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2020-11-01
Il tagliagole di Nizza sette giorni fa era in Italia. Si indaga sulla sua rete
Ansa
La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi.
La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody).
A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown.
La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi
Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare».
Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare».
Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera.
Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
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Il tunisino che ha sgozzato tre persone era stato arrestato nel 2013. Spari a un prete a Lione, possibile terrorismo.Il governo francese pronto a chiudere le frontiere, ma senza dirlo: sfrutterà la pandemia.Lo speciale contiene due articoli.La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi. La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody). A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-smonta-la-bufala-del-killer-per-caso-ecco-la-rete-di-brahim-2648572970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-di-macron-usare-il-covid-per-fare-una-stretta-sugli-ingressi" data-post-id="2648572970" data-published-at="1604175409" data-use-pagination="False"> La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare». Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare». Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera. Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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