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2019-12-25
Negli Usa giù gli ascolti dell'Nba e da noi i diritti tv sul calcio non trovano padrone
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Ansa
Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.
Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. L'accordo è stato rinnovato a inizio stagione fino al 2022/2023.
In Italia un giro da 13 miliardi di euro, l'incasso principale dei nostri club di calcio
Mentre i tifosi seguono le loro squadre del cuore, chi in televisione chi allo stadio, nel dietro le quinte del potere del calcio italiano si è consumata negli ultimi mesi una battaglia senza esclusione di colpi. È cominciata all'inizio di ottobre quando sull'elezione dell'ormai ex presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè sono iniziate a uscire indiscrezioni sulla sua nomina nel 2018. Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre.
Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club.
Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano.
Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio.
Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme
Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. I Reds hanno incassato dai diritti televisivi 172,8 milioni di euro, superando di un soffio i rivali del Manchester City. La squadra allenata da Pep Guardiola si è fermata, se così si può dire, a 171,1 milioni di euro. A completare il podio, neanche a farlo apposta, è un'altra inglese, ovvero il Chelsea con 165,6. E se due più due fa quattro e la matematica non è un'opinione, verrebbe subito da pensare che non è poi così un caso se nella stagione scorsa abbiamo assistito a un completo dominio delle squadre inglesi nelle due competizioni europee per club, con due finali targate Premier League (Tottenham-Liverpool in Champions e Chelsea-Arsenal in Europa League). Tant'è che andando avanti nella classifica, per trovare un club non inglese bisogna scivolare al settimo e all'ottavo posto dove troviamo il Barcellona e il Real Madrid, altre due big del calcio mondiale, rispettivamente con 154,8 e 144,8 milioni. Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
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Il trend di audience del campionato di basket americano è negativo. Intanto in Italia arrivano i match in chiaro su Cielo.In Serie A sarà sempre più difficile trovare un accordo finché non si nomina un presidente. Gli spagnoli di Mediapro restano alla finestra.La differenza tra campionato inglese e italiano è ancora ampia: l'ultima in classifica della Premier incassa 10 milioni in più di chi vince lo Scudetto.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. L'accordo è stato rinnovato a inizio stagione fino al 2022/2023.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-diritti-tv-2641666216.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-italia-un-giro-da-13-miliardi-di-euro-l-incasso-principale-dei-nostri-club-di-calcio" data-post-id="2641666216" data-published-at="1781139500" data-use-pagination="False"> In Italia un giro da 13 miliardi di euro, l'incasso principale dei nostri club di calcio Mentre i tifosi seguono le loro squadre del cuore, chi in televisione chi allo stadio, nel dietro le quinte del potere del calcio italiano si è consumata negli ultimi mesi una battaglia senza esclusione di colpi. È cominciata all'inizio di ottobre quando sull'elezione dell'ormai ex presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè sono iniziate a uscire indiscrezioni sulla sua nomina nel 2018. Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre. Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club. Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano. Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-diritti-tv-2641666216.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-divario-degli-incassi-con-le-squadre-inglesi-e-spagnole-e-ancora-enorme" data-post-id="2641666216" data-published-at="1781139500" data-use-pagination="False"> Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. I Reds hanno incassato dai diritti televisivi 172,8 milioni di euro, superando di un soffio i rivali del Manchester City. La squadra allenata da Pep Guardiola si è fermata, se così si può dire, a 171,1 milioni di euro. A completare il podio, neanche a farlo apposta, è un'altra inglese, ovvero il Chelsea con 165,6. E se due più due fa quattro e la matematica non è un'opinione, verrebbe subito da pensare che non è poi così un caso se nella stagione scorsa abbiamo assistito a un completo dominio delle squadre inglesi nelle due competizioni europee per club, con due finali targate Premier League (Tottenham-Liverpool in Champions e Chelsea-Arsenal in Europa League). Tant'è che andando avanti nella classifica, per trovare un club non inglese bisogna scivolare al settimo e all'ottavo posto dove troviamo il Barcellona e il Real Madrid, altre due big del calcio mondiale, rispettivamente con 154,8 e 144,8 milioni. Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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