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2021-07-26
Sindacati fantasma. Dietro la sigla nazionale? Un solo dipendente
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Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante».
Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».
Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente».
Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma.
In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.
Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti».
L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento.
E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.
«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali».
In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti».
«La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare»

Tiziano Treu (Ansa)
Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema.
Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato.
«Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso».
Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione?
«Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole».
Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»?
«Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla».
Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»?
«L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti».
Quali altre misure avete previsto?
«Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti».
Di che cosa si tratta?
«Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia».
Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi?
«Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro».
Poi il sistema si è inceppato.
«La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente».
Si aspetta una svolta?
«Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
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Quattro contratti su dieci sono firmati da associazioni che non rappresentano nessuno, o quasi. Così ci troviamo di fronte a centinaia di accordi collettivi che sono perfettamente validi e legali ma anziché i lavoratori proteggono i padroni furbetti.Il capo del Cnel, Tiziano Treu: «Il fenomeno colpa anche dell'inerzia delle parti sociali. Noi registriamo tutto, ma il vuoto di leggi ci lega le mani».Lo speciale contiene due articoli.Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante». Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente». Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma. In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti». L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento. E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali». In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sindacati-fantasma-sigla-nazionale-2653958977.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-deriva-la-vediamo-ci-manca-soltanto-il-potere-di-giudicare" data-post-id="2653958977" data-published-at="1627236181" data-use-pagination="False"> «La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare» Tiziano Treu (Ansa) Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema. Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato. «Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso». Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione? «Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole». Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»? «Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla». Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»? «L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti». Quali altre misure avete previsto? «Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti». Di che cosa si tratta? «Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia». Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi? «Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro». Poi il sistema si è inceppato. «La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente». Si aspetta una svolta? «Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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