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2021-11-08
Sotto attacco
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Dopo gli archivi informatici sanitari della Regione Lazio, è toccato al sito Web della Siae, la società degli autori ed editori. È il segnale di quanto siano vulnerabili i gestori e gli utenti di sistemi informatici. Nessuno è al sicuro dai cybercriminali che operano in modo illecito per danneggiare e trarre profitti senza lasciare traccia. Nel 2020, durante la pandemia, i casi trattati dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) della polizia postale hanno segnato un incremento allarmante: +246% rispetto all'anno precedente, con +78% di persone indagate. Il 2021 è stato anche peggio. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati denunciati 2.982 attacchi che rappresentano quasi il 74% di quelli rilevati nell'intero 2020. Di questi, 95 sono incursioni verso siti Internet istituzionali e infrastrutture informatizzate di interesse nazionale; 245 hanno preso di mira operatori di servizi essenziali, pubbliche amministrazioni locali e infrastrutture sensibili locali, mentre gli altri 2.642 (l'89%) si sono diretti verso privati e aziende.
Mentre la pandemia stravolgeva le routine lavorative e familiari, i criminali informatici hanno colto la palla al balzo e hanno sfruttato il lockdown per mettere a segno colpi importanti. La via d'accesso più semplice l'hanno fornita i cittadini costretti allo smart working: utilizzando i computer di casa per connettersi alla rete aziendale li hanno trasformati, in molte occasioni, in una porta d'ingresso per cyberattacchi. Ma sono state colpite anche istituzioni pubbliche, comprese infrastrutture critiche come i servizi sanitari. La minaccia della criminalità informatica è aumentata anche per l'abilità tecnologica dei pirati. Il fenomeno più preoccupante è l'incremento dell'attività dei ransomware, cioè software dannosi che infettano un dispositivo digitale (computer, tablet, smartphone, tv), bloccando l'accesso ai contenuti, in genere per chiedere un riscatto in denaro con pagamento in criptovaluta.
Ma nell'ultimo periodo si sono moltiplicati anche gli attacchi con double extortion: al ricatto si aggiunge la minaccia di selezionare i dati rubati, minacciando le vittime di darne diffusione pubblica o di venderli sul dark Web al miglior offerente. Il 67% di tutti gli attacchi malware è stato di tipo ransomware. In Italia, il Cnaipic, da inizio anno a oggi, ha trattato 230 casi di ransomware. Senza contare quelli sommersi: di chi, cioè, ha pagato un riscatto e non ha denunciato. L'ultimo rapporto Clusit, che sarà presentato domani al Security summit 2021, fa capire la portata del problema. Rispetto al secondo semestre 2020, nel primo semestre 2021 la crescita maggiore nel numero di attacchi gravi si osserva nelle categorie trasporti e logistica (+108,7%), seguono le attività tecniche e professionali (+85,2%), le news e multimedia (+65,2%), il commercio al dettaglio (+61,3%), la manifattura industriale (+46,9%). In crescita anche gli attacchi alle aziende che producono energia e alle utility (+46,2%), agli enti pubblici (+39,2%), all'intrattenimento (+36,8%) e al mondo sanitario (+18,8%).
Quanto alla violenza dei cyberassalti, nel 2020 quelli con impatto critico rappresentavano il 13% del totale e quelli di livello alto il 36%, quelli di portata media il 32% e quelli di livello basso il 19%. Nel primo semestre 2021 il quadro è peggiorato. Gli attacchi critici sono saliti al 32% e quelli di gravità appena inferiore al 49%: se nel 2020 la loro somma rappresentava il 49%, ora si registra un balzo all'81%. Che il fenomeno sia estremamente preoccupante lo conferma anche il sistema di vigilanza di un operatore come Fastweb, primo a introdurre in Italia la fibra ottica nella trasmissione dati: il suo Security operations center ha registrato 36 milioni di eventi malevoli dal 1° gennaio al 31 agosto 2021, con un forte aumento (+180%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
I pirati informatici agiscono soprattutto per chiedere un riscatto (+350%). I soldi fanno sempre gola. Ma è redditizio anche il mercato nero delle informazioni con relativa violazione della riservatezza personale, fenomeno conosciuto come «data breach». Nella classifica delle sanzioni inflitte nei Paesi europei, l'Italia figura al terzo posto (dopo Lussemburgo e Irlanda) per entità delle multe e al secondo, dopo la Spagna, per il loro numero totale: sono state 97 le sanzioni inflitte dal Garante della riservatezza per complessivi 89.650.096 euro, di cui 7 milioni di euro per «data breach».
Nella seconda edizione dell'Apulia cybersecurity forum, che si aprirà il 12 novembre, la società di tecnologie software Exprivia presenterà un report allarmante. Nonostante che il numero complessivo di casi (273 tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy) nel terzo trimestre 2021 sia leggermente inferiore ai 280 del secondo trimestre, è aumentato il numero di incidenti andati a buon fine. Per il numero di attacchi, l'Osservatorio cybersecurity di Exprivia ha registrato un notevole aumento delle violazioni della privacy: +40% rispetto al secondo trimestre 2021. Spiega Agostino Ghiglia, membro del Garante per la riservatezza: «La causa principale delle violazioni ha riguardato le credenziali rubate. L'82% degli utenti riconosce di utilizzare la medesima password per più account. Questo è un tipo di dato che, una volta trafugato, genera con più facilità nuove e più vaste violazioni. Al contempo, i dati personali degli utenti come nome, indirizzo mail e password sono stati tra le informazioni più esposte nel 44% delle violazioni analizzate. Tutto ciò in futuro potrebbe determinare un effetto a catena, con username e password rubate che diventano potenziali agganci per realizzare nuove aggressioni».
Su quest'ambito sempre più redditizio non poteva che metter le mani la criminalità organizzata. Le mafie sfruttano le comunicazioni cifrate per fare rete, utilizzano le reti sociali e i servizi di messaggistica istantanea per raggiungere un pubblico più vasto. L'ambiente e il commercio online forniscono ai criminali l'accesso a competenze e strumenti sofisticati. La rapida digitalizzazione della società e dell'economia crea opportunità per la nuova frontiera illegale. Prepariamoci, dunque, a fare i conti con una criminalità cibernetica sempre più raffinata.
Sola, pensionata, sprovveduta cade in trappola per un messaggio
È una storia che abbiamo imparato a conoscere e che si replicando alla stessa velocità del coronavirus. Una chiamata - o un messaggio sul cellulare - può stravolgerti la vita. Non immaginava di cadere in una trappola la signora M.C., maestra ultrasettantenne in pensione, quando ha risposto a un messaggio con una semplice parola: «Sì». Due lettere e l'inizio di un incubo. Sì alla proposta di avere maggiori informazioni su guadagni facili che un'azienda offriva ai clienti. In meno di 24 ore, da un messaggio si è passati alle telefonate quotidiane di due uomini dalla voce rassicurante. La vittima ripercorre con sofferenza quel periodo terribile. Messaggio dopo messaggio, bonifico dopo bonifico, è arrivata ad affidare il proprio conto bancario a sconosciuti che, in meno di 5 mesi, le hanno prosciugato il conto. Un danno da oltre 136.000 euro. «Mi sento una sciocca», ammette, «neanche io so come ho fatto a fidarmi e in più, non avendo dimestichezza con il computer, non ho mai pensato a controllare. Mi sono fidata di importi fasulli che apparivano sullo schermo, li credevo i miei guadagni giornalieri… Ovviamente tutto finto».
Agganciata la vittima, il primo truffatore, che si faceva chiamare Alan Blanc, convince M.C. a istallare sul pc un'applicazione per accedere alla piattaforma digitale. Lei segue alla lettera ciò che le viene detto, fino a inviare i propri dati personali, la foto di un'utenza e la copia della carta di credito. Poi versa i primi 250 euro. Il truffatore si fa autorizzare anche a prelievi diretti al bancomat per «investire i soldi in prodotti azionari». M.C. chiede solo di non investire in aziende produttrici di armi. Ogni pomeriggio Alan le fa visualizzare i guadagni. Dopo cinque mesi la pensionata chiede di rientrare in possesso dei soldi, ma la risposta non è quella che sperava. Il sedicente consulente la convince ad attendere. I sospetti della donna crescono quando apprende che era stato aperto, a sua insaputa, un conto in una banca polacca. Qui entra in scena il secondo truffatore. Si fa chiamare Christian Paul Gache: a questo nome sono legate varie truffe messe a segno attraverso l'utenza telefonica 353-3644541. E Alan Blanc? Ha dato forfait: è malato di Covid.
Se M.C. vuole i propri soldi, deve operare su una piattaforma nuova nella quale è stato dirottato il denaro e versare il 3% di quanto sborsato finora per le tasse. Solo a quel punto l'anziana capisce di essere stata truffata. Dopo qualche giorno si rivolge alla guardia di finanza e poi all'Adico, associazione di consumatori che da anni si batte contro le truffe online. Ora M.C. è sola, piena di debiti e in difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma non ha perso la fiducia nella giustizia. «Nel 2021, solo per le truffe al codice bancario», spiega il presidente Adico Carlo Garofolini, «abbiamo avviato poco meno di 260 pratiche per un valore di circa 1,8 milioni di euro sottratti: si va da un minimo di 700 a un massimo di 30.000 euro. Abbiamo risolto il 40% dei casi con trattative per nulla scontate con le banche; gli altri sono ancora in discussione. Nella maggior parte delle controversie abbiamo ottenuto un rimborso fra il 50 e il 70% delle somme sottratte: lo consideriamo un grande risultato. Non è facile stabilire fino a che punto la responsabilità è della banca e dei suoi sistemi di sicurezza, oppure del correntista che, seppur in buona fede, fornisce le proprie credenziali. In alcuni casi abbiano ottenuto la restituzione del 100% della somma sottratta a fronte di colpe, dimostrate e riconosciute, della sola banca».
«Mafia e criminalità mettono le mani su un mercato ricco»
La criminalità organizzata sta mettendo le mani sul mercato molto remunerativo degli attacchi informatici. Ne parla Ivano Gabrielli, direttore del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della polizia postale.
Che fenomeni osservate?
«Gruppi che fino a qualche tempo fa erano connotati sul territorio cominciano a comprendere come sia profittevole un'attività che sfrutta il Web. Con un minimo investimento riescono ad acquisire enormi risorse, a riciclarle e a reinvestirle».
Quali segnali avete colto?
«I reati contro il patrimonio stanno lasciando il passo ai cyberattacchi. Quando il ricatto informatico va in porto, il profitto illecito incassato viene riciclato, a volte ad alto livello con criptomonete, oppure semplicemente ingegnerizzando una struttura di “muli", cioè soggetti che riescono a incassare profitti di campagne di phishing. Questa operazione può essere fatta soltanto da una forte organizzazione in grado di muovere persone sicure. Una gestione e un controllo che può avere solo la criminalità organizzata».
Avete già sventato intrecci di questo tipo?
«Il caso più recente è l'operazione internazionale Fontana-Almabahía che, in collaborazione con la polizia spagnola, ha smantellato un gruppo criminale a Santa Cruz di Tenerife composto prevalentemente da italiani dediti alle frodi online e al riciclaggio di denaro. Ne facevano parte oltre 150 persone».
Come operavano?
«Si avvalevano di hacker specializzati nell'impossessarsi delle credenziali bancarie di italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e irlandesi. Disponevano bonifici bancari per migliaia di euro in favore di 118 conti correnti spagnoli intestati a “muli" riciclatori, italiani residenti in Spagna. Con quei soldi venivano acquistate criptovalute o finanziate altre attività criminali: prostituzione, droga, armi. Un giro d'affari di oltre 10 milioni di euro solo nell'ultimo anno».
Possiamo parlare di fenomeno criminale di alto livello?
«Sì. Servono elevate competenze informatiche che stanno diventando appannaggio di diverse bande criminali».
Come?
«La criminalità agisce “in service": professionisti e organizzazioni malavitose sviluppano strumenti e servizi “pronti all'uso" acquistabili per attuare attacchi complessi anche senza le conoscenze tecniche necessarie. Ci sono bande che, dopo aver ingegnerizzato le metodologie di attacco, vendono i servizi in pacchetti».
Che cosa manca in Italia? E che cosa va migliorato?
«Bisognerebbe ripensare la normativa penale e quella processuale per fornire gli adeguati strumenti investigativi. Per alcuni reati informatici sono previste pene non commisurate all'effettivo danno. Occorre prevedere aggravanti. Va ripensato anche il criterio della competenza, che attualmente spetta alla Procura dove risiede il reo e non la vittima. Così le indagini nascono su un territorio e finiscono su un altro, si dilatano i tempi e non si tiene conto che il reato si concretizza dove la vittima riceve il danno. C'è poi un terzo ambito di intervento».
Che intende?
«La cooperazione internazionale, soprattutto di tipo giudiziario. Ormai non esiste più un attacco informatico o un'azione di cybercriminalità che non preveda l'ingaggio di un collaterale estero. Il mancato allineamento delle varie legislazioni complica enormemente l'attività di contrasto».
Quali sono le situazioni più pericolose?
«Sicuramente i casi in cui le vittime possono essere oggetto di maggiore pressione. La vittima ideale è quella che, al momento dell'attacco, non può vedersi bloccare l'erogazione di alcuni servizi. È la più esposta a ricatti».
Eravamo preparati allo smart working in termini di sicurezza informatica? I rischi di cyberattacchi sono stati sottovalutati?
«Il cambio repentino delle modalità lavorative ha spiazzato chi gestisce la sicurezza informatica di aziende e amministrazioni. Non si era pronti a gestire una tale mole di attività svolte da casa. Pensiamo a una banca: una sede fisica, la guardia giurata all'ingresso, i vetri blindati, i controlli di sicurezza. Ora chi decide di aggredire un patrimonio lo fa in maniera virtuale».
Dove si concentrano i cyberattacchi?
«Il maggior numero di vittime è al Nord. Nella pubblica amministrazione, invece, gli esempi virtuosi si trovano dappertutto: qui il discrimine non è la collocazione geografica ma la competenza dei manager pubblici».
Che cosa consiglia per prevenire o almeno essere pronti a contrastare i pirati informatici?
«Le aziende devono guardare alla sicurezza cibernetica come settore prioritario e investire. È fondamentale avere all'interno figure professionali cui affidare l'ingegnerizzazione dei processi di sicurezza senza affidarsi a servizi esterni che a loro volta possono diventare il veicolo di attacchi. Suggerisco anche di fare sistema e rivolgersi alle istituzioni anche in via consultiva. Ultima raccomandazione: la sicurezza non è solo un costo che evita altri costi: dare un servizio in sicurezza fa la differenza».
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Impennata delle truffe informatiche, l'Italia secondo Paese europeo più sanzionato per il furto di dati sensibili. Ora al ricatto economico si unisce la minaccia di vendere o diffondere le informazioni riservateL'inganno arriva dal telefonino: 136.000 euro finiscono in tasca a due imbroglioniIl dirigente della polizia postale Ivano Gabrielli: «Con un minimo investimento si ottengono grandi profitti da riciclare in droga o criptovalute»Lo speciale contiene due articoliDopo gli archivi informatici sanitari della Regione Lazio, è toccato al sito Web della Siae, la società degli autori ed editori. È il segnale di quanto siano vulnerabili i gestori e gli utenti di sistemi informatici. Nessuno è al sicuro dai cybercriminali che operano in modo illecito per danneggiare e trarre profitti senza lasciare traccia. Nel 2020, durante la pandemia, i casi trattati dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) della polizia postale hanno segnato un incremento allarmante: +246% rispetto all'anno precedente, con +78% di persone indagate. Il 2021 è stato anche peggio. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati denunciati 2.982 attacchi che rappresentano quasi il 74% di quelli rilevati nell'intero 2020. Di questi, 95 sono incursioni verso siti Internet istituzionali e infrastrutture informatizzate di interesse nazionale; 245 hanno preso di mira operatori di servizi essenziali, pubbliche amministrazioni locali e infrastrutture sensibili locali, mentre gli altri 2.642 (l'89%) si sono diretti verso privati e aziende. Mentre la pandemia stravolgeva le routine lavorative e familiari, i criminali informatici hanno colto la palla al balzo e hanno sfruttato il lockdown per mettere a segno colpi importanti. La via d'accesso più semplice l'hanno fornita i cittadini costretti allo smart working: utilizzando i computer di casa per connettersi alla rete aziendale li hanno trasformati, in molte occasioni, in una porta d'ingresso per cyberattacchi. Ma sono state colpite anche istituzioni pubbliche, comprese infrastrutture critiche come i servizi sanitari. La minaccia della criminalità informatica è aumentata anche per l'abilità tecnologica dei pirati. Il fenomeno più preoccupante è l'incremento dell'attività dei ransomware, cioè software dannosi che infettano un dispositivo digitale (computer, tablet, smartphone, tv), bloccando l'accesso ai contenuti, in genere per chiedere un riscatto in denaro con pagamento in criptovaluta. Ma nell'ultimo periodo si sono moltiplicati anche gli attacchi con double extortion: al ricatto si aggiunge la minaccia di selezionare i dati rubati, minacciando le vittime di darne diffusione pubblica o di venderli sul dark Web al miglior offerente. Il 67% di tutti gli attacchi malware è stato di tipo ransomware. In Italia, il Cnaipic, da inizio anno a oggi, ha trattato 230 casi di ransomware. Senza contare quelli sommersi: di chi, cioè, ha pagato un riscatto e non ha denunciato. L'ultimo rapporto Clusit, che sarà presentato domani al Security summit 2021, fa capire la portata del problema. Rispetto al secondo semestre 2020, nel primo semestre 2021 la crescita maggiore nel numero di attacchi gravi si osserva nelle categorie trasporti e logistica (+108,7%), seguono le attività tecniche e professionali (+85,2%), le news e multimedia (+65,2%), il commercio al dettaglio (+61,3%), la manifattura industriale (+46,9%). In crescita anche gli attacchi alle aziende che producono energia e alle utility (+46,2%), agli enti pubblici (+39,2%), all'intrattenimento (+36,8%) e al mondo sanitario (+18,8%). Quanto alla violenza dei cyberassalti, nel 2020 quelli con impatto critico rappresentavano il 13% del totale e quelli di livello alto il 36%, quelli di portata media il 32% e quelli di livello basso il 19%. Nel primo semestre 2021 il quadro è peggiorato. Gli attacchi critici sono saliti al 32% e quelli di gravità appena inferiore al 49%: se nel 2020 la loro somma rappresentava il 49%, ora si registra un balzo all'81%. Che il fenomeno sia estremamente preoccupante lo conferma anche il sistema di vigilanza di un operatore come Fastweb, primo a introdurre in Italia la fibra ottica nella trasmissione dati: il suo Security operations center ha registrato 36 milioni di eventi malevoli dal 1° gennaio al 31 agosto 2021, con un forte aumento (+180%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. I pirati informatici agiscono soprattutto per chiedere un riscatto (+350%). I soldi fanno sempre gola. Ma è redditizio anche il mercato nero delle informazioni con relativa violazione della riservatezza personale, fenomeno conosciuto come «data breach». Nella classifica delle sanzioni inflitte nei Paesi europei, l'Italia figura al terzo posto (dopo Lussemburgo e Irlanda) per entità delle multe e al secondo, dopo la Spagna, per il loro numero totale: sono state 97 le sanzioni inflitte dal Garante della riservatezza per complessivi 89.650.096 euro, di cui 7 milioni di euro per «data breach».Nella seconda edizione dell'Apulia cybersecurity forum, che si aprirà il 12 novembre, la società di tecnologie software Exprivia presenterà un report allarmante. Nonostante che il numero complessivo di casi (273 tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy) nel terzo trimestre 2021 sia leggermente inferiore ai 280 del secondo trimestre, è aumentato il numero di incidenti andati a buon fine. Per il numero di attacchi, l'Osservatorio cybersecurity di Exprivia ha registrato un notevole aumento delle violazioni della privacy: +40% rispetto al secondo trimestre 2021. Spiega Agostino Ghiglia, membro del Garante per la riservatezza: «La causa principale delle violazioni ha riguardato le credenziali rubate. L'82% degli utenti riconosce di utilizzare la medesima password per più account. Questo è un tipo di dato che, una volta trafugato, genera con più facilità nuove e più vaste violazioni. Al contempo, i dati personali degli utenti come nome, indirizzo mail e password sono stati tra le informazioni più esposte nel 44% delle violazioni analizzate. Tutto ciò in futuro potrebbe determinare un effetto a catena, con username e password rubate che diventano potenziali agganci per realizzare nuove aggressioni». Su quest'ambito sempre più redditizio non poteva che metter le mani la criminalità organizzata. Le mafie sfruttano le comunicazioni cifrate per fare rete, utilizzano le reti sociali e i servizi di messaggistica istantanea per raggiungere un pubblico più vasto. L'ambiente e il commercio online forniscono ai criminali l'accesso a competenze e strumenti sofisticati. La rapida digitalizzazione della società e dell'economia crea opportunità per la nuova frontiera illegale. 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In meno di 24 ore, da un messaggio si è passati alle telefonate quotidiane di due uomini dalla voce rassicurante. La vittima ripercorre con sofferenza quel periodo terribile. Messaggio dopo messaggio, bonifico dopo bonifico, è arrivata ad affidare il proprio conto bancario a sconosciuti che, in meno di 5 mesi, le hanno prosciugato il conto. Un danno da oltre 136.000 euro. «Mi sento una sciocca», ammette, «neanche io so come ho fatto a fidarmi e in più, non avendo dimestichezza con il computer, non ho mai pensato a controllare. Mi sono fidata di importi fasulli che apparivano sullo schermo, li credevo i miei guadagni giornalieri… Ovviamente tutto finto». Agganciata la vittima, il primo truffatore, che si faceva chiamare Alan Blanc, convince M.C. a istallare sul pc un'applicazione per accedere alla piattaforma digitale. Lei segue alla lettera ciò che le viene detto, fino a inviare i propri dati personali, la foto di un'utenza e la copia della carta di credito. Poi versa i primi 250 euro. Il truffatore si fa autorizzare anche a prelievi diretti al bancomat per «investire i soldi in prodotti azionari». M.C. chiede solo di non investire in aziende produttrici di armi. Ogni pomeriggio Alan le fa visualizzare i guadagni. Dopo cinque mesi la pensionata chiede di rientrare in possesso dei soldi, ma la risposta non è quella che sperava. Il sedicente consulente la convince ad attendere. I sospetti della donna crescono quando apprende che era stato aperto, a sua insaputa, un conto in una banca polacca. Qui entra in scena il secondo truffatore. Si fa chiamare Christian Paul Gache: a questo nome sono legate varie truffe messe a segno attraverso l'utenza telefonica 353-3644541. E Alan Blanc? Ha dato forfait: è malato di Covid. Se M.C. vuole i propri soldi, deve operare su una piattaforma nuova nella quale è stato dirottato il denaro e versare il 3% di quanto sborsato finora per le tasse. Solo a quel punto l'anziana capisce di essere stata truffata. Dopo qualche giorno si rivolge alla guardia di finanza e poi all'Adico, associazione di consumatori che da anni si batte contro le truffe online. Ora M.C. è sola, piena di debiti e in difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma non ha perso la fiducia nella giustizia. «Nel 2021, solo per le truffe al codice bancario», spiega il presidente Adico Carlo Garofolini, «abbiamo avviato poco meno di 260 pratiche per un valore di circa 1,8 milioni di euro sottratti: si va da un minimo di 700 a un massimo di 30.000 euro. Abbiamo risolto il 40% dei casi con trattative per nulla scontate con le banche; gli altri sono ancora in discussione. Nella maggior parte delle controversie abbiamo ottenuto un rimborso fra il 50 e il 70% delle somme sottratte: lo consideriamo un grande risultato. Non è facile stabilire fino a che punto la responsabilità è della banca e dei suoi sistemi di sicurezza, oppure del correntista che, seppur in buona fede, fornisce le proprie credenziali. In alcuni casi abbiano ottenuto la restituzione del 100% della somma sottratta a fronte di colpe, dimostrate e riconosciute, della sola banca». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-attacco-2655516100.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mafia-e-criminalita-mettono-le-mani-su-un-mercato-ricco" data-post-id="2655516100" data-published-at="1636282624" data-use-pagination="False"> «Mafia e criminalità mettono le mani su un mercato ricco» La criminalità organizzata sta mettendo le mani sul mercato molto remunerativo degli attacchi informatici. Ne parla Ivano Gabrielli, direttore del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della polizia postale. Che fenomeni osservate? «Gruppi che fino a qualche tempo fa erano connotati sul territorio cominciano a comprendere come sia profittevole un'attività che sfrutta il Web. Con un minimo investimento riescono ad acquisire enormi risorse, a riciclarle e a reinvestirle». Quali segnali avete colto? «I reati contro il patrimonio stanno lasciando il passo ai cyberattacchi. Quando il ricatto informatico va in porto, il profitto illecito incassato viene riciclato, a volte ad alto livello con criptomonete, oppure semplicemente ingegnerizzando una struttura di “muli", cioè soggetti che riescono a incassare profitti di campagne di phishing. Questa operazione può essere fatta soltanto da una forte organizzazione in grado di muovere persone sicure. Una gestione e un controllo che può avere solo la criminalità organizzata». Avete già sventato intrecci di questo tipo? «Il caso più recente è l'operazione internazionale Fontana-Almabahía che, in collaborazione con la polizia spagnola, ha smantellato un gruppo criminale a Santa Cruz di Tenerife composto prevalentemente da italiani dediti alle frodi online e al riciclaggio di denaro. Ne facevano parte oltre 150 persone». Come operavano? «Si avvalevano di hacker specializzati nell'impossessarsi delle credenziali bancarie di italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e irlandesi. Disponevano bonifici bancari per migliaia di euro in favore di 118 conti correnti spagnoli intestati a “muli" riciclatori, italiani residenti in Spagna. Con quei soldi venivano acquistate criptovalute o finanziate altre attività criminali: prostituzione, droga, armi. Un giro d'affari di oltre 10 milioni di euro solo nell'ultimo anno». Possiamo parlare di fenomeno criminale di alto livello? «Sì. Servono elevate competenze informatiche che stanno diventando appannaggio di diverse bande criminali». Come? «La criminalità agisce “in service": professionisti e organizzazioni malavitose sviluppano strumenti e servizi “pronti all'uso" acquistabili per attuare attacchi complessi anche senza le conoscenze tecniche necessarie. Ci sono bande che, dopo aver ingegnerizzato le metodologie di attacco, vendono i servizi in pacchetti». Che cosa manca in Italia? E che cosa va migliorato? «Bisognerebbe ripensare la normativa penale e quella processuale per fornire gli adeguati strumenti investigativi. Per alcuni reati informatici sono previste pene non commisurate all'effettivo danno. Occorre prevedere aggravanti. Va ripensato anche il criterio della competenza, che attualmente spetta alla Procura dove risiede il reo e non la vittima. Così le indagini nascono su un territorio e finiscono su un altro, si dilatano i tempi e non si tiene conto che il reato si concretizza dove la vittima riceve il danno. C'è poi un terzo ambito di intervento». Che intende? «La cooperazione internazionale, soprattutto di tipo giudiziario. Ormai non esiste più un attacco informatico o un'azione di cybercriminalità che non preveda l'ingaggio di un collaterale estero. Il mancato allineamento delle varie legislazioni complica enormemente l'attività di contrasto». Quali sono le situazioni più pericolose? «Sicuramente i casi in cui le vittime possono essere oggetto di maggiore pressione. La vittima ideale è quella che, al momento dell'attacco, non può vedersi bloccare l'erogazione di alcuni servizi. È la più esposta a ricatti». Eravamo preparati allo smart working in termini di sicurezza informatica? I rischi di cyberattacchi sono stati sottovalutati? «Il cambio repentino delle modalità lavorative ha spiazzato chi gestisce la sicurezza informatica di aziende e amministrazioni. Non si era pronti a gestire una tale mole di attività svolte da casa. Pensiamo a una banca: una sede fisica, la guardia giurata all'ingresso, i vetri blindati, i controlli di sicurezza. Ora chi decide di aggredire un patrimonio lo fa in maniera virtuale». Dove si concentrano i cyberattacchi? «Il maggior numero di vittime è al Nord. Nella pubblica amministrazione, invece, gli esempi virtuosi si trovano dappertutto: qui il discrimine non è la collocazione geografica ma la competenza dei manager pubblici». Che cosa consiglia per prevenire o almeno essere pronti a contrastare i pirati informatici? «Le aziende devono guardare alla sicurezza cibernetica come settore prioritario e investire. È fondamentale avere all'interno figure professionali cui affidare l'ingegnerizzazione dei processi di sicurezza senza affidarsi a servizi esterni che a loro volta possono diventare il veicolo di attacchi. Suggerisco anche di fare sistema e rivolgersi alle istituzioni anche in via consultiva. Ultima raccomandazione: la sicurezza non è solo un costo che evita altri costi: dare un servizio in sicurezza fa la differenza».
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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