True
2019-04-30
Spacciano per il trionfo dell’Europa un governicchio della «non sfiducia»
A Bruxelles si sentono fuori pericolo, ma le votazioni iberiche registrano la fine del bipolarismo della Madrid postfranchista. E il flop dei popolari porterà il Ppe dall'intesa con i socialdemocratici a quella con i sovranisti.I socialisti hanno vinto le elezioni ma non hanno i numeri per governare. Servirà un patto allargato anche ai baschi o un asse con Ciudadanos, all'ombra di George Soros.Nessun compromesso con i separatisti e linea dura sull'immigrazione, strizzando l'occhio a Donald Trump. Il partito di Santiago Abascal è balzato da zero a 10%, conquistando 24 seggi.Lo speciale contiene tre articoli«La maggioranza schiacciante degli spagnoli ha optato per partiti chiaramente pro europei», dice il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas. «Confidiamo che Sánchez formi un governo stabile e pro Ue».A Bruxelles tirano un sospiro di sollievo per l'esito delle elezioni in Spagna. Come già era successo dopo il ballottaggio del 2017 in Francia, gli eurocrati festeggiano: sono ancora vivi. Ma le loro prospettive di sopravvivenza sono appese a un filo, che rischia di spezzarsi il 26 maggio, quando si apriranno le urne per rinnovare il Parlamento europeo.È vero: Pedro Sánchez ha vinto. I socialisti hanno sfiorato il 29%, hanno ottenuto 123 seggi e sono tornati a brindare con la sangria dopo 11 anni dall'ultimo risultato positivo. Ma quello per il prossimo esecutivo è un percorso insidioso, soprattutto per gli europeisti, che suonano la lira mentre Bruxelles va in fiamme. Il Psoe sarà pure il primo partito, avrà inviato «un messaggio all'Europa e al resto mondo», si sarà convinto di poter formare un esecutivo pro Ue («se puede», ha detto Sánchez), ma intanto deve fare i conti con la morte del bipolarismo. Ovvero, del sistema che aveva caratterizzato la Spagna postfranchista, quella che si lasciava alle spalle la dittatura e abbracciava con convinzione il progetto europeo. Per avere una maggioranza sicura, il Psoe dovrebbe allearsi con Ciudadanos, il partito dei moderati che ha però escluso un'intesa. Il suo numero uno, Albert Rivera, ha anzi approfittato del capitombolo di popolari per accreditarsi come leader dell'opposizione. La seconda ipotesi era mettersi con Podemos. Lo schieramento di Pablo Iglesias, il cui grillismo di sinistra è uscito piuttosto ridimensionato dalle urne, si è detto disponibile a una trattativa. Ma per la maggioranza assoluta serviva il contributo dei nazionalisti baschi, canari, valenciani e cantabrici. La peggiore delle ipotesi sarebbe stato il matrimonio con gli indipendentisti catalani, con i quali i socialisti non hanno mai voluto il pugno di ferro e che nondimeno temono, considerandoli inaffidabili. Peraltro, è paradossale che per salvare l'Europa ci si debba rivolgere ai fan delle micropatrie, dei regionalismi, se non a quelli che vorrebbero lacerare l'unità del Paese e che l'Unione europea, ai tempi della fuga di Carles Puigdemont, aveva cordialmente scaricato, per il bene del fido esecutore dei suoi ordini, l'ex premier Mariano Rajoy. Alla fine, il Psoe ha confermato che punta a un monocolore. Siccome gli mancano 53 seggi, però, dovrà sperare in un appoggio esterno di qualche «responsabile». In parole povere, Sánchez ha fatto «vincere il futuro», però aspira a quella che ai tempi della prima Repubblica italiana chiamavamo la «non sfiducia». Il domani europeista avvinghiato a un governicchio alla Giulio Andreotti.Non bisogna dimenticare nemmeno che, in chiave europea, i risultati delle elezioni in Spagna sanciscono l'affermazione di movimenti distanti dalla grande coalizione che esprime l'attuale Commissione. Il Ppe, con la débâcle dei popolari, cui evidentemente non ha portato bene fare i Mario Monti in traje de luces, scontano l'ennesima emorragia di consensi, dopo quelle dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania. E questo non fa che spingere i moderati tra le braccia dei sovranisti, ovvero di quell'intesa, propiziata da Viktor Orbán e Matteo Salvini, che spezzerebbe l'asse con il Pse dell'era Juncker-Merkel-Timmermans. I socialisti Ue, dal canto loro, si preparano a spagnolizzarsi. E questa è una pessima notizia per i piddini nostrani, che pure salutano con letizia il risultato del Psoe, dall'ammiccante «adelante Pedro» del tweet di Paolo Gentiloni, all'«alternativa a sovranisti, populisti e destre» celebrata da Nicola Zingaretti. L'ascesa di Sánchez relega i dem a un ruolo marginale nel Pse e archivia il ricordo del famoso 40%, che galvanizzò Matteo Renzi nel 2014. La sconfitta di «autoritarismo» e «involuzione» somiglia dunque al classico illusorio miglioramento del paziente moribondo. E se l'analisi post elezioni politiche è un profluvio di retorica europeista, quella post 26 maggio rischierà di svolgersi sul tavolo autoptico della vecchia Europa. Tanto più che, dopo la Francia, dove Marine Le Pen è oramai sdoganata e in crescita, pure la Spagna, sancendo il boom di Vox, dimostra di aver superato il tabù della destra radicale.A tutto ciò si aggiunge un altro parallelismo con l'esperienza di Emmanuel Macron: il galoppino dell'establishment era una delle tante figurine investite dell'ardua missione di salvare l'Europa, ma la sua presidenza, dagli immigrati alla politica estera, trabocca di sciovinismo. I suoi progetti di riforma dell'eurozona sono stati congelati dalla gelida accoglienza di Berlino. Pure il premier Sánchez aveva esordito facendo sbarcare a Valencia la nave Aquarius, respinta dall'Italia. Ma il nobile paladino iberico dell'Europa accogliente ha fatto presto a cambiare idea: a gennaio, per dire, l'Ong Open arms ha trovato chiuso il porto di Barcellona. La nave, peraltro non era in arrivo, ma partiva per raccogliere un po' di migranti in mare. La bontà del guapo Sánchez è durata da Natale a Santo Stefano. Per citare un famoso titolone di Time: può quest'uomo salvare l'Europa?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spacciano-per-il-trionfo-delleuropa-un-governicchio-della-non-sfiducia-2635870162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-svolta-a-sinistra-la-spagna-e-semplicemente-rimasta-ferma-a-sanchez" data-post-id="2635870162" data-published-at="1781436608" data-use-pagination="False"> Nessuna svolta a sinistra. La Spagna è semplicemente rimasta ferma a Sánchez I socialisti guidati da Pedro Sánchez hanno vinto le elezioni in Spagna. Come davano per certo tutti i sondaggi, il Psoe è risultato il primo partito con il 28,7% dei consensi (123 seggi), contro il 16,7% (66 seggi) del Partito popolare che aveva guidato il Paese dal 2011 al 2018. La sinistra di Pablo Iglesias (Unidas Podemos) si è fermata al 14,3 % (42 seggi), perdendo quasi 1,4 milioni di voti, il leader «arancione» di Ciudadanos, Albert Rivera, ha ottenuto il 15,9% (57 seggi) ma non è risultato decisivo nella coalizione di destra. Gli ultranazionalisti di Vox agitano orgogliosi il loro 10,3% che li fa entrare in Parlamento con 24 seggi. La Spagna che ieri si è risvegliata socialista, non ha però i numeri per governare e anche questo era già stato annunciato. Per arrivare alla maggioranza assoluta di 176 deputati servono accordi e malgrado Sánchez si affretti a ribadire che vuole «provarci da solo», alleati e oppositori sanno che adesso si apre la stagione dei compromessi. Anche bussando alla porta degli indipendentisti catalani, prospettiva nettamente rifiutata dalla base del Psoe. Gli spagnoli hanno votato numerosi, il 75,78%, un 10% in più rispetto alle politiche del 2016, ma più che elezioni questo è sembrato un referendum, come ha osservato Salvador Molina, presidente del Foro Ecofin, centro di ricerca economico e finanziario. «Non votare Pedro Sánchez significava votare la destra. Votare i tre partiti di destra avrebbe significato un ritorno al passato, al vecchio. Il voto al leader del Psoe ha finito per rappresentare un voto progressista e moderato», ha commentato l'analista. Il bipartitismo è così resuscitato negli ultimi venti giorni grazie alla campagna di comunicazione del Psoe, martellante nell'affermare che bisognava votare i socialisti contro i nemici del Pp, di Cs e di Vox. Contro i nemici della Spagna. Allo stesso modo, in Catalogna e nei Paesi Baschi l'appello alle urne per isolare la destra e i «nostalgici franchisti» ha rafforzato il numero dei seggi dei nazionalisti di Erc, JxCat, Pnv y Bildu. I voti non andavano dispersi nemmeno troppo a sinistra con Podemos, paradossalmente Sánchez si è presentato come l'unica alternativa «moderata» in grado di salvare il Paese dal populismo. Una campagna «mariana», l'hanno definita in molti, che sembrava rifarsi alle strategie elettorali di Mariano Rajoy, storico avversario di Pedro Sánchez. La risposta, anche emotiva degli elettori c'è stata. I popolari, da parte loro, fanno i conti con la presunzione e la scarsa incisività del giovane leader Pablo Casado, occupato a prendere le distanze da Vox e che oggi si è visto dimezzare il numero dei deputati. Una sconfitta per lo storico partito di destra, quasi superato dall'altra formazione, Ciudadanos, e con buona parte degli elettori che gli hanno preferito il carisma, la chiarezza e la concretezza di Santiago Abascal che ha saputo parlare agli spagnoli di unità nazionale, di famiglia, di lotta all'invasione extracomunitaria. Forse Vox avrebbe potuto raccogliere più consensi se la destra fosse risultata meno litigiosa, ma i suoi 24 deputati sono un grande risultato per chi prima non aveva rappresentanza in Parlamento. Messi insieme, i tre partiti che si oppongono alla sinistra non possono ottenere il numero di 176 seggi, si fermano a 149. Passato il momento dei sorrisi e del segnale che viene letto come «europeista», Sánchez dovrà dunque provare a governare. Con i seggi di Unidas Podemos (42), Compromís (1), Partido nacionalista Vasco (6), Coalición Canaria-Pnc (2) e Partido regionalista de Cantabria (1) metterebbe insieme solo 175 seggi. Diventano indispensabili quelli degli indipendentisti di Esquerra republicana (15), Junts per Catalunya, (7) ed Euskal herria bildu, coalizione di partiti nazionalisti baschi di sinistra (4), con i quali si arriverebbe a 199 deputati. Ma il prezzo da pagare sarebbe spiegare agli spagnoli che si fa un governo con i golpisti, magari scambiando l'appoggio al Psoe con l'indulto per i politici catalani in carcere. L'altra soluzione, un accordo con la destra moderata di Ciudadanos che porterebbe ad avere la maggioranza, viene decisamente rifiutata dai rispettivi leader, Sánchez e Rivera. Ma anche queste posizioni non convincono. Alcuni quotidiani spagnoli cattolici e di destra stanno riproponendo il legame Soros-Ciudadanos. Sul Correo de Madrid, l'avvocato esperto di diritto di famiglia Javier María Pérez-Roldán y Suanzes-Carpegna ieri scriveva che «Ciudadanos è il partito di Soros ed è infiltrato dalla massoneria. Alla fine non avrà problemi a comporre una maggioranza con i socialisti». La Tribuna de España titola che Soros è il vero vincitore delle elezioni. A marzo aveva rivelato un incontro segreto tra l'imprenditore Gorge Soros e Albert Rivera, dal quale sarebbe uscito l'ordine ben chiaro di non appoggiare le formazioni di destra. Un mese prima, il direttivo di Ciudadanos aveva invece votato la linea «nessun accordo con il Psoe dopo le elezioni» e Soros, che avrebbe in Ciudadanos un «suo uomo» nell'economista Luis Garicano, sarebbe intervenuto proprio per imporre la linea pro Sánchez. L'unica percorribile se non si vuole arrestare «l'invasione musulmana» della Spagna, come è nei disegni di Soros che nel suo odio per l'Europa, sempre secondo La Tribuna de España, «alimenterebbe pure il separatismo golpista catalano e la sinistra». Se l'accordo tra la destra di centro e il Psoe alla fine si farà, i giochi si scopriranno. Intanto ci sono le europee e Sánchez può prendere tempo. Patrizia Floder Ritter <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spacciano-per-il-trionfo-delleuropa-un-governicchio-della-non-sfiducia-2635870162.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-nuova-destra-ha-alzato-la-vox" data-post-id="2635870162" data-published-at="1781436608" data-use-pagination="False"> La nuova destra ha alzato la Vox Vox, che alle elezioni spagnole ha conquistato 24 seggi parlamentari, è un partito di estrema destra come titolano i giornali? No. Il suo leader, indubbiamente carismatico, il quarantatreenne Santiago Abascal, si è formato politicamente nel Partito popolare e non ha mai frequentato i gruppuscoli dell'area neo franchista (tipo Fuerza nueva, che ha ispirato nel nome il gruppo italiano di Forza nuova). È un partito antisemita, come pure è stato scritto? Neppure: Vox vanta un forte legame con Israele e dichiara di sostenerlo «contro il terrorismo di Hamas». Ma allora perché questo partito emergente ha inquietato tanto l'establishment politico? Ha turbato la sinistra osando contestare gli slogan del politicamente corretto, ma nello stesso tempo ha mandato in tilt i conservatori con i suoi toni più grintosi. Abascal è l'altra faccia della Spagna. Se negli scorsi anni i separatisti si sono presi la scena politica e i partiti tradizionali hanno cercato di limitarli - e nello stesso tempo blandirli - il leader di Vox ha gridato forte che la Spagna è una e che le autonomie regionali devono essere praticamente azzerate. Solo unita la Spagna può affrontare l'altro grande pericolo: quello del terrorismo intrecciato all'immigrazione. I «verdi» (questo il colore sociale di Vox) chiedono che si alzi nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla un muro «insurmountable» e - già che si è in zona - che si sollevi l'eterno problema della sovranità su Gibilterra. Dai commentatori politici non è stato sottolineato abbastanza come nella percezione dell'opinione pubblica i due temi del secessionismo e del terrorismo si siano intrecciati in maniera impressionante: i separatisti catalani, cercando con tutti i mezzi di frenare la presenza dello Stato centrale e delle sue forze di polizia, avevano aperto una falla nella sicurezza (che è diventata evidente con l'attentato sulle Ramblas del 2017); anche l'utilizzo pervasivo del catalano al posto dello spagnolo ha fatto in modo che la Catalogna si sia riempita di immigrati dal Nordafrica piuttosto che dei tanti latinos che arrivando dal Sudamerica hanno preferito stabilirsi nelle aree in cui si parla la lingua comune, lo spagnolo. Di fronte a queste dinamiche gli stessi popolari hanno mostrato una reazione che una buona parte degli elettori tradizionalmente di centrodestra ha considerato blanda, insufficiente. Vox ha avuto buon gioco nel chiedere un cambio netto di strategia. In campo economico Abascal vuole una flat tax al 21% e bilancia ragionamenti di tipo neoliberista con altre proposte che richiedono un certo intervento dello Stato in economia; guardando al di là dei confini della amata Spagna, esprime una forte simpatia per Donald Trump e nello stesso tempo si prepara a fare un gruppo unico al parlamento europeo insieme a Matteo Salvini. Ma la strada per Vox è ancor più in salita rispetto ad altri movimenti della galassia sovranista. Abascal riuscirà a entrare nell'arco costituzionale o i socialisti, in nome del politicamente corretto, riusciranno a emarginarlo dal gioco delle alleanze? Intanto, si gode l'unico vero successo netto di questa tornata elettorale. Alfonso Piscitelli
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
Continua a leggereRiduci
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
Continua a leggereRiduci
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
Continua a leggereRiduci