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2020-11-01
Il tagliagole di Nizza sette giorni fa era in Italia. Si indaga sulla sua rete
Ansa
La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi.
La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody).
A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown.
La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi
Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare».
Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare».
Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera.
Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
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Il tunisino che ha sgozzato tre persone era stato arrestato nel 2013. Spari a un prete a Lione, possibile terrorismo.Il governo francese pronto a chiudere le frontiere, ma senza dirlo: sfrutterà la pandemia.Lo speciale contiene due articoli.La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi. La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody). A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-smonta-la-bufala-del-killer-per-caso-ecco-la-rete-di-brahim-2648572970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-di-macron-usare-il-covid-per-fare-una-stretta-sugli-ingressi" data-post-id="2648572970" data-published-at="1604175409" data-use-pagination="False"> La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare». Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare». Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera. Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
Momenti di tensione a Washington, nei pressi della Casa Bianca, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service a uno dei checkpoint dell’area di sicurezza. L’aggressore è stato colpito durante lo scontro a fuoco ed è morto poco dopo in ospedale.
Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità, nella sparatoria è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nei dintorni. L’uomo armato, identificato come il 21enne Nasir Best, era già noto agli agenti per precedenti episodi. L’allarme è scattato intorno alle 18.10 locali, mentre alcuni giornalisti stavano effettuando collegamenti in diretta dai giardini della Casa Bianca. Nei video si sentono chiaramente numerosi colpi di arma da fuoco, con i cronisti costretti a interrompere le trasmissioni e a cercare immediatamente riparo all’interno della briefing room.
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Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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