secondo l’accusa, si tratta di un’operazione illegittima, poiché l’intervento, con una Superficie Lorda di Pavimento (Slp) di oltre 7.200 metri quadrati, viola palesemente i limiti edificatori dell’area, fissati a 2.550.
Il Tribunale del Riesame ha dato piena ragione alla tesi accusatoria. Nelle motivazioni si legge che l’intervento non può essere qualificato come una «ristrutturazione», bensì come una vera e propria «nuova costruzione». Per le sue dimensioni e il suo impatto, avrebbe richiesto un Piano Attuativo, uno strumento urbanistico complesso mai approvato, e non un semplice permesso di costruire convenzionato. I giudici hanno quindi ritenuto pienamente sussistente il fumus commissi delicti, ovvero la plausibilità del reato contestato, validando l’intero lavoro investigativo della Procura.
Perché, allora, il cantiere è stato dissequestrato? La decisione si fonda su un aspetto puramente cautelare: la mancanza del cosiddetto «periculum in mora», cioè il pericolo attuale e concreto che il reato prosegua o si aggravi. I giudici hanno osservato che i lavori di costruzione non sono mai partiti e, soprattutto, non è stato rilasciato alcun permesso. L’elemento decisivo è stato il «preavviso di diniego» emesso dallo stesso Comune di Milano il 30 aprile 2026: un atto che, di fatto, blocca il progetto e rende il rischio di un’edificazione imminente non più attuale.
La Procura esce dunque da questa fase con un impianto accusatorio rafforzato in vista del processo di merito. La partita, infatti, non è chiusa. L’annullamento del sequestro è legato a una situazione contingente. Qualora il quadro dovesse cambiare, ad esempio con un improvviso via libera da parte del Comune, la Procura potrà richiedere nuovamente il vincolo sull’area, forte di una pronuncia che ha già riconosciuto la solidità delle sue tesi.
Il sindaco di Milano dovrebbe riflettere su questa ordinanza e avviare un esame autocritico serio di quanto avvenuto nel settore urbanistico a Milano negli ultimi dieci anni.
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