2022-08-28
Sterpaglie e fabbricati dismessi nel deserto. Ecco la Ferrari cinese
«Un tocco di classe». Lo slogan è efficace. La foto vintage è una via di mezzo tra il Quarto stato e la celebre immagine dei carpentieri di New York sospesi per aria su una trave. Il capannone delle vecchie Officine meccaniche reggiane è un monumento all’orgoglio operaio. La vecchia fabbrica di treni, proiettili di artiglieria e caccia militari, nel secondo Dopoguerra venne riconvertita. Qui, tra il 1950 e il 1951, i lavoratori, a fronte di 2.100 licenziamenti, hanno dato inizio alla più lunga occupazione mai avvenuta in Italia, conclusa con la liquidazione coatta dell’azienda. L’area, dopo un lungo abbandono, è stata recuperata dal Comune e trasformata in un Tecnopòlo destinato all’innovazione. Ed è qui che, tra pannelli informativi e gigantografie che glorificano le lotte operaie hanno trovato la loro sede gli uffici della Silk-Faw, l’azienda sino-statunitense che a partire dal 2023 dovrebbe produrre ogni anno 100 auto sportive ibride ed elettriche extralusso (prezzo di listino intorno ai 2 milioni l’una). Un progetto di investimento da circa 1 miliardo di euro, fortemente sponsorizzato dall’ex premier Romano Prodi che, a pieno regime, dovrebbe dare lavoro a un migliaio di persone. Per questo la Regione e il Comune inizialmente hanno applaudito il progetto, promettendo 4,5 milioni di finanziamenti e agevolazioni burocratiche. Ma per ora di tutto questo non si è visto nulla. Se non una sessantina di ingegneri spalmati tra le Reggiane e Campovolo (quello famoso per i concerti di Ligabue), a buttare giù modellini e a progettare software. Attività per cui però sembrano essere finiti gli euro. «Siamo bloccati. L’azienda ha 30 milioni di euro di debiti con i fornitori» ha confessato un ingegnere al Resto del Carlino. E così nel tempio dell’orgoglio operaio oggi scaldano le sedie una sessantina di dipendenti che non percepiscono lo stipendio da maggio.
Nel frattempo la Procura di Reggio, in seguito a un esposto del deputato di Fratelli di Italia Gianluca Vinci, ha deciso di aprire un’inchiesta (per ora senza indagati) e ha delegato la Guardia di finanza a effettuare le prime investigazioni. La situazione descritta dalle qualificate maestranze è sconfortante. Si tratta soprattutto di ingegneri meccanici, elettronici e informatici. Ci sono anche esperti di marketing e di economia. Una ventina di dirigenti e circa quaranta impiegati. Alcuni hanno già dato le dimissioni. Diciassette di loro hanno trovato il coraggio di chiedere la messa in mora dell’azienda per i mancati pagamenti degli stipendi. «I problemi con l’invio dei bonifici sono iniziati quasi subito. Ma due settimane di ritardo per una startup potevano essere fisiologiche. A maggio, però, si è passati a un mese. E da giugno non abbiamo più ricevuto nulla», racconta uno dei firmatari. Lo studio legale Miraglia di Modena ha inviato all’azienda una lettera di intimazione per ottenere gli arretrati dei loro assistiti e il bonus 2021. I legali della Gianni & Origoni hanno risposto, per conto della Silk-Faw, di impegnarsi al pagamento delle retribuzioni che rappresentano «un credito privilegiato», mentre per quanto riguarda i premi l’azienda si riservava di verificarne la sussistenza.
Ma a stupire è soprattutto la risposta dell’amministratore delegato Gianni Lamorte all’avvocato Pasqualino Miraglia: «Comprendo benissimo il malessere dei suoi assistiti, tanto è vero che, come le avranno già detto loro, tutti i dirigenti della società hanno rinunciato al pagamento delle loro ultime quattro mensilità a favore di tutti gli impiegati per favorirli e cercare di diminuire tale malessere». L’autodifesa prosegue: «La società è una startup e quindi gli unici finanziamenti provengono da una ricerca fondi sul mercato che ha tempi che in certi casi mal si sposano con dei progetti aziendali ambiziosi come il nostro». L’ad spiega pure che «gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritari rispetto agli stipendi» e avverte che il ricorso all’autorità giudiziaria per il recupero dei crediti avrà come unica conseguenza «il fallimento della società senza alcun beneficio» per i dipendenti. A questo punto Lamorte, con velato sarcasmo, conclude: «Immagino che certo questo non sia l’obiettivo dei suoi assistiti, ossia di creare un danno non solo a sé stessi, ma anche a tutti i colleghi». In pratica secondo Lamorte la legittima richiesta di vedere saldati tre mesi di retribuzione da parte di 17 impiegati manderebbe all’aria un progetto da 1 miliardo di euro. Sulla cui solidità, di fronte a una simile affermazione, sorge più di un dubbio.
Infine l’ad invita il legale a «non procedere ad alcuna azione […], in quanto sarà cura dell’azienda in via prioritaria saldare quanto dovuto a tutti i dipendenti appena arriveranno i fondi necessari». Il 10 agosto, nella querelle, interviene direttamente il presidente Jonathan Krane con una mail dal tono empatico: «So che la situazione è stata molto difficile e voglio esprimere il mio profondo apprezzamento per il supporto, il duro lavoro e la fiducia di tutti in questo periodo. So quanto deve essere difficile per voi e le vostre famiglie. Grazie mille per aver creduto nel nostro progetto. Non avremmo mai potuto prevedere la situazione attuale, ma stiamo lavorando giorno e notte per fornire una soluzione completa all’azienda nel breve termine. Mentre stiamo parlando con i partner, sono orgoglioso di dire loro che squadra eccezionale e di talento abbiamo messo insieme. Combattiamo ogni giorno per far sì che la nostra azienda abbia successo e so che con il vostro continuo supporto ciò accadrà. Avremo una soluzione a tutti i problemi entro un paio di settimane».
Di giorni ne sono passati quasi venti e, nel frattempo, gli avvocati dell’azienda hanno chiesto ai lavoratori di pazientare almeno sino a metà settembre. Ma a mandare in bestia i dipendenti, molti dei quali di grande esperienza e provenienti da aziende di primissimo piano come McLaren e Ferrari, è stata la lettera sbandierata dai dirigenti come prova dell’avanzamento dei lavori, ovvero la missiva che il rappresentante cinese della società, Chongtian Li, avrebbe inviato ai vertici della Regione Emilia Romagna. Un documento su carta semplice, senza loghi, indirizzi o contatti mail e telefonici. Un foglietto volante che il dirigente cinese avrebbe spedito al governatore Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla per ribadire il proprio impegno nell’impresa. Con dichiarazioni d’intenti pompose come questa: «Crediamo che questo investimento progetto possa diventare un modello di cooperazione tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Italia, e che possa apportare nuovi contributi allo sviluppo economico del mondo». Nel documento si legge anche: «Faw China lavorerà a stretto contatto con Silk, la Regione Emilia Romagna e la città di Reggio Emilia per promuovere lo sviluppo del sito produttivo italiano di auto sportive HongQi e contribuire al rafforzamento del marchio HongQi». Curiosamente Chongtian Li spiega anche che «in qualità di azionista, Faw China adempirà ai suoi impegni per supportare la joint venture affinché operi in conformità con leggi e regolamenti locali». Quasi un’excusatio non petita. L’assessore Colla non ricorda se la lettera sia arrivata sulla sua scrivania: «Verificherò lunedì al mio rientro. Voglio comunque precisare che la Regione non ha mai erogato un euro alla società e non lo farà senza fatti e certezze rispetto ai loro impegni sanciti in un progetto, che, è sempre bene ricordarlo, è stato avviato tra privati internazionali».
Intanto l’azienda ha chiesto ad Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, di accedere alle agevolazioni a sostegno di progetti innovativi di grandi dimensioni, come quelli legati alla mobilità elettrica. Un settore su cui sono state stanziate risorse attraverso il Pnrr. Dal Mise ci fanno sapere che l’istanza è stata presentata ed è in fase istruttoria. L’importo richiesto? «In questa fase lo può comunicare solo l’azienda», ribattono dal dicastero di via Veneto. Ma mentre da Silk-Faw bussano a denari, nella zona dove dovrebbe sorgere la fabbrica non si muove nulla, se non i fili d’erba. Ci troviamo in frazione Gavassa, tra i binari dell’alta velocità, la tangenziale e l’autostrada. Nel vicino cantiere Forsu sta crescendo velocemente l’imponente impianto per il biogas autorizzato negli anni scorsi. Nell’area in cui dovrebbe essere prodotto il nuovo bolide sino-statunitense ci sono solo alcune bandiere blu con il nome dell’azienda lungo una stradina di cemento. Un piccolo prefabbricato blu è l’unico manufatto destinato all’uomo presente sui 360.000 metri quadrati di campi per cui non è stato ancora firmato il rogito. Il cartello di cantiere giace obliquo senza essere stato compilato. Una telecamera ci ricorda che «è severamente vietato l’ingresso». Ma dentro non c’è nulla da proteggere salvo qualche tubo di cemento probabilmente destinato a fognature mai iniziate e un blocco rettangolare che dovrebbe essere un pozzetto. Per ora è questo ciò che resta di un sogno chiamato HongQi, in cinese Bandiera rossa. Come quelle impugnate dagli operai delle Reggiane. Oggi più prosaicamente i dipendenti della Silk-Faw sventolano carte bollate.
«Temo sia solo un maxi riciclaggio»
Paolo, lo chiameremo così, è un tecnico con una grande esperienza nel settore delle automobili sportive e di lusso. Fa parte del gruppo di specialisti di Silk-Faw arrivati dalla McLaren al seguito dell’ex direttore tecnico Carlo Della Casa. Al progetto in molti avevano creduto anche per quella presenza autorevole, ma alla fine i top manager sono scappati e sulla barca, oltre a 18 dirigenti, sono rimasti una quarantina di impiegati, da maggio senza stipendio.
I grandi capi come hanno giustificato il loro addio?
«Roberto Fedeli, storico direttore tecnico della Ferrari, sino al giorno prima ci incitava a pianificare in vista dell’arrivo dei soldi, poi all’improvviso ci ha detto che lasciava perché il suo lavoro, quello di avviare la baracca, era finito e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Della Casa, invece, ci ha confessato di non fidarsi più del principale finanziatore, Jonathan Krane, ma ci ha invitato a stare tranquilli perché gli investitori c’erano per davvero. infine Davide Montosi, ex manager sia di Ferrari che di McLaren, nel settore elettronico, ci ha spiegato di non credere più nel progetto».
Beh, se hanno smesso di crederci coloro che avevano messo la faccia sull’impresa, rendendola appetibile…
«Io e altri siamo andati lì per Della Casa, con cui avevamo lavorato in McLaren. Da quando ha lasciato per me non c’è più nessuno di cui fidarsi. Anche altri che lo hanno seguito sono rimasti fregati».
Non ritiene credibile Krane?
«Ci ha detto che dovevamo sentirci una famiglia, ma io l’ho visto una sola volta. E quel primo e unico incontro è stato una specie di barzelletta. È avvenuto in occasione della presentazione del progetto a febbraio. È stata convocata una riunione nella grande sala conferenze al Tecnopolo di Reggio Emilia. Krane si è presentato con un altro investitore. Ingenuamente mi aspettavo le slide con i piani investimento e di crescita, invece, non hanno acceso neanche il proiettore, si sono seduti là e hanno iniziato a farci la “supercazzola” annunciando la quotazione in borsa a New York e promettendoci le stock option. Infine si sono fatti un selfie con tutti noi. Io vengo dall’automotive e so che cosa voglia dire fare un prodotto automobilistico. Per questo ho pensato: “Questi non hanno una presentazione, non hanno una road map per realizzare il prodotto. A questi interessa solo speculare con i soldi”. Ho iniziato a sentire puzza di bruciato».
Che cosa l’ha persuasa a rimanere inizialmente?
«Mi sono detto: “Se hanno convito dei top manager come Della Casa significa che qui ci sono le fondamenta”. Ma mi sbagliavo, Infatti, poi, Carlo e gli altri se ne sono andati. Senza di loro non avrei dato credito a questo progetto. In principio per me anche Faw era una garanzia: è il marchio più antico di automobili in Cina ed è di proprietà del governo di Pechino. Inizio a pensare che lo stiano usando abusivamente».
Con i soci cinesi ha mai parlato?
«No. So che a inizio agosto, quando le proteste per il mancato pagamento degli stipendi stavano montando, ai dirigenti è stata mostrata una lettera firmata dal referente cinese, Chongtian Li, e inviata al presidente della Regione Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla. Qualcuno di noi ha potuto darci una sbirciata. A me è venuto da piangere. Sembrava scritta da un bambino, senza data, senza oggetto, senza loghi. Chongtian Li era indicato come “board member”, ma non era specificato di quale azienda. Una cosa da far cadere le braccia».
Alcuni quotidiani hanno scritto che a un certo punto è stato oscurato anche il vostro sito…
«Voci interne sostengono che sarebbe saltato perché l’azienda non avrebbe pagato il manutentore. A quel punto sembra che Krane abbia chiamato subito l’ad Gianni Lamorte per dirgli di tirare fuori 5-10.000 euro per ripristinare il sito ed evitare di alimentare le speculazioni giornalistiche».
Voi dipendenti che non ricevete lo stipendio da mesi che cosa farete, oltre a rivolgervi alla magistratura?
«Questi signori hanno segato le gambe a parecchie persone che arrivavano da Ferrari, Lamborghini McLaren, Maserati. Ingegneri elettronici, meccanici, aerodinamici. Alcuni di noi sono riusciti a riciclarsi all’estero, altri aspettano, me compreso, una buona occasione».
Che cosa pensa che ci sia dietro a tutta questa storia?
«Le mie sono solo supposizioni e spero che l’indagine penale che è stata avviata le smentisca. Però temo che dietro possa esserci persino il riciclaggio e che la Silk-Faw possa essere usata come lavatrice. Soldi qui non se ne vedono e, come ho detto, so quante risorse e quanto tempo ci voglia per fare delle automobili di lusso, magari ibride. La Ferrari ci ha impiegato cinque anni. Questi, invece, hanno promesso di realizzarle in pochi mesi, sebbene non siano ancora stati acquistati i terreni dove dovrebbe sorgere la fabbrica. Inoltre l’assetto societario è piuttosto articolato. La Srl italiana è di proprietà di una ditta irlandese che fa capo a una delle Cayman che è controllata da una cinese che, a sua volta, fa riferimento a una statunitense. Lei sa che non è facile far uscire soldi sporchi dalla Cina… ma se c’è da finanziare un progetto serio all’estero in cui sono impiegati 60-70 ingegneri la cosa cambia. Poi magari di 100 euro che sposto 3 li mando a quei ragazzi di Reggio Emilia per pagargli gli stipendi e far vedere che dietro c’è qualcuno; gli altri, magari, belli puliti, restano in Irlanda o alle Cayman. Ovviamente spero di sbagliarmi. Vorrei però fare un’ultima considerazione».
Prego...
«Ma la Regione, la Provincia e il Comune, come hanno permesso a questi signori di venire qui, di farsi tutta questa pubblicità, dicendo che avrebbero creato mille posti di lavoro, garantito affari per le aziende locali e dato visibilità alla Motor valley? Ad oggi che cosa hanno fatto? Trenta milioni di debiti con le aziende dell’indotto e una sessantina di futuri disoccupati (che dovranno usufruire degli ammortizzatori sociali) o, nella migliore delle ipotesi, sessanta tecnici che dovranno rivendersi all’estero. Anche la politica dovrebbe rispondere di tutto ciò. Invece di fare da garanti sono stati delle casse di risonanza per questi signori».
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Viaggio nella fabbrica (sponsorizzata da Romano Prodi) che dovrebbe costruire supercar. La lettera dell’ad ai dipendenti senza stipendio: non fateci fallire, siamo al verde. Uno dei dipendenti dell’azienda fantasma: «I top manager sono scappati quasi subito e noi non prendiamo soldi da maggio. I piani di investimento? Una “supercazzola”». Lo speciale contiene due articoli. «Un tocco di classe». Lo slogan è efficace. La foto vintage è una via di mezzo tra il Quarto stato e la celebre immagine dei carpentieri di New York sospesi per aria su una trave. Il capannone delle vecchie Officine meccaniche reggiane è un monumento all’orgoglio operaio. La vecchia fabbrica di treni, proiettili di artiglieria e caccia militari, nel secondo Dopoguerra venne riconvertita. Qui, tra il 1950 e il 1951, i lavoratori, a fronte di 2.100 licenziamenti, hanno dato inizio alla più lunga occupazione mai avvenuta in Italia, conclusa con la liquidazione coatta dell’azienda. L’area, dopo un lungo abbandono, è stata recuperata dal Comune e trasformata in un Tecnopòlo destinato all’innovazione. Ed è qui che, tra pannelli informativi e gigantografie che glorificano le lotte operaie hanno trovato la loro sede gli uffici della Silk-Faw, l’azienda sino-statunitense che a partire dal 2023 dovrebbe produrre ogni anno 100 auto sportive ibride ed elettriche extralusso (prezzo di listino intorno ai 2 milioni l’una). Un progetto di investimento da circa 1 miliardo di euro, fortemente sponsorizzato dall’ex premier Romano Prodi che, a pieno regime, dovrebbe dare lavoro a un migliaio di persone. Per questo la Regione e il Comune inizialmente hanno applaudito il progetto, promettendo 4,5 milioni di finanziamenti e agevolazioni burocratiche. Ma per ora di tutto questo non si è visto nulla. Se non una sessantina di ingegneri spalmati tra le Reggiane e Campovolo (quello famoso per i concerti di Ligabue), a buttare giù modellini e a progettare software. Attività per cui però sembrano essere finiti gli euro. «Siamo bloccati. L’azienda ha 30 milioni di euro di debiti con i fornitori» ha confessato un ingegnere al Resto del Carlino. E così nel tempio dell’orgoglio operaio oggi scaldano le sedie una sessantina di dipendenti che non percepiscono lo stipendio da maggio. Nel frattempo la Procura di Reggio, in seguito a un esposto del deputato di Fratelli di Italia Gianluca Vinci, ha deciso di aprire un’inchiesta (per ora senza indagati) e ha delegato la Guardia di finanza a effettuare le prime investigazioni. La situazione descritta dalle qualificate maestranze è sconfortante. Si tratta soprattutto di ingegneri meccanici, elettronici e informatici. Ci sono anche esperti di marketing e di economia. Una ventina di dirigenti e circa quaranta impiegati. Alcuni hanno già dato le dimissioni. Diciassette di loro hanno trovato il coraggio di chiedere la messa in mora dell’azienda per i mancati pagamenti degli stipendi. «I problemi con l’invio dei bonifici sono iniziati quasi subito. Ma due settimane di ritardo per una startup potevano essere fisiologiche. A maggio, però, si è passati a un mese. E da giugno non abbiamo più ricevuto nulla», racconta uno dei firmatari. Lo studio legale Miraglia di Modena ha inviato all’azienda una lettera di intimazione per ottenere gli arretrati dei loro assistiti e il bonus 2021. I legali della Gianni & Origoni hanno risposto, per conto della Silk-Faw, di impegnarsi al pagamento delle retribuzioni che rappresentano «un credito privilegiato», mentre per quanto riguarda i premi l’azienda si riservava di verificarne la sussistenza. Ma a stupire è soprattutto la risposta dell’amministratore delegato Gianni Lamorte all’avvocato Pasqualino Miraglia: «Comprendo benissimo il malessere dei suoi assistiti, tanto è vero che, come le avranno già detto loro, tutti i dirigenti della società hanno rinunciato al pagamento delle loro ultime quattro mensilità a favore di tutti gli impiegati per favorirli e cercare di diminuire tale malessere». L’autodifesa prosegue: «La società è una startup e quindi gli unici finanziamenti provengono da una ricerca fondi sul mercato che ha tempi che in certi casi mal si sposano con dei progetti aziendali ambiziosi come il nostro». L’ad spiega pure che «gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritari rispetto agli stipendi» e avverte che il ricorso all’autorità giudiziaria per il recupero dei crediti avrà come unica conseguenza «il fallimento della società senza alcun beneficio» per i dipendenti. A questo punto Lamorte, con velato sarcasmo, conclude: «Immagino che certo questo non sia l’obiettivo dei suoi assistiti, ossia di creare un danno non solo a sé stessi, ma anche a tutti i colleghi». In pratica secondo Lamorte la legittima richiesta di vedere saldati tre mesi di retribuzione da parte di 17 impiegati manderebbe all’aria un progetto da 1 miliardo di euro. Sulla cui solidità, di fronte a una simile affermazione, sorge più di un dubbio. Infine l’ad invita il legale a «non procedere ad alcuna azione […], in quanto sarà cura dell’azienda in via prioritaria saldare quanto dovuto a tutti i dipendenti appena arriveranno i fondi necessari». Il 10 agosto, nella querelle, interviene direttamente il presidente Jonathan Krane con una mail dal tono empatico: «So che la situazione è stata molto difficile e voglio esprimere il mio profondo apprezzamento per il supporto, il duro lavoro e la fiducia di tutti in questo periodo. So quanto deve essere difficile per voi e le vostre famiglie. Grazie mille per aver creduto nel nostro progetto. Non avremmo mai potuto prevedere la situazione attuale, ma stiamo lavorando giorno e notte per fornire una soluzione completa all’azienda nel breve termine. Mentre stiamo parlando con i partner, sono orgoglioso di dire loro che squadra eccezionale e di talento abbiamo messo insieme. Combattiamo ogni giorno per far sì che la nostra azienda abbia successo e so che con il vostro continuo supporto ciò accadrà. Avremo una soluzione a tutti i problemi entro un paio di settimane». Di giorni ne sono passati quasi venti e, nel frattempo, gli avvocati dell’azienda hanno chiesto ai lavoratori di pazientare almeno sino a metà settembre. Ma a mandare in bestia i dipendenti, molti dei quali di grande esperienza e provenienti da aziende di primissimo piano come McLaren e Ferrari, è stata la lettera sbandierata dai dirigenti come prova dell’avanzamento dei lavori, ovvero la missiva che il rappresentante cinese della società, Chongtian Li, avrebbe inviato ai vertici della Regione Emilia Romagna. Un documento su carta semplice, senza loghi, indirizzi o contatti mail e telefonici. Un foglietto volante che il dirigente cinese avrebbe spedito al governatore Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla per ribadire il proprio impegno nell’impresa. Con dichiarazioni d’intenti pompose come questa: «Crediamo che questo investimento progetto possa diventare un modello di cooperazione tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Italia, e che possa apportare nuovi contributi allo sviluppo economico del mondo». Nel documento si legge anche: «Faw China lavorerà a stretto contatto con Silk, la Regione Emilia Romagna e la città di Reggio Emilia per promuovere lo sviluppo del sito produttivo italiano di auto sportive HongQi e contribuire al rafforzamento del marchio HongQi». Curiosamente Chongtian Li spiega anche che «in qualità di azionista, Faw China adempirà ai suoi impegni per supportare la joint venture affinché operi in conformità con leggi e regolamenti locali». Quasi un’excusatio non petita. L’assessore Colla non ricorda se la lettera sia arrivata sulla sua scrivania: «Verificherò lunedì al mio rientro. Voglio comunque precisare che la Regione non ha mai erogato un euro alla società e non lo farà senza fatti e certezze rispetto ai loro impegni sanciti in un progetto, che, è sempre bene ricordarlo, è stato avviato tra privati internazionali». Intanto l’azienda ha chiesto ad Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, di accedere alle agevolazioni a sostegno di progetti innovativi di grandi dimensioni, come quelli legati alla mobilità elettrica. Un settore su cui sono state stanziate risorse attraverso il Pnrr. Dal Mise ci fanno sapere che l’istanza è stata presentata ed è in fase istruttoria. L’importo richiesto? «In questa fase lo può comunicare solo l’azienda», ribattono dal dicastero di via Veneto. Ma mentre da Silk-Faw bussano a denari, nella zona dove dovrebbe sorgere la fabbrica non si muove nulla, se non i fili d’erba. Ci troviamo in frazione Gavassa, tra i binari dell’alta velocità, la tangenziale e l’autostrada. Nel vicino cantiere Forsu sta crescendo velocemente l’imponente impianto per il biogas autorizzato negli anni scorsi. Nell’area in cui dovrebbe essere prodotto il nuovo bolide sino-statunitense ci sono solo alcune bandiere blu con il nome dell’azienda lungo una stradina di cemento. Un piccolo prefabbricato blu è l’unico manufatto destinato all’uomo presente sui 360.000 metri quadrati di campi per cui non è stato ancora firmato il rogito. Il cartello di cantiere giace obliquo senza essere stato compilato. Una telecamera ci ricorda che «è severamente vietato l’ingresso». Ma dentro non c’è nulla da proteggere salvo qualche tubo di cemento probabilmente destinato a fognature mai iniziate e un blocco rettangolare che dovrebbe essere un pozzetto. Per ora è questo ciò che resta di un sogno chiamato HongQi, in cinese Bandiera rossa. Come quelle impugnate dagli operai delle Reggiane. Oggi più prosaicamente i dipendenti della Silk-Faw sventolano carte bollate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/silk-faw-fabbricati-dismessi-2657953375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="temo-sia-solo-un-maxi-riciclaggio" data-post-id="2657953375" data-published-at="1661655506" data-use-pagination="False"> «Temo sia solo un maxi riciclaggio» Paolo, lo chiameremo così, è un tecnico con una grande esperienza nel settore delle automobili sportive e di lusso. Fa parte del gruppo di specialisti di Silk-Faw arrivati dalla McLaren al seguito dell’ex direttore tecnico Carlo Della Casa. Al progetto in molti avevano creduto anche per quella presenza autorevole, ma alla fine i top manager sono scappati e sulla barca, oltre a 18 dirigenti, sono rimasti una quarantina di impiegati, da maggio senza stipendio. I grandi capi come hanno giustificato il loro addio? «Roberto Fedeli, storico direttore tecnico della Ferrari, sino al giorno prima ci incitava a pianificare in vista dell’arrivo dei soldi, poi all’improvviso ci ha detto che lasciava perché il suo lavoro, quello di avviare la baracca, era finito e che aveva bisogno di nuovi stimoli. Della Casa, invece, ci ha confessato di non fidarsi più del principale finanziatore, Jonathan Krane, ma ci ha invitato a stare tranquilli perché gli investitori c’erano per davvero. infine Davide Montosi, ex manager sia di Ferrari che di McLaren, nel settore elettronico, ci ha spiegato di non credere più nel progetto». Beh, se hanno smesso di crederci coloro che avevano messo la faccia sull’impresa, rendendola appetibile… «Io e altri siamo andati lì per Della Casa, con cui avevamo lavorato in McLaren. Da quando ha lasciato per me non c’è più nessuno di cui fidarsi. Anche altri che lo hanno seguito sono rimasti fregati». Non ritiene credibile Krane? «Ci ha detto che dovevamo sentirci una famiglia, ma io l’ho visto una sola volta. E quel primo e unico incontro è stato una specie di barzelletta. È avvenuto in occasione della presentazione del progetto a febbraio. È stata convocata una riunione nella grande sala conferenze al Tecnopolo di Reggio Emilia. Krane si è presentato con un altro investitore. Ingenuamente mi aspettavo le slide con i piani investimento e di crescita, invece, non hanno acceso neanche il proiettore, si sono seduti là e hanno iniziato a farci la “supercazzola” annunciando la quotazione in borsa a New York e promettendoci le stock option. Infine si sono fatti un selfie con tutti noi. Io vengo dall’automotive e so che cosa voglia dire fare un prodotto automobilistico. Per questo ho pensato: “Questi non hanno una presentazione, non hanno una road map per realizzare il prodotto. A questi interessa solo speculare con i soldi”. Ho iniziato a sentire puzza di bruciato». Che cosa l’ha persuasa a rimanere inizialmente? «Mi sono detto: “Se hanno convito dei top manager come Della Casa significa che qui ci sono le fondamenta”. Ma mi sbagliavo, Infatti, poi, Carlo e gli altri se ne sono andati. Senza di loro non avrei dato credito a questo progetto. In principio per me anche Faw era una garanzia: è il marchio più antico di automobili in Cina ed è di proprietà del governo di Pechino. Inizio a pensare che lo stiano usando abusivamente». Con i soci cinesi ha mai parlato? «No. So che a inizio agosto, quando le proteste per il mancato pagamento degli stipendi stavano montando, ai dirigenti è stata mostrata una lettera firmata dal referente cinese, Chongtian Li, e inviata al presidente della Regione Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla. Qualcuno di noi ha potuto darci una sbirciata. A me è venuto da piangere. Sembrava scritta da un bambino, senza data, senza oggetto, senza loghi. Chongtian Li era indicato come “board member”, ma non era specificato di quale azienda. Una cosa da far cadere le braccia». Alcuni quotidiani hanno scritto che a un certo punto è stato oscurato anche il vostro sito… «Voci interne sostengono che sarebbe saltato perché l’azienda non avrebbe pagato il manutentore. A quel punto sembra che Krane abbia chiamato subito l’ad Gianni Lamorte per dirgli di tirare fuori 5-10.000 euro per ripristinare il sito ed evitare di alimentare le speculazioni giornalistiche». Voi dipendenti che non ricevete lo stipendio da mesi che cosa farete, oltre a rivolgervi alla magistratura? «Questi signori hanno segato le gambe a parecchie persone che arrivavano da Ferrari, Lamborghini McLaren, Maserati. Ingegneri elettronici, meccanici, aerodinamici. Alcuni di noi sono riusciti a riciclarsi all’estero, altri aspettano, me compreso, una buona occasione». Che cosa pensa che ci sia dietro a tutta questa storia? «Le mie sono solo supposizioni e spero che l’indagine penale che è stata avviata le smentisca. Però temo che dietro possa esserci persino il riciclaggio e che la Silk-Faw possa essere usata come lavatrice. Soldi qui non se ne vedono e, come ho detto, so quante risorse e quanto tempo ci voglia per fare delle automobili di lusso, magari ibride. La Ferrari ci ha impiegato cinque anni. Questi, invece, hanno promesso di realizzarle in pochi mesi, sebbene non siano ancora stati acquistati i terreni dove dovrebbe sorgere la fabbrica. Inoltre l’assetto societario è piuttosto articolato. La Srl italiana è di proprietà di una ditta irlandese che fa capo a una delle Cayman che è controllata da una cinese che, a sua volta, fa riferimento a una statunitense. Lei sa che non è facile far uscire soldi sporchi dalla Cina… ma se c’è da finanziare un progetto serio all’estero in cui sono impiegati 60-70 ingegneri la cosa cambia. Poi magari di 100 euro che sposto 3 li mando a quei ragazzi di Reggio Emilia per pagargli gli stipendi e far vedere che dietro c’è qualcuno; gli altri, magari, belli puliti, restano in Irlanda o alle Cayman. Ovviamente spero di sbagliarmi. Vorrei però fare un’ultima considerazione». Prego... «Ma la Regione, la Provincia e il Comune, come hanno permesso a questi signori di venire qui, di farsi tutta questa pubblicità, dicendo che avrebbero creato mille posti di lavoro, garantito affari per le aziende locali e dato visibilità alla Motor valley? Ad oggi che cosa hanno fatto? Trenta milioni di debiti con le aziende dell’indotto e una sessantina di futuri disoccupati (che dovranno usufruire degli ammortizzatori sociali) o, nella migliore delle ipotesi, sessanta tecnici che dovranno rivendersi all’estero. Anche la politica dovrebbe rispondere di tutto ciò. Invece di fare da garanti sono stati delle casse di risonanza per questi signori».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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