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2019-04-30
Spacciano per il trionfo dell’Europa un governicchio della «non sfiducia»
A Bruxelles si sentono fuori pericolo, ma le votazioni iberiche registrano la fine del bipolarismo della Madrid postfranchista. E il flop dei popolari porterà il Ppe dall'intesa con i socialdemocratici a quella con i sovranisti.I socialisti hanno vinto le elezioni ma non hanno i numeri per governare. Servirà un patto allargato anche ai baschi o un asse con Ciudadanos, all'ombra di George Soros.Nessun compromesso con i separatisti e linea dura sull'immigrazione, strizzando l'occhio a Donald Trump. Il partito di Santiago Abascal è balzato da zero a 10%, conquistando 24 seggi.Lo speciale contiene tre articoli«La maggioranza schiacciante degli spagnoli ha optato per partiti chiaramente pro europei», dice il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas. «Confidiamo che Sánchez formi un governo stabile e pro Ue».A Bruxelles tirano un sospiro di sollievo per l'esito delle elezioni in Spagna. Come già era successo dopo il ballottaggio del 2017 in Francia, gli eurocrati festeggiano: sono ancora vivi. Ma le loro prospettive di sopravvivenza sono appese a un filo, che rischia di spezzarsi il 26 maggio, quando si apriranno le urne per rinnovare il Parlamento europeo.È vero: Pedro Sánchez ha vinto. I socialisti hanno sfiorato il 29%, hanno ottenuto 123 seggi e sono tornati a brindare con la sangria dopo 11 anni dall'ultimo risultato positivo. Ma quello per il prossimo esecutivo è un percorso insidioso, soprattutto per gli europeisti, che suonano la lira mentre Bruxelles va in fiamme. Il Psoe sarà pure il primo partito, avrà inviato «un messaggio all'Europa e al resto mondo», si sarà convinto di poter formare un esecutivo pro Ue («se puede», ha detto Sánchez), ma intanto deve fare i conti con la morte del bipolarismo. Ovvero, del sistema che aveva caratterizzato la Spagna postfranchista, quella che si lasciava alle spalle la dittatura e abbracciava con convinzione il progetto europeo. Per avere una maggioranza sicura, il Psoe dovrebbe allearsi con Ciudadanos, il partito dei moderati che ha però escluso un'intesa. Il suo numero uno, Albert Rivera, ha anzi approfittato del capitombolo di popolari per accreditarsi come leader dell'opposizione. La seconda ipotesi era mettersi con Podemos. Lo schieramento di Pablo Iglesias, il cui grillismo di sinistra è uscito piuttosto ridimensionato dalle urne, si è detto disponibile a una trattativa. Ma per la maggioranza assoluta serviva il contributo dei nazionalisti baschi, canari, valenciani e cantabrici. La peggiore delle ipotesi sarebbe stato il matrimonio con gli indipendentisti catalani, con i quali i socialisti non hanno mai voluto il pugno di ferro e che nondimeno temono, considerandoli inaffidabili. Peraltro, è paradossale che per salvare l'Europa ci si debba rivolgere ai fan delle micropatrie, dei regionalismi, se non a quelli che vorrebbero lacerare l'unità del Paese e che l'Unione europea, ai tempi della fuga di Carles Puigdemont, aveva cordialmente scaricato, per il bene del fido esecutore dei suoi ordini, l'ex premier Mariano Rajoy. Alla fine, il Psoe ha confermato che punta a un monocolore. Siccome gli mancano 53 seggi, però, dovrà sperare in un appoggio esterno di qualche «responsabile». In parole povere, Sánchez ha fatto «vincere il futuro», però aspira a quella che ai tempi della prima Repubblica italiana chiamavamo la «non sfiducia». Il domani europeista avvinghiato a un governicchio alla Giulio Andreotti.Non bisogna dimenticare nemmeno che, in chiave europea, i risultati delle elezioni in Spagna sanciscono l'affermazione di movimenti distanti dalla grande coalizione che esprime l'attuale Commissione. Il Ppe, con la débâcle dei popolari, cui evidentemente non ha portato bene fare i Mario Monti in traje de luces, scontano l'ennesima emorragia di consensi, dopo quelle dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania. E questo non fa che spingere i moderati tra le braccia dei sovranisti, ovvero di quell'intesa, propiziata da Viktor Orbán e Matteo Salvini, che spezzerebbe l'asse con il Pse dell'era Juncker-Merkel-Timmermans. I socialisti Ue, dal canto loro, si preparano a spagnolizzarsi. E questa è una pessima notizia per i piddini nostrani, che pure salutano con letizia il risultato del Psoe, dall'ammiccante «adelante Pedro» del tweet di Paolo Gentiloni, all'«alternativa a sovranisti, populisti e destre» celebrata da Nicola Zingaretti. L'ascesa di Sánchez relega i dem a un ruolo marginale nel Pse e archivia il ricordo del famoso 40%, che galvanizzò Matteo Renzi nel 2014. La sconfitta di «autoritarismo» e «involuzione» somiglia dunque al classico illusorio miglioramento del paziente moribondo. E se l'analisi post elezioni politiche è un profluvio di retorica europeista, quella post 26 maggio rischierà di svolgersi sul tavolo autoptico della vecchia Europa. Tanto più che, dopo la Francia, dove Marine Le Pen è oramai sdoganata e in crescita, pure la Spagna, sancendo il boom di Vox, dimostra di aver superato il tabù della destra radicale.A tutto ciò si aggiunge un altro parallelismo con l'esperienza di Emmanuel Macron: il galoppino dell'establishment era una delle tante figurine investite dell'ardua missione di salvare l'Europa, ma la sua presidenza, dagli immigrati alla politica estera, trabocca di sciovinismo. I suoi progetti di riforma dell'eurozona sono stati congelati dalla gelida accoglienza di Berlino. Pure il premier Sánchez aveva esordito facendo sbarcare a Valencia la nave Aquarius, respinta dall'Italia. Ma il nobile paladino iberico dell'Europa accogliente ha fatto presto a cambiare idea: a gennaio, per dire, l'Ong Open arms ha trovato chiuso il porto di Barcellona. La nave, peraltro non era in arrivo, ma partiva per raccogliere un po' di migranti in mare. La bontà del guapo Sánchez è durata da Natale a Santo Stefano. Per citare un famoso titolone di Time: può quest'uomo salvare l'Europa?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spacciano-per-il-trionfo-delleuropa-un-governicchio-della-non-sfiducia-2635870162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-svolta-a-sinistra-la-spagna-e-semplicemente-rimasta-ferma-a-sanchez" data-post-id="2635870162" data-published-at="1770224822" data-use-pagination="False"> Nessuna svolta a sinistra. La Spagna è semplicemente rimasta ferma a Sánchez I socialisti guidati da Pedro Sánchez hanno vinto le elezioni in Spagna. Come davano per certo tutti i sondaggi, il Psoe è risultato il primo partito con il 28,7% dei consensi (123 seggi), contro il 16,7% (66 seggi) del Partito popolare che aveva guidato il Paese dal 2011 al 2018. La sinistra di Pablo Iglesias (Unidas Podemos) si è fermata al 14,3 % (42 seggi), perdendo quasi 1,4 milioni di voti, il leader «arancione» di Ciudadanos, Albert Rivera, ha ottenuto il 15,9% (57 seggi) ma non è risultato decisivo nella coalizione di destra. Gli ultranazionalisti di Vox agitano orgogliosi il loro 10,3% che li fa entrare in Parlamento con 24 seggi. La Spagna che ieri si è risvegliata socialista, non ha però i numeri per governare e anche questo era già stato annunciato. Per arrivare alla maggioranza assoluta di 176 deputati servono accordi e malgrado Sánchez si affretti a ribadire che vuole «provarci da solo», alleati e oppositori sanno che adesso si apre la stagione dei compromessi. Anche bussando alla porta degli indipendentisti catalani, prospettiva nettamente rifiutata dalla base del Psoe. Gli spagnoli hanno votato numerosi, il 75,78%, un 10% in più rispetto alle politiche del 2016, ma più che elezioni questo è sembrato un referendum, come ha osservato Salvador Molina, presidente del Foro Ecofin, centro di ricerca economico e finanziario. «Non votare Pedro Sánchez significava votare la destra. Votare i tre partiti di destra avrebbe significato un ritorno al passato, al vecchio. Il voto al leader del Psoe ha finito per rappresentare un voto progressista e moderato», ha commentato l'analista. Il bipartitismo è così resuscitato negli ultimi venti giorni grazie alla campagna di comunicazione del Psoe, martellante nell'affermare che bisognava votare i socialisti contro i nemici del Pp, di Cs e di Vox. Contro i nemici della Spagna. Allo stesso modo, in Catalogna e nei Paesi Baschi l'appello alle urne per isolare la destra e i «nostalgici franchisti» ha rafforzato il numero dei seggi dei nazionalisti di Erc, JxCat, Pnv y Bildu. I voti non andavano dispersi nemmeno troppo a sinistra con Podemos, paradossalmente Sánchez si è presentato come l'unica alternativa «moderata» in grado di salvare il Paese dal populismo. Una campagna «mariana», l'hanno definita in molti, che sembrava rifarsi alle strategie elettorali di Mariano Rajoy, storico avversario di Pedro Sánchez. La risposta, anche emotiva degli elettori c'è stata. I popolari, da parte loro, fanno i conti con la presunzione e la scarsa incisività del giovane leader Pablo Casado, occupato a prendere le distanze da Vox e che oggi si è visto dimezzare il numero dei deputati. Una sconfitta per lo storico partito di destra, quasi superato dall'altra formazione, Ciudadanos, e con buona parte degli elettori che gli hanno preferito il carisma, la chiarezza e la concretezza di Santiago Abascal che ha saputo parlare agli spagnoli di unità nazionale, di famiglia, di lotta all'invasione extracomunitaria. Forse Vox avrebbe potuto raccogliere più consensi se la destra fosse risultata meno litigiosa, ma i suoi 24 deputati sono un grande risultato per chi prima non aveva rappresentanza in Parlamento. Messi insieme, i tre partiti che si oppongono alla sinistra non possono ottenere il numero di 176 seggi, si fermano a 149. Passato il momento dei sorrisi e del segnale che viene letto come «europeista», Sánchez dovrà dunque provare a governare. Con i seggi di Unidas Podemos (42), Compromís (1), Partido nacionalista Vasco (6), Coalición Canaria-Pnc (2) e Partido regionalista de Cantabria (1) metterebbe insieme solo 175 seggi. Diventano indispensabili quelli degli indipendentisti di Esquerra republicana (15), Junts per Catalunya, (7) ed Euskal herria bildu, coalizione di partiti nazionalisti baschi di sinistra (4), con i quali si arriverebbe a 199 deputati. Ma il prezzo da pagare sarebbe spiegare agli spagnoli che si fa un governo con i golpisti, magari scambiando l'appoggio al Psoe con l'indulto per i politici catalani in carcere. L'altra soluzione, un accordo con la destra moderata di Ciudadanos che porterebbe ad avere la maggioranza, viene decisamente rifiutata dai rispettivi leader, Sánchez e Rivera. Ma anche queste posizioni non convincono. Alcuni quotidiani spagnoli cattolici e di destra stanno riproponendo il legame Soros-Ciudadanos. Sul Correo de Madrid, l'avvocato esperto di diritto di famiglia Javier María Pérez-Roldán y Suanzes-Carpegna ieri scriveva che «Ciudadanos è il partito di Soros ed è infiltrato dalla massoneria. Alla fine non avrà problemi a comporre una maggioranza con i socialisti». La Tribuna de España titola che Soros è il vero vincitore delle elezioni. A marzo aveva rivelato un incontro segreto tra l'imprenditore Gorge Soros e Albert Rivera, dal quale sarebbe uscito l'ordine ben chiaro di non appoggiare le formazioni di destra. Un mese prima, il direttivo di Ciudadanos aveva invece votato la linea «nessun accordo con il Psoe dopo le elezioni» e Soros, che avrebbe in Ciudadanos un «suo uomo» nell'economista Luis Garicano, sarebbe intervenuto proprio per imporre la linea pro Sánchez. L'unica percorribile se non si vuole arrestare «l'invasione musulmana» della Spagna, come è nei disegni di Soros che nel suo odio per l'Europa, sempre secondo La Tribuna de España, «alimenterebbe pure il separatismo golpista catalano e la sinistra». Se l'accordo tra la destra di centro e il Psoe alla fine si farà, i giochi si scopriranno. Intanto ci sono le europee e Sánchez può prendere tempo. Patrizia Floder Ritter <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spacciano-per-il-trionfo-delleuropa-un-governicchio-della-non-sfiducia-2635870162.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-nuova-destra-ha-alzato-la-vox" data-post-id="2635870162" data-published-at="1770224822" data-use-pagination="False"> La nuova destra ha alzato la Vox Vox, che alle elezioni spagnole ha conquistato 24 seggi parlamentari, è un partito di estrema destra come titolano i giornali? No. Il suo leader, indubbiamente carismatico, il quarantatreenne Santiago Abascal, si è formato politicamente nel Partito popolare e non ha mai frequentato i gruppuscoli dell'area neo franchista (tipo Fuerza nueva, che ha ispirato nel nome il gruppo italiano di Forza nuova). È un partito antisemita, come pure è stato scritto? Neppure: Vox vanta un forte legame con Israele e dichiara di sostenerlo «contro il terrorismo di Hamas». Ma allora perché questo partito emergente ha inquietato tanto l'establishment politico? Ha turbato la sinistra osando contestare gli slogan del politicamente corretto, ma nello stesso tempo ha mandato in tilt i conservatori con i suoi toni più grintosi. Abascal è l'altra faccia della Spagna. Se negli scorsi anni i separatisti si sono presi la scena politica e i partiti tradizionali hanno cercato di limitarli - e nello stesso tempo blandirli - il leader di Vox ha gridato forte che la Spagna è una e che le autonomie regionali devono essere praticamente azzerate. Solo unita la Spagna può affrontare l'altro grande pericolo: quello del terrorismo intrecciato all'immigrazione. I «verdi» (questo il colore sociale di Vox) chiedono che si alzi nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla un muro «insurmountable» e - già che si è in zona - che si sollevi l'eterno problema della sovranità su Gibilterra. Dai commentatori politici non è stato sottolineato abbastanza come nella percezione dell'opinione pubblica i due temi del secessionismo e del terrorismo si siano intrecciati in maniera impressionante: i separatisti catalani, cercando con tutti i mezzi di frenare la presenza dello Stato centrale e delle sue forze di polizia, avevano aperto una falla nella sicurezza (che è diventata evidente con l'attentato sulle Ramblas del 2017); anche l'utilizzo pervasivo del catalano al posto dello spagnolo ha fatto in modo che la Catalogna si sia riempita di immigrati dal Nordafrica piuttosto che dei tanti latinos che arrivando dal Sudamerica hanno preferito stabilirsi nelle aree in cui si parla la lingua comune, lo spagnolo. Di fronte a queste dinamiche gli stessi popolari hanno mostrato una reazione che una buona parte degli elettori tradizionalmente di centrodestra ha considerato blanda, insufficiente. Vox ha avuto buon gioco nel chiedere un cambio netto di strategia. In campo economico Abascal vuole una flat tax al 21% e bilancia ragionamenti di tipo neoliberista con altre proposte che richiedono un certo intervento dello Stato in economia; guardando al di là dei confini della amata Spagna, esprime una forte simpatia per Donald Trump e nello stesso tempo si prepara a fare un gruppo unico al parlamento europeo insieme a Matteo Salvini. Ma la strada per Vox è ancor più in salita rispetto ad altri movimenti della galassia sovranista. Abascal riuscirà a entrare nell'arco costituzionale o i socialisti, in nome del politicamente corretto, riusciranno a emarginarlo dal gioco delle alleanze? Intanto, si gode l'unico vero successo netto di questa tornata elettorale. Alfonso Piscitelli
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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