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2020-10-23
Si va verso il blocco dei licenziamenti fino a gennaio. Ai sindacati non basta
Ansa
Il governo è pronto a raggiungere un compromesso con i sindacati sullo sblocco dei licenziamenti. Il faccia a faccia di mercoledì sera è finito con una fumata nera ma il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, insieme a quello del Lavoro, Nunzia Catalfo, avrebbero già messo sul piatto la proroga dello sblocco da metà a novembre al 31 gennaio. La data proposta dall'esecutivo non piace ai leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil. «Noi chiediamo di non legare la fine del blocco a una data, ma di conteggiare le settimane» ulteriori di proroga della Cig «che sono 18» e «di tenere insieme la possibilità di fruire di cassaintegrazione e blocco dei licenziamenti», ha detto ieri il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri.
Le 18 nuove settimane dovrebbero essere divise in sei settimane fino alla fine di quest'anno in modo da coprire chi avrà esaurito le precedenti del dl Agosto, a partire da metà novembre fino al 31 dicembre, e dovrebbero entrare nel prossimo decreto legge; le altre 12 sarebbero previste nel 2021 e andrebbero in legge di bilancio. Questo significa che se con un utilizzo continuativo delle nuove 12 settimane di cassaintegrazione nel 2021 si arriva fino al 21 marzo, con un ricorso scaglionato si potrebbe andare a una copertura più lunga, fino ad arrivare potenzialmente a giugno (se venisse indicato questo come mese entro il quale usufruire della Cig Covid). Un'ipotesi di blocco ancora più lungo che il governo non sarebbe disponibile a considerare.
I sindacati ieri si sono rivolti direttamente al premier Giuseppe Conte e hanno chiesto l'avvio, in tempi brevissimi, di un tavolo a Palazzo Chigi sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sulle politiche attive del lavoro, sulla manovra economica e sui fondi europei. Che la situazione richieda ancora un argine è lo stesso premier a dirlo, affermando che «i contraccolpi della crisi sono ancora forti e non è possibile, in questa fase, dismettere la rete di protezione disposta sin dall'inizio della crisi in favore dei lavoratori e delle imprese» e per questa ragione «rifinanziamo con 5 miliardi un nuovo e ulteriore ciclo della cassaintegrazione».
Le trattative, dunque, vanno avanti. E il punto di caduta di un eventuale accordo potrebbe comunque essere sbloccare tutto nei primi mesi del prossimo anno. Ma più si aspetta a togliere «il tappo» e più rischiano di lievitare i tagli. C'è poi un problema di fondi: in manovra sono stati stanziati 5 miliardi per la Cig al 2021 ma gran parte di queste risorse sono i risparmi sulla parte stanziata nel 2020. Se si prolunga il blocco il governo dovrà garantire altra cassa e dunque anticipare la spesa. L'effetto collaterale sarà quindi che i fondi per il 2021 si ridurranno drasticamente e come tutte le coperte corte lasceranno scoperto qualcosa. Non solo. Se Giuseppe Conte dovesse ammettere che il 2021 sarà funestato da richieste di Naspi, sarebbe costretto a smontare il calcolo di rilancio del Pil che a sua volta permette di inserire nei file excel (inviati a Bruxelles) percentuali di gettito fittizio.
Nel frattempo, ieri dall'Osservatorio sul precariato dell'Inps sono arrivate i numeri aggiornati sul mercato del lavoro: le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi sette mesi del 2020 sono state 2.919.000. Rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata «molto forte (-38%): particolarmente negativa nel mese di aprile (-83%), risulta però progressivamente attenuarsi fino a luglio (-20%)». Sempre secondo i dati dell'Inps, nel mese di settembre sono state autorizzate 254,9 milioni di ore di cassaintegrazione, segnando +1.215% sullo stesso mese del 2019 e -13,2% sul precedente mese di agosto. Il 98% delle ore di Cig ordinaria, deroga e fondi di solidarietà è stato autorizzato con causale «emergenza sanitaria Covid-19».
ll numero totale di ore di Cig autorizzate nel periodo dal primo aprile al 30 settembre per l'emergenza sanitaria è pari a 3.058,1 milioni, di cui 1.475,9 milioni di Cig ordinaria, 988,2 milioni per l'assegno ordinario dei fondi di solidarietà e 594,0 milioni di Cig in deroga. A settembre le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 94,2 milioni e si riferiscono quasi interamente alla causale «emergenza sanitaria Covid-19», registrando un calo del 6% sul mese di agosto. Per la cassa straordinaria sono state 10,5 milioni, di cui 1,3 milioni per solidarietà, segnando rispetto al mese precedente un aumento del 23,3%.
A dare i numeri è anche un'indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro svolta tra fine settembre e metà ottobre tra 5.000 professionisti iscritti all'Ordine. Secondo la ricerca, sono circa 1 milione i posti di lavoro che le piccole e medie imprese italiane potrebbero perdere tra l'inizio e la fine del 2020. Un bilancio pesante quindi per il milione e mezzo di aziende assistito dai consulenti del lavoro, visto che i loro organici potrebbero contrarsi di circa il 10%.
Schiaffo di Whirlpool a Patuanelli. Il 31 cessa la produzione a Napoli
A pensare alla Whirlpool di Napoli, non si contano le volte in cui un qualche esponente del governo affermava di aver trovato la quadra per fare restare gli americani a produrre elettrodomestici nel capoluogo campano.
Invece lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà definitivamente il 31 ottobre. L'ad di Whirlpool Italia e vice presidente operazioni industriali per l'Europa, L'Africa e il Medioriente, Luigi La Morgia, ieri ha confermato quanto già annunciato un anno fa, spiegando, nel corso dell'incontro al Mise che si è tenuto ieri, che la decisione è dovuta al drastico crollo nella domanda globale per Omnia, il modello di lavatrici di alta gamma che viene prodotto nel sito campano. Così 350 lavoratori, più tutti quelli dell'indotto, si troveranno a perdere il lavoro in uno dei momenti più duri e difficile per l'economia italiana.
Era il 30 ottobre del 2018 quando Luigi Di Maio, ai tempi a capo del Mise scriveva su Facebook che «Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia».
A distanza di due anni la pandemia si è unita ai problemi dello stabilimento campano e così l'azienda, attraverso una nota, ha fatto sapere che le interruzioni sulla catena di fornitura le stanno impedendo di produrre tutti gli elettrodomestici richiesti dai cittadini statunitensi costretti a rimanere in casa a causa della pandemia di coronavirus».
Nel dettaglio, la società ha dichiarato che le sue vendite hanno mostrato un calo dell'1,6% nel terzo trimestre in Nord America a causa delle interruzioni operative dovute alla pandemia. La società ha osservato anche che gli ordini in arretrato sono molto al di sopra dei livelli tradizionali.
In parole povere, il gruppo ha bisogno di tagliare i costi e così il numero uno dell'azienda nel Vecchio continente ha confermato la chiusura dello stabilimento di Napoli.
«Dopo 18 mesi, sebbene gli sforzi messi in campo siano stati importanti e unici, il mercato su Napoli non è cambiato. Quindi confermo quanto abbiamo già detto un anno fa. Il 31 di ottobre la produzione su Napoli cesserà», ha detto ieri La Morgia nel corso dell'incontro avuto con il ministro dello Sviluppo eeconomico Stefano Patuanelli, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, sindacati e rappresentanti di Regione ed enti locali.
«Abbiamo cesellato tutti gli strumenti che potevamo costruire per incentivare la permanenza di Whirlpool a Napoli», ha commentato il ministro Patuanelli. «Prendere atto che dopo tutto questo la decisione non è cambiata ci porta a essere in sofferenza e difficoltà per quei lavoratori. Io personalmente ero convinto che ci fossero le condizioni per continuare, prendiamo atto che così non è».
Molta amarezza è stata espressa anche dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, che ha detto che la questione sarà subito affrontata dal Consiglio dei ministri: «Una decisione grave e inaccettabile».
«Il governo ha messo in campo strumenti unici, arrivando a offrire un pacchetto da oltre 100 milioni alla multinazionale tra taglio del costo del lavoro, fondo perduto, fondo per le crisi d'impresa, fiscalità di vantaggio e prestiti garantiti», ha aggiunto la sottosegretaria Alessandra Todde.
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Cgil, Cisl e Uil chiedono di non stabilire una data e di legare Cig e divieto: così lo stop potrebbe arrivare perfino all'estate.Addio nonostante 100 milioni di sgravi. Luigi Di Maio nel 2018 si vantava di aver risolto tutto.Lo speciale contiene due articoli.Il governo è pronto a raggiungere un compromesso con i sindacati sullo sblocco dei licenziamenti. Il faccia a faccia di mercoledì sera è finito con una fumata nera ma il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, insieme a quello del Lavoro, Nunzia Catalfo, avrebbero già messo sul piatto la proroga dello sblocco da metà a novembre al 31 gennaio. La data proposta dall'esecutivo non piace ai leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil. «Noi chiediamo di non legare la fine del blocco a una data, ma di conteggiare le settimane» ulteriori di proroga della Cig «che sono 18» e «di tenere insieme la possibilità di fruire di cassaintegrazione e blocco dei licenziamenti», ha detto ieri il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Le 18 nuove settimane dovrebbero essere divise in sei settimane fino alla fine di quest'anno in modo da coprire chi avrà esaurito le precedenti del dl Agosto, a partire da metà novembre fino al 31 dicembre, e dovrebbero entrare nel prossimo decreto legge; le altre 12 sarebbero previste nel 2021 e andrebbero in legge di bilancio. Questo significa che se con un utilizzo continuativo delle nuove 12 settimane di cassaintegrazione nel 2021 si arriva fino al 21 marzo, con un ricorso scaglionato si potrebbe andare a una copertura più lunga, fino ad arrivare potenzialmente a giugno (se venisse indicato questo come mese entro il quale usufruire della Cig Covid). Un'ipotesi di blocco ancora più lungo che il governo non sarebbe disponibile a considerare.I sindacati ieri si sono rivolti direttamente al premier Giuseppe Conte e hanno chiesto l'avvio, in tempi brevissimi, di un tavolo a Palazzo Chigi sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sulle politiche attive del lavoro, sulla manovra economica e sui fondi europei. Che la situazione richieda ancora un argine è lo stesso premier a dirlo, affermando che «i contraccolpi della crisi sono ancora forti e non è possibile, in questa fase, dismettere la rete di protezione disposta sin dall'inizio della crisi in favore dei lavoratori e delle imprese» e per questa ragione «rifinanziamo con 5 miliardi un nuovo e ulteriore ciclo della cassaintegrazione». Le trattative, dunque, vanno avanti. E il punto di caduta di un eventuale accordo potrebbe comunque essere sbloccare tutto nei primi mesi del prossimo anno. Ma più si aspetta a togliere «il tappo» e più rischiano di lievitare i tagli. C'è poi un problema di fondi: in manovra sono stati stanziati 5 miliardi per la Cig al 2021 ma gran parte di queste risorse sono i risparmi sulla parte stanziata nel 2020. Se si prolunga il blocco il governo dovrà garantire altra cassa e dunque anticipare la spesa. L'effetto collaterale sarà quindi che i fondi per il 2021 si ridurranno drasticamente e come tutte le coperte corte lasceranno scoperto qualcosa. Non solo. Se Giuseppe Conte dovesse ammettere che il 2021 sarà funestato da richieste di Naspi, sarebbe costretto a smontare il calcolo di rilancio del Pil che a sua volta permette di inserire nei file excel (inviati a Bruxelles) percentuali di gettito fittizio. Nel frattempo, ieri dall'Osservatorio sul precariato dell'Inps sono arrivate i numeri aggiornati sul mercato del lavoro: le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi sette mesi del 2020 sono state 2.919.000. Rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata «molto forte (-38%): particolarmente negativa nel mese di aprile (-83%), risulta però progressivamente attenuarsi fino a luglio (-20%)». Sempre secondo i dati dell'Inps, nel mese di settembre sono state autorizzate 254,9 milioni di ore di cassaintegrazione, segnando +1.215% sullo stesso mese del 2019 e -13,2% sul precedente mese di agosto. Il 98% delle ore di Cig ordinaria, deroga e fondi di solidarietà è stato autorizzato con causale «emergenza sanitaria Covid-19». ll numero totale di ore di Cig autorizzate nel periodo dal primo aprile al 30 settembre per l'emergenza sanitaria è pari a 3.058,1 milioni, di cui 1.475,9 milioni di Cig ordinaria, 988,2 milioni per l'assegno ordinario dei fondi di solidarietà e 594,0 milioni di Cig in deroga. A settembre le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 94,2 milioni e si riferiscono quasi interamente alla causale «emergenza sanitaria Covid-19», registrando un calo del 6% sul mese di agosto. Per la cassa straordinaria sono state 10,5 milioni, di cui 1,3 milioni per solidarietà, segnando rispetto al mese precedente un aumento del 23,3%.A dare i numeri è anche un'indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro svolta tra fine settembre e metà ottobre tra 5.000 professionisti iscritti all'Ordine. Secondo la ricerca, sono circa 1 milione i posti di lavoro che le piccole e medie imprese italiane potrebbero perdere tra l'inizio e la fine del 2020. 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L'ad di Whirlpool Italia e vice presidente operazioni industriali per l'Europa, L'Africa e il Medioriente, Luigi La Morgia, ieri ha confermato quanto già annunciato un anno fa, spiegando, nel corso dell'incontro al Mise che si è tenuto ieri, che la decisione è dovuta al drastico crollo nella domanda globale per Omnia, il modello di lavatrici di alta gamma che viene prodotto nel sito campano. Così 350 lavoratori, più tutti quelli dell'indotto, si troveranno a perdere il lavoro in uno dei momenti più duri e difficile per l'economia italiana. Era il 30 ottobre del 2018 quando Luigi Di Maio, ai tempi a capo del Mise scriveva su Facebook che «Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia». A distanza di due anni la pandemia si è unita ai problemi dello stabilimento campano e così l'azienda, attraverso una nota, ha fatto sapere che le interruzioni sulla catena di fornitura le stanno impedendo di produrre tutti gli elettrodomestici richiesti dai cittadini statunitensi costretti a rimanere in casa a causa della pandemia di coronavirus». Nel dettaglio, la società ha dichiarato che le sue vendite hanno mostrato un calo dell'1,6% nel terzo trimestre in Nord America a causa delle interruzioni operative dovute alla pandemia. La società ha osservato anche che gli ordini in arretrato sono molto al di sopra dei livelli tradizionali. In parole povere, il gruppo ha bisogno di tagliare i costi e così il numero uno dell'azienda nel Vecchio continente ha confermato la chiusura dello stabilimento di Napoli. «Dopo 18 mesi, sebbene gli sforzi messi in campo siano stati importanti e unici, il mercato su Napoli non è cambiato. Quindi confermo quanto abbiamo già detto un anno fa. Il 31 di ottobre la produzione su Napoli cesserà», ha detto ieri La Morgia nel corso dell'incontro avuto con il ministro dello Sviluppo eeconomico Stefano Patuanelli, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, sindacati e rappresentanti di Regione ed enti locali. «Abbiamo cesellato tutti gli strumenti che potevamo costruire per incentivare la permanenza di Whirlpool a Napoli», ha commentato il ministro Patuanelli. «Prendere atto che dopo tutto questo la decisione non è cambiata ci porta a essere in sofferenza e difficoltà per quei lavoratori. Io personalmente ero convinto che ci fossero le condizioni per continuare, prendiamo atto che così non è». Molta amarezza è stata espressa anche dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, che ha detto che la questione sarà subito affrontata dal Consiglio dei ministri: «Una decisione grave e inaccettabile». «Il governo ha messo in campo strumenti unici, arrivando a offrire un pacchetto da oltre 100 milioni alla multinazionale tra taglio del costo del lavoro, fondo perduto, fondo per le crisi d'impresa, fiscalità di vantaggio e prestiti garantiti», ha aggiunto la sottosegretaria Alessandra Todde.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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