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2021-11-08
Sotto attacco
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Dopo gli archivi informatici sanitari della Regione Lazio, è toccato al sito Web della Siae, la società degli autori ed editori. È il segnale di quanto siano vulnerabili i gestori e gli utenti di sistemi informatici. Nessuno è al sicuro dai cybercriminali che operano in modo illecito per danneggiare e trarre profitti senza lasciare traccia. Nel 2020, durante la pandemia, i casi trattati dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) della polizia postale hanno segnato un incremento allarmante: +246% rispetto all'anno precedente, con +78% di persone indagate. Il 2021 è stato anche peggio. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati denunciati 2.982 attacchi che rappresentano quasi il 74% di quelli rilevati nell'intero 2020. Di questi, 95 sono incursioni verso siti Internet istituzionali e infrastrutture informatizzate di interesse nazionale; 245 hanno preso di mira operatori di servizi essenziali, pubbliche amministrazioni locali e infrastrutture sensibili locali, mentre gli altri 2.642 (l'89%) si sono diretti verso privati e aziende.
Mentre la pandemia stravolgeva le routine lavorative e familiari, i criminali informatici hanno colto la palla al balzo e hanno sfruttato il lockdown per mettere a segno colpi importanti. La via d'accesso più semplice l'hanno fornita i cittadini costretti allo smart working: utilizzando i computer di casa per connettersi alla rete aziendale li hanno trasformati, in molte occasioni, in una porta d'ingresso per cyberattacchi. Ma sono state colpite anche istituzioni pubbliche, comprese infrastrutture critiche come i servizi sanitari. La minaccia della criminalità informatica è aumentata anche per l'abilità tecnologica dei pirati. Il fenomeno più preoccupante è l'incremento dell'attività dei ransomware, cioè software dannosi che infettano un dispositivo digitale (computer, tablet, smartphone, tv), bloccando l'accesso ai contenuti, in genere per chiedere un riscatto in denaro con pagamento in criptovaluta.
Ma nell'ultimo periodo si sono moltiplicati anche gli attacchi con double extortion: al ricatto si aggiunge la minaccia di selezionare i dati rubati, minacciando le vittime di darne diffusione pubblica o di venderli sul dark Web al miglior offerente. Il 67% di tutti gli attacchi malware è stato di tipo ransomware. In Italia, il Cnaipic, da inizio anno a oggi, ha trattato 230 casi di ransomware. Senza contare quelli sommersi: di chi, cioè, ha pagato un riscatto e non ha denunciato. L'ultimo rapporto Clusit, che sarà presentato domani al Security summit 2021, fa capire la portata del problema. Rispetto al secondo semestre 2020, nel primo semestre 2021 la crescita maggiore nel numero di attacchi gravi si osserva nelle categorie trasporti e logistica (+108,7%), seguono le attività tecniche e professionali (+85,2%), le news e multimedia (+65,2%), il commercio al dettaglio (+61,3%), la manifattura industriale (+46,9%). In crescita anche gli attacchi alle aziende che producono energia e alle utility (+46,2%), agli enti pubblici (+39,2%), all'intrattenimento (+36,8%) e al mondo sanitario (+18,8%).
Quanto alla violenza dei cyberassalti, nel 2020 quelli con impatto critico rappresentavano il 13% del totale e quelli di livello alto il 36%, quelli di portata media il 32% e quelli di livello basso il 19%. Nel primo semestre 2021 il quadro è peggiorato. Gli attacchi critici sono saliti al 32% e quelli di gravità appena inferiore al 49%: se nel 2020 la loro somma rappresentava il 49%, ora si registra un balzo all'81%. Che il fenomeno sia estremamente preoccupante lo conferma anche il sistema di vigilanza di un operatore come Fastweb, primo a introdurre in Italia la fibra ottica nella trasmissione dati: il suo Security operations center ha registrato 36 milioni di eventi malevoli dal 1° gennaio al 31 agosto 2021, con un forte aumento (+180%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
I pirati informatici agiscono soprattutto per chiedere un riscatto (+350%). I soldi fanno sempre gola. Ma è redditizio anche il mercato nero delle informazioni con relativa violazione della riservatezza personale, fenomeno conosciuto come «data breach». Nella classifica delle sanzioni inflitte nei Paesi europei, l'Italia figura al terzo posto (dopo Lussemburgo e Irlanda) per entità delle multe e al secondo, dopo la Spagna, per il loro numero totale: sono state 97 le sanzioni inflitte dal Garante della riservatezza per complessivi 89.650.096 euro, di cui 7 milioni di euro per «data breach».
Nella seconda edizione dell'Apulia cybersecurity forum, che si aprirà il 12 novembre, la società di tecnologie software Exprivia presenterà un report allarmante. Nonostante che il numero complessivo di casi (273 tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy) nel terzo trimestre 2021 sia leggermente inferiore ai 280 del secondo trimestre, è aumentato il numero di incidenti andati a buon fine. Per il numero di attacchi, l'Osservatorio cybersecurity di Exprivia ha registrato un notevole aumento delle violazioni della privacy: +40% rispetto al secondo trimestre 2021. Spiega Agostino Ghiglia, membro del Garante per la riservatezza: «La causa principale delle violazioni ha riguardato le credenziali rubate. L'82% degli utenti riconosce di utilizzare la medesima password per più account. Questo è un tipo di dato che, una volta trafugato, genera con più facilità nuove e più vaste violazioni. Al contempo, i dati personali degli utenti come nome, indirizzo mail e password sono stati tra le informazioni più esposte nel 44% delle violazioni analizzate. Tutto ciò in futuro potrebbe determinare un effetto a catena, con username e password rubate che diventano potenziali agganci per realizzare nuove aggressioni».
Su quest'ambito sempre più redditizio non poteva che metter le mani la criminalità organizzata. Le mafie sfruttano le comunicazioni cifrate per fare rete, utilizzano le reti sociali e i servizi di messaggistica istantanea per raggiungere un pubblico più vasto. L'ambiente e il commercio online forniscono ai criminali l'accesso a competenze e strumenti sofisticati. La rapida digitalizzazione della società e dell'economia crea opportunità per la nuova frontiera illegale. Prepariamoci, dunque, a fare i conti con una criminalità cibernetica sempre più raffinata.
Sola, pensionata, sprovveduta cade in trappola per un messaggio
È una storia che abbiamo imparato a conoscere e che si replicando alla stessa velocità del coronavirus. Una chiamata - o un messaggio sul cellulare - può stravolgerti la vita. Non immaginava di cadere in una trappola la signora M.C., maestra ultrasettantenne in pensione, quando ha risposto a un messaggio con una semplice parola: «Sì». Due lettere e l'inizio di un incubo. Sì alla proposta di avere maggiori informazioni su guadagni facili che un'azienda offriva ai clienti. In meno di 24 ore, da un messaggio si è passati alle telefonate quotidiane di due uomini dalla voce rassicurante. La vittima ripercorre con sofferenza quel periodo terribile. Messaggio dopo messaggio, bonifico dopo bonifico, è arrivata ad affidare il proprio conto bancario a sconosciuti che, in meno di 5 mesi, le hanno prosciugato il conto. Un danno da oltre 136.000 euro. «Mi sento una sciocca», ammette, «neanche io so come ho fatto a fidarmi e in più, non avendo dimestichezza con il computer, non ho mai pensato a controllare. Mi sono fidata di importi fasulli che apparivano sullo schermo, li credevo i miei guadagni giornalieri… Ovviamente tutto finto».
Agganciata la vittima, il primo truffatore, che si faceva chiamare Alan Blanc, convince M.C. a istallare sul pc un'applicazione per accedere alla piattaforma digitale. Lei segue alla lettera ciò che le viene detto, fino a inviare i propri dati personali, la foto di un'utenza e la copia della carta di credito. Poi versa i primi 250 euro. Il truffatore si fa autorizzare anche a prelievi diretti al bancomat per «investire i soldi in prodotti azionari». M.C. chiede solo di non investire in aziende produttrici di armi. Ogni pomeriggio Alan le fa visualizzare i guadagni. Dopo cinque mesi la pensionata chiede di rientrare in possesso dei soldi, ma la risposta non è quella che sperava. Il sedicente consulente la convince ad attendere. I sospetti della donna crescono quando apprende che era stato aperto, a sua insaputa, un conto in una banca polacca. Qui entra in scena il secondo truffatore. Si fa chiamare Christian Paul Gache: a questo nome sono legate varie truffe messe a segno attraverso l'utenza telefonica 353-3644541. E Alan Blanc? Ha dato forfait: è malato di Covid.
Se M.C. vuole i propri soldi, deve operare su una piattaforma nuova nella quale è stato dirottato il denaro e versare il 3% di quanto sborsato finora per le tasse. Solo a quel punto l'anziana capisce di essere stata truffata. Dopo qualche giorno si rivolge alla guardia di finanza e poi all'Adico, associazione di consumatori che da anni si batte contro le truffe online. Ora M.C. è sola, piena di debiti e in difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma non ha perso la fiducia nella giustizia. «Nel 2021, solo per le truffe al codice bancario», spiega il presidente Adico Carlo Garofolini, «abbiamo avviato poco meno di 260 pratiche per un valore di circa 1,8 milioni di euro sottratti: si va da un minimo di 700 a un massimo di 30.000 euro. Abbiamo risolto il 40% dei casi con trattative per nulla scontate con le banche; gli altri sono ancora in discussione. Nella maggior parte delle controversie abbiamo ottenuto un rimborso fra il 50 e il 70% delle somme sottratte: lo consideriamo un grande risultato. Non è facile stabilire fino a che punto la responsabilità è della banca e dei suoi sistemi di sicurezza, oppure del correntista che, seppur in buona fede, fornisce le proprie credenziali. In alcuni casi abbiano ottenuto la restituzione del 100% della somma sottratta a fronte di colpe, dimostrate e riconosciute, della sola banca».
«Mafia e criminalità mettono le mani su un mercato ricco»
La criminalità organizzata sta mettendo le mani sul mercato molto remunerativo degli attacchi informatici. Ne parla Ivano Gabrielli, direttore del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della polizia postale.
Che fenomeni osservate?
«Gruppi che fino a qualche tempo fa erano connotati sul territorio cominciano a comprendere come sia profittevole un'attività che sfrutta il Web. Con un minimo investimento riescono ad acquisire enormi risorse, a riciclarle e a reinvestirle».
Quali segnali avete colto?
«I reati contro il patrimonio stanno lasciando il passo ai cyberattacchi. Quando il ricatto informatico va in porto, il profitto illecito incassato viene riciclato, a volte ad alto livello con criptomonete, oppure semplicemente ingegnerizzando una struttura di “muli", cioè soggetti che riescono a incassare profitti di campagne di phishing. Questa operazione può essere fatta soltanto da una forte organizzazione in grado di muovere persone sicure. Una gestione e un controllo che può avere solo la criminalità organizzata».
Avete già sventato intrecci di questo tipo?
«Il caso più recente è l'operazione internazionale Fontana-Almabahía che, in collaborazione con la polizia spagnola, ha smantellato un gruppo criminale a Santa Cruz di Tenerife composto prevalentemente da italiani dediti alle frodi online e al riciclaggio di denaro. Ne facevano parte oltre 150 persone».
Come operavano?
«Si avvalevano di hacker specializzati nell'impossessarsi delle credenziali bancarie di italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e irlandesi. Disponevano bonifici bancari per migliaia di euro in favore di 118 conti correnti spagnoli intestati a “muli" riciclatori, italiani residenti in Spagna. Con quei soldi venivano acquistate criptovalute o finanziate altre attività criminali: prostituzione, droga, armi. Un giro d'affari di oltre 10 milioni di euro solo nell'ultimo anno».
Possiamo parlare di fenomeno criminale di alto livello?
«Sì. Servono elevate competenze informatiche che stanno diventando appannaggio di diverse bande criminali».
Come?
«La criminalità agisce “in service": professionisti e organizzazioni malavitose sviluppano strumenti e servizi “pronti all'uso" acquistabili per attuare attacchi complessi anche senza le conoscenze tecniche necessarie. Ci sono bande che, dopo aver ingegnerizzato le metodologie di attacco, vendono i servizi in pacchetti».
Che cosa manca in Italia? E che cosa va migliorato?
«Bisognerebbe ripensare la normativa penale e quella processuale per fornire gli adeguati strumenti investigativi. Per alcuni reati informatici sono previste pene non commisurate all'effettivo danno. Occorre prevedere aggravanti. Va ripensato anche il criterio della competenza, che attualmente spetta alla Procura dove risiede il reo e non la vittima. Così le indagini nascono su un territorio e finiscono su un altro, si dilatano i tempi e non si tiene conto che il reato si concretizza dove la vittima riceve il danno. C'è poi un terzo ambito di intervento».
Che intende?
«La cooperazione internazionale, soprattutto di tipo giudiziario. Ormai non esiste più un attacco informatico o un'azione di cybercriminalità che non preveda l'ingaggio di un collaterale estero. Il mancato allineamento delle varie legislazioni complica enormemente l'attività di contrasto».
Quali sono le situazioni più pericolose?
«Sicuramente i casi in cui le vittime possono essere oggetto di maggiore pressione. La vittima ideale è quella che, al momento dell'attacco, non può vedersi bloccare l'erogazione di alcuni servizi. È la più esposta a ricatti».
Eravamo preparati allo smart working in termini di sicurezza informatica? I rischi di cyberattacchi sono stati sottovalutati?
«Il cambio repentino delle modalità lavorative ha spiazzato chi gestisce la sicurezza informatica di aziende e amministrazioni. Non si era pronti a gestire una tale mole di attività svolte da casa. Pensiamo a una banca: una sede fisica, la guardia giurata all'ingresso, i vetri blindati, i controlli di sicurezza. Ora chi decide di aggredire un patrimonio lo fa in maniera virtuale».
Dove si concentrano i cyberattacchi?
«Il maggior numero di vittime è al Nord. Nella pubblica amministrazione, invece, gli esempi virtuosi si trovano dappertutto: qui il discrimine non è la collocazione geografica ma la competenza dei manager pubblici».
Che cosa consiglia per prevenire o almeno essere pronti a contrastare i pirati informatici?
«Le aziende devono guardare alla sicurezza cibernetica come settore prioritario e investire. È fondamentale avere all'interno figure professionali cui affidare l'ingegnerizzazione dei processi di sicurezza senza affidarsi a servizi esterni che a loro volta possono diventare il veicolo di attacchi. Suggerisco anche di fare sistema e rivolgersi alle istituzioni anche in via consultiva. Ultima raccomandazione: la sicurezza non è solo un costo che evita altri costi: dare un servizio in sicurezza fa la differenza».
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Impennata delle truffe informatiche, l'Italia secondo Paese europeo più sanzionato per il furto di dati sensibili. Ora al ricatto economico si unisce la minaccia di vendere o diffondere le informazioni riservateL'inganno arriva dal telefonino: 136.000 euro finiscono in tasca a due imbroglioniIl dirigente della polizia postale Ivano Gabrielli: «Con un minimo investimento si ottengono grandi profitti da riciclare in droga o criptovalute»Lo speciale contiene due articoliDopo gli archivi informatici sanitari della Regione Lazio, è toccato al sito Web della Siae, la società degli autori ed editori. È il segnale di quanto siano vulnerabili i gestori e gli utenti di sistemi informatici. Nessuno è al sicuro dai cybercriminali che operano in modo illecito per danneggiare e trarre profitti senza lasciare traccia. Nel 2020, durante la pandemia, i casi trattati dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) della polizia postale hanno segnato un incremento allarmante: +246% rispetto all'anno precedente, con +78% di persone indagate. Il 2021 è stato anche peggio. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati denunciati 2.982 attacchi che rappresentano quasi il 74% di quelli rilevati nell'intero 2020. Di questi, 95 sono incursioni verso siti Internet istituzionali e infrastrutture informatizzate di interesse nazionale; 245 hanno preso di mira operatori di servizi essenziali, pubbliche amministrazioni locali e infrastrutture sensibili locali, mentre gli altri 2.642 (l'89%) si sono diretti verso privati e aziende. Mentre la pandemia stravolgeva le routine lavorative e familiari, i criminali informatici hanno colto la palla al balzo e hanno sfruttato il lockdown per mettere a segno colpi importanti. La via d'accesso più semplice l'hanno fornita i cittadini costretti allo smart working: utilizzando i computer di casa per connettersi alla rete aziendale li hanno trasformati, in molte occasioni, in una porta d'ingresso per cyberattacchi. Ma sono state colpite anche istituzioni pubbliche, comprese infrastrutture critiche come i servizi sanitari. La minaccia della criminalità informatica è aumentata anche per l'abilità tecnologica dei pirati. Il fenomeno più preoccupante è l'incremento dell'attività dei ransomware, cioè software dannosi che infettano un dispositivo digitale (computer, tablet, smartphone, tv), bloccando l'accesso ai contenuti, in genere per chiedere un riscatto in denaro con pagamento in criptovaluta. Ma nell'ultimo periodo si sono moltiplicati anche gli attacchi con double extortion: al ricatto si aggiunge la minaccia di selezionare i dati rubati, minacciando le vittime di darne diffusione pubblica o di venderli sul dark Web al miglior offerente. Il 67% di tutti gli attacchi malware è stato di tipo ransomware. In Italia, il Cnaipic, da inizio anno a oggi, ha trattato 230 casi di ransomware. Senza contare quelli sommersi: di chi, cioè, ha pagato un riscatto e non ha denunciato. L'ultimo rapporto Clusit, che sarà presentato domani al Security summit 2021, fa capire la portata del problema. Rispetto al secondo semestre 2020, nel primo semestre 2021 la crescita maggiore nel numero di attacchi gravi si osserva nelle categorie trasporti e logistica (+108,7%), seguono le attività tecniche e professionali (+85,2%), le news e multimedia (+65,2%), il commercio al dettaglio (+61,3%), la manifattura industriale (+46,9%). In crescita anche gli attacchi alle aziende che producono energia e alle utility (+46,2%), agli enti pubblici (+39,2%), all'intrattenimento (+36,8%) e al mondo sanitario (+18,8%). Quanto alla violenza dei cyberassalti, nel 2020 quelli con impatto critico rappresentavano il 13% del totale e quelli di livello alto il 36%, quelli di portata media il 32% e quelli di livello basso il 19%. Nel primo semestre 2021 il quadro è peggiorato. Gli attacchi critici sono saliti al 32% e quelli di gravità appena inferiore al 49%: se nel 2020 la loro somma rappresentava il 49%, ora si registra un balzo all'81%. Che il fenomeno sia estremamente preoccupante lo conferma anche il sistema di vigilanza di un operatore come Fastweb, primo a introdurre in Italia la fibra ottica nella trasmissione dati: il suo Security operations center ha registrato 36 milioni di eventi malevoli dal 1° gennaio al 31 agosto 2021, con un forte aumento (+180%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. I pirati informatici agiscono soprattutto per chiedere un riscatto (+350%). I soldi fanno sempre gola. Ma è redditizio anche il mercato nero delle informazioni con relativa violazione della riservatezza personale, fenomeno conosciuto come «data breach». Nella classifica delle sanzioni inflitte nei Paesi europei, l'Italia figura al terzo posto (dopo Lussemburgo e Irlanda) per entità delle multe e al secondo, dopo la Spagna, per il loro numero totale: sono state 97 le sanzioni inflitte dal Garante della riservatezza per complessivi 89.650.096 euro, di cui 7 milioni di euro per «data breach».Nella seconda edizione dell'Apulia cybersecurity forum, che si aprirà il 12 novembre, la società di tecnologie software Exprivia presenterà un report allarmante. Nonostante che il numero complessivo di casi (273 tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy) nel terzo trimestre 2021 sia leggermente inferiore ai 280 del secondo trimestre, è aumentato il numero di incidenti andati a buon fine. Per il numero di attacchi, l'Osservatorio cybersecurity di Exprivia ha registrato un notevole aumento delle violazioni della privacy: +40% rispetto al secondo trimestre 2021. Spiega Agostino Ghiglia, membro del Garante per la riservatezza: «La causa principale delle violazioni ha riguardato le credenziali rubate. L'82% degli utenti riconosce di utilizzare la medesima password per più account. Questo è un tipo di dato che, una volta trafugato, genera con più facilità nuove e più vaste violazioni. Al contempo, i dati personali degli utenti come nome, indirizzo mail e password sono stati tra le informazioni più esposte nel 44% delle violazioni analizzate. Tutto ciò in futuro potrebbe determinare un effetto a catena, con username e password rubate che diventano potenziali agganci per realizzare nuove aggressioni». Su quest'ambito sempre più redditizio non poteva che metter le mani la criminalità organizzata. Le mafie sfruttano le comunicazioni cifrate per fare rete, utilizzano le reti sociali e i servizi di messaggistica istantanea per raggiungere un pubblico più vasto. L'ambiente e il commercio online forniscono ai criminali l'accesso a competenze e strumenti sofisticati. La rapida digitalizzazione della società e dell'economia crea opportunità per la nuova frontiera illegale. 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In meno di 24 ore, da un messaggio si è passati alle telefonate quotidiane di due uomini dalla voce rassicurante. La vittima ripercorre con sofferenza quel periodo terribile. Messaggio dopo messaggio, bonifico dopo bonifico, è arrivata ad affidare il proprio conto bancario a sconosciuti che, in meno di 5 mesi, le hanno prosciugato il conto. Un danno da oltre 136.000 euro. «Mi sento una sciocca», ammette, «neanche io so come ho fatto a fidarmi e in più, non avendo dimestichezza con il computer, non ho mai pensato a controllare. Mi sono fidata di importi fasulli che apparivano sullo schermo, li credevo i miei guadagni giornalieri… Ovviamente tutto finto». Agganciata la vittima, il primo truffatore, che si faceva chiamare Alan Blanc, convince M.C. a istallare sul pc un'applicazione per accedere alla piattaforma digitale. Lei segue alla lettera ciò che le viene detto, fino a inviare i propri dati personali, la foto di un'utenza e la copia della carta di credito. Poi versa i primi 250 euro. Il truffatore si fa autorizzare anche a prelievi diretti al bancomat per «investire i soldi in prodotti azionari». M.C. chiede solo di non investire in aziende produttrici di armi. Ogni pomeriggio Alan le fa visualizzare i guadagni. Dopo cinque mesi la pensionata chiede di rientrare in possesso dei soldi, ma la risposta non è quella che sperava. Il sedicente consulente la convince ad attendere. I sospetti della donna crescono quando apprende che era stato aperto, a sua insaputa, un conto in una banca polacca. Qui entra in scena il secondo truffatore. Si fa chiamare Christian Paul Gache: a questo nome sono legate varie truffe messe a segno attraverso l'utenza telefonica 353-3644541. E Alan Blanc? Ha dato forfait: è malato di Covid. Se M.C. vuole i propri soldi, deve operare su una piattaforma nuova nella quale è stato dirottato il denaro e versare il 3% di quanto sborsato finora per le tasse. Solo a quel punto l'anziana capisce di essere stata truffata. Dopo qualche giorno si rivolge alla guardia di finanza e poi all'Adico, associazione di consumatori che da anni si batte contro le truffe online. Ora M.C. è sola, piena di debiti e in difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma non ha perso la fiducia nella giustizia. «Nel 2021, solo per le truffe al codice bancario», spiega il presidente Adico Carlo Garofolini, «abbiamo avviato poco meno di 260 pratiche per un valore di circa 1,8 milioni di euro sottratti: si va da un minimo di 700 a un massimo di 30.000 euro. Abbiamo risolto il 40% dei casi con trattative per nulla scontate con le banche; gli altri sono ancora in discussione. Nella maggior parte delle controversie abbiamo ottenuto un rimborso fra il 50 e il 70% delle somme sottratte: lo consideriamo un grande risultato. Non è facile stabilire fino a che punto la responsabilità è della banca e dei suoi sistemi di sicurezza, oppure del correntista che, seppur in buona fede, fornisce le proprie credenziali. In alcuni casi abbiano ottenuto la restituzione del 100% della somma sottratta a fronte di colpe, dimostrate e riconosciute, della sola banca». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-attacco-2655516100.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mafia-e-criminalita-mettono-le-mani-su-un-mercato-ricco" data-post-id="2655516100" data-published-at="1636282624" data-use-pagination="False"> «Mafia e criminalità mettono le mani su un mercato ricco» La criminalità organizzata sta mettendo le mani sul mercato molto remunerativo degli attacchi informatici. Ne parla Ivano Gabrielli, direttore del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della polizia postale. Che fenomeni osservate? «Gruppi che fino a qualche tempo fa erano connotati sul territorio cominciano a comprendere come sia profittevole un'attività che sfrutta il Web. Con un minimo investimento riescono ad acquisire enormi risorse, a riciclarle e a reinvestirle». Quali segnali avete colto? «I reati contro il patrimonio stanno lasciando il passo ai cyberattacchi. Quando il ricatto informatico va in porto, il profitto illecito incassato viene riciclato, a volte ad alto livello con criptomonete, oppure semplicemente ingegnerizzando una struttura di “muli", cioè soggetti che riescono a incassare profitti di campagne di phishing. Questa operazione può essere fatta soltanto da una forte organizzazione in grado di muovere persone sicure. Una gestione e un controllo che può avere solo la criminalità organizzata». Avete già sventato intrecci di questo tipo? «Il caso più recente è l'operazione internazionale Fontana-Almabahía che, in collaborazione con la polizia spagnola, ha smantellato un gruppo criminale a Santa Cruz di Tenerife composto prevalentemente da italiani dediti alle frodi online e al riciclaggio di denaro. Ne facevano parte oltre 150 persone». Come operavano? «Si avvalevano di hacker specializzati nell'impossessarsi delle credenziali bancarie di italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e irlandesi. Disponevano bonifici bancari per migliaia di euro in favore di 118 conti correnti spagnoli intestati a “muli" riciclatori, italiani residenti in Spagna. Con quei soldi venivano acquistate criptovalute o finanziate altre attività criminali: prostituzione, droga, armi. Un giro d'affari di oltre 10 milioni di euro solo nell'ultimo anno». Possiamo parlare di fenomeno criminale di alto livello? «Sì. Servono elevate competenze informatiche che stanno diventando appannaggio di diverse bande criminali». Come? «La criminalità agisce “in service": professionisti e organizzazioni malavitose sviluppano strumenti e servizi “pronti all'uso" acquistabili per attuare attacchi complessi anche senza le conoscenze tecniche necessarie. Ci sono bande che, dopo aver ingegnerizzato le metodologie di attacco, vendono i servizi in pacchetti». Che cosa manca in Italia? E che cosa va migliorato? «Bisognerebbe ripensare la normativa penale e quella processuale per fornire gli adeguati strumenti investigativi. Per alcuni reati informatici sono previste pene non commisurate all'effettivo danno. Occorre prevedere aggravanti. Va ripensato anche il criterio della competenza, che attualmente spetta alla Procura dove risiede il reo e non la vittima. Così le indagini nascono su un territorio e finiscono su un altro, si dilatano i tempi e non si tiene conto che il reato si concretizza dove la vittima riceve il danno. C'è poi un terzo ambito di intervento». Che intende? «La cooperazione internazionale, soprattutto di tipo giudiziario. Ormai non esiste più un attacco informatico o un'azione di cybercriminalità che non preveda l'ingaggio di un collaterale estero. Il mancato allineamento delle varie legislazioni complica enormemente l'attività di contrasto». Quali sono le situazioni più pericolose? «Sicuramente i casi in cui le vittime possono essere oggetto di maggiore pressione. La vittima ideale è quella che, al momento dell'attacco, non può vedersi bloccare l'erogazione di alcuni servizi. È la più esposta a ricatti». Eravamo preparati allo smart working in termini di sicurezza informatica? I rischi di cyberattacchi sono stati sottovalutati? «Il cambio repentino delle modalità lavorative ha spiazzato chi gestisce la sicurezza informatica di aziende e amministrazioni. Non si era pronti a gestire una tale mole di attività svolte da casa. Pensiamo a una banca: una sede fisica, la guardia giurata all'ingresso, i vetri blindati, i controlli di sicurezza. Ora chi decide di aggredire un patrimonio lo fa in maniera virtuale». Dove si concentrano i cyberattacchi? «Il maggior numero di vittime è al Nord. Nella pubblica amministrazione, invece, gli esempi virtuosi si trovano dappertutto: qui il discrimine non è la collocazione geografica ma la competenza dei manager pubblici». Che cosa consiglia per prevenire o almeno essere pronti a contrastare i pirati informatici? «Le aziende devono guardare alla sicurezza cibernetica come settore prioritario e investire. È fondamentale avere all'interno figure professionali cui affidare l'ingegnerizzazione dei processi di sicurezza senza affidarsi a servizi esterni che a loro volta possono diventare il veicolo di attacchi. Suggerisco anche di fare sistema e rivolgersi alle istituzioni anche in via consultiva. Ultima raccomandazione: la sicurezza non è solo un costo che evita altri costi: dare un servizio in sicurezza fa la differenza».
Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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