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2020-11-01
Il tagliagole di Nizza sette giorni fa era in Italia. Si indaga sulla sua rete
Ansa
La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi.
La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody).
A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown.
La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi
Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare».
Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare».
Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera.
Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
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Il tunisino che ha sgozzato tre persone era stato arrestato nel 2013. Spari a un prete a Lione, possibile terrorismo.Il governo francese pronto a chiudere le frontiere, ma senza dirlo: sfrutterà la pandemia.Lo speciale contiene due articoli.La partenza dalla Tunisia, l'arrivo a Lampedusa, il trasferimento a Bari e il rientro in Sicilia. Poi il viaggio per la Francia e l'organizzazione dell'attentato a Nizza. Per ogni tappa uno o più contatti. La rivendicazione dell'attentato tramite un video, ieri, da Tunisi, infine, dimostrerebbe non solo che Brahim Aoussaoui poteva contare su una rete d'appoggio, ma che probabilmente dietro all'attentato c'era un'organizzazione terroristica. La forze di sicurezza tunisine hanno arrestato due persone. Secondo le informazioni diffuse dalla radio locale Mosaique Fm, che cita fonti giudiziarie, l'uomo che ha rivendicato l'attentato (il gruppo terroristico è denominato «Al Mahdi nel sud della Tunisia»), vestito con un kamis, il tradizionale abito islamico, e un turbante sulla testa, si chiama Walid Saidi. Nonostante fosse molto attivo su Facebook era sconosciuto ai servizi di intelligence. La pagina social che ha usato per la rivendicazione sarebbe stata utilizzata in passato anche per rilanciare semplici campagne pubblicitarie. La stessa sigla di «Al Mahdi» al momento sembra essere sconosciuta alla Procura antiterrorismo di Tunisi. La Tunisia, comunque, chiederà l'estradizione di Aoussaoui. Lo ha detto a France 24 il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Tunisi, Mohsen Dalì, aggiungendo che le indagini sulla famiglia e sull'entourage del giovane cercano di far chiarezza sui suoi eventuali contatti con il mondo del radicalismo tunisino. Anche in Italia le indagini vanno avanti. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Marzia Sabella sono alle prese con l'estenuante interrogatorio (durato più di 24 ore) di un amico del tagliagole, individuato nelle scorse ore dagli investigatori della Digos, che ha ospitato il killer di Nizza a casa sua. È ad Alcamo, un paese in provincia di Trapani ma non distante da Palermo, che Brahim Aoussaoui si è fermato per una dozzina di giorni, dopo aver lasciato Bari (lì era stato spedito con la nave quarantena Rhapsody). A Trapani Brahim sembra che abbia trovato appoggi da una delle organizzazioni che gestiscono i trasferimenti dei migranti in Nord Europa. Controlli e perquisizioni sono stati disposti anche nei confronti di altri tunisini arrivati con lui a Lampedusa. Due nuclei familiari che erano sul suo stesso barcone sono stati già rintracciati. L'ultima volta Brahim è stato visto il 25 ottobre nel take away di kebab in cui lavora il giovane sul quale si sono concentrate le indagini ad Alcamo. La sua posizione, fanno sapere gli investigatori, è in fase di valutazione. Al momento non è stato fermato. I magistrati hanno disposto il sequestro del suo smartphone e del suo computer. Lui ha riferito di aver solo aiutato il connazionale a cercare lavoro in campagna, per la raccolta delle olive, e di non aver avuto alcun sospetto sulle sue intenzioni. L'acquisizione dei suoi tabulati telefonici, poi, aiuterà non poco gli investigatori a ricostruire collegamenti e spostamenti di Brahim. Che è stato libero di muoversi in Italia, nonostante nel 2016, a 17 anni, l'attentatore era stato arrestato nella città tunisina di Thyna, nel governatorato di Sfax, per aver accoltellato una persona. Non solo: in passato aveva preso parte alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una sigla considerata terroristica. E aveva anche precedenti per droga. Dopo aver lavorato per due anni come meccanico, inoltre, sembra si fosse messo a vendere benzina di contrabbando. È stato fotosegnalato a Bari e poi denunciato a piede libero come clandestino (la Procura pugliese ha aperto due fascicoli per verificare se ha avuto contatti con connazionali e se ci sono delle responsabilità legate al suo rilascio). Il capo del Viminale Luciana Lamorgese, attaccata da Matteo Salvini che ne ha chiesto di nuovo le dimissioni, si è difesa sostenendo che «non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né risultava segnalato dall'intelligence». Aspetto, questo, ancor più grave. Indice di una falla informativa nei servizi segreti italiani. E anche se la madre di Aoussaoui, che ha dichiarato ai media tunisini di averlo rimproverato per essere andato in Francia visto che non parlava neppure francese, sostiene che «non conosceva nessuno là», gli investigatori d'Oltralpe hanno individuato e arrestato già almeno quattro contatti del terrorista: Slah Aboulkacem, nato a Kasserine (Tunisia) il 28 giugno 1986, lo aveva incontrato alla vigilia della strage (su Le Figarò è spiegato che non ci sarebbe però «una connessione diretta con l'attacco terroristico»); Bassem Aboulkacem, nato in Tunisia l'11 aprile 1995, cugino e coinquilino di Slah; e Rabia Djelal, nato in Algeria l'1 agosto 1973, anche lui sospettato di aver avuto contatti con Brahim. Il quarto uomo è stato fermato a Grasse, nel Sud della Francia. Il suo nome, però, non è stato reso noto dalle autorità. I cugini Aboulkacem sono collegabili anche sui social network. Tra i loro contatti non ci sono italiani. Ma spuntano connazionali che hanno interessi in Italia. Uno di loro, in particolare, oltre ad avere la foto profilo di Facebook con la bandiera italiana, ha postato video degli scontri napoletani anti lockdown. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-smonta-la-bufala-del-killer-per-caso-ecco-la-rete-di-brahim-2648572970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-di-macron-usare-il-covid-per-fare-una-stretta-sugli-ingressi" data-post-id="2648572970" data-published-at="1604175409" data-use-pagination="False"> La mossa di Macron: usare il Covid per fare una stretta sugli ingressi Come Il Gattopardo, ma al contrario. Di fronte all'implosione del proprio modello di convivenza, la Francia non intende «cambiare tutto perché tutto resti come prima», secondo l'arcinota massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, bensì l'esatto opposto: far finta di non modificare le proprie politiche e invece, nella sostanza, dare una stretta sull'immigrazione. L'emergenza Covid, in questo senso, può dare una grossa mano. Lo afferma chiaramente, seppur protetta dall'anonimato, una fonte dell'Eliseo riportata da Le Figaro: «Gli arrivi saranno più sorvegliati, soprattutto grazie ai dispositivi per il Covid. Questo ci permette di fare dei controlli sulla gente che entra. E di non lasciare entrare quelli che non abbiamo voglia di veder entrare». Un'idea da manuale del machiavellismo politico: si fa, ma non si dice. Il Paese è da due giorni in lockdown e ci rimarrà almeno un mese. Emmanuel Macron ha precisato che solo le frontiere extra Ue saranno chiuse, mentre quelle all'interno dell'Unione restano aperte. L'aumento del monitoraggio, tuttavia, renderà più facile il controllo di coloro che, per riprendere la formula della fonte governativa di cui sopra, «non si ha voglia di far rientrare». Non è solo il governo a sfruttare il Covid, del resto. Ieri Le Point, consultando vari esperti sul tema della sicurezza, spiegava come l'epidemia abbia innalzato alle stelle la tensione nelle banlieue. Alcune scarcerazioni anticipate, al fine di evitare l'affollamento nelle carceri, hanno ributtato in periferia soggetti pericolosi e privi di prospettive lavorative, mentre gli imam radicali hanno buon gioco nel fornire spiegazioni facili e identitarie a un fenomeno che sfugge alla razionalità. Dove non arriva lo Stato, arriva la comunità dei fedeli. Insomma, la Francia è sempre più una polveriera. Ecco perché, sotto traccia, il governo si sta muovendo. «Utilizzeremo a pieno», spiega un consigliere presidenziale, citato sempre da Le Figaro, «il diritto esistente. Il ministro dell'Interno ha messo pressione ai prefetti affinché lavorino più velocemente, soprattutto sulle espulsioni». L'importante è salvare la faccia: non si può, di punto in bianco, ammettere di aver sbagliato tutto sull'immigrazione. Ecco perché dalla riunione del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale di venerdì mattina non è uscita mezza parola su questo tema, anche se, assicurano i ben informati, l'argomento era sul tavolo. Ma il governo è fortemente sotto pressione e sa che in qualche modo deve pur muoversi. Critiche alla gestione dell'immigrazione arrivano non solo dal Rassemblement national di Marine Le Pen, ma anche dai Républicains, partito da cui peraltro proviene il ministro dell'Interno Gérald Darmanin. Proprio Le Figaro, giornale conservatore ma comunque moderato, a cui guarda con interesse molta borghesia macroniana, ieri presentava un editoriale piuttosto duro, in cui si chiedeva di «chiudere immediatamente le nostre frontiere» e «sospendere l'immigrazione». E, di nuovo, spuntava il paragone con l'emergenza Covid: «Uno Stato che proibisce alla gente di uscire da casa sua è quindi incapace di scegliere chi entra in casa nostra?». Domande a cui l'esecutivo sa di dover dare delle risposte, anche perché, come sottolineavamo ieri, la fiducia dei francesi nel governo è ai minimi storici. La modalità discreta con cui il governo intende agire non è del resto dovuta solo alla necessità di non «perdere la faccia» (erano loro i salvatori della Francia dal populismo xenofobo, no?), ma anche ad altre ragioni. Come gli equilibri con il mondo islamico in generale. Ieri Emmanuel Macron ha concesso un'intervista ad Al Jazeera, in cui ha dichiarato di poter comprendere come un musulmano «possa essere scioccato dalle caricature di Maometto». Ma, ha aggiunto, «non accetterò mai che si possa giustificare la violenza». La strada per tenere insieme le due cose, il rispetto per tutte le sensibilità e la messa in sicurezza del territorio, si fa sempre più stretta.
Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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