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2020-10-23
Si va verso il blocco dei licenziamenti fino a gennaio. Ai sindacati non basta
Ansa
Il governo è pronto a raggiungere un compromesso con i sindacati sullo sblocco dei licenziamenti. Il faccia a faccia di mercoledì sera è finito con una fumata nera ma il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, insieme a quello del Lavoro, Nunzia Catalfo, avrebbero già messo sul piatto la proroga dello sblocco da metà a novembre al 31 gennaio. La data proposta dall'esecutivo non piace ai leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil. «Noi chiediamo di non legare la fine del blocco a una data, ma di conteggiare le settimane» ulteriori di proroga della Cig «che sono 18» e «di tenere insieme la possibilità di fruire di cassaintegrazione e blocco dei licenziamenti», ha detto ieri il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri.
Le 18 nuove settimane dovrebbero essere divise in sei settimane fino alla fine di quest'anno in modo da coprire chi avrà esaurito le precedenti del dl Agosto, a partire da metà novembre fino al 31 dicembre, e dovrebbero entrare nel prossimo decreto legge; le altre 12 sarebbero previste nel 2021 e andrebbero in legge di bilancio. Questo significa che se con un utilizzo continuativo delle nuove 12 settimane di cassaintegrazione nel 2021 si arriva fino al 21 marzo, con un ricorso scaglionato si potrebbe andare a una copertura più lunga, fino ad arrivare potenzialmente a giugno (se venisse indicato questo come mese entro il quale usufruire della Cig Covid). Un'ipotesi di blocco ancora più lungo che il governo non sarebbe disponibile a considerare.
I sindacati ieri si sono rivolti direttamente al premier Giuseppe Conte e hanno chiesto l'avvio, in tempi brevissimi, di un tavolo a Palazzo Chigi sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sulle politiche attive del lavoro, sulla manovra economica e sui fondi europei. Che la situazione richieda ancora un argine è lo stesso premier a dirlo, affermando che «i contraccolpi della crisi sono ancora forti e non è possibile, in questa fase, dismettere la rete di protezione disposta sin dall'inizio della crisi in favore dei lavoratori e delle imprese» e per questa ragione «rifinanziamo con 5 miliardi un nuovo e ulteriore ciclo della cassaintegrazione».
Le trattative, dunque, vanno avanti. E il punto di caduta di un eventuale accordo potrebbe comunque essere sbloccare tutto nei primi mesi del prossimo anno. Ma più si aspetta a togliere «il tappo» e più rischiano di lievitare i tagli. C'è poi un problema di fondi: in manovra sono stati stanziati 5 miliardi per la Cig al 2021 ma gran parte di queste risorse sono i risparmi sulla parte stanziata nel 2020. Se si prolunga il blocco il governo dovrà garantire altra cassa e dunque anticipare la spesa. L'effetto collaterale sarà quindi che i fondi per il 2021 si ridurranno drasticamente e come tutte le coperte corte lasceranno scoperto qualcosa. Non solo. Se Giuseppe Conte dovesse ammettere che il 2021 sarà funestato da richieste di Naspi, sarebbe costretto a smontare il calcolo di rilancio del Pil che a sua volta permette di inserire nei file excel (inviati a Bruxelles) percentuali di gettito fittizio.
Nel frattempo, ieri dall'Osservatorio sul precariato dell'Inps sono arrivate i numeri aggiornati sul mercato del lavoro: le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi sette mesi del 2020 sono state 2.919.000. Rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata «molto forte (-38%): particolarmente negativa nel mese di aprile (-83%), risulta però progressivamente attenuarsi fino a luglio (-20%)». Sempre secondo i dati dell'Inps, nel mese di settembre sono state autorizzate 254,9 milioni di ore di cassaintegrazione, segnando +1.215% sullo stesso mese del 2019 e -13,2% sul precedente mese di agosto. Il 98% delle ore di Cig ordinaria, deroga e fondi di solidarietà è stato autorizzato con causale «emergenza sanitaria Covid-19».
ll numero totale di ore di Cig autorizzate nel periodo dal primo aprile al 30 settembre per l'emergenza sanitaria è pari a 3.058,1 milioni, di cui 1.475,9 milioni di Cig ordinaria, 988,2 milioni per l'assegno ordinario dei fondi di solidarietà e 594,0 milioni di Cig in deroga. A settembre le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 94,2 milioni e si riferiscono quasi interamente alla causale «emergenza sanitaria Covid-19», registrando un calo del 6% sul mese di agosto. Per la cassa straordinaria sono state 10,5 milioni, di cui 1,3 milioni per solidarietà, segnando rispetto al mese precedente un aumento del 23,3%.
A dare i numeri è anche un'indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro svolta tra fine settembre e metà ottobre tra 5.000 professionisti iscritti all'Ordine. Secondo la ricerca, sono circa 1 milione i posti di lavoro che le piccole e medie imprese italiane potrebbero perdere tra l'inizio e la fine del 2020. Un bilancio pesante quindi per il milione e mezzo di aziende assistito dai consulenti del lavoro, visto che i loro organici potrebbero contrarsi di circa il 10%.
Schiaffo di Whirlpool a Patuanelli. Il 31 cessa la produzione a Napoli
A pensare alla Whirlpool di Napoli, non si contano le volte in cui un qualche esponente del governo affermava di aver trovato la quadra per fare restare gli americani a produrre elettrodomestici nel capoluogo campano.
Invece lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà definitivamente il 31 ottobre. L'ad di Whirlpool Italia e vice presidente operazioni industriali per l'Europa, L'Africa e il Medioriente, Luigi La Morgia, ieri ha confermato quanto già annunciato un anno fa, spiegando, nel corso dell'incontro al Mise che si è tenuto ieri, che la decisione è dovuta al drastico crollo nella domanda globale per Omnia, il modello di lavatrici di alta gamma che viene prodotto nel sito campano. Così 350 lavoratori, più tutti quelli dell'indotto, si troveranno a perdere il lavoro in uno dei momenti più duri e difficile per l'economia italiana.
Era il 30 ottobre del 2018 quando Luigi Di Maio, ai tempi a capo del Mise scriveva su Facebook che «Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia».
A distanza di due anni la pandemia si è unita ai problemi dello stabilimento campano e così l'azienda, attraverso una nota, ha fatto sapere che le interruzioni sulla catena di fornitura le stanno impedendo di produrre tutti gli elettrodomestici richiesti dai cittadini statunitensi costretti a rimanere in casa a causa della pandemia di coronavirus».
Nel dettaglio, la società ha dichiarato che le sue vendite hanno mostrato un calo dell'1,6% nel terzo trimestre in Nord America a causa delle interruzioni operative dovute alla pandemia. La società ha osservato anche che gli ordini in arretrato sono molto al di sopra dei livelli tradizionali.
In parole povere, il gruppo ha bisogno di tagliare i costi e così il numero uno dell'azienda nel Vecchio continente ha confermato la chiusura dello stabilimento di Napoli.
«Dopo 18 mesi, sebbene gli sforzi messi in campo siano stati importanti e unici, il mercato su Napoli non è cambiato. Quindi confermo quanto abbiamo già detto un anno fa. Il 31 di ottobre la produzione su Napoli cesserà», ha detto ieri La Morgia nel corso dell'incontro avuto con il ministro dello Sviluppo eeconomico Stefano Patuanelli, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, sindacati e rappresentanti di Regione ed enti locali.
«Abbiamo cesellato tutti gli strumenti che potevamo costruire per incentivare la permanenza di Whirlpool a Napoli», ha commentato il ministro Patuanelli. «Prendere atto che dopo tutto questo la decisione non è cambiata ci porta a essere in sofferenza e difficoltà per quei lavoratori. Io personalmente ero convinto che ci fossero le condizioni per continuare, prendiamo atto che così non è».
Molta amarezza è stata espressa anche dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, che ha detto che la questione sarà subito affrontata dal Consiglio dei ministri: «Una decisione grave e inaccettabile».
«Il governo ha messo in campo strumenti unici, arrivando a offrire un pacchetto da oltre 100 milioni alla multinazionale tra taglio del costo del lavoro, fondo perduto, fondo per le crisi d'impresa, fiscalità di vantaggio e prestiti garantiti», ha aggiunto la sottosegretaria Alessandra Todde.
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Cgil, Cisl e Uil chiedono di non stabilire una data e di legare Cig e divieto: così lo stop potrebbe arrivare perfino all'estate.Addio nonostante 100 milioni di sgravi. Luigi Di Maio nel 2018 si vantava di aver risolto tutto.Lo speciale contiene due articoli.Il governo è pronto a raggiungere un compromesso con i sindacati sullo sblocco dei licenziamenti. Il faccia a faccia di mercoledì sera è finito con una fumata nera ma il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, insieme a quello del Lavoro, Nunzia Catalfo, avrebbero già messo sul piatto la proroga dello sblocco da metà a novembre al 31 gennaio. La data proposta dall'esecutivo non piace ai leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil. «Noi chiediamo di non legare la fine del blocco a una data, ma di conteggiare le settimane» ulteriori di proroga della Cig «che sono 18» e «di tenere insieme la possibilità di fruire di cassaintegrazione e blocco dei licenziamenti», ha detto ieri il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Le 18 nuove settimane dovrebbero essere divise in sei settimane fino alla fine di quest'anno in modo da coprire chi avrà esaurito le precedenti del dl Agosto, a partire da metà novembre fino al 31 dicembre, e dovrebbero entrare nel prossimo decreto legge; le altre 12 sarebbero previste nel 2021 e andrebbero in legge di bilancio. Questo significa che se con un utilizzo continuativo delle nuove 12 settimane di cassaintegrazione nel 2021 si arriva fino al 21 marzo, con un ricorso scaglionato si potrebbe andare a una copertura più lunga, fino ad arrivare potenzialmente a giugno (se venisse indicato questo come mese entro il quale usufruire della Cig Covid). Un'ipotesi di blocco ancora più lungo che il governo non sarebbe disponibile a considerare.I sindacati ieri si sono rivolti direttamente al premier Giuseppe Conte e hanno chiesto l'avvio, in tempi brevissimi, di un tavolo a Palazzo Chigi sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sulle politiche attive del lavoro, sulla manovra economica e sui fondi europei. Che la situazione richieda ancora un argine è lo stesso premier a dirlo, affermando che «i contraccolpi della crisi sono ancora forti e non è possibile, in questa fase, dismettere la rete di protezione disposta sin dall'inizio della crisi in favore dei lavoratori e delle imprese» e per questa ragione «rifinanziamo con 5 miliardi un nuovo e ulteriore ciclo della cassaintegrazione». Le trattative, dunque, vanno avanti. E il punto di caduta di un eventuale accordo potrebbe comunque essere sbloccare tutto nei primi mesi del prossimo anno. Ma più si aspetta a togliere «il tappo» e più rischiano di lievitare i tagli. C'è poi un problema di fondi: in manovra sono stati stanziati 5 miliardi per la Cig al 2021 ma gran parte di queste risorse sono i risparmi sulla parte stanziata nel 2020. Se si prolunga il blocco il governo dovrà garantire altra cassa e dunque anticipare la spesa. L'effetto collaterale sarà quindi che i fondi per il 2021 si ridurranno drasticamente e come tutte le coperte corte lasceranno scoperto qualcosa. Non solo. Se Giuseppe Conte dovesse ammettere che il 2021 sarà funestato da richieste di Naspi, sarebbe costretto a smontare il calcolo di rilancio del Pil che a sua volta permette di inserire nei file excel (inviati a Bruxelles) percentuali di gettito fittizio. Nel frattempo, ieri dall'Osservatorio sul precariato dell'Inps sono arrivate i numeri aggiornati sul mercato del lavoro: le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi sette mesi del 2020 sono state 2.919.000. Rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata «molto forte (-38%): particolarmente negativa nel mese di aprile (-83%), risulta però progressivamente attenuarsi fino a luglio (-20%)». Sempre secondo i dati dell'Inps, nel mese di settembre sono state autorizzate 254,9 milioni di ore di cassaintegrazione, segnando +1.215% sullo stesso mese del 2019 e -13,2% sul precedente mese di agosto. Il 98% delle ore di Cig ordinaria, deroga e fondi di solidarietà è stato autorizzato con causale «emergenza sanitaria Covid-19». ll numero totale di ore di Cig autorizzate nel periodo dal primo aprile al 30 settembre per l'emergenza sanitaria è pari a 3.058,1 milioni, di cui 1.475,9 milioni di Cig ordinaria, 988,2 milioni per l'assegno ordinario dei fondi di solidarietà e 594,0 milioni di Cig in deroga. A settembre le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 94,2 milioni e si riferiscono quasi interamente alla causale «emergenza sanitaria Covid-19», registrando un calo del 6% sul mese di agosto. Per la cassa straordinaria sono state 10,5 milioni, di cui 1,3 milioni per solidarietà, segnando rispetto al mese precedente un aumento del 23,3%.A dare i numeri è anche un'indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro svolta tra fine settembre e metà ottobre tra 5.000 professionisti iscritti all'Ordine. Secondo la ricerca, sono circa 1 milione i posti di lavoro che le piccole e medie imprese italiane potrebbero perdere tra l'inizio e la fine del 2020. 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L'ad di Whirlpool Italia e vice presidente operazioni industriali per l'Europa, L'Africa e il Medioriente, Luigi La Morgia, ieri ha confermato quanto già annunciato un anno fa, spiegando, nel corso dell'incontro al Mise che si è tenuto ieri, che la decisione è dovuta al drastico crollo nella domanda globale per Omnia, il modello di lavatrici di alta gamma che viene prodotto nel sito campano. Così 350 lavoratori, più tutti quelli dell'indotto, si troveranno a perdere il lavoro in uno dei momenti più duri e difficile per l'economia italiana. Era il 30 ottobre del 2018 quando Luigi Di Maio, ai tempi a capo del Mise scriveva su Facebook che «Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia». A distanza di due anni la pandemia si è unita ai problemi dello stabilimento campano e così l'azienda, attraverso una nota, ha fatto sapere che le interruzioni sulla catena di fornitura le stanno impedendo di produrre tutti gli elettrodomestici richiesti dai cittadini statunitensi costretti a rimanere in casa a causa della pandemia di coronavirus». Nel dettaglio, la società ha dichiarato che le sue vendite hanno mostrato un calo dell'1,6% nel terzo trimestre in Nord America a causa delle interruzioni operative dovute alla pandemia. La società ha osservato anche che gli ordini in arretrato sono molto al di sopra dei livelli tradizionali. In parole povere, il gruppo ha bisogno di tagliare i costi e così il numero uno dell'azienda nel Vecchio continente ha confermato la chiusura dello stabilimento di Napoli. «Dopo 18 mesi, sebbene gli sforzi messi in campo siano stati importanti e unici, il mercato su Napoli non è cambiato. Quindi confermo quanto abbiamo già detto un anno fa. Il 31 di ottobre la produzione su Napoli cesserà», ha detto ieri La Morgia nel corso dell'incontro avuto con il ministro dello Sviluppo eeconomico Stefano Patuanelli, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, sindacati e rappresentanti di Regione ed enti locali. «Abbiamo cesellato tutti gli strumenti che potevamo costruire per incentivare la permanenza di Whirlpool a Napoli», ha commentato il ministro Patuanelli. «Prendere atto che dopo tutto questo la decisione non è cambiata ci porta a essere in sofferenza e difficoltà per quei lavoratori. Io personalmente ero convinto che ci fossero le condizioni per continuare, prendiamo atto che così non è». Molta amarezza è stata espressa anche dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, che ha detto che la questione sarà subito affrontata dal Consiglio dei ministri: «Una decisione grave e inaccettabile». «Il governo ha messo in campo strumenti unici, arrivando a offrire un pacchetto da oltre 100 milioni alla multinazionale tra taglio del costo del lavoro, fondo perduto, fondo per le crisi d'impresa, fiscalità di vantaggio e prestiti garantiti», ha aggiunto la sottosegretaria Alessandra Todde.
Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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