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2021-07-26
Sindacati fantasma. Dietro la sigla nazionale? Un solo dipendente
iStock
Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante».
Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».
Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente».
Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma.
In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.
Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti».
L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento.
E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.
«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali».
In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti».
«La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare»

Tiziano Treu (Ansa)
Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema.
Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato.
«Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso».
Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione?
«Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole».
Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»?
«Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla».
Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»?
«L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti».
Quali altre misure avete previsto?
«Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti».
Di che cosa si tratta?
«Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia».
Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi?
«Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro».
Poi il sistema si è inceppato.
«La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente».
Si aspetta una svolta?
«Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
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Quattro contratti su dieci sono firmati da associazioni che non rappresentano nessuno, o quasi. Così ci troviamo di fronte a centinaia di accordi collettivi che sono perfettamente validi e legali ma anziché i lavoratori proteggono i padroni furbetti.Il capo del Cnel, Tiziano Treu: «Il fenomeno colpa anche dell'inerzia delle parti sociali. Noi registriamo tutto, ma il vuoto di leggi ci lega le mani».Lo speciale contiene due articoli.Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante». Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente». Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma. In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti». L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento. E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali». In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sindacati-fantasma-sigla-nazionale-2653958977.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-deriva-la-vediamo-ci-manca-soltanto-il-potere-di-giudicare" data-post-id="2653958977" data-published-at="1627236181" data-use-pagination="False"> «La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare» Tiziano Treu (Ansa) Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema. Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato. «Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso». Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione? «Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole». Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»? «Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla». Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»? «L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti». Quali altre misure avete previsto? «Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti». Di che cosa si tratta? «Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia». Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi? «Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro». Poi il sistema si è inceppato. «La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente». Si aspetta una svolta? «Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.