True
2024-12-12
I jihadisti «moderati» della nuova Siria hanno già cominciato le purghe dei nemici
(Ansa)
Ieri la bandiera jihadista riportante la professione di fede islamica è stata esposta durante la prima riunione del governo di transizione siriano, presieduto dal premier Muhammad Bashir. Le immagini diffuse dai media siriani mostrano chiaramente la bandiera, caratterizzata da una scritta nera su sfondo bianco (uguale a quella dei talebani), accanto al tricolore siriano adottato dai jihadisti che in soli dodici giorni si sono impadroniti della Siria. Al termine il Comando delle operazioni militari, che coordina le fazioni armate responsabili della caduta di Bashar Al Assad, ha comunicato la fine del coprifuoco a Damasco e nelle aree circostanti la capitale. La misura, applicata dalle 16 alle 5 del mattino, era stata introdotta dalle fazioni subito dopo la conquista della capitale siriana. In un comunicato il Comando ha inoltre esortato la popolazione a riprendere le attività lavorative per contribuire «alla ricostruzione della nuova Siria». Ieri ha parlato il protagonista della cacciata di Assad dalla Siria, ovvero Mohammed Al Jolani, che da qualche giorno si firma con il suo vero nome Ahmed Al Sharaa e che per piacere agli occidentali si è anche accorciato la lunga barba che portano i salafiti. «I governi stranieri non dovrebbero preoccuparsi della situazione in Siria. La gente è stremata dalla guerra e il Paese non è quindi pronto a entrare in un’altra guerra. La paura riguardava il regime di Assad, che ora è caduto e il Paese si sta muovendo verso lo sviluppo, la ricostruzione e la stabilità», ha affermato il nuovo padrone della Siria, che ha poi aggiunto: «I nostri timori riguardavano le milizie iraniane, Hezbollah e il regime che ha commesso i massacri che vediamo oggi ma non ci sarà amnistia per i torturatori dei detenuti». Non sono pochi i gonzi che hanno abboccato e non sapendo chi è davvero Al Sharaa gli danno credito come se fosse un politico, quando in realtà si tratta di un tagliagole formatosi nei ranghi di Al Qaeda prima e dell’Isis poi. L’astuto leader di Hayat Tahrir Al Sham (Hts) si è ben guardato di commentare i video scioccanti provenienti da diverse città siriane che documentano le esecuzioni sommarie compiute da uomini armati non identificati contro presunti i presunti responsabili di massacri di civili, accusati di aver agito per conto del deposto regime di Assad. I filmati, autentici, dei quali siamo in possesso mostrano ad esempio cadaveri trascinati da un’auto per le strade di Idlib, mentre una folla furiosa prende a calci i corpi martoriati. Un altro filmato, girato a Rabia, a Ovest di Hama, ritrae due uomini accusati di crimini «contro i siriani» circondati da uomini armati in uniforme. Gli urlano epiteti come «maiali alawiti», riferendosi alla comunità alawita, la branca dello sciismo cui appartengono gli Assad e i clan che hanno mantenuto il potere per oltre mezzo secolo. Subito dopo una raffica di spari li colpisce. In un’altra scena un uomo armato tenta di arrendersi alzando le mani, ma viene colpito con un calcio allo stomaco, gettato a terra e ucciso sul posto mentre a Homs, una folla di persone e automobili si radunano per assistere all’esecuzione pubblica di Abu Ibrahim, descritto come «il principale agente di sicurezza di Assad» nel quartiere di Bab Amro.
La tomba di Hafez Al Assad, padre dell’ex presidente siriano è stata incendiata nella sua città natale di Qardaha. Le immagini diffuse dall’Afp mostrano combattenti ribelli in uniforme e giovani osservano mentre la tomba è avvolta dalle fiamme. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito all’Afp che i ribelli avevano in precedenza incendiato anche il mausoleo dell’ex presidente, situato a Latakia, considerato il centro della comunità alawita. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov riferendosi alla posizione di Mosca sugli sviluppi in Siria ha affermato: «Noi ovviamente vorremmo vedere una rapida stabilizzazione della situazione in Siria, in un modo o nell’altro, per avere successivamente una qualche prospettiva di portare la situazione in una direzione legale». Poi gli è stato chiesto degli sforzi di Mosca per preservare le sue basi in Siria dopo la caduta di Assad e qui Peskov ha detto che «l’operazione militare speciale rappresenta una priorità assoluta per il nostro Paese. Dobbiamo tutelare gli interessi della nostra sicurezza e del popolo russo, e continueremo a farlo». Poi ha precisato che Mosca è in contatto con il governo jihadista siriano: «Le questioni relative alla sicurezza delle strutture e dei cittadini russi in Siria sono di fondamentale importanza. La nostra base si trova in Siria, la nostra missione diplomatica si trova lì. Naturalmente, la questione relativa alla sicurezza di queste nostre strutture è estremamente importante e di fondamentale importanza. La Russia mantiene un dialogo con tutti i Paesi della regione e intendiamo continuare a farlo». Della Siria ha parlato anche l’altro grande sconfitto dalla fuga, Khamenei, la Guida suprema dell’Iran che ha affermato: «Gli analisti ignoranti immaginano che la resistenza si stia indebolendo e che anche l’Iran si indebolirà, ma l’Iran è potente e diventerà più potente. Il fronte della resistenza è questo: più spingi, più diventa forte, più ti impegni, più diventa motivato. Più li combatti, più diventa ampio». Ma vista la situazione sembra più un modo di farsi coraggio che altro. Infine, non è certo un segreto per nessuno che Ahmed Al Sharaa e il suo gruppo jihadista al pari di Hamas sono espressione della Fratellanza musulmana, quindi, non è certo un caso che il Qatar grande protettore della confraternita ha annunciato con una nota la riapertura della sua ambasciata in Siria.
Anche i servizi di Zelensky coinvolti nella sommossa contro il rais
Dietro alle operazioni dei ribelli siriani che hanno spazzato via il regime di Assad in Siria ci sarebbe lo zampino dell’Ucraina. Stando a quanto emerge dal Washington Post l’intelligence di Kiev avrebbe mandato, nell’ultimo mese, 20 operatori di droni esperti e 150 velivoli senza pilota a Idlib, luogo della sede dei ribelli di Hayat Tahrir Al Sham (Hts).
L’obiettivo ucraino è chiaro: nel momento in cui la Russia è in vantaggio nella guerra in Ucraina, occorre indebolirla nei Paesi in cui ha interessi strategici per allargare il campo di battaglia e aprire altri fronti, danneggiando quindi anche gli storici alleati del Cremlino. Ben si comprendono dunque le dichiarazioni del ministero degli Esteri ucraino quando domenica ha sentenziato: «Gli eventi in Siria dimostrano la debolezza del regime di Putin che è incapace di combattere su due fronti e abbandona i suoi più stretti alleati per continuare l’aggressione contro l’Ucraina». Ciò nonostante, l’intelligence occidentale ritiene che il ruolo dell’Ucraina non sia stato determinante per la fuga del presidente della Siria Bashar Al Assad e il crollo del suo regime.
I segnali sul coinvolgimento di Kiev nel dietro le quinte siriano erano già evidenti così come la consapevolezza di Mosca che però non è riuscita a mobilitarsi in tempo. Come ricorda il Washington Post, a settembre, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva parlato di «emissari dell’intelligence ucraina» nella città di Idlib e di «operazioni sporche» secondo cui il capo del Gur ucraino Kyrylo Budanov era già stato in contatto con Hts. Due mesi dopo, a novembre, il rappresentante speciale della Russia per la Siria Alexander Lavrentyev aveva comunicato alla Tass: «Abbiamo effettivamente informazioni che gli specialisti della Direzione principale dell’intelligence dell’Ucraina si trovano sul territorio di Idlib».
Dall’altra parte l’Ucraina non aveva cercato di nascondersi: a giugno il Kyiv Post aveva citato una fonte del servizio di intelligence militare ucraino che, senza fare mistero, aveva dichiarato: «Dall’inizio dell’anno i ribelli siriani, supportati da agenti ucraini, hanno inflitto numerosi attacchi alle strutture militari russe rappresentate nella regione». Il giornale ucraino aveva pubblicato anche un filmato che mostrava gli attacchi condotti contro i bunker presumibilmente da parte del Gur e dell’«opposizione siriana». Inoltre, il quotidiano turco Aydinlik a settembre aveva parlato di un incontro tra i rappresentanti del governo ucraino e i ribelli dell’Hts che sarebbe avvenuto il 18 giugno.
Lo stesso schema è stato adottato da Kiev in Africa sempre per sferrare un attacco contro Mosca in un altro continente di grande valore strategico. Il 27 luglio in un’imboscata a Tinzawatène, in Mali, sono rimasti uccisi 84 mercenari russi della Wagner, oltre a 47 soldati maliani. E come riportato dalla Bbc, il portavoce del Gur Andriy Yusov aveva dichiarato che i Tuareg in Mali «avevano ricevuto le informazioni necessarie, e non solo, che hanno consentito un’operazione militare di successo contro i criminali di guerra russi». Prima di questo episodio, Budanov era stato intervistato dal giornalista del Washington Post David Ignatius e riguardo alle operazioni di Kiev in Africa contro Mosca aveva dichiarato: «Conduciamo tali operazioni volte a ridurre il potenziale militare russo, ovunque sia possibile». E quindi la Siria non è stata un’eccezione.
Continua a leggereRiduci
Al Jolani cambia nome e lancia altri messaggi distensivi. Ma nel Paese è scattata la mattanza dei (presunti) assadisti.Il Gur ucraino avrebbe mandato a Idlib 20 operatori di droni e 150 velivoli senza pilota.Lo speciale contiene due articoli.Ieri la bandiera jihadista riportante la professione di fede islamica è stata esposta durante la prima riunione del governo di transizione siriano, presieduto dal premier Muhammad Bashir. Le immagini diffuse dai media siriani mostrano chiaramente la bandiera, caratterizzata da una scritta nera su sfondo bianco (uguale a quella dei talebani), accanto al tricolore siriano adottato dai jihadisti che in soli dodici giorni si sono impadroniti della Siria. Al termine il Comando delle operazioni militari, che coordina le fazioni armate responsabili della caduta di Bashar Al Assad, ha comunicato la fine del coprifuoco a Damasco e nelle aree circostanti la capitale. La misura, applicata dalle 16 alle 5 del mattino, era stata introdotta dalle fazioni subito dopo la conquista della capitale siriana. In un comunicato il Comando ha inoltre esortato la popolazione a riprendere le attività lavorative per contribuire «alla ricostruzione della nuova Siria». Ieri ha parlato il protagonista della cacciata di Assad dalla Siria, ovvero Mohammed Al Jolani, che da qualche giorno si firma con il suo vero nome Ahmed Al Sharaa e che per piacere agli occidentali si è anche accorciato la lunga barba che portano i salafiti. «I governi stranieri non dovrebbero preoccuparsi della situazione in Siria. La gente è stremata dalla guerra e il Paese non è quindi pronto a entrare in un’altra guerra. La paura riguardava il regime di Assad, che ora è caduto e il Paese si sta muovendo verso lo sviluppo, la ricostruzione e la stabilità», ha affermato il nuovo padrone della Siria, che ha poi aggiunto: «I nostri timori riguardavano le milizie iraniane, Hezbollah e il regime che ha commesso i massacri che vediamo oggi ma non ci sarà amnistia per i torturatori dei detenuti». Non sono pochi i gonzi che hanno abboccato e non sapendo chi è davvero Al Sharaa gli danno credito come se fosse un politico, quando in realtà si tratta di un tagliagole formatosi nei ranghi di Al Qaeda prima e dell’Isis poi. L’astuto leader di Hayat Tahrir Al Sham (Hts) si è ben guardato di commentare i video scioccanti provenienti da diverse città siriane che documentano le esecuzioni sommarie compiute da uomini armati non identificati contro presunti i presunti responsabili di massacri di civili, accusati di aver agito per conto del deposto regime di Assad. I filmati, autentici, dei quali siamo in possesso mostrano ad esempio cadaveri trascinati da un’auto per le strade di Idlib, mentre una folla furiosa prende a calci i corpi martoriati. Un altro filmato, girato a Rabia, a Ovest di Hama, ritrae due uomini accusati di crimini «contro i siriani» circondati da uomini armati in uniforme. Gli urlano epiteti come «maiali alawiti», riferendosi alla comunità alawita, la branca dello sciismo cui appartengono gli Assad e i clan che hanno mantenuto il potere per oltre mezzo secolo. Subito dopo una raffica di spari li colpisce. In un’altra scena un uomo armato tenta di arrendersi alzando le mani, ma viene colpito con un calcio allo stomaco, gettato a terra e ucciso sul posto mentre a Homs, una folla di persone e automobili si radunano per assistere all’esecuzione pubblica di Abu Ibrahim, descritto come «il principale agente di sicurezza di Assad» nel quartiere di Bab Amro. La tomba di Hafez Al Assad, padre dell’ex presidente siriano è stata incendiata nella sua città natale di Qardaha. Le immagini diffuse dall’Afp mostrano combattenti ribelli in uniforme e giovani osservano mentre la tomba è avvolta dalle fiamme. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito all’Afp che i ribelli avevano in precedenza incendiato anche il mausoleo dell’ex presidente, situato a Latakia, considerato il centro della comunità alawita. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov riferendosi alla posizione di Mosca sugli sviluppi in Siria ha affermato: «Noi ovviamente vorremmo vedere una rapida stabilizzazione della situazione in Siria, in un modo o nell’altro, per avere successivamente una qualche prospettiva di portare la situazione in una direzione legale». Poi gli è stato chiesto degli sforzi di Mosca per preservare le sue basi in Siria dopo la caduta di Assad e qui Peskov ha detto che «l’operazione militare speciale rappresenta una priorità assoluta per il nostro Paese. Dobbiamo tutelare gli interessi della nostra sicurezza e del popolo russo, e continueremo a farlo». Poi ha precisato che Mosca è in contatto con il governo jihadista siriano: «Le questioni relative alla sicurezza delle strutture e dei cittadini russi in Siria sono di fondamentale importanza. La nostra base si trova in Siria, la nostra missione diplomatica si trova lì. Naturalmente, la questione relativa alla sicurezza di queste nostre strutture è estremamente importante e di fondamentale importanza. La Russia mantiene un dialogo con tutti i Paesi della regione e intendiamo continuare a farlo». Della Siria ha parlato anche l’altro grande sconfitto dalla fuga, Khamenei, la Guida suprema dell’Iran che ha affermato: «Gli analisti ignoranti immaginano che la resistenza si stia indebolendo e che anche l’Iran si indebolirà, ma l’Iran è potente e diventerà più potente. Il fronte della resistenza è questo: più spingi, più diventa forte, più ti impegni, più diventa motivato. Più li combatti, più diventa ampio». Ma vista la situazione sembra più un modo di farsi coraggio che altro. Infine, non è certo un segreto per nessuno che Ahmed Al Sharaa e il suo gruppo jihadista al pari di Hamas sono espressione della Fratellanza musulmana, quindi, non è certo un caso che il Qatar grande protettore della confraternita ha annunciato con una nota la riapertura della sua ambasciata in Siria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siria-jolani-2670440875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-i-servizi-di-zelensky-coinvolti-nella-sommossa-contro-il-rais" data-post-id="2670440875" data-published-at="1733999939" data-use-pagination="False"> Anche i servizi di Zelensky coinvolti nella sommossa contro il rais Dietro alle operazioni dei ribelli siriani che hanno spazzato via il regime di Assad in Siria ci sarebbe lo zampino dell’Ucraina. Stando a quanto emerge dal Washington Post l’intelligence di Kiev avrebbe mandato, nell’ultimo mese, 20 operatori di droni esperti e 150 velivoli senza pilota a Idlib, luogo della sede dei ribelli di Hayat Tahrir Al Sham (Hts). L’obiettivo ucraino è chiaro: nel momento in cui la Russia è in vantaggio nella guerra in Ucraina, occorre indebolirla nei Paesi in cui ha interessi strategici per allargare il campo di battaglia e aprire altri fronti, danneggiando quindi anche gli storici alleati del Cremlino. Ben si comprendono dunque le dichiarazioni del ministero degli Esteri ucraino quando domenica ha sentenziato: «Gli eventi in Siria dimostrano la debolezza del regime di Putin che è incapace di combattere su due fronti e abbandona i suoi più stretti alleati per continuare l’aggressione contro l’Ucraina». Ciò nonostante, l’intelligence occidentale ritiene che il ruolo dell’Ucraina non sia stato determinante per la fuga del presidente della Siria Bashar Al Assad e il crollo del suo regime. I segnali sul coinvolgimento di Kiev nel dietro le quinte siriano erano già evidenti così come la consapevolezza di Mosca che però non è riuscita a mobilitarsi in tempo. Come ricorda il Washington Post, a settembre, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva parlato di «emissari dell’intelligence ucraina» nella città di Idlib e di «operazioni sporche» secondo cui il capo del Gur ucraino Kyrylo Budanov era già stato in contatto con Hts. Due mesi dopo, a novembre, il rappresentante speciale della Russia per la Siria Alexander Lavrentyev aveva comunicato alla Tass: «Abbiamo effettivamente informazioni che gli specialisti della Direzione principale dell’intelligence dell’Ucraina si trovano sul territorio di Idlib». Dall’altra parte l’Ucraina non aveva cercato di nascondersi: a giugno il Kyiv Post aveva citato una fonte del servizio di intelligence militare ucraino che, senza fare mistero, aveva dichiarato: «Dall’inizio dell’anno i ribelli siriani, supportati da agenti ucraini, hanno inflitto numerosi attacchi alle strutture militari russe rappresentate nella regione». Il giornale ucraino aveva pubblicato anche un filmato che mostrava gli attacchi condotti contro i bunker presumibilmente da parte del Gur e dell’«opposizione siriana». Inoltre, il quotidiano turco Aydinlik a settembre aveva parlato di un incontro tra i rappresentanti del governo ucraino e i ribelli dell’Hts che sarebbe avvenuto il 18 giugno. Lo stesso schema è stato adottato da Kiev in Africa sempre per sferrare un attacco contro Mosca in un altro continente di grande valore strategico. Il 27 luglio in un’imboscata a Tinzawatène, in Mali, sono rimasti uccisi 84 mercenari russi della Wagner, oltre a 47 soldati maliani. E come riportato dalla Bbc, il portavoce del Gur Andriy Yusov aveva dichiarato che i Tuareg in Mali «avevano ricevuto le informazioni necessarie, e non solo, che hanno consentito un’operazione militare di successo contro i criminali di guerra russi». Prima di questo episodio, Budanov era stato intervistato dal giornalista del Washington Post David Ignatius e riguardo alle operazioni di Kiev in Africa contro Mosca aveva dichiarato: «Conduciamo tali operazioni volte a ridurre il potenziale militare russo, ovunque sia possibile». E quindi la Siria non è stata un’eccezione.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci