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2024-09-24
In passerella la tradizione ritorna nel futuro
Durante la settimana della moda Milano accoglie il marchio di Hui Zhou Zhao (Getty)
L’occasione per parlare con Mario Boselli, presidente della Italy China coucil foundation e presidente onorario della Camera moda italiana, è stata la sfilata di Hui, disegnata da Hui Zhou Zhao, la «Signora della moda e della cultura» cinesi. «Ho premiato questa brava stilista a un importante concorso di moda a Beijing, alcuni anni fa», racconta il presidente. Cosa sta accadendo in Cina? «È un Paese che sta molto soffrendo e l’uscita dalla crisi non potrà essere immediata non essendoci una causa determinante ma varie concause. Finito il Covid si pensava che la Cina ripartisse alla grande e invece non è successo. Varie cause negative tra cui la crisi immobiliare che ha impoverito i cinesi. La conseguenza che vedo grave non è per i grandi gruppi, guadagneranno un po’ di meno per un anno o due ma hanno le spalle grosse, il problema è la sub fornitura italiana ai grandi gruppi, che rappresenta il 70% dei beni di lusso, quella è in ginocchio. Abbiamo aziende che hanno fatturati in calo dal 20% al 50%». Conferma Hui la situazione. «La crisi in Cina», dice, «è più grave della crisi in Giappone negli anni Novanta». Lei, comunque, prosegue proficuamente il suo lavoro. La grande capacità di Hui è quella di saper unire le culture cinesi con quelle italiane. I suoi sono capi che vanno sui mercati internazionali ma che alla base hanno cromosomi cinesi in tanti aspetti senza essere etnici. Se fosse tutto cinese non funzionerebbe mentre il mix è riuscito alla grande. «L’identità del mio brand è intimamente legata al contrasto tra tradizione e innovazione, all’incontro tra la millenaria cultura d’Oriente e quella di un Occidente esteticamente proiettato alla modernità», spiega Hui. «Tutto è partito nel 1997 quando, non molto tempo dopo essermi laureata, ho deciso di continuare lungo la strada della moda, la mia passione, e per questo ho creato il mio marchio che ha preso vita in una piccola stanza con diverse macchine da cucire. Ufficialmente la mia avventura è partita quando sono stata invitata a partecipare alla settimana della moda di Milano. Dopo il regolare percorso di studi in Cina, mi ero iscritta al master in Design e fashion management del Politecnico di Milano. Studiare per due anni in una delle città più eleganti e cosmopolite della Terra mi ha fatto capire quale fosse la direzione da dare alla mia vita e alla mia professione, ovvero costruire un marchio cinese dal forte respiro internazionale». Per questa collezione, davvero riuscita, Hui si è ispirata a donne muse, icone della indipendenza femminile.
Si resta in Cina con Keqiao, tornato sotto i riflettori di Milano. Il distretto cinese della città di Shaoxing, situato nella provincia di Zhejiang, ha portato quattro dei suoi talenti nel capoluogo lombardo in occasione della Milano fashion week women’s collection, con un collective runway show. Un progetto che rappresenta un importante comeback, dopo la prima mostra-evento «Keqiao, the excellence exhibition sustained for a better future», tenutasi a Palazzo Isimbardi lo scorso anno e dedicata alla ricerca innovativa e alla sostenibilità del noto distretto tessile. I quattro protagonisti sono saliti in passerella con 15 look ciascuno: Zuyao Song, fondatore del brand omonimo; Qing Leng, con il suo marchio Moi aussi; Ziye Wang, che ha creato il brand eponimo, MinuitCode e infine Yan Zhang con la label Suncun. Per l’occasione il celebre artista Zhu Bingren, ricercatore della Chinese national academy of arts, artista dello Smelting realism, riconosciuto come maestro delle arti e dei mestieri cinesi e padre dell’architettura contemporanea in rame, ha realizzato una limited edition di ventagli, che rappresentano alcune delle sue opere. L’iniziativa è frutto di un accordo di tre anni con Cnmi e vedrà come prossima tappa la Settimana della moda di Keqiao, che si svolgerà nel mese di ottobre, e la partecipazione di una selezione di designer italiani emergenti. Un’importante partnership sancita con Cnmi per creare opportunità e scambi culturali, un’intesa utile a rafforzare le relazioni tra i due Paesi.
Anche Qinghe cashmere torna a Milano per la fashion week. L’associazione che riunisce le più importanti aziende produttrici della pregiata fibra della regione cinese, situata a Sudest della provincia di Hebei e da sempre riconosciuta come la Capitale del cashmere, ha portato sei brand del distretto. La presentazione ha svelato il talento di E-San, Langkun, Xinhua, Hongtai, Huangtaiji e Zhonghui, 18 look che uniscono tradizione e innovazione, celebrando tutta l’arte e lo stile della manifattura orientale. L’evento ha raccontato i nomi più promettenti della regione, che vanta una filiera industriale all’avanguardia in ogni fase, dalla raccolta di cashmere grezzo, passando per la pettinatura, filatura, fino alla produzione di capi di abbigliamento di alta gamma.
Il Made in Italy riscopre sé stesso ripartendo dall’alta artigianalità
Artigianalità, stile, eleganza, modernità e classicità sono stati i termini più usati in questa Fashion week milanese. Rocco Iannone, direttore creativo di Ferrari, ne è una conferma. Settima collezione questa, è il frutto di un processo evolutivo che di stagione in stagione «ci ha portato a collezionare informazioni utili per definire che cos’è il guardaroba Ferrari, quali capi lo compongono, come sono costruiti, che valore hanno nelle nostre vite», spiega lo stilista. La gonna a matita, il bomber, il pantalone, il vestito leggero e tutto questo condito da una ricerca artigianale molto importante, sono alla base di una collezione accattivante. Come lo sono i pellami ispirati ai volanti in radica degli anni Settanta, lucidati al massimo del proprio potenziale, tamponati a mano, il denim che rappresenta la parte utilitaria del lessico Ferrari e poi una ricerca del rosso, un’armonia di rossi iconici Ferrari che dialogano tra di loro in modo sensuale. «Sono partito dagli interni delle auto degli anni Settanta, una combinazione tra cuoio, legno, cromo, una sofisticatezza cromatica per inserire novità nella collezione, poi il giallo che da qualche stagione mancava ma che ha un ruolo molto importante».
Dal Teatro di piazza Vetra di Ferrari al Piccolo Teatro studio, storica location di Biagiotti, che festeggia i 50 anni del brand nella Milano della moda con la collezione «Fiori bianchi». «Quale marchio storico e emblematico del made in Italy sentiamo la responsabilità di dare un contributo nel fare “squadra e sistema” in uno scenario di cambiamenti epocali quale l’attuale, recuperando, insieme, un sentimento di fiducia nel futuro», ha sottolineato Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e Ceo di Biagiotti group. Anche Martino Midali ha una lunga storia di moda iniziata quando lui era giovanissimo. Non a caso continua il suo capitolo «Storia di donne» con la collezione per la prossima stagione calda dal nome manifesto E-Materica. «È un periodo difficilissimo per il settore», sostiene Midali, «bisogna uscirne con idee nuove e con capi che rendano facile la vita delle donne. I miei vestiti li lavi la sera e al mattino sono pronti, senza stirare. Con un accessorio diverso può essere usato in tutti i momenti della giornata. Ho dedicato la vita alle donne e il mio pubblico mi sostiene proprio perché conosce la mia moda facile e comprensibile. Sono partito con le radical chic milanesi ma oggi la mia moda è per tutte».
John Richmond riparte dalle sue origini con la collezione Primavera/Estate 2025, che racchiude l’energia e il caos di una vita underground. Le influenze punk, profondamente radicate nel brand, si presentano con jeans skinhead decolorati con zip, biker in pelle tatuata dipinta a mano, giacche in denim scintillanti con borchie d’argento e abiti in cristallo impreziositi abbinati a minigonne di tulle nero. Anche Curiel attinge al patrimonio storico del brand che viene reinterpretato attraverso l’utilizzo di tessuti e lavorazioni innovative, che si uniscono armoniosamente con la natura. Questo non è solo fonte d’ispirazione estetica, ma anche il cuore della collezione. Gentryportofino presenta la collezione «Essence of faces», dove esplora i tratti del volto femminile. Pezzo iconico, sintesi d’eleganza e innovazione, anche grazie all’utilizzo di ricercate materie prime, è proprio uno chiffon di seta stampato con un volto di donna, dai lineamenti intimi.
Izumi Ogino, direttore creativo di Anteprima, ha collaborato con l’artista giapponese Mika Tajima, che nelle sue opere si interroga sul rapporto tra umanità e tecnologia. Peserico ed Eleventy confermano la coerenza a uno stile ben preciso partendo da una qualità eccezionale. Manila Grace, brand di proprietà del Gruppo Casillo, ha puntato su sovrapposizioni e leggerezza mentre Twin Set su esperienza, competenza e savoir faire. Tra i costumi da bagno ecco quelli inconfondibili di Cristina Ferrari, ispirata dai colori vibranti e dinamici che richiamano le sfumature cangianti e magiche delle luci del Nord. Quelli di Miss bikini guardano a un viaggio multiculturale intorno al mondo. Da Pin Up si celebra lo spirito libero della cowgirl modern. Le sfilate milanesi passano il testimone a Parigi ma a chiudere la kermesse ci sarà il defilè di Kontatto tra qualche giorno.
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Alla Fashion week Hui svela il suo personale mix tra cultura millenaria cinese e Occidente. Keqiao porta a Milano quattro talenti. Qinghe cashmere si conferma leader di una delle fibre più pregiate. Segnali di vitalità anche se il Dragone continua a essere in crisi.Ferrari riesce a far convivere modernità e classicità. Grande ritorno per Biagiotti.Lo speciale contiene due articoliL’occasione per parlare con Mario Boselli, presidente della Italy China coucil foundation e presidente onorario della Camera moda italiana, è stata la sfilata di Hui, disegnata da Hui Zhou Zhao, la «Signora della moda e della cultura» cinesi. «Ho premiato questa brava stilista a un importante concorso di moda a Beijing, alcuni anni fa», racconta il presidente. Cosa sta accadendo in Cina? «È un Paese che sta molto soffrendo e l’uscita dalla crisi non potrà essere immediata non essendoci una causa determinante ma varie concause. Finito il Covid si pensava che la Cina ripartisse alla grande e invece non è successo. Varie cause negative tra cui la crisi immobiliare che ha impoverito i cinesi. La conseguenza che vedo grave non è per i grandi gruppi, guadagneranno un po’ di meno per un anno o due ma hanno le spalle grosse, il problema è la sub fornitura italiana ai grandi gruppi, che rappresenta il 70% dei beni di lusso, quella è in ginocchio. Abbiamo aziende che hanno fatturati in calo dal 20% al 50%». Conferma Hui la situazione. «La crisi in Cina», dice, «è più grave della crisi in Giappone negli anni Novanta». Lei, comunque, prosegue proficuamente il suo lavoro. La grande capacità di Hui è quella di saper unire le culture cinesi con quelle italiane. I suoi sono capi che vanno sui mercati internazionali ma che alla base hanno cromosomi cinesi in tanti aspetti senza essere etnici. Se fosse tutto cinese non funzionerebbe mentre il mix è riuscito alla grande. «L’identità del mio brand è intimamente legata al contrasto tra tradizione e innovazione, all’incontro tra la millenaria cultura d’Oriente e quella di un Occidente esteticamente proiettato alla modernità», spiega Hui. «Tutto è partito nel 1997 quando, non molto tempo dopo essermi laureata, ho deciso di continuare lungo la strada della moda, la mia passione, e per questo ho creato il mio marchio che ha preso vita in una piccola stanza con diverse macchine da cucire. Ufficialmente la mia avventura è partita quando sono stata invitata a partecipare alla settimana della moda di Milano. Dopo il regolare percorso di studi in Cina, mi ero iscritta al master in Design e fashion management del Politecnico di Milano. Studiare per due anni in una delle città più eleganti e cosmopolite della Terra mi ha fatto capire quale fosse la direzione da dare alla mia vita e alla mia professione, ovvero costruire un marchio cinese dal forte respiro internazionale». Per questa collezione, davvero riuscita, Hui si è ispirata a donne muse, icone della indipendenza femminile. Si resta in Cina con Keqiao, tornato sotto i riflettori di Milano. Il distretto cinese della città di Shaoxing, situato nella provincia di Zhejiang, ha portato quattro dei suoi talenti nel capoluogo lombardo in occasione della Milano fashion week women’s collection, con un collective runway show. Un progetto che rappresenta un importante comeback, dopo la prima mostra-evento «Keqiao, the excellence exhibition sustained for a better future», tenutasi a Palazzo Isimbardi lo scorso anno e dedicata alla ricerca innovativa e alla sostenibilità del noto distretto tessile. I quattro protagonisti sono saliti in passerella con 15 look ciascuno: Zuyao Song, fondatore del brand omonimo; Qing Leng, con il suo marchio Moi aussi; Ziye Wang, che ha creato il brand eponimo, MinuitCode e infine Yan Zhang con la label Suncun. Per l’occasione il celebre artista Zhu Bingren, ricercatore della Chinese national academy of arts, artista dello Smelting realism, riconosciuto come maestro delle arti e dei mestieri cinesi e padre dell’architettura contemporanea in rame, ha realizzato una limited edition di ventagli, che rappresentano alcune delle sue opere. L’iniziativa è frutto di un accordo di tre anni con Cnmi e vedrà come prossima tappa la Settimana della moda di Keqiao, che si svolgerà nel mese di ottobre, e la partecipazione di una selezione di designer italiani emergenti. Un’importante partnership sancita con Cnmi per creare opportunità e scambi culturali, un’intesa utile a rafforzare le relazioni tra i due Paesi. Anche Qinghe cashmere torna a Milano per la fashion week. L’associazione che riunisce le più importanti aziende produttrici della pregiata fibra della regione cinese, situata a Sudest della provincia di Hebei e da sempre riconosciuta come la Capitale del cashmere, ha portato sei brand del distretto. La presentazione ha svelato il talento di E-San, Langkun, Xinhua, Hongtai, Huangtaiji e Zhonghui, 18 look che uniscono tradizione e innovazione, celebrando tutta l’arte e lo stile della manifattura orientale. L’evento ha raccontato i nomi più promettenti della regione, che vanta una filiera industriale all’avanguardia in ogni fase, dalla raccolta di cashmere grezzo, passando per la pettinatura, filatura, fino alla produzione di capi di abbigliamento di alta gamma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/settimana-moda-milano-occidente-oriente-2669261649.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-made-in-italy-riscopre-se-stesso-ripartendo-dallalta-artigianalita" data-post-id="2669261649" data-published-at="1727186364" data-use-pagination="False"> Il Made in Italy riscopre sé stesso ripartendo dall’alta artigianalità Artigianalità, stile, eleganza, modernità e classicità sono stati i termini più usati in questa Fashion week milanese. Rocco Iannone, direttore creativo di Ferrari, ne è una conferma. Settima collezione questa, è il frutto di un processo evolutivo che di stagione in stagione «ci ha portato a collezionare informazioni utili per definire che cos’è il guardaroba Ferrari, quali capi lo compongono, come sono costruiti, che valore hanno nelle nostre vite», spiega lo stilista. La gonna a matita, il bomber, il pantalone, il vestito leggero e tutto questo condito da una ricerca artigianale molto importante, sono alla base di una collezione accattivante. Come lo sono i pellami ispirati ai volanti in radica degli anni Settanta, lucidati al massimo del proprio potenziale, tamponati a mano, il denim che rappresenta la parte utilitaria del lessico Ferrari e poi una ricerca del rosso, un’armonia di rossi iconici Ferrari che dialogano tra di loro in modo sensuale. «Sono partito dagli interni delle auto degli anni Settanta, una combinazione tra cuoio, legno, cromo, una sofisticatezza cromatica per inserire novità nella collezione, poi il giallo che da qualche stagione mancava ma che ha un ruolo molto importante». Dal Teatro di piazza Vetra di Ferrari al Piccolo Teatro studio, storica location di Biagiotti, che festeggia i 50 anni del brand nella Milano della moda con la collezione «Fiori bianchi». «Quale marchio storico e emblematico del made in Italy sentiamo la responsabilità di dare un contributo nel fare “squadra e sistema” in uno scenario di cambiamenti epocali quale l’attuale, recuperando, insieme, un sentimento di fiducia nel futuro», ha sottolineato Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e Ceo di Biagiotti group. Anche Martino Midali ha una lunga storia di moda iniziata quando lui era giovanissimo. Non a caso continua il suo capitolo «Storia di donne» con la collezione per la prossima stagione calda dal nome manifesto E-Materica. «È un periodo difficilissimo per il settore», sostiene Midali, «bisogna uscirne con idee nuove e con capi che rendano facile la vita delle donne. I miei vestiti li lavi la sera e al mattino sono pronti, senza stirare. Con un accessorio diverso può essere usato in tutti i momenti della giornata. Ho dedicato la vita alle donne e il mio pubblico mi sostiene proprio perché conosce la mia moda facile e comprensibile. Sono partito con le radical chic milanesi ma oggi la mia moda è per tutte». John Richmond riparte dalle sue origini con la collezione Primavera/Estate 2025, che racchiude l’energia e il caos di una vita underground. Le influenze punk, profondamente radicate nel brand, si presentano con jeans skinhead decolorati con zip, biker in pelle tatuata dipinta a mano, giacche in denim scintillanti con borchie d’argento e abiti in cristallo impreziositi abbinati a minigonne di tulle nero. Anche Curiel attinge al patrimonio storico del brand che viene reinterpretato attraverso l’utilizzo di tessuti e lavorazioni innovative, che si uniscono armoniosamente con la natura. Questo non è solo fonte d’ispirazione estetica, ma anche il cuore della collezione. Gentryportofino presenta la collezione «Essence of faces», dove esplora i tratti del volto femminile. Pezzo iconico, sintesi d’eleganza e innovazione, anche grazie all’utilizzo di ricercate materie prime, è proprio uno chiffon di seta stampato con un volto di donna, dai lineamenti intimi. Izumi Ogino, direttore creativo di Anteprima, ha collaborato con l’artista giapponese Mika Tajima, che nelle sue opere si interroga sul rapporto tra umanità e tecnologia. Peserico ed Eleventy confermano la coerenza a uno stile ben preciso partendo da una qualità eccezionale. Manila Grace, brand di proprietà del Gruppo Casillo, ha puntato su sovrapposizioni e leggerezza mentre Twin Set su esperienza, competenza e savoir faire. Tra i costumi da bagno ecco quelli inconfondibili di Cristina Ferrari, ispirata dai colori vibranti e dinamici che richiamano le sfumature cangianti e magiche delle luci del Nord. Quelli di Miss bikini guardano a un viaggio multiculturale intorno al mondo. Da Pin Up si celebra lo spirito libero della cowgirl modern. Le sfilate milanesi passano il testimone a Parigi ma a chiudere la kermesse ci sarà il defilè di Kontatto tra qualche giorno.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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