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2021-07-26
Sindacati fantasma. Dietro la sigla nazionale? Un solo dipendente
iStock
Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante».
Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».
Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente».
Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma.
In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.
Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti».
L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento.
E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.
«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali».
In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti».
«La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare»

Tiziano Treu (Ansa)
Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema.
Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato.
«Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso».
Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione?
«Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole».
Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»?
«Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla».
Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»?
«L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti».
Quali altre misure avete previsto?
«Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti».
Di che cosa si tratta?
«Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia».
Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi?
«Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro».
Poi il sistema si è inceppato.
«La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente».
Si aspetta una svolta?
«Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
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Quattro contratti su dieci sono firmati da associazioni che non rappresentano nessuno, o quasi. Così ci troviamo di fronte a centinaia di accordi collettivi che sono perfettamente validi e legali ma anziché i lavoratori proteggono i padroni furbetti.Il capo del Cnel, Tiziano Treu: «Il fenomeno colpa anche dell'inerzia delle parti sociali. Noi registriamo tutto, ma il vuoto di leggi ci lega le mani».Lo speciale contiene due articoli.Quando i piccoli hanno deciso di emulare i grandi, le regole sono saltate. Quando lo spazio nelle grandi confederazioni o nelle associazioni di categoria più importanti si è assottigliato, si sono create le condizioni per la proliferazione di centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro, con il sistema che è prossimo a raggiungere il punto di rottura. La frammentazione è così esasperata che, tra i sindacati e i consiglieri del Cnel, non ci si nasconde più: «L'elenco dei contratti depositati e registrati è cresciuto a tal punto da diventare una giungla imbarazzante». Al 30 giugno del 2021, data dell'ultimo report semestrale, al Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro risultano depositati 985 contratti collettivi nazionali, 50 in più rispetto all'ultima rilevazione messa a punto lo scorso dicembre. Secondo un'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, quattro contratti su dieci sono stati firmati da organizzazioni sindacali o associazioni datoriali sulla cui rappresentatività è sorto più di un dubbio. «Sindacati fantasma», li definiscono. «La libertà sindacale è un diritto inviolabile, ma negli ultimi anni abbiamo passato il segno. Non si può esagerare in questo modo», racconta Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi di Cgia. «Ci sono associazioni che non rappresentano nessuno, o comunque un numero molto limitato di lavoratori, con un grave danno per le organizzazioni datoriali serie e per i diritti dei lavoratori».Infilandosi in un vuoto normativo che negli ultimi 40 anni non è mai stato colmato, associazioni di imprese datoriali e organizzazioni di rappresentanza «di comodo» hanno percorso la strada dei micro accordi per modificare i contratti nazionali di riferimento e adattarli alle proprie realtà: le aziende risparmiano sulle condizioni di impiego, soprattutto sui salari; i lavoratori si ritrovano quasi costretti a firmare se vogliono lavorare. «I contratti pirata generano due fenomeni deleteri», ragiona con La Verità Lorenzo Medici, segretario generale della Cisl Funzione pubblica Campania. «Da una parte c'è la concorrenza sleale di chi applica un contratto a ribasso e ottiene un vantaggio enorme; dall'altra c'è il famoso dumping contrattuale: operai che lavorano fianco a fianco, ma si ritrovano a fare i conti con una retribuzione differente». Spesso, questi tipi di accordi erodono i diritti più elementari, favorendo la precarietà, e incidono sulle condizioni di sicurezza all'interno delle aziende. Non è un caso che le irregolarità riscontrate dagli ispettori dell'Inail abbiano raggiunto livelli notevoli: nel 2020, secondo la relazione annuale presentata dal presidente dell'Istituto, Franco Bettoni, oltre l'86% delle 7.486 aziende ispezionate risultano non a norma. In Italia, nonostante i tentativi si rincorrano da diversi anni, non esiste una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali: l'ultima proposta, a firma delle deputate Chiara Gribaudo e Carla Cantone (Pd), è ferma da più di un anno a Montecitorio. «La commissione Lavoro ha analizzato il testo in comitato ristretto già nel 2020, ma la presidenza non ha più fissato il termine per la presentazione degli emendamenti», ricorda Gribaudo.Senza precisi criteri di definizione del grado di rappresentatività riconosciuto alle organizzazioni sindacali, l'unica possibilità per individuare i «sindacati fantasma» è affidarsi ai numeri. Quelli che Cnel e Inps hanno iniziato a raccogliere nel giugno del 2018 per «fornire informazioni quantitative sulle centinaia di contratti collettivi nazionali di lavoro censiti». L'idea è quella di individuare le organizzazioni firmatarie comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, cioè quelle che mettono insieme un elevato numero di datori e di lavoratori. Dall'insieme dei database dei due istituti, spuntano fuori casi piuttosto particolari, che con l'idea di rappresentatività sembrano avere poco o nulla a che fare. Il 29 maggio del 2019, le sigle Adli, Famar Confamar e Coop italiane sottoscrivono un contratto per lavoratori dipendenti delle imprese chimica, conciaria, materie plastiche, gomma, vetro e ceramica, che modifica leggermente quello di riferimento per il settore, firmato dalle grande organizzazioni datoriali e sindacali come Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil. A oggi, a sottoscrivere quel contratto sono appena 4 associazioni datoriali e 7 lavoratori. Numeri ben distanti dagli oltre 200.000 lavoratori e 3.640 datori che hanno scelto di seguire il contratto di riferimento. E c'è chi riesce a fare ancora peggio: nel 2016, associazioni del settore alimentare come For Italy, Aic, Fagri sottoscrivono un contratto che ha messo insieme appena 1 associazione datoriale e 1 lavoratore. Il contratto di riferimento per gli alimentaristi, firmato, tra gli altri, da Federalimentare, Assolatte e Fai Cisl, di lavoratori ne mette insieme 203.631. Nel settore tessile, c'è perfino un contratto che nessuno ha mai sottoscritto: i contraenti sono Conflavoro Pmi, Fesica Confsal e altri, ma di lavoratori e datori di lavoro che hanno deciso di firmarlo neanche l'ombra.«Nell'elenco si trova un po' di tutto, anche soggetti improbabili: ci sono sigle datoriali che fanno riferimento a consulenti del lavoro o a liberi professionisti. In altre occasioni, sono spuntati fuori anche legami di parentela tra i rappresentanti delle associazioni che firmano per i lavoratori e i datori di lavoro», rivela Carlo Podda, segretario Slc Cgil di Roma e Lazio e consigliere del Cnel. «Nel vuoto normativo, tanti imprenditori spregiudicati hanno trovato il modo di scegliere il contratto che vogliono. La pandemia ha messo in evidenza tutti nodi che il Paese si trascina da anni, anche nel mondo del lavoro. Il Pnrr dovrebbe essere l'occasione per iniziare a districare i principali». In attesa di una legge sulla rappresentatività, per mettere un freno ai contratti «creati in laboratorio» con lo scopo di giocare sul costo del lavoro, la Cgia di Mestre auspica un maggiore potere decisionale in capo al Cnel, che oggi può solo limitarsi a una funzione di «raccolta». A Villa Lubin, sede del Consiglio, vige l'obbligo di registrazione di tutti i contratti sottoscritti in Italia, anche quelli che riguardano una sola persona. «Al Cnel», scrive Cgia in una delle sue ultime note, «va riconosciuto il compito di “bollinare" i contratti, che non potranno essere applicati fino a che le parti non decideranno di rispettare tutti i requisiti minimi richiesti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sindacati-fantasma-sigla-nazionale-2653958977.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-deriva-la-vediamo-ci-manca-soltanto-il-potere-di-giudicare" data-post-id="2653958977" data-published-at="1627236181" data-use-pagination="False"> «La deriva la vediamo. Ci manca soltanto il potere di giudicare» Tiziano Treu (Ansa) Neanche la pandemia è riuscita a fermare la moltiplicazione dei contratti nazionali del lavoro. Quasi ogni giorno nella sede del Cnel arrivano nuovi testi, spesso sottoscritti da «associazioni fantasma» di cui non si conosce quasi nulla, neanche da chi siano state costituite. «Sono ormai diventati troppi», ammette Tiziano Treu, il presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del lavoro, professore emerito di Diritto del lavoro e già ministro nei governi Dini, Prodi e D'Alema. Presidente Treu, in soli 6 mesi il Cnel ha registrato 50 nuovi contratti collettivi di lavoro. Il numero complessivo è arrivato a 985: orientarsi nell'elenco degli accordi sottoscritti in questi anni è un rebus complicato. «Alcuni sono dei contratti veri, siglati da categorie strutturate e sottoscritti da un elevato numero di lavoratori. Di molti, invece, sappiamo poco o nulla: ne ho visti alcuni di cui è difficile comprendere la paternità, siglati da associazioni di cui non si conosce neanche l'indirizzo. Come istituto siamo tenuti a registrarli, ma non abbiamo il potere di giudicare. Sarebbe auspicabile un cambiamento in tal senso». Come è stato possibile arrivare a una tale proliferazione? «Da anni la struttura del mercato del lavoro e quella dei rapporti collettivi si sono frammentate. Lo spezzettamento ha colpito tutti, anche i grandi sindacati o le associazioni di riferimento, penso a Confindustria. Ciò ha facilitato la nascita di micro associazioni provinciali. Dal momento che in Italia vige il principio della libertà sindacale, ognuno ha il diritto di creare l'associazione che vuole». Paradossalmente, il rispetto di questo diritto ha posto le basi per quella che la Cgia di Mestre ha definito una situazione simile al «Far West»? «Il principio della libertà sindacale ha portato a delle conseguenze assurde. Eppure, finché non fissiamo delle regole ben definite, non possiamo derogare a un diritto costituzionalmente garantito. Ognuno è nelle condizioni di dire “mi faccio il mio contratto". Se vale per 4 gatti, nessuno può dire nulla». Siamo in un momento cruciale per il lavoro, tra licenziamenti, scioperi e mobilitazioni. Che tipo di ripercussioni può avere una presenza così massiccia di associazioni sindacali e datoriali «fantasma»? «L'eccessiva frammentazione mi preoccupa, le ricadute sulle condizioni di lavoro non sono da sottovalutare. I rapporti di lavoro oggi sono precari, i salari scarsi. Se guardiamo alla nostra storia, le regole dei rapporti di lavoro sono stabilite per legge per quanto riguarda i minimi. La vera regolazione, tuttavia, viene dai contratti nazionali: se sono solidi, bene; se i contratti sono deboli, perché insidiati da “pirati", allora la tendenza è preoccupante. Come Cnel abbiamo sempre chiesto regole certe, magari concordate tra le parti». Quali altre misure avete previsto? «Una delle proposte che abbiamo avanzato è stata tradotta in legge, vale a dire l'istituzione di un codice unico dei contratti». Di che cosa si tratta? «Tutti i contratti collettivi avranno un numero, una sorta di targa, che può essere usata dalle amministrazioni in modo da conoscere l'identikit dei contratti. Con Inps, siamo in grado di dire quali sono i contratti adottati da un determinato numero di aziende e sottoscritti da un particolare insieme di lavoratori. Solo così riusciremo a capire davvero quali sono i contratti che contano e chi invece rappresenta una minuzia». Da anni si parla di una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Per quale motivo non si è mai arrivati a un punto di sintesi? «Fino alla fine degli anni Novanta, quando la struttura del lavoro era solida e la rappresentatività delle organizzazioni maggiori era riconosciuta, c'era il principio del mutuo riconoscimento: le parti più grandi, associazioni datoriali e sindacali, si riconoscevano tra di loro». Poi il sistema si è inceppato. «La causa è da ricercare nella globalizzazione, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Le parti sociali hanno sottovalutato l'impatto che questa “balcanizzazione" avrebbe potuto avere sulla loro rappresentatività. Per tanto tempo, sindacati e associazioni datoriali hanno fatto finta di niente». Si aspetta una svolta? «Una spinta può venire dall'Europa: la proposta di direttiva della Commissione europea sul salario minimo ne prevede un'introduzione per legge, come accade in buona parte dei Paesi europei. Chi non vuole la legge, può scegliere la strada dei contratti collettivi, che però devono avere un'efficacia effettiva. Se esistono settori regolati da contratti inadeguati, allora serve una qualche forma di rafforzamento erga omnes. Per questo occorre avere delle regole certe sulla rappresentatività: politica, sindacati e datori di lavoro non possono continuare a voltarsi dall'altra parte».
Ansa
Le famiglie dei feriti - alcuni molto gravi e ancora in riabilitazione - denunciano che «gli ospedali svizzeri non ci mandano le cartelle sanitarie (fondamentali per i processi, ndr) bensì le fatture per le cure ricevute poco dopo l’incendio». A far indignare anche le cifre: per un ricovero di appena 15 ore, prima del trasferimento in elicottero verso l’ospedale Niguarda di Milano, vengono contabilizzati dai 17.000 ai 75.000 euro. Sui documenti, inviati via mail, è indicato che quelle somme non dovranno essere pagate dalle famiglie, ma sono ben spiegati i dettagli economici relativi alle prime ore di ricovero in strutture come quella di Sion, dove i ragazzi furono soccorsi prima che venisse messo in moto il ponte aereo fra Svizzera e Italia. «Oltre il danno la beffa», commenta Umberto Marcucci, papà del sedicenne Manfredi sopravvissuto al rogo, «per tutti noi è stato uno choc vedere quella mail, arrivata senza nessun avvertimento, con cifre senza nessuna spiegazione che somigliano più che altro a una tariffa oraria». Intanto le famiglie sono sempre in attesa delle cartelle cliniche, che però non arrivano, e che invece sarebbero necessarie considerato che molti ragazzi sono ancora ricoverati o in fase di riabilitazione dopo ustioni gravissime e danni polmonari in virtù dei quali, per proseguire il percorso di ripresa, è utile sapere nel dettaglio le cure effettuate nelle prime ore successive all’incendio.
Nel frattempo, la postilla sui documenti contabili che specifica come il pagamento non vada effettuato, non rassicura mamme e papà di casa nostra che chiedono chiarezza e garanzie: vogliono la certezza che i costi saranno interamente coperti dal Cantone Vallese e che lo Stato italiano non debba intervenire. Per discutere di questa delicata questione l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, nei prossimi giorni avrà una serie di incontri con le autorità elvetiche, tra Berna e il Vallese, proprio per una conferma ufficiale di quanto già stabilito: le spese sanitarie sono interamente a carico delle autorità svizzere, non di quelle italiane né delle famiglie delle vittime. L’ambasciatore si fa portavoce dell’indignazione dei genitori: «Di fronte a una tragedia spaventosa, capisco che ricevere un documento del genere possa far male e far ripiombare nella tragedia, ma è prassi ricorrente in Svizzera».
Pià netto l’avvocato Domenico Radice, legale di diverse famiglie di feriti italiani, che parla apertamente di gestione inadeguata: «Al di là di chi dovrà pagare, l’invio delle fatture in un contesto del genere è abbastanza scandaloso e avrebbe richiesto maggiore attenzione. Per le famiglie la misura è colma».
Sul fronte delle indagini salgono a 13 gli indagati per la strage di Crans-Montana, provocata dal rogo innescato da fontane luminose pirotecniche, che incendiarono i pannelli fonoassorbenti del soffitto nel seminterrato. La Procura di Sion oltre al Comune di Crans-Montana ha coinvolto anche i vertici politici della vecchia amministrazione di Chermignon, in carica fino al 2017, prima della fusione tra le due comunità.
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Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico sotto assedio: «Non mi riferirono del vetting fallito da Mandelson». I Tories: «Ha mentito all'Aula, deve dimettersi». Bordate anche dall'ala sinistra del Labour.
«Voglio essere molto chiaro con la Camera: anche se questa dichiarazione si concentrerà sul processo riguardante il vetting e la nomina di Peter Mandelson, al centro di tutto c’è anche un giudizio che ho espresso e che era sbagliato. Non avrei dovuto nominare Peter Mandelson. Mi assumo la piena responsabilità di quella decisione. E chiedo nuovamente scusa alle vittime del pedofilo Jeffrey Epstein, che sono state chiaramente deluse dalla mia decisione». Inizia con un mea culpa l’intervento di Keir Starmer, ieri alla Camera dei Comuni, dopo che la settimana scorsa è emerso che Mandelson era stato nominato ambasciatore negli Stati Uniti nonostante non avesse superato i controlli di sicurezza.
Un mea culpa che molti giudicano strumentale: mentre il premier ammette l’errore di giudizio, il resto del discorso punta a dimostrare che lui non era stato informato dell’esito negativo del vetting, un processo di indagine approfondita condotto dai servizi di sicurezza britannici prima di assegnare incarichi sensibili. Starmer punta il dito contro Olly Robbins, il sottosegretario permanente al Foreign Office costretto alle dimissioni la settimana scorsa. Robbins, però, ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare: «Starmer voleva Mandelson. Noi abbiamo agito sulla base della sua decisione». Fonti vicine a Robbins, citate da Sky News, riferiscono inoltre che Starmer e l’allora capo dello staff Morgan McSweeney avevano fatto capire chiaramente ai funzionari che «non erano interessati a obiezioni» e che la nomina «doveva andare avanti a tutti i costi».
«La raccomandazione relativa al caso di Mandelson avrebbe potuto e dovuto essere condivisa con me prima che assumesse l’incarico», dichiara Starmer in Parlamento. «È incredibile che», aggiunge, «durante tutto questo susseguirsi di eventi, i funzionari del ministero degli Esteri abbiano ritenuto opportuno nascondere queste informazioni ai ministri di più alto livello del nostro governo». In pochi nel Regno Unito, però, credono a questa ricostruzione. La leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, ha ribadito la richiesta di dimissioni del premier, accusandolo di aver mentito al Parlamento e ricordandogli le sue stesse parole pronunciate contro Boris Johnson durante il Partygate: «Conferma le sue parole di allora, o vale una regola per lei e un’altra per tutti gli altri?». Prima dell’affondo, Badenoch aveva rivolto a Starmer sei domande scomode sulla vicenda, ricordando tra l’altro le indiscrezioni sul mancato superamento del vetting da parte di Mandelson, pubblicate già a settembre dello scorso anno dal giornalista David Maddox dell’Independent.
Maddox aveva reso pubblica la chat Whatsapp con Tim Allan, allora direttore della Comunicazione di Downing Street (un’altra figura sacrificata nello scandalo per cercare di salvare la faccia a Starmer), il quale aveva risposto alle sue domande: «Il vetting è stato effettuato dal Foreign Office nel modo normale». Questa risposta, insieme alla pubblicazione della notizia sette mesi fa, rende poco credibile la versione secondo cui Starmer sarebbe venuto a conoscenza del problema solo la settimana scorsa. Prima del discorso in Parlamento, inoltre, Sky News aveva pubblicato un documento che dimostrerebbe come il premier fosse stato informato della procedura di controllo necessaria per la nomina, suggerendogli di rinviare l’assegnazione all’espletamento delle verifiche.
Ma le critiche non arrivano solo dall’opposizione. Il deputato laburista John McDonnell in Aula afferma che «il messaggio non detto ai funzionari civili era: quello che vuole Mandelson, Mandelson lo ottiene». L’anziano esponente della sinistra laburista ha sottolineato la dipendenza di Starmer da Mandelson e McSweeney per finanziare e organizzare la sua campagna da leader: «Quando è diventato primo ministro, la ricompensa per McSweeney è stata il controllo di Downing Street, e per Mandelson il più alto incarico diplomatico». Il portavoce del premier, tuttavia, aveva già avvisato prima della seduta in Aula: Starmer non si dimetterà. Per ora, verrebbe da aggiungere.
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Il centro per migranti di Gjader, in Albania (Getty Images)
di Matteo Carnieletto, inviato a Gjader (Albania)
Quando entriamo, gli ospiti del centro di permanenza per i rimpatri, che ha una capienza massima di 96 posti, sono 83. Altre 82 persone - l’ultima, di nazionalità algerina, è stata rimpatriata proprio questa notte - sono state rimandate nei loro Paesi di origine. In totale, da quando è stato aperto il centro (aprile 2025), sono passati 536 migranti da Gjader. Tra questi, la metà è stata rilasciata per non convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria. Altri 40, invece, sono stati dimessi per motivi sanitari e inidoneità alla vita ristretta. Il centro quindi, nonostante gli ostacoli di una certa magistratura, funziona. Come spiega - mentre è in visita al centro insieme a Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Lucio Malan, Augusta Montaruli, Raffaele Speranzon, Salvatore Sallemi, Francesco Filini e Marco Lisei - Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia che, alla Verità, dichiara: «Siamo venuti a smentire la narrazione falsa e distorta delle sinistre. Il Cpr in Albania funziona a pieno regime. Qui transitano migranti con profili di altissima pericolosità sociale. In questo modo, noi difendiamo la sicurezza dei cittadini, a differenza delle sinistre che addirittura vorrebbero chiudere i Cpr».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vice capogruppo di Fdl alla Camera, Augusta Montaruli: «Mentre la sinistra vuole smantellare il modello Albania del governo Meloni, Fratelli d’Italia e qui per difenderlo e per continuare quella lotta all’immigrazione clandestina che ha già portato a una riduzione di oltre il 70% degli sbarchi».
Al momento, i fondi assegnati per l’attuazione del protocollo tra Italia e Albania ammontano a circa 670 milioni euro nell’arco del primo quinquennio (2024-2028): 134 milioni l’anno, ovvero il 7,5% delle spese riguardanti l’accoglienza dei migranti in Italia se paragonati a quelli del 2023. Una cifra non così «monstre» come una certa sinistra vorrebbe far credere. Questi i numeri.
Oggi, quindi, la parte di Gjader che ospita il Cpr funziona a pieno regime. Quella invece che dovrebbe servire a facilitare la richiesta (o il respingimento) delle domande di asilo è ancora vuota a causa del blocco dei giudici. Eppure qui tutto è pronto, come sottolineano i rappresentanti di Fdi mentre attraversano l’area: «Il Centro per l’espletamento per le procedure accelerate di frontiera è già pronto per entrare in funzione non appena sarà in vigore il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo». Del resto, le camere per accogliere gli ospiti ci sono già. Lo stesso per il centro medico dove è possibile fare anche piccole operazioni chirurgiche (e una è già stata fatta dopo che un migrante ha aggredito un operatore). Gli psicologi sono già operativi 24 ore su 24 e sono già state allestite anche le stanze in cui gli ospiti potrebbero incontrare i loro avvocati. Tutto pronto, eppure congelato. Nessuno entra. Anche se a giugno le cose dovrebbero cambiare. Del resto, l’Unione europea ha recepito l’indirizzo sui Paesi sicuri e anche il cosiddetto «modello Albania» è stato apprezzato da altri membri Ue ottenendo parecchi consensi.
La vita all’interno del Cpr è monotona ma comunque dignitosa. L’area è però inaccessibile e gli ospiti non si possono incontrare. Ma si intravedono i panni stesi, il vociare continuo dei migranti che mischiano parole straniere e italiane. Ogni tanto, poi, si sente qualche protesta non appena i migranti sentono qualche passo in lontananza. Ogni giorno, però, i migranti presenti nel Cpr ricevono una piccola mancia di 2,50 euro per qualche sfizio o per le sigarette. I pasti sono regolari, le aree a disposizione sono tutto sommato confortevoli. Non si tratta di un lager, come è stato descritto da una certa stampa. È semplicemente un centro di permanenza per i rimpatri che funziona. Con buona pace di chi ha cercato di sabotarlo.
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