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2020-11-01
Il tagliagole di Nizza sette giorni fa era in Italia. Si indaga sulla sua rete
Ansa
La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi.
La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody).
A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown.
La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi
Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare».
Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare».
Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera.
Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
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Il tunisino che ha sgozzato tre persone era stato arrestato nel 2013. Spari a un prete a Lione, possibile terrorismo.Il governo francese pronto a chiudere le frontiere, ma senza dirlo: sfrutterà la pandemia.Lo speciale contiene due articoli.La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi. La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody). A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-smonta-la-bufala-del-killer-per-caso-ecco-la-rete-di-brahim-2648572970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-di-macron-usare-il-covid-per-fare-una-stretta-sugli-ingressi" data-post-id="2648572970" data-published-at="1604175409" data-use-pagination="False"> La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare». Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare». Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera. Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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