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2021-07-20
Tutte le bugie sul vaccino dei talebani delle chiusure
Il vaccino come unico mezzo per sconfiggere il virus e «per il bene degli altri». Con questi slogan ci stanno assordando, a reti unificate, incuranti delle contraddizioni che vanificano proclami allarmistici e non convincono scettici e indecisi. L'ultimo esempio arriva dalle tabelle del più recente report dell'Istituto superiore di sanità, che dovrebbero misurare l'impatto del farmaco sulla popolazione, differenziandola in vaccinati con ciclo incompleto, con due dosi e non vaccinati. La Verità ne ha già scritto più volte, far conoscere i benefici dell'essere immunizzati, assieme a dati attendibili della farmacovigilanza sulle reazioni avverse fino a oggi riscontrate, sarebbe l'unica operazione seria che governo e autorità sanitarie possono concordare per realizzare una campagna di sensibilizzazione. Altrimenti è terrorismo sociale, facendo leva sulla salute.
Nell'ultimo documento dell'Iss leggiamo che l'efficacia complessiva della vaccinazione «è superiore al 70% nel prevenire l'infezione in vaccinati con ciclo incompleto» e «superiore all'88% per i vaccinati con ciclo completo». Nel prevenire l'ospedalizzazione arriva «all'80,8% con ciclo incompleto» e «al 94,6% con ciclo completo», scongiura i ricoveri in terapia intensiva rispettivamente all'88,1% e al 97,3%. Per quanto riguarda i decessi, con una sola dose sarebbero evitati nel 79% dei casi, con ciclo completo al 95,8% anche se l'lss spiega che non sono tenute in considerazione le «comorbidità», le patologie di cui i pazienti potevano soffrire e che possono avere aggravato il rischio, in caso di contagio da Covid. Questione non di poco conto, da chiarire.
Vogliamo considerare un po' di numeri? Dal 21 giugno al 4 luglio, i positivi non vaccinati sono stati 8.047, quelli vaccinati con una dose sola 1.760, quelli con ciclo completo 790. Le ospedalizzazioni, sempre nello stesso ordine, furono 772, 89 e 80, mentre i dati relativi ai ricoveri in terapia intensiva passarono da 80 a 10, per diventare solo 4 tra coloro che hanno ricevuto le due dosi. Un vantaggio grande e progressivo con il progredire delle vaccinazioni, allora il farmaco funziona? Purtroppo i calcoli dell'Iss sono gravati da un errore sistematico (bias) dichiarato dallo stesso Istituto, che include tra i «non vaccinati» anche i cittadini che hanno ricevuto la prima dose «o mono dose entro 14 giorni dalla diagnosi stessa, ovvero prima del tempo necessario a sviluppare una risposta immunitaria completa al vaccino», e tra i «vaccinati con ciclo incompleto» anche i vaccinati con la seconda dose eseguita nelle due settimane riferite.
Quindi non sono dati precisi. Non solo, proprio negli otto giorni o poco più successivi all'inoculazione è stato documentato da molte fonti e in molti Paesi un forte aumento dei casi di Covid-19. «L'incidenza giornaliera dei casi è circa raddoppiata dopo la vaccinazione fino circa all'ottavo giorno successivo», riportava a marzo il British medical journal (Bmj), una delle riviste di medicina generale più prestigiose, così pure lo segnalava nello stesso mese uno studio di coorte su 331.000 sanitari danesi. Sempre su Bmj, la patologa Clare Craig adombra anche una spiegazione legata alla transitoria caduta post vaccinale delle difese immunitarie di linfociti e granulociti neutrofili, riferite negli studi randomizzati sia con vaccini basati su mRna, sia con vaccino a vettore virale.
«Sarà opportuno prendere in considerazione, per verificarle, le analisi dell'Iss quando avranno scorporato dai non vaccinati i soggetti che hanno ricevuto la prima dose nelle due settimane riferite allo studio, che sarebbero circa il 13,5% del totale», osserva Marco Alessandria, Phd ovvero dottore di ricerca in medicina e terapia sperimentale, mentre «coloro che ne hanno già fatte due entro i 14 giorni sarebbero circa il 31% del totale».
Se consideriamo che gli over 60 con almeno una dose sono l'87,8% e dal 28 giugno all'11 luglio solo l'11 per cento dei nuovi contagi ha riguardato persone in questa fascia di età, non si può negare che il vaccino ha evitato molti ricoveri e decessi. Anche le vaccinazioni di cittadini tra i 12 e i 39 anni, con una letalità da Covid praticamente inesistente, ci dicono che l'8,1% ha ricevuto una dose, il 3,4% ha completato il ciclo. Il vaccino starebbe proteggendo chi si è fatto la punturina, ma non blocca la circolazione del virus. Da mesi i virologi lo stanno dicendo, loro malgrado, ma assieme ai nostri politici vorrebbero vaccinare tutti, sostenendo che lo si deve fare per dovere civico. Invece se c'è un interesse, è solo per chi vuole sentirsi sicuro con un siero anti Covid. Altro che No vax che costituirebbero «un grosso problema per la salute pubblica e un ostacolo serio sul piano della stabilizzazione della situazione sanitaria», come dichiarava ieri La Stampa.
Il virus continua a circolare comunque, come è accaduto sull'ammiraglia della Royal Navy, la Hms Queen Elizabeth, nave da guerra da 3 miliardi di sterline partita dalla base navale di Portsmouth a maggio. A bordo ci sono 3.700 persone, tutte vaccinate con entrambe le dosi, è diretta in Giappone dove arriverà al termine di 28 settimane di navigazione eppure tra l'equipaggio sono stati registrati un centinaio di positivi al coronavirus. Un focolaio circoscritto, assicurano dal ministero della Difesa britannico, ma ciò non toglie che il virus ha potuto circolare pur tra marinai completamente immunizzati e che non hanno avuto occasioni di contagiarsi in losche taverne perché la portaerei non fa crociera toccando i vari porti.
Vogliono la puntura pure per i bimbi. Ma i benefici per loro sono discutibili
Bambini e ragazzi rappresentano il prossimo bersaglio della campagna vaccinale. Non si perde in giri di parole Guido Rasi, oggi consigliere del commissario per l'emergenza generale Francesco Paolo Figliuolo e già direttore dell'Agenzia europea per il farmaco, intervenuto ieri con un'intervista rilasciata per La Stampa. Prima quando definisce, poco elegantemente, «possibile serbatoio del virus» le fasce d'età più giovani. Poi, quando interrogato dal giornalista sullo scetticismo dei genitori in merito alla possibilità di somministrare ai più piccoli il siero anti-Covid taglia corto. «Capisco che la convenienza non sia immediata, ma ci sono rari casi pediatrici gravi», spiega Rasi, senza contare che «la variante Delta tra i dieci e i trent'anni sta creando qualche problemino». Infine, «la questione della protezione di massa: non possiamo permetterci che il virus continui a circolare tra i ragazzi». Tra le righe si legge la preoccupazione per il raggiungimento dell'immunità di gregge, minacciata dall'esitazione vaccinale degli over 60. Non si può negare che, in quest'ottica, i 3,4 milioni di italiani di età compresa tra i 12 e i 17 anni possano far comodo a Rasi, non fosse altro perché - tra la minaccia del ritorno alla Dad e il pericolo di ripristinare le restrizioni di carattere sociale - rappresentano una categoria assai più influenzabile. Un piccolo esercito a cui potrebbero aggiungersi gli oltre tre milioni di bambini tra i 6 e gli 11 anni, fascia d'età per la quale «probabilmente», sempre secondo Guido Rasi, il vaccino verrà autorizzato nel prossimo futuro.
Noi della Verità abbiamo provato, numeri alla mano, a stilare un'analisi tra costi e benefici della vaccinazione tra i più giovani. Senza la pretesa di sostituirci alle raccomandazioni mediche e ben consci che la storia clinica di ciascuna persona fa storia a sé, non possiamo fare a meno di rilevare che la questione è leggermente più complessa di come la dipinge l'ex direttore dell'Ema. Secondo l'ultimo bollettino sull'epidemia di Sars-CoV-2 stilato dall'Iss e aggiornato al 14 luglio scorso, i casi riscontrati nella fascia d'età 10-19 anni (non perfettamente sovrapponibile a quella del vaccino, ma ci dobbiamo accontentare) sono stati 413.151, con un'incidenza pari a 7.240 casi ogni 100.000 abitanti. Incrociando il numero di casi con la condizione clinica dei contagiati, si ricava che più di nove soggetti su dieci sono asintomatici, paucisintomatici o con sintomi lievi. Per quanto riguarda i casi più gravi, i severi rappresentano appena lo 0,7% (incidenza 51 ogni 100.000 individui) mentre i critici il 2,3% del totale (incidenza 166 ogni 100.000). Stando al report pubblicato dall'Agenzia italiana del farmaco sulle reazioni avverse ai vaccini contro il coronavirus, nella fascia 12-19 anni l'incidenza delle reazioni avverse è stata pari a 126 ogni 100.000 dosi somministrate al 26 giugno. Numeri da prendere con le pinze, avvisa l'Aifa, dal momento che questi tassi «sono calcolati su una popolazione di vaccinati poco rappresentata», ma sufficienti a porsi quantomeno un interrogativo sul rapporto tra la sicurezza del siero e il giovamento che questo potrebbe arrecare al destinatario. Perché, occorre ricordarlo, la vaccinazione costituisce prima di tutto una protezione per chi la riceve. Riflessioni corroborate, a maggior ragione, dall'esiguo numero di decessi: 16 nella fascia 10-19 anni (0,2 ogni 100.000 persone) e 12 in quella 0-9 anni (0,25 ogni 100.000 persone), riscontrati nella maggior parte dei casi in bambini e ragazzi con gravi patologie preesistenti.
Non è un caso, perciò, se quando si tratta di vaccinare i più piccoli anche l'Organizzazione mondiale della sanità ci vada con i piedi di piombo. «Bambini e adolescenti tendono ad avere sintomi più lievi rispetto agli adulti, perciò a meno che non facciano parte di un gruppo a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19», si legge nelle raccomandazioni ufficiali divulgate al pubblico, «è meno urgente vaccinarli rispetto alle persone più anziane, i malati cronici e gli operatori sanitari». Tradotto, non c'è nessuna fretta di immunizzare i giovani. Non è tutto perché, sottolinea l'Oms, «sono necessarie maggiori prove sull'utilizzo dei vaccini nei bambini al fine di formulare a tal proposito indicazioni di carattere generale». Lo scorso giugno, la Commissione permanente per i vaccini tedesca (Stiko) si è espressa in favore della vaccinazione nella fascia 12-17 anni per i soli soggetti con patologie pregresse. E proprio ieri il ministro della Salute britannico Sajid David, anche sulla scorta delle miocarditi verificatesi a danno dei più giovani, ha annunciato di aver accettato un'analoga raccomandazione formulata dalla Commissione congiunta per le vaccinazioni. «Basandoci sul fatto che i bambini sani che contraggono il Covid-19 sviluppano sintomi lievi», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione, il medico e docente dell'Università di Oxford Anthony Harnden, «abbiamo stabiliti che i benefici della vaccinazione in questa fascia d'età sono realmente contenuti».
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I farmaci salvano e proteggono dai sintomi gravi, ma non bloccano la circolazione del virus. Per convincere i dubbiosi però si ripete il contrario. E l'Iss conta come non immunizzato anche chi ha già avuto una dose. Guido Rasi, consigliere di Figliuolo, invita i genitori a far vaccinare i figli e auspica l'inoculazione anche per i minori di 12 anni. I vantaggi per i giovani si scontrano però con i casi avversi. E infatti Oms, Berlino e Londra frenano.Lo speciale contiene due articoli!function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async");Il vaccino come unico mezzo per sconfiggere il virus e «per il bene degli altri». Con questi slogan ci stanno assordando, a reti unificate, incuranti delle contraddizioni che vanificano proclami allarmistici e non convincono scettici e indecisi. L'ultimo esempio arriva dalle tabelle del più recente report dell'Istituto superiore di sanità, che dovrebbero misurare l'impatto del farmaco sulla popolazione, differenziandola in vaccinati con ciclo incompleto, con due dosi e non vaccinati. La Verità ne ha già scritto più volte, far conoscere i benefici dell'essere immunizzati, assieme a dati attendibili della farmacovigilanza sulle reazioni avverse fino a oggi riscontrate, sarebbe l'unica operazione seria che governo e autorità sanitarie possono concordare per realizzare una campagna di sensibilizzazione. Altrimenti è terrorismo sociale, facendo leva sulla salute. Nell'ultimo documento dell'Iss leggiamo che l'efficacia complessiva della vaccinazione «è superiore al 70% nel prevenire l'infezione in vaccinati con ciclo incompleto» e «superiore all'88% per i vaccinati con ciclo completo». Nel prevenire l'ospedalizzazione arriva «all'80,8% con ciclo incompleto» e «al 94,6% con ciclo completo», scongiura i ricoveri in terapia intensiva rispettivamente all'88,1% e al 97,3%. Per quanto riguarda i decessi, con una sola dose sarebbero evitati nel 79% dei casi, con ciclo completo al 95,8% anche se l'lss spiega che non sono tenute in considerazione le «comorbidità», le patologie di cui i pazienti potevano soffrire e che possono avere aggravato il rischio, in caso di contagio da Covid. Questione non di poco conto, da chiarire. Vogliamo considerare un po' di numeri? Dal 21 giugno al 4 luglio, i positivi non vaccinati sono stati 8.047, quelli vaccinati con una dose sola 1.760, quelli con ciclo completo 790. Le ospedalizzazioni, sempre nello stesso ordine, furono 772, 89 e 80, mentre i dati relativi ai ricoveri in terapia intensiva passarono da 80 a 10, per diventare solo 4 tra coloro che hanno ricevuto le due dosi. Un vantaggio grande e progressivo con il progredire delle vaccinazioni, allora il farmaco funziona? Purtroppo i calcoli dell'Iss sono gravati da un errore sistematico (bias) dichiarato dallo stesso Istituto, che include tra i «non vaccinati» anche i cittadini che hanno ricevuto la prima dose «o mono dose entro 14 giorni dalla diagnosi stessa, ovvero prima del tempo necessario a sviluppare una risposta immunitaria completa al vaccino», e tra i «vaccinati con ciclo incompleto» anche i vaccinati con la seconda dose eseguita nelle due settimane riferite. Quindi non sono dati precisi. Non solo, proprio negli otto giorni o poco più successivi all'inoculazione è stato documentato da molte fonti e in molti Paesi un forte aumento dei casi di Covid-19. «L'incidenza giornaliera dei casi è circa raddoppiata dopo la vaccinazione fino circa all'ottavo giorno successivo», riportava a marzo il British medical journal (Bmj), una delle riviste di medicina generale più prestigiose, così pure lo segnalava nello stesso mese uno studio di coorte su 331.000 sanitari danesi. Sempre su Bmj, la patologa Clare Craig adombra anche una spiegazione legata alla transitoria caduta post vaccinale delle difese immunitarie di linfociti e granulociti neutrofili, riferite negli studi randomizzati sia con vaccini basati su mRna, sia con vaccino a vettore virale. «Sarà opportuno prendere in considerazione, per verificarle, le analisi dell'Iss quando avranno scorporato dai non vaccinati i soggetti che hanno ricevuto la prima dose nelle due settimane riferite allo studio, che sarebbero circa il 13,5% del totale», osserva Marco Alessandria, Phd ovvero dottore di ricerca in medicina e terapia sperimentale, mentre «coloro che ne hanno già fatte due entro i 14 giorni sarebbero circa il 31% del totale».Se consideriamo che gli over 60 con almeno una dose sono l'87,8% e dal 28 giugno all'11 luglio solo l'11 per cento dei nuovi contagi ha riguardato persone in questa fascia di età, non si può negare che il vaccino ha evitato molti ricoveri e decessi. Anche le vaccinazioni di cittadini tra i 12 e i 39 anni, con una letalità da Covid praticamente inesistente, ci dicono che l'8,1% ha ricevuto una dose, il 3,4% ha completato il ciclo. Il vaccino starebbe proteggendo chi si è fatto la punturina, ma non blocca la circolazione del virus. Da mesi i virologi lo stanno dicendo, loro malgrado, ma assieme ai nostri politici vorrebbero vaccinare tutti, sostenendo che lo si deve fare per dovere civico. Invece se c'è un interesse, è solo per chi vuole sentirsi sicuro con un siero anti Covid. Altro che No vax che costituirebbero «un grosso problema per la salute pubblica e un ostacolo serio sul piano della stabilizzazione della situazione sanitaria», come dichiarava ieri La Stampa. Il virus continua a circolare comunque, come è accaduto sull'ammiraglia della Royal Navy, la Hms Queen Elizabeth, nave da guerra da 3 miliardi di sterline partita dalla base navale di Portsmouth a maggio. A bordo ci sono 3.700 persone, tutte vaccinate con entrambe le dosi, è diretta in Giappone dove arriverà al termine di 28 settimane di navigazione eppure tra l'equipaggio sono stati registrati un centinaio di positivi al coronavirus. Un focolaio circoscritto, assicurano dal ministero della Difesa britannico, ma ciò non toglie che il virus ha potuto circolare pur tra marinai completamente immunizzati e che non hanno avuto occasioni di contagiarsi in losche taverne perché la portaerei non fa crociera toccando i vari porti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sono-i-dati-a-debellare-la-retorica-la-vaccinazione-non-ferma-i-contagi-2653852352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliono-la-puntura-pure-per-i-bimbi-ma-i-benefici-per-loro-sono-discutibili" data-post-id="2653852352" data-published-at="1626730227" data-use-pagination="False"> Vogliono la puntura pure per i bimbi. Ma i benefici per loro sono discutibili Bambini e ragazzi rappresentano il prossimo bersaglio della campagna vaccinale. Non si perde in giri di parole Guido Rasi, oggi consigliere del commissario per l'emergenza generale Francesco Paolo Figliuolo e già direttore dell'Agenzia europea per il farmaco, intervenuto ieri con un'intervista rilasciata per La Stampa. Prima quando definisce, poco elegantemente, «possibile serbatoio del virus» le fasce d'età più giovani. Poi, quando interrogato dal giornalista sullo scetticismo dei genitori in merito alla possibilità di somministrare ai più piccoli il siero anti-Covid taglia corto. «Capisco che la convenienza non sia immediata, ma ci sono rari casi pediatrici gravi», spiega Rasi, senza contare che «la variante Delta tra i dieci e i trent'anni sta creando qualche problemino». Infine, «la questione della protezione di massa: non possiamo permetterci che il virus continui a circolare tra i ragazzi». Tra le righe si legge la preoccupazione per il raggiungimento dell'immunità di gregge, minacciata dall'esitazione vaccinale degli over 60. Non si può negare che, in quest'ottica, i 3,4 milioni di italiani di età compresa tra i 12 e i 17 anni possano far comodo a Rasi, non fosse altro perché - tra la minaccia del ritorno alla Dad e il pericolo di ripristinare le restrizioni di carattere sociale - rappresentano una categoria assai più influenzabile. Un piccolo esercito a cui potrebbero aggiungersi gli oltre tre milioni di bambini tra i 6 e gli 11 anni, fascia d'età per la quale «probabilmente», sempre secondo Guido Rasi, il vaccino verrà autorizzato nel prossimo futuro. Noi della Verità abbiamo provato, numeri alla mano, a stilare un'analisi tra costi e benefici della vaccinazione tra i più giovani. Senza la pretesa di sostituirci alle raccomandazioni mediche e ben consci che la storia clinica di ciascuna persona fa storia a sé, non possiamo fare a meno di rilevare che la questione è leggermente più complessa di come la dipinge l'ex direttore dell'Ema. Secondo l'ultimo bollettino sull'epidemia di Sars-CoV-2 stilato dall'Iss e aggiornato al 14 luglio scorso, i casi riscontrati nella fascia d'età 10-19 anni (non perfettamente sovrapponibile a quella del vaccino, ma ci dobbiamo accontentare) sono stati 413.151, con un'incidenza pari a 7.240 casi ogni 100.000 abitanti. Incrociando il numero di casi con la condizione clinica dei contagiati, si ricava che più di nove soggetti su dieci sono asintomatici, paucisintomatici o con sintomi lievi. Per quanto riguarda i casi più gravi, i severi rappresentano appena lo 0,7% (incidenza 51 ogni 100.000 individui) mentre i critici il 2,3% del totale (incidenza 166 ogni 100.000). Stando al report pubblicato dall'Agenzia italiana del farmaco sulle reazioni avverse ai vaccini contro il coronavirus, nella fascia 12-19 anni l'incidenza delle reazioni avverse è stata pari a 126 ogni 100.000 dosi somministrate al 26 giugno. Numeri da prendere con le pinze, avvisa l'Aifa, dal momento che questi tassi «sono calcolati su una popolazione di vaccinati poco rappresentata», ma sufficienti a porsi quantomeno un interrogativo sul rapporto tra la sicurezza del siero e il giovamento che questo potrebbe arrecare al destinatario. Perché, occorre ricordarlo, la vaccinazione costituisce prima di tutto una protezione per chi la riceve. Riflessioni corroborate, a maggior ragione, dall'esiguo numero di decessi: 16 nella fascia 10-19 anni (0,2 ogni 100.000 persone) e 12 in quella 0-9 anni (0,25 ogni 100.000 persone), riscontrati nella maggior parte dei casi in bambini e ragazzi con gravi patologie preesistenti. Non è un caso, perciò, se quando si tratta di vaccinare i più piccoli anche l'Organizzazione mondiale della sanità ci vada con i piedi di piombo. «Bambini e adolescenti tendono ad avere sintomi più lievi rispetto agli adulti, perciò a meno che non facciano parte di un gruppo a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19», si legge nelle raccomandazioni ufficiali divulgate al pubblico, «è meno urgente vaccinarli rispetto alle persone più anziane, i malati cronici e gli operatori sanitari». Tradotto, non c'è nessuna fretta di immunizzare i giovani. Non è tutto perché, sottolinea l'Oms, «sono necessarie maggiori prove sull'utilizzo dei vaccini nei bambini al fine di formulare a tal proposito indicazioni di carattere generale». Lo scorso giugno, la Commissione permanente per i vaccini tedesca (Stiko) si è espressa in favore della vaccinazione nella fascia 12-17 anni per i soli soggetti con patologie pregresse. E proprio ieri il ministro della Salute britannico Sajid David, anche sulla scorta delle miocarditi verificatesi a danno dei più giovani, ha annunciato di aver accettato un'analoga raccomandazione formulata dalla Commissione congiunta per le vaccinazioni. «Basandoci sul fatto che i bambini sani che contraggono il Covid-19 sviluppano sintomi lievi», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione, il medico e docente dell'Università di Oxford Anthony Harnden, «abbiamo stabiliti che i benefici della vaccinazione in questa fascia d'età sono realmente contenuti».
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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