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2018-08-19
Si allunga la lista dei prodiani passati dal governo ai caselli
Ansa
Sarà certamente un caso, ma l'armata di professionisti della comunicazione e avvocati che i Benetton stanno mettendo in campo per difendere le concessioni di Atlantia ha un minimo comune denominatore che si chiama Romano Prodi. Ieri La Verità, passando al microscopio l'elenco dei protagonisti della politica che dopo aver concluso la loro esperienza nelle istituzioni si sono accomodati su prestigiose poltrone di comando delle società della famiglia Benetton, ha portato alla luce il caso di Paolo Costa, ministro dei Lavori pubblici tra il 1997 e il 1998. Costa, nel 2010, è stato chiamato a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l'Italia; nel 2016 il gruppo Atlantia ha vinto la gara per la privatizzazione dell'aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali e i Benetton gli hanno chiesto di sedere nel consiglio di sorveglianza dell'aeroporto francese.
Sempre La Verità ha ricordato che a cedere in concessione, nel 1999, una parte delle autostrade italiane al gruppo Benetton fu «l'allora presidente dell' Iri, Gian Maria Gros Pietro, gran frequentatore di salotti che contano e amico di Romano Prodi. Subito dopo la privatizzazione delle autostrade, Gros Pietro fu assunto dai Benetton per presiedere le autostrade. Stipendio: 1 milione di euro l'anno».
Al team di prodi difensori di Atlantia, ieri, si sono aggiunte altre due vecchie conoscenze del professore bolognese. La più nota è certamente Paola Severino: stando al sito Dagospia, l'ex ministro della Giustizia del governo guidato da Mario Monti farà parte del team di legali pronti a combattere al fianco dei Benetton per scongiurare la revoca della concessione annunciata dal governo e per limitare il più possibile i danni economici provocati al gruppo dalla tragedia di Genova.
La Severino, nel corso della sua lunga carriera di avvocato di primissimo piano, ha difeso anche Romano Prodi nel processo sulla vendita della Cirio; da docente universitaria, Paola Severino ha anche collaborato, alla Luiss, con la cattedra di Giovanni Maria Flick, che successivamente è stato ministro di Grazia e giustizia nel governo Prodi. Tra i suoi clienti eccellenti c'è stato anche Francesco Gaetano Caltagirone, che ha avuto la Severino come avvocato nell'inchiesta di Perugia su Enimont. Ricordiamo che i Benetton hanno avuto partecipazioni, poi dismesse, in Rcs, nel Sole 24 Ore e in Caltagirone editore. Non c'è solo il settore legale a essere rinforzato in queste ore: i Benetton stanno puntando molto sulla comunicazione, considerato che le prime reazioni seguite al crollo del ponte Morandi hanno lasciato molto a desiderare.
La famiglia nei giorni scorsi ha deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare, Luca Barabino, è genovese, ma ieri è arrivata la notizia di un altro «rinforzo»: si tratta della Comin and partners, società di primo piano nel settore della consulenza strategica nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali. La società è stata fondata da Gianluca Comin, docente di Strategie di comunicazione e tecniche pubblicitarie alla facoltà di Economia dell'Università Luiss Guido Carli, ex portavoce del ministero dei Lavori pubblici nel primo governo Prodi. Comin, tra l'altro, rappresenta il ministero dei Beni culturali nel consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia.
Carlo Tarallo
Il regalo della Livorno-Civitavecchia
Concessioni autostradali al centro della polemica politica tra chi è pronto a revocarle (il premier Conte e il vice premier Di Maio) e chi invece preferisce la mediazione trattando maxi risarcimenti (l'altro vicepremier Salvini). Protagonista resta comunque Benetton Group, che attraverso Atlantia controlla Autostrade per l'Italia gestendo, dei circa 7.000 chilometri di autostrade italiane, oltre 3.000 km. mentre il diretto concorrente (Gruppo Gavio) gestisce «soltanto» 1.200 km. In totale il 70% della rete. Una gestione quella della dinasty veneta che evidenzia anche il legame con la politica, sia di destra sia di sinistra, che si traduce con i rinnovi delle concessioni attraverso proroghe che se ne infischiano delle gare d'appalto. E, di conseguenza, della concorrenza imposta dall'Europa. Esemplare il caso della Civitavecchia-Livorno finita nel mirino di Bruxelles. Un anno fa l'Italia è stata deferita alla Corte di giustizia per non avere messo a gara la realizzazione dei lavori della tratta costiera, prorogando la concessione alla Società autostrada Tirrenica Spa, partecipata al 99% dall'Atlantia dei Benetton. L'infrazione riguarda la proroga di 18 anni della concessione senza bando di gara alla Società Autostrada Tirrenica (Sat) sulla A12 Livorno-Civitavecchia. La Commissione Ue aveva inviato l'ultimo avvertimento al nostro Paese, con un parere motivato, a ottobre 2014, sul mancato rispetto delle norme sugli appalti pubblici.
Dopo un anno di trattative, lo scorso 27 aprile 2018, il Commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, è arrivata ad accettare un compromesso: ok alla proroga senza gara in cambio di 8,5 miliardi di investimenti delle concessionarie italiane. L'allora ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, parlò di «un accordo definitivo su tutto il sistema delle concessioni autostradali che sbloccherà circa 10 miliardi di investimenti». Dirette interessate al piano, accolto in base alle norme dell'Ue sugli aiuti di Stato, la proroga delle due concessioni detenute da Autostrade per l'Italia (Benetton) e da Società Iniziative Autostradali e Servizi (Gavio). Conviene ricordare che a gestire oltre 1.000 chilometri di autostrade italiane c'è anche l'Anas, mentre per gli altri 6.000 circa ci pensano 26 concessionarie minori o società controllate da enti pubblici. Andando un po' indietro, la prima concessione ai Benetton risale al 1969, originariamente accordata per un periodo di 30 anni fino al 1999. Fu l'Anas ad affidare a Sat (il cui controllo era stato acquistato dalla famiglia di Ponzano Veneto per 84 milioni) la concessione sull'Aurelia per la costruzione dell'autostrada. Da allora la concessione è stata prorogata due volte, rispettivamente fino al 2028 e al 2046, senza alcuna procedura competitiva. Secondo le norme Ue, però, una proroga così lunga equivale a una nuova concessione, quindi non è in linea col diritto Ue. Insomma dell'accordo storico, «frutto di un lavoro di 15-16 mesi», non si sono certo visti gli investimenti ipotizzati: nel il valore degli investimenti è stato di 1.064 milioni di euro, il 20% in meno rispetto all'anno precedente mentre i costi della manutenzione sono calati del 7%. Eppure nel 2016 - secondo i dati del ministero dei Trasporti - i concessionari italiani hanno incassato 6,9 miliardi. Il loro utile netto è stato di 1,11, ma Autostrade per l'Italia è andata anche meglio: 3,1 miliardi incassati, 624 milioni l'utile pagate le tasse, cioè un bel 20%. Grazie ai pedaggi aumentati in 10 anni del 20%. Nel rinnovo delle concessioni per Benetton oltre ai lavori della Livorno-Civitavecchia c'erano anche quelli della Gronda di Genova. Oggi più che mai indispensabili.
Sarina Biraghi
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Paola Severino, che aveva già difeso il Professore, sarà tra i legali di Atlantia. L'ex portavoce del ministero dei Lavori pubblici, Gianluca Comin, va alla comunicazione.Il regalo della Livorno-Civitavecchia. La concessione della tratta tirrenica è stata prorogata dal ministro Graziano Delrio fino al 2046 senza gara. Pur di fare un favore ad Autostrade, il governo si beccò un deferimento alla Corte Ue.Lo speciale contiene due articoliSarà certamente un caso, ma l'armata di professionisti della comunicazione e avvocati che i Benetton stanno mettendo in campo per difendere le concessioni di Atlantia ha un minimo comune denominatore che si chiama Romano Prodi. Ieri La Verità, passando al microscopio l'elenco dei protagonisti della politica che dopo aver concluso la loro esperienza nelle istituzioni si sono accomodati su prestigiose poltrone di comando delle società della famiglia Benetton, ha portato alla luce il caso di Paolo Costa, ministro dei Lavori pubblici tra il 1997 e il 1998. Costa, nel 2010, è stato chiamato a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l'Italia; nel 2016 il gruppo Atlantia ha vinto la gara per la privatizzazione dell'aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali e i Benetton gli hanno chiesto di sedere nel consiglio di sorveglianza dell'aeroporto francese.Sempre La Verità ha ricordato che a cedere in concessione, nel 1999, una parte delle autostrade italiane al gruppo Benetton fu «l'allora presidente dell' Iri, Gian Maria Gros Pietro, gran frequentatore di salotti che contano e amico di Romano Prodi. Subito dopo la privatizzazione delle autostrade, Gros Pietro fu assunto dai Benetton per presiedere le autostrade. Stipendio: 1 milione di euro l'anno».Al team di prodi difensori di Atlantia, ieri, si sono aggiunte altre due vecchie conoscenze del professore bolognese. La più nota è certamente Paola Severino: stando al sito Dagospia, l'ex ministro della Giustizia del governo guidato da Mario Monti farà parte del team di legali pronti a combattere al fianco dei Benetton per scongiurare la revoca della concessione annunciata dal governo e per limitare il più possibile i danni economici provocati al gruppo dalla tragedia di Genova.La Severino, nel corso della sua lunga carriera di avvocato di primissimo piano, ha difeso anche Romano Prodi nel processo sulla vendita della Cirio; da docente universitaria, Paola Severino ha anche collaborato, alla Luiss, con la cattedra di Giovanni Maria Flick, che successivamente è stato ministro di Grazia e giustizia nel governo Prodi. Tra i suoi clienti eccellenti c'è stato anche Francesco Gaetano Caltagirone, che ha avuto la Severino come avvocato nell'inchiesta di Perugia su Enimont. Ricordiamo che i Benetton hanno avuto partecipazioni, poi dismesse, in Rcs, nel Sole 24 Ore e in Caltagirone editore. Non c'è solo il settore legale a essere rinforzato in queste ore: i Benetton stanno puntando molto sulla comunicazione, considerato che le prime reazioni seguite al crollo del ponte Morandi hanno lasciato molto a desiderare. La famiglia nei giorni scorsi ha deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare, Luca Barabino, è genovese, ma ieri è arrivata la notizia di un altro «rinforzo»: si tratta della Comin and partners, società di primo piano nel settore della consulenza strategica nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali. La società è stata fondata da Gianluca Comin, docente di Strategie di comunicazione e tecniche pubblicitarie alla facoltà di Economia dell'Università Luiss Guido Carli, ex portavoce del ministero dei Lavori pubblici nel primo governo Prodi. Comin, tra l'altro, rappresenta il ministero dei Beni culturali nel consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-allunga-la-lista-dei-prodiani-passati-dal-governo-ai-caselli-2596968185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-regalo-della-livorno-civitavecchia" data-post-id="2596968185" data-published-at="1767113143" data-use-pagination="False"> Il regalo della Livorno-Civitavecchia Concessioni autostradali al centro della polemica politica tra chi è pronto a revocarle (il premier Conte e il vice premier Di Maio) e chi invece preferisce la mediazione trattando maxi risarcimenti (l'altro vicepremier Salvini). Protagonista resta comunque Benetton Group, che attraverso Atlantia controlla Autostrade per l'Italia gestendo, dei circa 7.000 chilometri di autostrade italiane, oltre 3.000 km. mentre il diretto concorrente (Gruppo Gavio) gestisce «soltanto» 1.200 km. In totale il 70% della rete. Una gestione quella della dinasty veneta che evidenzia anche il legame con la politica, sia di destra sia di sinistra, che si traduce con i rinnovi delle concessioni attraverso proroghe che se ne infischiano delle gare d'appalto. E, di conseguenza, della concorrenza imposta dall'Europa. Esemplare il caso della Civitavecchia-Livorno finita nel mirino di Bruxelles. Un anno fa l'Italia è stata deferita alla Corte di giustizia per non avere messo a gara la realizzazione dei lavori della tratta costiera, prorogando la concessione alla Società autostrada Tirrenica Spa, partecipata al 99% dall'Atlantia dei Benetton. L'infrazione riguarda la proroga di 18 anni della concessione senza bando di gara alla Società Autostrada Tirrenica (Sat) sulla A12 Livorno-Civitavecchia. La Commissione Ue aveva inviato l'ultimo avvertimento al nostro Paese, con un parere motivato, a ottobre 2014, sul mancato rispetto delle norme sugli appalti pubblici. Dopo un anno di trattative, lo scorso 27 aprile 2018, il Commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, è arrivata ad accettare un compromesso: ok alla proroga senza gara in cambio di 8,5 miliardi di investimenti delle concessionarie italiane. L'allora ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, parlò di «un accordo definitivo su tutto il sistema delle concessioni autostradali che sbloccherà circa 10 miliardi di investimenti». Dirette interessate al piano, accolto in base alle norme dell'Ue sugli aiuti di Stato, la proroga delle due concessioni detenute da Autostrade per l'Italia (Benetton) e da Società Iniziative Autostradali e Servizi (Gavio). Conviene ricordare che a gestire oltre 1.000 chilometri di autostrade italiane c'è anche l'Anas, mentre per gli altri 6.000 circa ci pensano 26 concessionarie minori o società controllate da enti pubblici. Andando un po' indietro, la prima concessione ai Benetton risale al 1969, originariamente accordata per un periodo di 30 anni fino al 1999. Fu l'Anas ad affidare a Sat (il cui controllo era stato acquistato dalla famiglia di Ponzano Veneto per 84 milioni) la concessione sull'Aurelia per la costruzione dell'autostrada. Da allora la concessione è stata prorogata due volte, rispettivamente fino al 2028 e al 2046, senza alcuna procedura competitiva. Secondo le norme Ue, però, una proroga così lunga equivale a una nuova concessione, quindi non è in linea col diritto Ue. Insomma dell'accordo storico, «frutto di un lavoro di 15-16 mesi», non si sono certo visti gli investimenti ipotizzati: nel il valore degli investimenti è stato di 1.064 milioni di euro, il 20% in meno rispetto all'anno precedente mentre i costi della manutenzione sono calati del 7%. Eppure nel 2016 - secondo i dati del ministero dei Trasporti - i concessionari italiani hanno incassato 6,9 miliardi. Il loro utile netto è stato di 1,11, ma Autostrade per l'Italia è andata anche meglio: 3,1 miliardi incassati, 624 milioni l'utile pagate le tasse, cioè un bel 20%. Grazie ai pedaggi aumentati in 10 anni del 20%. Nel rinnovo delle concessioni per Benetton oltre ai lavori della Livorno-Civitavecchia c'erano anche quelli della Gronda di Genova. Oggi più che mai indispensabili. Sarina Biraghi
Ansa
Tema che dovrebbe stare a cuore di chi si batte per la Palestina, e quindi di tanti ProPal. E invece a quanto pare no. Poco importa se il flusso di denaro che dall’Italia è volato a Gaza avrebbe permesso di acquistare armi e immobili anziché portare cibo e servizi ai civili. La propria solidarietà, più che a quanti avrebbero avuto diritto agli aiuti e a quanto pare non li hanno mai ricevuti, meglio portarla al presidente dei palestinesi in Italia. Colui che nell’ipotesi della procura è l’ideatore di una grande operazione di triangolazione di fondi. E così ieri è scattato il tam tam via social e in 200 si sono radunati davanti al carcere Marassi di Genova per gridare contro quella che viene considerata una vera e propria «offensiva contro tutte le realtà e tutti gli attivisti cosiddetti “ProPal” scatenata dalla propaganda di regime». Tra gli organizzatori del meeting solidale, l’Unione democratica arabo palestinese e Si Cobas Genova che in un post spiega l’architettura che muoverebbe l’indagine della procura.
«Già con la repressione degli ultimi mesi […] è emersa chiaramente la volontà di individuare un nuovo nemico pubblico numero uno nella cosiddetta saldatura tra sinistra radicale e islam. Associare tutta la popolazione che ha manifestato e scioperato contro il genocidio palestinese, e in particolare gli organizzatori di queste mobilitazioni, al terrorismo islamico». Il riferimento è alla revoca del permesso di soggiorno ad Abbas, coordinatore sindacale e destinatario di un foglio di via per due anni da Brescia. Già il 12 dicembre, in occasione del provvedimento, Si Cobas aveva lanciato il medesimo slogan. «La vostra repressione non fermerà le nostre lotte». Ben prima della notizia dell’operazione Domino ma tant’è. L’accusa è buona per tutte le stagioni. E tutte le mobilitazioni. Anche a Piacenza, dove una serie di sigle e associazioni puntano il dito contro la regia di Israele. Tra gli altri Usb, Sgb, Laboratorio popolare della cultura e dell’arte, Collettivo Schiaffo, Resisto, Collettivo 26x1, ControTendenza e Una voce per Gaza. «L’impianto accusatorio - commentano - si basa essenzialmente, come scritto dagli stessi inquirenti, su documenti forniti da Israele», posizione ribadita anche dalle sedi locali di Potere al popolo e Rifondazione comunista in linea con quelle nazionali. «Un’indagine basata su documenti forniti da uno Stato accusato di genocidio dagli organismi internazionali e guidato da un premier condannato e ricercato come criminale di guerra, è in partenza completamente squalificata». Iniziata sabato a Milano poche ore dopo la notizia degli arresti al grido di «Liberi subito» e «La solidarietà non è terrorismo», l’onda delle mobilitazioni in soccorso di Hannoun viaggia in parallelo alle adesioni social, come quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene, Vicenza, sul suo profilo Instagram. «Criminalizzare tutto questo significa colpire l’idea stessa di solidarietà internazionale e trasformare l’aiuto umanitario in un reato. Sostenere il popolo palestinese non è terrorismo: è un dovere umano e politico».
Intanto, oggi Hannoun incontra il Gip per delle dichiarazioni spontanee. Non si sottoporrà a interrogatorio perché non sono ancora stati recapitati tutti gli atti depositati, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo che tengono a precisare che l’attivista ha sempre operato in maniera tracciabile e con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Spiegano inoltre che non sarebbe stato in procinto di fuggire per la Turchia, come sostenuto dalla procura, perché il viaggio sarebbe stato parte di regolari attività di beneficenza. Dal 7 ottobre 2023 non aveva più possibilità di operare dall’Italia e, a causa del blocco dei conti, doveva portare i contanti in Turchia o in Egitto. In difesa del leader dei palestinesi in Italia, ieri è sceso anche il figlio e alcuni suoi familiari, che hanno preso parte ad un corteo sempre attorno al carcere di Genova dove non sono mancati cori anche contro la premier Giorgia Meloni: «Meloni fascista, sei tu la terrorista».
Se i «fondi per Gaza» finiti ad Hamas abbiano aiutato i palestinesi, lo chiarirà la procura ma certo è che nelle piazze a oggi non si scorge cenno alcuno che entri nel merito delle iniziative «finto benefiche» di Hannoun. Che pur essendo attualmente solo «presunte», con tutti i condizionali del caso, qualora dovessero essere confermate, costituirebbero un vero e proprio tradimento del popolo palestinese in nome del quale si continua a scendere in piazza.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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Roberto Fico (Ansa)
Il partito di Matteo Renzi, a ieri sera, al momento in cui siamo andati in stampa, non aveva ancora raggiunto l’accordo al suo interno sul nome da proporre a Fico; solito marasma nel Pd, dove alla fine due posti su tre in giunta sono stati decisi (Mario Casillo ed Enzo Cuomo) mentre sul terzo è andato in scena lo psicodramma, con Elly Schlein che ha rotto lo schema che prevedeva almeno una donna e ha deciso, a quanto ci risulta, di nominare un terzo uomo (in pole Andrea Morniroli). Per il M5s in pole c’è la deputata Gilda Sportiello, fedelissima di Fico, mentre Vincenzo De Luca dovrebbe riuscire a vincere il braccio di ferro con Fico e ottenere una delega di peso per il suo ex vicepresidente, Fulvio Buonavitacola. Per il Psi certo l’ingresso in giunta di Enzo Maraio, per Avs Fiorella Zabatta, mentre Noi di centro, lista di Clemente Mastella, dovrebbe indicare Maria Carmela Serluca.
«Siamo agli sgoccioli», ha commentato Fico al termine della seduta, «a breve la giunta sarà annunciata. Non ci sono ritardi, la legge ci dice che possono passare fino a dieci giorni dall’insediamento del Consiglio per la nomina della giunta, siamo perfettamente nei tempi. Ci prendiamo il tempo giusto per la migliore giunta possibile. Penso che sia normale che ogni forza politica metta sul tavolo anche le proprie competenze, le proprie volontà e quindi si sta cercando solo un equilibrio giusto nell’interesse dei cittadini campani. Ma se devo dire che ci sono particolari discussioni, no».
Manco a dirlo a centrare il bersaglio al primo colpo è stato invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il cui fratello Massimiliano è stato eletto presidente del Consiglio regionale con 41 voti su 51 presenti. Considerato che il centrodestra ha votato per lui, a Manfredi jr sono mancati una decina di voti della maggioranza. I sospetti si addensano sui consiglieri della lista di Vincenzo De Luca, A testa alta, e su qualche mal di pancia in altre liste. «Nessun soccorso alla maggioranza, ma una scelta politica netta e motivata dal rispetto delle istituzioni e dagli interessi della Campania». Forza Italia, in una nota, «chiarisce» il senso del voto espresso per l’elezione del presidente del Consiglio regionale. «Non abbiamo votato Manfredi per far dispetto a qualcuno», hanno dichiarato capogruppo e vice di Fi, Massimo Pelliccia e Roberto Celano, «ma perché riteniamo che il presidente del Consiglio regionale debba essere la più alta espressione del Consiglio stesso. Una decisione che nasce da una valutazione autonoma e istituzionale. Non abbiamo guardato a quello che faceva De Luca, non ci interessavano dinamiche o contrapposizioni personali. Abbiamo guardato esclusivamente agli interessi dei campani». «A fronte di un’apertura istituzionale del centrodestra che ha votato compatto Manfredi», hanno poi precisato tutti i capigruppo del centrodestra, «dimostrando rigore istituzionale e collaborazione nell’interesse dei cittadini campani, la maggioranza di centrosinistra si lacera nelle sue divisioni interne. I fatti sono chiari nella loro oggettività, il centrosinistra parte male». In realtà anche la Lega è partita con un passo falso: caso più unico che raro un consigliere appena eletto, Mimì Minella, ha abbandonato alla prima seduta il Carroccio e si è iscritto al Misto. I problemi del centrosinistra si sono manifestati plasticamente quando, dopo una sospensione, i cinque consiglieri regionali del gruppo congiunto Casa riformista-Noi di centro non si sono ripresentati in aula. Clamorosa poi la protesta pubblica di Avs che con un comunicato durissimo in serata parla addirittura di «atti di forza che mortificano il confronto democratico e alterano gli equilibri della coalizione» e chiede al governatore di intervenire immediatamente.
Fico ha annunciato il ritiro da parte della Regione della querela contro la trasmissione Rai Report, presentata da Vincenzo De Luca e relativa a un servizio sulla sanità campana: «Per dare un segnale di distensione da subito», ha detto Fico, «annuncio il ritiro della querela. Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità, gli organi di stampa del territorio sono presidi di democrazia. Ognuno deve naturalmente fare il proprio mestiere, ma deve farlo liberamente e senza condizionamenti».
Da parte sua, il candidato del centrodestra sconfitto da Fico, il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, non ha sciolto l’interrogativo sulla sua permanenza in Consiglio come capo dell’opposizione: «Sto qua, sto bene, farò la mia parte», ha detto Cirielli, «poi si prenderanno decisioni ad alto livello istituzionale per garantire il miglior funzionamento del Consiglio regionale».
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Alfonso Signorini (Ansa)
I due avvocati hanno assunto da poco la difesa di Signorini sia in sede civile che penale «nell’ambito della complessa vicenda che lo vede vittima di gravi e continuate condotte criminose». Il riferimento è alle «accuse» sollevate dall’ex paparazzo che nella puntata dello scorso 15 novembre del suo format «Falsissimo» aveva parlato di un «sistema Grande Fratello» che sarebbe stato creato dallo stesso Signorini. Secondo Corona, chi voleva accedere al reality show doveva cedere alle avances sessuali del direttore di Chi: questo «sistema» sarebbe andato avanti per circa dieci anni coinvolgendo oltre 500 persone.
Nell’immediatezza delle accuse, Signorini aveva subito presentato una querela in Procura a seguito della quale è stata poi aperta un’inchiesta. E la Procura aveva iscritto Fabrizio Corona nel registro degli indagati per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito. Da questa indagine è scaturita una perquisizione a casa di Corona, avvenuta sabato scorso. L’ex fotoreporter, a quel punto, ha deciso di essere sentito dai pm ai quali per oltre due ore ha raccontato «il sistema». All’indomani delle festività natalizie è emerso che il direttore di Chi avrebbe deciso di prendere una pausa dai social dal momento che il suo profilo Instagram è stato «rimosso». I legali di Signorini hanno motivato la sua scelta: «Per fronteggiare queste gravissime condotte illecite, a tutti evidenti, e soprattutto il capillare riverbero che trovano su alcuni disinvolti media, il dottor Alfonso Signorini, professionista che ha costruito con scrupolo, serietà e abnegazione un’intera carriera di giornalista, autore, regista e conduttore televisivo, si vede costretto a sospendere in via cautelativa ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset».
Secondo gli avvocati Missaglia e Aiello, «è noto il principale responsabile di questa surreale e virulenta aggressione, soggetto che, nonostante le precedenti condanne penali, oggi vorrebbe assumere le vesti di giudice e pubblico ministero, imponendo proprie regole per un tornaconto personale e non certo per l’interesse di giustizia. Il tutto al costo di danni irreparabili ed enormi per le vittime designate».
Mediaset «agirà con determinazione in tutte le sedi sulla base esclusiva di elementi oggettivi e fatti verificati per contrastare la diffusione di contenuti e ricostruzioni diffamatorie o calunniose, a tutela del rispetto delle persone, dei fatti e dei propri interessi», ha reso l’azienda in un comunicato. Per Mediaset «chi opera per l’azienda è tenuto ad attenersi a chiari principi di correttezza, responsabilità e trasparenza, come definiti dal codice etico, che viene applicato senza eccezioni. Sono in corso tutti gli accertamenti e verifiche per garantirne il suo rispetto». L’azienda ha accolto la decisione di Signorini di autosospendersi «stante l’esigenza di tutelare sé stesso e le persone interessate nella vicenda mediatica in cui è rimasto suo malgrado coinvolto».
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