2022-08-28
Sterpaglie e fabbricati dismessi nel deserto. Ecco la Ferrari cinese
«Un tocco di classe». Lo slogan è efficace. La foto vintage è una via di mezzo tra il Quarto stato e la celebre immagine dei carpentieri di New York sospesi per aria su una trave. Il capannone delle vecchie Officine meccaniche reggiane è un monumento all’orgoglio operaio. La vecchia fabbrica di treni, proiettili di artiglieria e caccia militari, nel secondo Dopoguerra venne riconvertita. Qui, tra il 1950 e il 1951, i lavoratori, a fronte di 2.100 licenziamenti, hanno dato inizio alla più lunga occupazione mai avvenuta in Italia, conclusa con la liquidazione coatta dell’azienda. L’area, dopo un lungo abbandono, è stata recuperata dal Comune e trasformata in un Tecnopòlo destinato all’innovazione. Ed è qui che, tra pannelli informativi e gigantografie che glorificano le lotte operaie hanno trovato la loro sede gli uffici della Silk-Faw, l’azienda sino-statunitense che a partire dal 2023 dovrebbe produrre ogni anno 100 auto sportive ibride ed elettriche extralusso (prezzo di listino intorno ai 2 milioni l’una). Un progetto di investimento da circa 1 miliardo di euro, fortemente sponsorizzato dall’ex premier Romano Prodi che, a pieno regime, dovrebbe dare lavoro a un migliaio di persone. Per questo la Regione e il Comune inizialmente hanno applaudito il progetto, promettendo 4,5 milioni di finanziamenti e agevolazioni burocratiche. Ma per ora di tutto questo non si è visto nulla. Se non una sessantina di ingegneri spalmati tra le Reggiane e Campovolo (quello famoso per i concerti di Ligabue), a buttare giù modellini e a progettare software. Attività per cui però sembrano essere finiti gli euro. «Siamo bloccati. L’azienda ha 30 milioni di euro di debiti con i fornitori» ha confessato un ingegnere al Resto del Carlino. E così nel tempio dell’orgoglio operaio oggi scaldano le sedie una sessantina di dipendenti che non percepiscono lo stipendio da maggio.
Nel frattempo la Procura di Reggio, in seguito a un esposto del deputato di Fratelli di Italia Gianluca Vinci, ha deciso di aprire un’inchiesta (per ora senza indagati) e ha delegato la Guardia di finanza a effettuare le prime investigazioni. La situazione descritta dalle qualificate maestranze è sconfortante. Si tratta soprattutto di ingegneri meccanici, elettronici e informatici. Ci sono anche esperti di marketing e di economia. Una ventina di dirigenti e circa quaranta impiegati. Alcuni hanno già dato le dimissioni. Diciassette di loro hanno trovato il coraggio di chiedere la messa in mora dell’azienda per i mancati pagamenti degli stipendi. «I problemi con l’invio dei bonifici sono iniziati quasi subito. Ma due settimane di ritardo per una startup potevano essere fisiologiche. A maggio, però, si è passati a un mese. E da giugno non abbiamo più ricevuto nulla», racconta uno dei firmatari. Lo studio legale Miraglia di Modena ha inviato all’azienda una lettera di intimazione per ottenere gli arretrati dei loro assistiti e il bonus 2021. I legali della Gianni & Origoni hanno risposto, per conto della Silk-Faw, di impegnarsi al pagamento delle retribuzioni che rappresentano «un credito privilegiato», mentre per quanto riguarda i premi l’azienda si riservava di verificarne la sussistenza.
Ma a stupire è soprattutto la risposta dell’amministratore delegato Gianni Lamorte all’avvocato Pasqualino Miraglia: «Comprendo benissimo il malessere dei suoi assistiti, tanto è vero che, come le avranno già detto loro, tutti i dirigenti della società hanno rinunciato al pagamento delle loro ultime quattro mensilità a favore di tutti gli impiegati per favorirli e cercare di diminuire tale malessere». L’autodifesa prosegue: «La società è una startup e quindi gli unici finanziamenti provengono da una ricerca fondi sul mercato che ha tempi che in certi casi mal si sposano con dei progetti aziendali ambiziosi come il nostro». L’ad spiega pure che «gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritari rispetto agli stipendi» e avverte che il ricorso all’autorità giudiziaria per il recupero dei crediti avrà come unica conseguenza «il fallimento della società senza alcun beneficio» per i dipendenti. A questo punto Lamorte, con velato sarcasmo, conclude: «Immagino che certo questo non sia l’obiettivo dei suoi assistiti, ossia di creare un danno non solo a sé stessi, ma anche a tutti i colleghi». In pratica secondo Lamorte la legittima richiesta di vedere saldati tre mesi di retribuzione da parte di 17 impiegati manderebbe all’aria un progetto da 1 miliardo di euro. Sulla cui solidità, di fronte a una simile affermazione, sorge più di un dubbio.
Infine l’ad invita il legale a «non procedere ad alcuna azione […], in quanto sarà cura dell’azienda in via prioritaria saldare quanto dovuto a tutti i dipendenti appena arriveranno i fondi necessari». Il 10 agosto, nella querelle, interviene direttamente il presidente Jonathan Krane con una mail dal tono empatico: «So che la situazione è stata molto difficile e voglio esprimere il mio profondo apprezzamento per il supporto, il duro lavoro e la fiducia di tutti in questo periodo. So quanto deve essere difficile per voi e le vostre famiglie. Grazie mille per aver creduto nel nostro progetto. Non avremmo mai potuto prevedere la situazione attuale, ma stiamo lavorando giorno e notte per fornire una soluzione completa all’azienda nel breve termine. Mentre stiamo parlando con i partner, sono orgoglioso di dire loro che squadra eccezionale e di talento abbiamo messo insieme. Combattiamo ogni giorno per far sì che la nostra azienda abbia successo e so che con il vostro continuo supporto ciò accadrà. Avremo una soluzione a tutti i problemi entro un paio di settimane».
Di giorni ne sono passati quasi venti e, nel frattempo, gli avvocati dell’azienda hanno chiesto ai lavoratori di pazientare almeno sino a metà settembre. Ma a mandare in bestia i dipendenti, molti dei quali di grande esperienza e provenienti da aziende di primissimo piano come McLaren e Ferrari, è stata la lettera sbandierata dai dirigenti come prova dell’avanzamento dei lavori, ovvero la missiva che il rappresentante cinese della società, Chongtian Li, avrebbe inviato ai vertici della Regione Emilia Romagna. Un documento su carta semplice, senza loghi, indirizzi o contatti mail e telefonici. Un foglietto volante che il dirigente cinese avrebbe spedito al governatore Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla per ribadire il proprio impegno nell’impresa. Con dichiarazioni d’intenti pompose come questa: «Crediamo che questo investimento progetto possa diventare un modello di cooperazione tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Italia, e che possa apportare nuovi contributi allo sviluppo economico del mondo». Nel documento si legge anche: «Faw China lavorerà a stretto contatto con Silk, la Regione Emilia Romagna e la città di Reggio Emilia per promuovere lo sviluppo del sito produttivo italiano di auto sportive HongQi e contribuire al rafforzamento del marchio HongQi». Curiosamente Chongtian Li spiega anche che «in qualità di azionista, Faw China adempirà ai suoi impegni per supportare la joint venture affinché operi in conformità con leggi e regolamenti locali». Quasi un’excusatio non petita. L’assessore Colla non ricorda se la lettera sia arrivata sulla sua scrivania: «Verificherò lunedì al mio rientro. Voglio comunque precisare che la Regione non ha mai erogato un euro alla società e non lo farà senza fatti e certezze rispetto ai loro impegni sanciti in un progetto, che, è sempre bene ricordarlo, è stato avviato tra privati internazionali».
Intanto l’azienda ha chiesto ad Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, di accedere alle agevolazioni a sostegno di progetti innovativi di grandi dimensioni, come quelli legati alla mobilità elettrica. Un settore su cui sono state stanziate risorse attraverso il Pnrr. Dal Mise ci fanno sapere che l’istanza è stata presentata ed è in fase istruttoria. L’importo richiesto? «In questa fase lo può comunicare solo l’azienda», ribattono dal dicastero di via Veneto. Ma mentre da Silk-Faw bussano a denari, nella zona dove dovrebbe sorgere la fabbrica non si muove nulla, se non i fili d’erba. Ci troviamo in frazione Gavassa, tra i binari dell’alta velocità, la tangenziale e l’autostrada. Nel vicino cantiere Forsu sta crescendo velocemente l’imponente impianto per il biogas autorizzato negli anni scorsi. Nell’area in cui dovrebbe essere prodotto il nuovo bolide sino-statunitense ci sono solo alcune bandiere blu con il nome dell’azienda lungo una stradina di cemento. Un piccolo prefabbricato blu è l’unico manufatto destinato all’uomo presente sui 360.000 metri quadrati di campi per cui non è stato ancora firmato il rogito. Il cartello di cantiere giace obliquo senza essere stato compilato. Una telecamera ci ricorda che «è severamente vietato l’ingresso». Ma dentro non c’è nulla da proteggere salvo qualche tubo di cemento probabilmente destinato a fognature mai iniziate e un blocco rettangolare che dovrebbe essere un pozzetto. Per ora è questo ciò che resta di un sogno chiamato HongQi, in cinese Bandiera rossa. Come quelle impugnate dagli operai delle Reggiane. Oggi più prosaicamente i dipendenti della Silk-Faw sventolano carte bollate.
«Temo sia solo un maxi riciclaggio»
Paolo, lo chiameremo così, è un tecnico con una grande esperienza nel settore delle automobili sportive e di lusso. Fa parte del gruppo di specialisti di Silk-Faw arrivati dalla McLaren al seguito dell’ex direttore tecnico Carlo Della Casa. Al progetto in molti avevano creduto anche per quella presenza autorevole, ma alla fine i top manager sono scappati e sulla barca, oltre a 18 dirigenti, sono rimasti una quarantina di impiegati, da maggio senza stipendio.
I grandi capi come hanno giustificato il loro addio?
«Roberto Fedeli, storico direttore tecnico della Ferrari, sino al giorno prima ci incitava a pianificare in vista dell’arrivo dei soldi, poi all’improvviso ci ha detto che lasciava perché il suo lavoro, quello di avviare la baracca, era finito e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Della Casa, invece, ci ha confessato di non fidarsi più del principale finanziatore, Jonathan Krane, ma ci ha invitato a stare tranquilli perché gli investitori c’erano per davvero. infine Davide Montosi, ex manager sia di Ferrari che di McLaren, nel settore elettronico, ci ha spiegato di non credere più nel progetto».
Beh, se hanno smesso di crederci coloro che avevano messo la faccia sull’impresa, rendendola appetibile…
«Io e altri siamo andati lì per Della Casa, con cui avevamo lavorato in McLaren. Da quando ha lasciato per me non c’è più nessuno di cui fidarsi. Anche altri che lo hanno seguito sono rimasti fregati».
Non ritiene credibile Krane?
«Ci ha detto che dovevamo sentirci una famiglia, ma io l’ho visto una sola volta. E quel primo e unico incontro è stato una specie di barzelletta. È avvenuto in occasione della presentazione del progetto a febbraio. È stata convocata una riunione nella grande sala conferenze al Tecnopolo di Reggio Emilia. Krane si è presentato con un altro investitore. Ingenuamente mi aspettavo le slide con i piani investimento e di crescita, invece, non hanno acceso neanche il proiettore, si sono seduti là e hanno iniziato a farci la “supercazzola” annunciando la quotazione in borsa a New York e promettendoci le stock option. Infine si sono fatti un selfie con tutti noi. Io vengo dall’automotive e so che cosa voglia dire fare un prodotto automobilistico. Per questo ho pensato: “Questi non hanno una presentazione, non hanno una road map per realizzare il prodotto. A questi interessa solo speculare con i soldi”. Ho iniziato a sentire puzza di bruciato».
Che cosa l’ha persuasa a rimanere inizialmente?
«Mi sono detto: “Se hanno convito dei top manager come Della Casa significa che qui ci sono le fondamenta”. Ma mi sbagliavo, Infatti, poi, Carlo e gli altri se ne sono andati. Senza di loro non avrei dato credito a questo progetto. In principio per me anche Faw era una garanzia: è il marchio più antico di automobili in Cina ed è di proprietà del governo di Pechino. Inizio a pensare che lo stiano usando abusivamente».
Con i soci cinesi ha mai parlato?
«No. So che a inizio agosto, quando le proteste per il mancato pagamento degli stipendi stavano montando, ai dirigenti è stata mostrata una lettera firmata dal referente cinese, Chongtian Li, e inviata al presidente della Regione Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla. Qualcuno di noi ha potuto darci una sbirciata. A me è venuto da piangere. Sembrava scritta da un bambino, senza data, senza oggetto, senza loghi. Chongtian Li era indicato come “board member”, ma non era specificato di quale azienda. Una cosa da far cadere le braccia».
Alcuni quotidiani hanno scritto che a un certo punto è stato oscurato anche il vostro sito…
«Voci interne sostengono che sarebbe saltato perché l’azienda non avrebbe pagato il manutentore. A quel punto sembra che Krane abbia chiamato subito l’ad Gianni Lamorte per dirgli di tirare fuori 5-10.000 euro per ripristinare il sito ed evitare di alimentare le speculazioni giornalistiche».
Voi dipendenti che non ricevete lo stipendio da mesi che cosa farete, oltre a rivolgervi alla magistratura?
«Questi signori hanno segato le gambe a parecchie persone che arrivavano da Ferrari, Lamborghini McLaren, Maserati. Ingegneri elettronici, meccanici, aerodinamici. Alcuni di noi sono riusciti a riciclarsi all’estero, altri aspettano, me compreso, una buona occasione».
Che cosa pensa che ci sia dietro a tutta questa storia?
«Le mie sono solo supposizioni e spero che l’indagine penale che è stata avviata le smentisca. Però temo che dietro possa esserci persino il riciclaggio e che la Silk-Faw possa essere usata come lavatrice. Soldi qui non se ne vedono e, come ho detto, so quante risorse e quanto tempo ci voglia per fare delle automobili di lusso, magari ibride. La Ferrari ci ha impiegato cinque anni. Questi, invece, hanno promesso di realizzarle in pochi mesi, sebbene non siano ancora stati acquistati i terreni dove dovrebbe sorgere la fabbrica. Inoltre l’assetto societario è piuttosto articolato. La Srl italiana è di proprietà di una ditta irlandese che fa capo a una delle Cayman che è controllata da una cinese che, a sua volta, fa riferimento a una statunitense. Lei sa che non è facile far uscire soldi sporchi dalla Cina… ma se c’è da finanziare un progetto serio all’estero in cui sono impiegati 60-70 ingegneri la cosa cambia. Poi magari di 100 euro che sposto 3 li mando a quei ragazzi di Reggio Emilia per pagargli gli stipendi e far vedere che dietro c’è qualcuno; gli altri, magari, belli puliti, restano in Irlanda o alle Cayman. Ovviamente spero di sbagliarmi. Vorrei però fare un’ultima considerazione».
Prego...
«Ma la Regione, la Provincia e il Comune, come hanno permesso a questi signori di venire qui, di farsi tutta questa pubblicità, dicendo che avrebbero creato mille posti di lavoro, garantito affari per le aziende locali e dato visibilità alla Motor valley? Ad oggi che cosa hanno fatto? Trenta milioni di debiti con le aziende dell’indotto e una sessantina di futuri disoccupati (che dovranno usufruire degli ammortizzatori sociali) o, nella migliore delle ipotesi, sessanta tecnici che dovranno rivendersi all’estero. Anche la politica dovrebbe rispondere di tutto ciò. Invece di fare da garanti sono stati delle casse di risonanza per questi signori».
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Viaggio nella fabbrica (sponsorizzata da Romano Prodi) che dovrebbe costruire supercar. La lettera dell’ad ai dipendenti senza stipendio: non fateci fallire, siamo al verde. Uno dei dipendenti dell’azienda fantasma: «I top manager sono scappati quasi subito e noi non prendiamo soldi da maggio. I piani di investimento? Una “supercazzola”». Lo speciale contiene due articoli. «Un tocco di classe». Lo slogan è efficace. La foto vintage è una via di mezzo tra il Quarto stato e la celebre immagine dei carpentieri di New York sospesi per aria su una trave. Il capannone delle vecchie Officine meccaniche reggiane è un monumento all’orgoglio operaio. La vecchia fabbrica di treni, proiettili di artiglieria e caccia militari, nel secondo Dopoguerra venne riconvertita. Qui, tra il 1950 e il 1951, i lavoratori, a fronte di 2.100 licenziamenti, hanno dato inizio alla più lunga occupazione mai avvenuta in Italia, conclusa con la liquidazione coatta dell’azienda. L’area, dopo un lungo abbandono, è stata recuperata dal Comune e trasformata in un Tecnopòlo destinato all’innovazione. Ed è qui che, tra pannelli informativi e gigantografie che glorificano le lotte operaie hanno trovato la loro sede gli uffici della Silk-Faw, l’azienda sino-statunitense che a partire dal 2023 dovrebbe produrre ogni anno 100 auto sportive ibride ed elettriche extralusso (prezzo di listino intorno ai 2 milioni l’una). Un progetto di investimento da circa 1 miliardo di euro, fortemente sponsorizzato dall’ex premier Romano Prodi che, a pieno regime, dovrebbe dare lavoro a un migliaio di persone. Per questo la Regione e il Comune inizialmente hanno applaudito il progetto, promettendo 4,5 milioni di finanziamenti e agevolazioni burocratiche. Ma per ora di tutto questo non si è visto nulla. Se non una sessantina di ingegneri spalmati tra le Reggiane e Campovolo (quello famoso per i concerti di Ligabue), a buttare giù modellini e a progettare software. Attività per cui però sembrano essere finiti gli euro. «Siamo bloccati. L’azienda ha 30 milioni di euro di debiti con i fornitori» ha confessato un ingegnere al Resto del Carlino. E così nel tempio dell’orgoglio operaio oggi scaldano le sedie una sessantina di dipendenti che non percepiscono lo stipendio da maggio. Nel frattempo la Procura di Reggio, in seguito a un esposto del deputato di Fratelli di Italia Gianluca Vinci, ha deciso di aprire un’inchiesta (per ora senza indagati) e ha delegato la Guardia di finanza a effettuare le prime investigazioni. La situazione descritta dalle qualificate maestranze è sconfortante. Si tratta soprattutto di ingegneri meccanici, elettronici e informatici. Ci sono anche esperti di marketing e di economia. Una ventina di dirigenti e circa quaranta impiegati. Alcuni hanno già dato le dimissioni. Diciassette di loro hanno trovato il coraggio di chiedere la messa in mora dell’azienda per i mancati pagamenti degli stipendi. «I problemi con l’invio dei bonifici sono iniziati quasi subito. Ma due settimane di ritardo per una startup potevano essere fisiologiche. A maggio, però, si è passati a un mese. E da giugno non abbiamo più ricevuto nulla», racconta uno dei firmatari. Lo studio legale Miraglia di Modena ha inviato all’azienda una lettera di intimazione per ottenere gli arretrati dei loro assistiti e il bonus 2021. I legali della Gianni & Origoni hanno risposto, per conto della Silk-Faw, di impegnarsi al pagamento delle retribuzioni che rappresentano «un credito privilegiato», mentre per quanto riguarda i premi l’azienda si riservava di verificarne la sussistenza. Ma a stupire è soprattutto la risposta dell’amministratore delegato Gianni Lamorte all’avvocato Pasqualino Miraglia: «Comprendo benissimo il malessere dei suoi assistiti, tanto è vero che, come le avranno già detto loro, tutti i dirigenti della società hanno rinunciato al pagamento delle loro ultime quattro mensilità a favore di tutti gli impiegati per favorirli e cercare di diminuire tale malessere». L’autodifesa prosegue: «La società è una startup e quindi gli unici finanziamenti provengono da una ricerca fondi sul mercato che ha tempi che in certi casi mal si sposano con dei progetti aziendali ambiziosi come il nostro». L’ad spiega pure che «gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritari rispetto agli stipendi» e avverte che il ricorso all’autorità giudiziaria per il recupero dei crediti avrà come unica conseguenza «il fallimento della società senza alcun beneficio» per i dipendenti. A questo punto Lamorte, con velato sarcasmo, conclude: «Immagino che certo questo non sia l’obiettivo dei suoi assistiti, ossia di creare un danno non solo a sé stessi, ma anche a tutti i colleghi». In pratica secondo Lamorte la legittima richiesta di vedere saldati tre mesi di retribuzione da parte di 17 impiegati manderebbe all’aria un progetto da 1 miliardo di euro. Sulla cui solidità, di fronte a una simile affermazione, sorge più di un dubbio. Infine l’ad invita il legale a «non procedere ad alcuna azione […], in quanto sarà cura dell’azienda in via prioritaria saldare quanto dovuto a tutti i dipendenti appena arriveranno i fondi necessari». Il 10 agosto, nella querelle, interviene direttamente il presidente Jonathan Krane con una mail dal tono empatico: «So che la situazione è stata molto difficile e voglio esprimere il mio profondo apprezzamento per il supporto, il duro lavoro e la fiducia di tutti in questo periodo. So quanto deve essere difficile per voi e le vostre famiglie. Grazie mille per aver creduto nel nostro progetto. Non avremmo mai potuto prevedere la situazione attuale, ma stiamo lavorando giorno e notte per fornire una soluzione completa all’azienda nel breve termine. Mentre stiamo parlando con i partner, sono orgoglioso di dire loro che squadra eccezionale e di talento abbiamo messo insieme. Combattiamo ogni giorno per far sì che la nostra azienda abbia successo e so che con il vostro continuo supporto ciò accadrà. Avremo una soluzione a tutti i problemi entro un paio di settimane». Di giorni ne sono passati quasi venti e, nel frattempo, gli avvocati dell’azienda hanno chiesto ai lavoratori di pazientare almeno sino a metà settembre. Ma a mandare in bestia i dipendenti, molti dei quali di grande esperienza e provenienti da aziende di primissimo piano come McLaren e Ferrari, è stata la lettera sbandierata dai dirigenti come prova dell’avanzamento dei lavori, ovvero la missiva che il rappresentante cinese della società, Chongtian Li, avrebbe inviato ai vertici della Regione Emilia Romagna. Un documento su carta semplice, senza loghi, indirizzi o contatti mail e telefonici. Un foglietto volante che il dirigente cinese avrebbe spedito al governatore Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla per ribadire il proprio impegno nell’impresa. Con dichiarazioni d’intenti pompose come questa: «Crediamo che questo investimento progetto possa diventare un modello di cooperazione tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Italia, e che possa apportare nuovi contributi allo sviluppo economico del mondo». Nel documento si legge anche: «Faw China lavorerà a stretto contatto con Silk, la Regione Emilia Romagna e la città di Reggio Emilia per promuovere lo sviluppo del sito produttivo italiano di auto sportive HongQi e contribuire al rafforzamento del marchio HongQi». Curiosamente Chongtian Li spiega anche che «in qualità di azionista, Faw China adempirà ai suoi impegni per supportare la joint venture affinché operi in conformità con leggi e regolamenti locali». Quasi un’excusatio non petita. L’assessore Colla non ricorda se la lettera sia arrivata sulla sua scrivania: «Verificherò lunedì al mio rientro. Voglio comunque precisare che la Regione non ha mai erogato un euro alla società e non lo farà senza fatti e certezze rispetto ai loro impegni sanciti in un progetto, che, è sempre bene ricordarlo, è stato avviato tra privati internazionali». Intanto l’azienda ha chiesto ad Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, di accedere alle agevolazioni a sostegno di progetti innovativi di grandi dimensioni, come quelli legati alla mobilità elettrica. Un settore su cui sono state stanziate risorse attraverso il Pnrr. Dal Mise ci fanno sapere che l’istanza è stata presentata ed è in fase istruttoria. L’importo richiesto? «In questa fase lo può comunicare solo l’azienda», ribattono dal dicastero di via Veneto. Ma mentre da Silk-Faw bussano a denari, nella zona dove dovrebbe sorgere la fabbrica non si muove nulla, se non i fili d’erba. Ci troviamo in frazione Gavassa, tra i binari dell’alta velocità, la tangenziale e l’autostrada. Nel vicino cantiere Forsu sta crescendo velocemente l’imponente impianto per il biogas autorizzato negli anni scorsi. Nell’area in cui dovrebbe essere prodotto il nuovo bolide sino-statunitense ci sono solo alcune bandiere blu con il nome dell’azienda lungo una stradina di cemento. Un piccolo prefabbricato blu è l’unico manufatto destinato all’uomo presente sui 360.000 metri quadrati di campi per cui non è stato ancora firmato il rogito. Il cartello di cantiere giace obliquo senza essere stato compilato. Una telecamera ci ricorda che «è severamente vietato l’ingresso». Ma dentro non c’è nulla da proteggere salvo qualche tubo di cemento probabilmente destinato a fognature mai iniziate e un blocco rettangolare che dovrebbe essere un pozzetto. Per ora è questo ciò che resta di un sogno chiamato HongQi, in cinese Bandiera rossa. Come quelle impugnate dagli operai delle Reggiane. Oggi più prosaicamente i dipendenti della Silk-Faw sventolano carte bollate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/silk-faw-fabbricati-dismessi-2657953375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="temo-sia-solo-un-maxi-riciclaggio" data-post-id="2657953375" data-published-at="1661655506" data-use-pagination="False"> «Temo sia solo un maxi riciclaggio» Paolo, lo chiameremo così, è un tecnico con una grande esperienza nel settore delle automobili sportive e di lusso. Fa parte del gruppo di specialisti di Silk-Faw arrivati dalla McLaren al seguito dell’ex direttore tecnico Carlo Della Casa. Al progetto in molti avevano creduto anche per quella presenza autorevole, ma alla fine i top manager sono scappati e sulla barca, oltre a 18 dirigenti, sono rimasti una quarantina di impiegati, da maggio senza stipendio. I grandi capi come hanno giustificato il loro addio? «Roberto Fedeli, storico direttore tecnico della Ferrari, sino al giorno prima ci incitava a pianificare in vista dell’arrivo dei soldi, poi all’improvviso ci ha detto che lasciava perché il suo lavoro, quello di avviare la baracca, era finito e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Della Casa, invece, ci ha confessato di non fidarsi più del principale finanziatore, Jonathan Krane, ma ci ha invitato a stare tranquilli perché gli investitori c’erano per davvero. infine Davide Montosi, ex manager sia di Ferrari che di McLaren, nel settore elettronico, ci ha spiegato di non credere più nel progetto». Beh, se hanno smesso di crederci coloro che avevano messo la faccia sull’impresa, rendendola appetibile… «Io e altri siamo andati lì per Della Casa, con cui avevamo lavorato in McLaren. Da quando ha lasciato per me non c’è più nessuno di cui fidarsi. Anche altri che lo hanno seguito sono rimasti fregati». Non ritiene credibile Krane? «Ci ha detto che dovevamo sentirci una famiglia, ma io l’ho visto una sola volta. E quel primo e unico incontro è stato una specie di barzelletta. È avvenuto in occasione della presentazione del progetto a febbraio. È stata convocata una riunione nella grande sala conferenze al Tecnopolo di Reggio Emilia. Krane si è presentato con un altro investitore. Ingenuamente mi aspettavo le slide con i piani investimento e di crescita, invece, non hanno acceso neanche il proiettore, si sono seduti là e hanno iniziato a farci la “supercazzola” annunciando la quotazione in borsa a New York e promettendoci le stock option. Infine si sono fatti un selfie con tutti noi. Io vengo dall’automotive e so che cosa voglia dire fare un prodotto automobilistico. Per questo ho pensato: “Questi non hanno una presentazione, non hanno una road map per realizzare il prodotto. A questi interessa solo speculare con i soldi”. Ho iniziato a sentire puzza di bruciato». Che cosa l’ha persuasa a rimanere inizialmente? «Mi sono detto: “Se hanno convito dei top manager come Della Casa significa che qui ci sono le fondamenta”. Ma mi sbagliavo, Infatti, poi, Carlo e gli altri se ne sono andati. Senza di loro non avrei dato credito a questo progetto. In principio per me anche Faw era una garanzia: è il marchio più antico di automobili in Cina ed è di proprietà del governo di Pechino. Inizio a pensare che lo stiano usando abusivamente». Con i soci cinesi ha mai parlato? «No. So che a inizio agosto, quando le proteste per il mancato pagamento degli stipendi stavano montando, ai dirigenti è stata mostrata una lettera firmata dal referente cinese, Chongtian Li, e inviata al presidente della Regione Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla. Qualcuno di noi ha potuto darci una sbirciata. A me è venuto da piangere. Sembrava scritta da un bambino, senza data, senza oggetto, senza loghi. Chongtian Li era indicato come “board member”, ma non era specificato di quale azienda. Una cosa da far cadere le braccia». Alcuni quotidiani hanno scritto che a un certo punto è stato oscurato anche il vostro sito… «Voci interne sostengono che sarebbe saltato perché l’azienda non avrebbe pagato il manutentore. A quel punto sembra che Krane abbia chiamato subito l’ad Gianni Lamorte per dirgli di tirare fuori 5-10.000 euro per ripristinare il sito ed evitare di alimentare le speculazioni giornalistiche». Voi dipendenti che non ricevete lo stipendio da mesi che cosa farete, oltre a rivolgervi alla magistratura? «Questi signori hanno segato le gambe a parecchie persone che arrivavano da Ferrari, Lamborghini McLaren, Maserati. Ingegneri elettronici, meccanici, aerodinamici. Alcuni di noi sono riusciti a riciclarsi all’estero, altri aspettano, me compreso, una buona occasione». Che cosa pensa che ci sia dietro a tutta questa storia? «Le mie sono solo supposizioni e spero che l’indagine penale che è stata avviata le smentisca. Però temo che dietro possa esserci persino il riciclaggio e che la Silk-Faw possa essere usata come lavatrice. Soldi qui non se ne vedono e, come ho detto, so quante risorse e quanto tempo ci voglia per fare delle automobili di lusso, magari ibride. La Ferrari ci ha impiegato cinque anni. Questi, invece, hanno promesso di realizzarle in pochi mesi, sebbene non siano ancora stati acquistati i terreni dove dovrebbe sorgere la fabbrica. Inoltre l’assetto societario è piuttosto articolato. La Srl italiana è di proprietà di una ditta irlandese che fa capo a una delle Cayman che è controllata da una cinese che, a sua volta, fa riferimento a una statunitense. Lei sa che non è facile far uscire soldi sporchi dalla Cina… ma se c’è da finanziare un progetto serio all’estero in cui sono impiegati 60-70 ingegneri la cosa cambia. Poi magari di 100 euro che sposto 3 li mando a quei ragazzi di Reggio Emilia per pagargli gli stipendi e far vedere che dietro c’è qualcuno; gli altri, magari, belli puliti, restano in Irlanda o alle Cayman. Ovviamente spero di sbagliarmi. Vorrei però fare un’ultima considerazione». Prego... «Ma la Regione, la Provincia e il Comune, come hanno permesso a questi signori di venire qui, di farsi tutta questa pubblicità, dicendo che avrebbero creato mille posti di lavoro, garantito affari per le aziende locali e dato visibilità alla Motor valley? Ad oggi che cosa hanno fatto? Trenta milioni di debiti con le aziende dell’indotto e una sessantina di futuri disoccupati (che dovranno usufruire degli ammortizzatori sociali) o, nella migliore delle ipotesi, sessanta tecnici che dovranno rivendersi all’estero. Anche la politica dovrebbe rispondere di tutto ciò. Invece di fare da garanti sono stati delle casse di risonanza per questi signori».
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Attraversare l’Italia a piedi lungo la Via Francigena non significa inseguire un mito medievale né fare trekking panoramico tra eccellenze selezionate. Significa entrare dentro il Paese reale seguendo una linea antica che oggi funziona come una radiografia: mostra ciò che tiene, ciò che si svuota, ciò che prova a reinventarsi. È un viaggio geografico prima che simbolico. E proprio per questo sorprende.
La Francigena non collega solo luoghi: collega condizioni diverse. In pochi giorni si passa da aree iper-turistiche a paesi dove l’unico bar è anche alimentari e punto di ritrovo. Chi cammina impara presto che la bellezza non è continua ma intermittente. Un tratto magnifico può essere seguito da chilometri ordinari. È la somma che fa il viaggio.
In Piemonte e Valle d’Aosta la dimensione è ancora alpina: salite, silenzi, villaggi compatti. Qui la logica è semplice: tappe meno lunghe, strutture piccole, prenotazioni consigliate. Ad Aosta c’è l’HB Aosta Hotel & Balcony SPA, comodo hotel vicino al centro, se si desidera spazio e comfort dopo giorni di cammino. Per cena, trattorie senza fronzoli dove mangiare zuppe, formaggi locali o polenta con la fontina. Un nome: Hostaria del Calvino, ambiente semplice ma curato. Energia vera per il giorno dopo.
Scendendo verso la pianura lombarda il paesaggio cambia tono. Argini, risaie, rettilinei lunghi. Qui la difficoltà non è il dislivello ma la distanza tra i servizi. Conviene pianificare dove dormire. A Pavia una scelta affidabile per i camminatori è il B&B Civico 1, vicino al centro e con un ottimo rapporto qualità - prezzo. Perfetto per i camminatori. Per mangiare, l’Osteria del Matto: ambiente informale e piatti lombardi autentici, ideale per una cena rilassata dopo una lunga camminata.
È entrando in Toscana che il cammino incrocia l’immaginario collettivo. Colline, cipressi, pievi isolate. Ma anche qui la realtà è meno patinata di quanto si pensi: accanto agli agriturismi curati restano borghi con servizi ridotti e case chiuse. La differenza è che il paesaggio sostiene lo sguardo.
San Gimignano è una delle tappe più ambite. Qui dormire è facile, ma conviene uscire di qualche centinaio di metri dal centro storico per prezzi più umani. Il Camping Boschetto di Piemma è molto usato dai camminatori: bungalow, camere semplici, lavanderia, atmosfera informale. Per mangiare, meglio evitare i locali attaccati alle piazze principali e cercare trattorie frequentate la sera dai residenti: cucina toscana solida, porzioni vere. Un nome su tutti: l’Osteria delle Catene, rustica e accogliente, apprezzata per piatti come lo stracotto al Chianti e i taglieri locali.
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A Monteriggioni la sosta è breve ma suggestiva. Qui molti pellegrini dormono all’Ostello Contessa Ava dei Lambardi, storico punto tappa della Francigena: spartano ma perfettamente inserito nel percorso. Cena semplice, spesso condivisa con altri camminatori. È uno di quei luoghi dove il viaggio si fa concreto.
Siena rappresenta invece una pausa urbana. Qui si può alzare leggermente il livello del comfort: piccoli hotel o B&B nel centro storico permettono di riposare davvero. Come il B&B Siena In centro, un bed and breakfast accogliente nel cuore della città, comodo per raggiungere le principali attrazioni, ma in una zona meno caotica. Per mangiare bene senza cadere nel turistico, consigliamo l’Osteria Il Carroccio, dove chiedere i classici: pici al ragù, ribollita o Fiorentina.
Proseguendo verso sud, San Miniato è una tappa intelligente per spezzare il percorso. L’Ostello San Miniato è molto usato dai pellegrini: posizione strategica, costi contenuti. Qui vale la pena fermarsi a cena nell’Osteria L’Upupa e provare i prodotti (quando è stagione) legati al tartufo: non marketing, ma tradizione radicata.
Nel Lazio il paesaggio torna più ruvido, meno addomesticato. Ed è proprio qui che la Francigena mostra l’Italia interna senza filtri. I paesi sono meno scenografici ma più veri. I servizi esistono, ma vanno cercati.
Viterbo è una delle soste migliori. Il quartiere medievale di San Pellegrino ripaga della fatica. Per dormire, molti scelgono il B&B Orchard: centrale e molto apprezzato per la sua elegante semplicità. A tavola qui conviene puntare su ristoranti di cucina laziale tradizionale fuori dalle zone più turistiche: zuppe di legumi, carne locale, vino della zona. L’Antica Taverna è un nome affidabile.
A Montefiascone la vista sul Lago di Bolsena è una delle sorprese del percorso. Diverse strutture accolgono pellegrini; molti scelgono piccoli affittacamere familiari lungo il tracciato. Per mangiare, le trattorie con cucina di lago offrono pesce locale a prezzi ancora accessibili: un buon cambio dopo giorni di cucina di terra.
Avvicinandosi a Roma aumentano i camminatori stranieri e l’atmosfera diventa più internazionale. Ma la logica non cambia: chi arriva a piedi cerca luoghi funzionali, non hotel di lusso. Ostelli e guesthouse lungo l’ingresso nord della città sono le scelte più pratiche per chi vuole arrivare fino in centro camminando.
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La Francigena insegna una cosa semplice: il viaggio a piedi non ha bisogno di essere romanzato. Ha bisogno di essere organizzato con buon senso. Prenotare dove dormire almeno un giorno prima. Verificare i giorni di chiusura dei ristoranti nei paesi piccoli. Portare sempre con sé acqua e qualcosa da mangiare. Non perché sia avventura, ma perché molti territori funzionano ancora su ritmi locali, non turistici.
Ed è proprio questo il valore del percorso oggi. Non offre un’Italia finta, ma una sequenza di territori che stanno cercando equilibrio tra accoglienza e sopravvivenza. Il passaggio dei camminatori genera micro-economie: una stanza affittata, un pranzo, una colazione. Non salva un borgo, ma contribuisce a tenerlo vivo.
Chi parte pensando di trovare solo poesia rimane spiazzato. Chi parte per vedere davvero il Paese, invece, trova molto di più. La Via Francigena non seleziona il bello: lo alterna al normale, al fragile, al quotidiano. Ed è proprio questa alternanza a restituire un ritratto onesto dell’Italia.
Percorrerla oggi è un modo concreto per capire dove stanno andando le aree interne, cosa resta dei borghi, quali economie minime funzionano ancora. Si dorme in posti semplici, si mangia dove mangiano gli abitanti, si attraversano paesi che non si mettono in scena. Non è un’esperienza spirituale né eroica. È un viaggio lungo un Paese reale.
E alla fine, più che le singole tappe, resta la continuità: chilometri di Italia non filtrata, dove il turismo non è spettacolo ma passaggio. Dove il viaggiatore non consuma un luogo, lo attraversa. E attraversandolo, lo vede per quello che è.
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Domenico Furgiuele (Lega) spiega la proposta di legge contro l'immigrazione di massa e attacca le complicità del centrosinistra con i centri sociali.
«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».
Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.
Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».
«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».
Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.
Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. Mentre l’eutanasia ha, come esito, la morte intenzionale del paziente, le cure palliative non hanno lo scopo di abbreviare la vita ma quello di sostenere e accompagnare i malati terminali con dignità e umanità.
«In Italia c’è scarsa cultura mentre i bisogni aumentano. Pure tra bambini e ragazzi»
Cosa sono e cosa comportano le cure palliative? E a che punto è l’Italia su questo delicato versante? Non c’è modo migliore, per approfondire un tema così ricco d’implicazioni bioetiche sul fine vita, che parlarne con una figura esperta. La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.
Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?
«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».
Che obbiettivi vi siete dati?
«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».
Chi sono queste 200 persone al lavoro?
«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».
A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?
«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».
Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?
«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».
Come si spiega questa carenza?
«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».
È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti?
«Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».
Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.
«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto».
Riparte l’iter della legge sul fine vita
Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.
Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.
Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili».
Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.
Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
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