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2020-11-01
Il tagliagole di Nizza sette giorni fa era in Italia. Si indaga sulla sua rete
Ansa
La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi.
La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody).
A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown.
La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi
Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare».
Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare».
Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera.
Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
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Il tunisino che ha sgozzato tre persone era stato arrestato nel 2013. Spari a un prete a Lione, possibile terrorismo.Il governo francese pronto a chiudere le frontiere, ma senza dirlo: sfrutterà la pandemia.Lo speciale contiene due articoli.La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi. La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody). A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-smonta-la-bufala-del-killer-per-caso-ecco-la-rete-di-brahim-2648572970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-di-macron-usare-il-covid-per-fare-una-stretta-sugli-ingressi" data-post-id="2648572970" data-published-at="1604175409" data-use-pagination="False"> La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare». Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare». Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera. Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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