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2019-12-25
Negli Usa giù gli ascolti dell'Nba e da noi i diritti tv sul calcio non trovano padrone
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Ansa
Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.
Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. L'accordo è stato rinnovato a inizio stagione fino al 2022/2023.
In Italia un giro da 13 miliardi di euro, l'incasso principale dei nostri club di calcio
Mentre i tifosi seguono le loro squadre del cuore, chi in televisione chi allo stadio, nel dietro le quinte del potere del calcio italiano si è consumata negli ultimi mesi una battaglia senza esclusione di colpi. È cominciata all'inizio di ottobre quando sull'elezione dell'ormai ex presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè sono iniziate a uscire indiscrezioni sulla sua nomina nel 2018. Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre.
Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club.
Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano.
Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio.
Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme
Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. I Reds hanno incassato dai diritti televisivi 172,8 milioni di euro, superando di un soffio i rivali del Manchester City. La squadra allenata da Pep Guardiola si è fermata, se così si può dire, a 171,1 milioni di euro. A completare il podio, neanche a farlo apposta, è un'altra inglese, ovvero il Chelsea con 165,6. E se due più due fa quattro e la matematica non è un'opinione, verrebbe subito da pensare che non è poi così un caso se nella stagione scorsa abbiamo assistito a un completo dominio delle squadre inglesi nelle due competizioni europee per club, con due finali targate Premier League (Tottenham-Liverpool in Champions e Chelsea-Arsenal in Europa League). Tant'è che andando avanti nella classifica, per trovare un club non inglese bisogna scivolare al settimo e all'ottavo posto dove troviamo il Barcellona e il Real Madrid, altre due big del calcio mondiale, rispettivamente con 154,8 e 144,8 milioni. Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
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Il trend di audience del campionato di basket americano è negativo. Intanto in Italia arrivano i match in chiaro su Cielo.In Serie A sarà sempre più difficile trovare un accordo finché non si nomina un presidente. Gli spagnoli di Mediapro restano alla finestra.La differenza tra campionato inglese e italiano è ancora ampia: l'ultima in classifica della Premier incassa 10 milioni in più di chi vince lo Scudetto.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre in Italia ci si appresta ad assistere a una battaglia senza esclusione di colpi per l'assegnazione dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A (e sullo sfondo anche quelli per la Champions) per il triennio 2021-2024, negli Stati Uniti suona l'allarme per quello che è uno dei campionati più importanti e ricchi dello sport mondiale a livello generale: l'Nba. La stagione 2019/2020 del campionato di basket americano, cominciata due mesi fa, vede infatti un netto calo dell'audience televisiva a livello nazionale. Tnt ed Espn, i due principali canali che hanno acquisito i diritti per la trasmissione delle partite hanno registrato rispettivamente il -23% e il -20%. Questi dati preoccupano perché vanno a confermare, se non peggiorare, quel trend negativo che si era verificato già in chiusura della passata stagione, quando si registrarono 1,2 milioni di media spettatori a partita durante la regular season rispetto agli 1,28 dell'anno precedente, 3,95 milioni rispetto ai 4,61 durante i playoff e ai 15,4 milioni durante la serie di finali tra Golden State e Toronto, peggior numero dal 2009. Ma com'è la situazione che riguarda l'assegnazione dei diritti televisivi per l'Nba negli Stati Uniti? Attualmente c'è un contratto della durata di nove anni, firmato nel 2014 ed entrato in vigore a partire dalla stagione 2016/2017, quindi valido fino al campionato 2024/2025. Si tratta di 2,66 miliardi di dollari a stagione per un valore complessivo di 24 miliardi di dollari che le due emittenti televisive, Tnt ed Espn, versano nelle casse della lega e delle franchigie, triplicando di fatto il precedente accordo di 930 milioni di dollari all'anno. Ciò ha permesso in questi ultimi anni cifre e spese folli per ingaggi di giocatori, creando un sistema economico che se dovesse cominciare a fare i conti con degli introiti inferiori derivanti dai diritti tv potrebbe collassare da un momento all'altro. Infatti, il valore di ciascuna squadra negli ultimi anni è aumentato. In particolare, secondo i dati forniti dalla ricerca annuale di Forbes, nel 2018 il valore medio di ognuno dei 30 club è cresciuto del 13%, fino a toccare una media di 1,9 miliardi di dollari per franchigia per un totale di 56 miliardi di dollari, il triplo rispetto a cinque anni prima. nel Discorsi ovviamente ipotetici ma da non sottovalutare.Nel frattempo, però, c'è da gioire per i circa 10 milioni di appassionati di basket in Italia, perché proprio da quest'oggi (25 dicembre) sarà possibile gustarsi alcune partite di Nba in chiaro su Cielo, canale 26 del digitale terrestre. Per la sera di Natale l'appuntamento è doppio con Philadelphia 76ers-Milwaukee Bucks alle 20:30 e Golden State Warriors-Houston Rockets alle 23. Il 3 gennaio alle 12 c'è Philadelphia 76ers-Houston Rockets. Mentre a partire dal 29 dicembre ci sarà un appuntamento settimanale fisso ogni domenica alle 12 con l'Nba con la trasmissione in differita dei più importanti match. Chi detiene i diritti dell'Nba in Italia è dunque Sky che tramite un canale interamente dedicato, Sky Sport Nba (206), trasmette in esclusiva 12 partite a settimana, una al giorno in italiano, per un totale di oltre 300 match live, oltre ad approfondimenti, rubriche, interviste e highlights. L'accordo è stato rinnovato a inizio stagione fino al 2022/2023.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-diritti-tv-2641666216.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-italia-un-giro-da-13-miliardi-di-euro-l-incasso-principale-dei-nostri-club-di-calcio" data-post-id="2641666216" data-published-at="1778110992" data-use-pagination="False"> In Italia un giro da 13 miliardi di euro, l'incasso principale dei nostri club di calcio Mentre i tifosi seguono le loro squadre del cuore, chi in televisione chi allo stadio, nel dietro le quinte del potere del calcio italiano si è consumata negli ultimi mesi una battaglia senza esclusione di colpi. È cominciata all'inizio di ottobre quando sull'elezione dell'ormai ex presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè sono iniziate a uscire indiscrezioni sulla sua nomina nel 2018. Sarebbe stata falsata, non avrebbe rispettato il regolamento. Lo scoppio della bomba è stato ritardato, ma di sicuro non casuale. Del resto il 5 novembre scorso ci sarebbe stata la prima riunione sulla spartizione dei diritti televisivi nel calcio italiano, appuntamento fondamentale che da anni regola i bilanci delle nostre squadre. Siamo il Paese più in ritardo su merchandising e biglietti allo stadio, la tv resta l'ultima ancora di salvezza. Da qui l'esigenza di un nome di garanzia alla presidenza della Lega, sempre oggetto di veleni incrociati. Il 19 novembre Miccichè si è dimesso, sei giorni prima dell'assemblea in cui ci sarebbe stata la prima offerta di Mediapro il gruppo audiovisivo spagnolo che ha proposto di lanciare il primo canale della Lega calcio. Su questo punto le parti non convergono, alcuni club sono a favore, altri contrari. Tutto ruota intorno a "garanzie finanziarie" di Mediapro. L'offerta del gruppo vede un investimento annuo di 1,283 miliardi di euro, di cui 1,15 miliardi per i diritti tv, 78 milioni di euro per la produzione e la distribuzione e 55 milioni di euro per i diritti di archiviazione dei club. Sul piatto ci sono 1,3 miliardi annui. Ma di mezzo c'è anche il futuro di Sky e Dazn che gestiscono al momento i diritti televisivi per questo campionato e per il prossimo per 973 milioni euro a stagione. Il 16 dicembre scorso c'è stata una nuova fumata nera. La stessa Mediapro ha chiesto una governance più stabile e tornerà a parlare con la Lega il prossimo anno. Nel frattempo la scorsa settimana è stato nominato Giancarlo Abete nuovo commissario ad acta della Lega calcio di Serie A. Ma sarà una nomina solo temporanea, perché il prossimo 10 marzo dovrà esserci una nuova votazione per nominare il sostituto di Miccichè. Il tema dei diritti tv è ormai una questione che tocca tutto il sistema italiano. Nel 2015 ci fu persino un'inchiesta della procura di Milano, quando i diritti erano in mano a Infront, la società di Riccardo Silva. Il procedimento è stato archiviato ma l'Antitrust ha stabilito che le gare per i diritti dal 2008 al 2014 furono falsate, con un danno di almeno 67 milioni di euro. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti. Ma quel giro d'affari è ancora troppo ghiotto, nonostante Infront se ne sia andata e da qualche anno sia arrivata Mediapro. Il calcio è un assett fondamentale per l'Italia, insieme a cibo e moda, è capace di generare un giro d'affari da 13,7 miliardi di euro. Numeri in controtendenza quelli del "sistema calcio" rispetto all'andamento economico generale del Paese. Negli ultimi vent'anni, stando allo studio ReportCalcio, sviluppato da Figc in collaborazione con Arel e Pwc, il fatturato è cresciuto di oltre il 6%, mentre il Pil del Paese non ha superato quota 2%. Non solo. Va sempre ricordato che i bilanci dei club italiani dipendono quasi solo esclusivamente dai diritti televisivi. In Italia i diritti media sono la voce più pesante sui ricavi delle squadre: incidono per il 61,02% su un totale di 58,1 milioni mentre rimaniamo sempre indietro nei ricavi dalle biglietterie, dagli sponsor e dalle attività commerciali: lo stallo sulla costruzione di un nuovo stadio a Milano è solo un esempio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-diritti-tv-2641666216.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-divario-degli-incassi-con-le-squadre-inglesi-e-spagnole-e-ancora-enorme" data-post-id="2641666216" data-published-at="1778110992" data-use-pagination="False"> Il divario degli incassi con le squadre inglesi e spagnole è ancora enorme !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Al comando in Europa, tra i cinque maggiori campionati, c'è il Liverpool, fresco campione del mondo per club e campione d'Europa in carica. I Reds hanno incassato dai diritti televisivi 172,8 milioni di euro, superando di un soffio i rivali del Manchester City. La squadra allenata da Pep Guardiola si è fermata, se così si può dire, a 171,1 milioni di euro. A completare il podio, neanche a farlo apposta, è un'altra inglese, ovvero il Chelsea con 165,6. E se due più due fa quattro e la matematica non è un'opinione, verrebbe subito da pensare che non è poi così un caso se nella stagione scorsa abbiamo assistito a un completo dominio delle squadre inglesi nelle due competizioni europee per club, con due finali targate Premier League (Tottenham-Liverpool in Champions e Chelsea-Arsenal in Europa League). Tant'è che andando avanti nella classifica, per trovare un club non inglese bisogna scivolare al settimo e all'ottavo posto dove troviamo il Barcellona e il Real Madrid, altre due big del calcio mondiale, rispettivamente con 154,8 e 144,8 milioni. Davanti ai blaugrana e ai blancos ci sono infatti il Tottenham quarto con 164,7 milioni di euro, il Manchester United quinto con 161,6 e l'Arsenal sesto con 161,2. La prima italiana in graduatoria è ovviamente la Juventus con 100,2 milioni, al decimo posto dietro all'Atletico Madrid nono con 110,9 milioni. Numeri che spiegano come il divario tra Premier League, Liga spagnola e Serie A è ancora molto ampio. basti pensare che nella passata stagione, l'ultimo club classificatosi in Inghilterra, l'Huddersfield, ha incassato 10 milioni in più rispetto alla Juventus, prima classificata in Italia.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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