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2024-09-24
In passerella la tradizione ritorna nel futuro
Durante la settimana della moda Milano accoglie il marchio di Hui Zhou Zhao (Getty)
L’occasione per parlare con Mario Boselli, presidente della Italy China coucil foundation e presidente onorario della Camera moda italiana, è stata la sfilata di Hui, disegnata da Hui Zhou Zhao, la «Signora della moda e della cultura» cinesi. «Ho premiato questa brava stilista a un importante concorso di moda a Beijing, alcuni anni fa», racconta il presidente. Cosa sta accadendo in Cina? «È un Paese che sta molto soffrendo e l’uscita dalla crisi non potrà essere immediata non essendoci una causa determinante ma varie concause. Finito il Covid si pensava che la Cina ripartisse alla grande e invece non è successo. Varie cause negative tra cui la crisi immobiliare che ha impoverito i cinesi. La conseguenza che vedo grave non è per i grandi gruppi, guadagneranno un po’ di meno per un anno o due ma hanno le spalle grosse, il problema è la sub fornitura italiana ai grandi gruppi, che rappresenta il 70% dei beni di lusso, quella è in ginocchio. Abbiamo aziende che hanno fatturati in calo dal 20% al 50%». Conferma Hui la situazione. «La crisi in Cina», dice, «è più grave della crisi in Giappone negli anni Novanta». Lei, comunque, prosegue proficuamente il suo lavoro. La grande capacità di Hui è quella di saper unire le culture cinesi con quelle italiane. I suoi sono capi che vanno sui mercati internazionali ma che alla base hanno cromosomi cinesi in tanti aspetti senza essere etnici. Se fosse tutto cinese non funzionerebbe mentre il mix è riuscito alla grande. «L’identità del mio brand è intimamente legata al contrasto tra tradizione e innovazione, all’incontro tra la millenaria cultura d’Oriente e quella di un Occidente esteticamente proiettato alla modernità», spiega Hui. «Tutto è partito nel 1997 quando, non molto tempo dopo essermi laureata, ho deciso di continuare lungo la strada della moda, la mia passione, e per questo ho creato il mio marchio che ha preso vita in una piccola stanza con diverse macchine da cucire. Ufficialmente la mia avventura è partita quando sono stata invitata a partecipare alla settimana della moda di Milano. Dopo il regolare percorso di studi in Cina, mi ero iscritta al master in Design e fashion management del Politecnico di Milano. Studiare per due anni in una delle città più eleganti e cosmopolite della Terra mi ha fatto capire quale fosse la direzione da dare alla mia vita e alla mia professione, ovvero costruire un marchio cinese dal forte respiro internazionale». Per questa collezione, davvero riuscita, Hui si è ispirata a donne muse, icone della indipendenza femminile.
Si resta in Cina con Keqiao, tornato sotto i riflettori di Milano. Il distretto cinese della città di Shaoxing, situato nella provincia di Zhejiang, ha portato quattro dei suoi talenti nel capoluogo lombardo in occasione della Milano fashion week women’s collection, con un collective runway show. Un progetto che rappresenta un importante comeback, dopo la prima mostra-evento «Keqiao, the excellence exhibition sustained for a better future», tenutasi a Palazzo Isimbardi lo scorso anno e dedicata alla ricerca innovativa e alla sostenibilità del noto distretto tessile. I quattro protagonisti sono saliti in passerella con 15 look ciascuno: Zuyao Song, fondatore del brand omonimo; Qing Leng, con il suo marchio Moi aussi; Ziye Wang, che ha creato il brand eponimo, MinuitCode e infine Yan Zhang con la label Suncun. Per l’occasione il celebre artista Zhu Bingren, ricercatore della Chinese national academy of arts, artista dello Smelting realism, riconosciuto come maestro delle arti e dei mestieri cinesi e padre dell’architettura contemporanea in rame, ha realizzato una limited edition di ventagli, che rappresentano alcune delle sue opere. L’iniziativa è frutto di un accordo di tre anni con Cnmi e vedrà come prossima tappa la Settimana della moda di Keqiao, che si svolgerà nel mese di ottobre, e la partecipazione di una selezione di designer italiani emergenti. Un’importante partnership sancita con Cnmi per creare opportunità e scambi culturali, un’intesa utile a rafforzare le relazioni tra i due Paesi.
Anche Qinghe cashmere torna a Milano per la fashion week. L’associazione che riunisce le più importanti aziende produttrici della pregiata fibra della regione cinese, situata a Sudest della provincia di Hebei e da sempre riconosciuta come la Capitale del cashmere, ha portato sei brand del distretto. La presentazione ha svelato il talento di E-San, Langkun, Xinhua, Hongtai, Huangtaiji e Zhonghui, 18 look che uniscono tradizione e innovazione, celebrando tutta l’arte e lo stile della manifattura orientale. L’evento ha raccontato i nomi più promettenti della regione, che vanta una filiera industriale all’avanguardia in ogni fase, dalla raccolta di cashmere grezzo, passando per la pettinatura, filatura, fino alla produzione di capi di abbigliamento di alta gamma.
Il Made in Italy riscopre sé stesso ripartendo dall’alta artigianalità
Artigianalità, stile, eleganza, modernità e classicità sono stati i termini più usati in questa Fashion week milanese. Rocco Iannone, direttore creativo di Ferrari, ne è una conferma. Settima collezione questa, è il frutto di un processo evolutivo che di stagione in stagione «ci ha portato a collezionare informazioni utili per definire che cos’è il guardaroba Ferrari, quali capi lo compongono, come sono costruiti, che valore hanno nelle nostre vite», spiega lo stilista. La gonna a matita, il bomber, il pantalone, il vestito leggero e tutto questo condito da una ricerca artigianale molto importante, sono alla base di una collezione accattivante. Come lo sono i pellami ispirati ai volanti in radica degli anni Settanta, lucidati al massimo del proprio potenziale, tamponati a mano, il denim che rappresenta la parte utilitaria del lessico Ferrari e poi una ricerca del rosso, un’armonia di rossi iconici Ferrari che dialogano tra di loro in modo sensuale. «Sono partito dagli interni delle auto degli anni Settanta, una combinazione tra cuoio, legno, cromo, una sofisticatezza cromatica per inserire novità nella collezione, poi il giallo che da qualche stagione mancava ma che ha un ruolo molto importante».
Dal Teatro di piazza Vetra di Ferrari al Piccolo Teatro studio, storica location di Biagiotti, che festeggia i 50 anni del brand nella Milano della moda con la collezione «Fiori bianchi». «Quale marchio storico e emblematico del made in Italy sentiamo la responsabilità di dare un contributo nel fare “squadra e sistema” in uno scenario di cambiamenti epocali quale l’attuale, recuperando, insieme, un sentimento di fiducia nel futuro», ha sottolineato Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e Ceo di Biagiotti group. Anche Martino Midali ha una lunga storia di moda iniziata quando lui era giovanissimo. Non a caso continua il suo capitolo «Storia di donne» con la collezione per la prossima stagione calda dal nome manifesto E-Materica. «È un periodo difficilissimo per il settore», sostiene Midali, «bisogna uscirne con idee nuove e con capi che rendano facile la vita delle donne. I miei vestiti li lavi la sera e al mattino sono pronti, senza stirare. Con un accessorio diverso può essere usato in tutti i momenti della giornata. Ho dedicato la vita alle donne e il mio pubblico mi sostiene proprio perché conosce la mia moda facile e comprensibile. Sono partito con le radical chic milanesi ma oggi la mia moda è per tutte».
John Richmond riparte dalle sue origini con la collezione Primavera/Estate 2025, che racchiude l’energia e il caos di una vita underground. Le influenze punk, profondamente radicate nel brand, si presentano con jeans skinhead decolorati con zip, biker in pelle tatuata dipinta a mano, giacche in denim scintillanti con borchie d’argento e abiti in cristallo impreziositi abbinati a minigonne di tulle nero. Anche Curiel attinge al patrimonio storico del brand che viene reinterpretato attraverso l’utilizzo di tessuti e lavorazioni innovative, che si uniscono armoniosamente con la natura. Questo non è solo fonte d’ispirazione estetica, ma anche il cuore della collezione. Gentryportofino presenta la collezione «Essence of faces», dove esplora i tratti del volto femminile. Pezzo iconico, sintesi d’eleganza e innovazione, anche grazie all’utilizzo di ricercate materie prime, è proprio uno chiffon di seta stampato con un volto di donna, dai lineamenti intimi.
Izumi Ogino, direttore creativo di Anteprima, ha collaborato con l’artista giapponese Mika Tajima, che nelle sue opere si interroga sul rapporto tra umanità e tecnologia. Peserico ed Eleventy confermano la coerenza a uno stile ben preciso partendo da una qualità eccezionale. Manila Grace, brand di proprietà del Gruppo Casillo, ha puntato su sovrapposizioni e leggerezza mentre Twin Set su esperienza, competenza e savoir faire. Tra i costumi da bagno ecco quelli inconfondibili di Cristina Ferrari, ispirata dai colori vibranti e dinamici che richiamano le sfumature cangianti e magiche delle luci del Nord. Quelli di Miss bikini guardano a un viaggio multiculturale intorno al mondo. Da Pin Up si celebra lo spirito libero della cowgirl modern. Le sfilate milanesi passano il testimone a Parigi ma a chiudere la kermesse ci sarà il defilè di Kontatto tra qualche giorno.
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Alla Fashion week Hui svela il suo personale mix tra cultura millenaria cinese e Occidente. Keqiao porta a Milano quattro talenti. Qinghe cashmere si conferma leader di una delle fibre più pregiate. Segnali di vitalità anche se il Dragone continua a essere in crisi.Ferrari riesce a far convivere modernità e classicità. Grande ritorno per Biagiotti.Lo speciale contiene due articoliL’occasione per parlare con Mario Boselli, presidente della Italy China coucil foundation e presidente onorario della Camera moda italiana, è stata la sfilata di Hui, disegnata da Hui Zhou Zhao, la «Signora della moda e della cultura» cinesi. «Ho premiato questa brava stilista a un importante concorso di moda a Beijing, alcuni anni fa», racconta il presidente. Cosa sta accadendo in Cina? «È un Paese che sta molto soffrendo e l’uscita dalla crisi non potrà essere immediata non essendoci una causa determinante ma varie concause. Finito il Covid si pensava che la Cina ripartisse alla grande e invece non è successo. Varie cause negative tra cui la crisi immobiliare che ha impoverito i cinesi. La conseguenza che vedo grave non è per i grandi gruppi, guadagneranno un po’ di meno per un anno o due ma hanno le spalle grosse, il problema è la sub fornitura italiana ai grandi gruppi, che rappresenta il 70% dei beni di lusso, quella è in ginocchio. Abbiamo aziende che hanno fatturati in calo dal 20% al 50%». Conferma Hui la situazione. «La crisi in Cina», dice, «è più grave della crisi in Giappone negli anni Novanta». Lei, comunque, prosegue proficuamente il suo lavoro. La grande capacità di Hui è quella di saper unire le culture cinesi con quelle italiane. I suoi sono capi che vanno sui mercati internazionali ma che alla base hanno cromosomi cinesi in tanti aspetti senza essere etnici. Se fosse tutto cinese non funzionerebbe mentre il mix è riuscito alla grande. «L’identità del mio brand è intimamente legata al contrasto tra tradizione e innovazione, all’incontro tra la millenaria cultura d’Oriente e quella di un Occidente esteticamente proiettato alla modernità», spiega Hui. «Tutto è partito nel 1997 quando, non molto tempo dopo essermi laureata, ho deciso di continuare lungo la strada della moda, la mia passione, e per questo ho creato il mio marchio che ha preso vita in una piccola stanza con diverse macchine da cucire. Ufficialmente la mia avventura è partita quando sono stata invitata a partecipare alla settimana della moda di Milano. Dopo il regolare percorso di studi in Cina, mi ero iscritta al master in Design e fashion management del Politecnico di Milano. Studiare per due anni in una delle città più eleganti e cosmopolite della Terra mi ha fatto capire quale fosse la direzione da dare alla mia vita e alla mia professione, ovvero costruire un marchio cinese dal forte respiro internazionale». Per questa collezione, davvero riuscita, Hui si è ispirata a donne muse, icone della indipendenza femminile. Si resta in Cina con Keqiao, tornato sotto i riflettori di Milano. Il distretto cinese della città di Shaoxing, situato nella provincia di Zhejiang, ha portato quattro dei suoi talenti nel capoluogo lombardo in occasione della Milano fashion week women’s collection, con un collective runway show. Un progetto che rappresenta un importante comeback, dopo la prima mostra-evento «Keqiao, the excellence exhibition sustained for a better future», tenutasi a Palazzo Isimbardi lo scorso anno e dedicata alla ricerca innovativa e alla sostenibilità del noto distretto tessile. I quattro protagonisti sono saliti in passerella con 15 look ciascuno: Zuyao Song, fondatore del brand omonimo; Qing Leng, con il suo marchio Moi aussi; Ziye Wang, che ha creato il brand eponimo, MinuitCode e infine Yan Zhang con la label Suncun. Per l’occasione il celebre artista Zhu Bingren, ricercatore della Chinese national academy of arts, artista dello Smelting realism, riconosciuto come maestro delle arti e dei mestieri cinesi e padre dell’architettura contemporanea in rame, ha realizzato una limited edition di ventagli, che rappresentano alcune delle sue opere. L’iniziativa è frutto di un accordo di tre anni con Cnmi e vedrà come prossima tappa la Settimana della moda di Keqiao, che si svolgerà nel mese di ottobre, e la partecipazione di una selezione di designer italiani emergenti. Un’importante partnership sancita con Cnmi per creare opportunità e scambi culturali, un’intesa utile a rafforzare le relazioni tra i due Paesi. Anche Qinghe cashmere torna a Milano per la fashion week. L’associazione che riunisce le più importanti aziende produttrici della pregiata fibra della regione cinese, situata a Sudest della provincia di Hebei e da sempre riconosciuta come la Capitale del cashmere, ha portato sei brand del distretto. La presentazione ha svelato il talento di E-San, Langkun, Xinhua, Hongtai, Huangtaiji e Zhonghui, 18 look che uniscono tradizione e innovazione, celebrando tutta l’arte e lo stile della manifattura orientale. L’evento ha raccontato i nomi più promettenti della regione, che vanta una filiera industriale all’avanguardia in ogni fase, dalla raccolta di cashmere grezzo, passando per la pettinatura, filatura, fino alla produzione di capi di abbigliamento di alta gamma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/settimana-moda-milano-occidente-oriente-2669261649.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-made-in-italy-riscopre-se-stesso-ripartendo-dallalta-artigianalita" data-post-id="2669261649" data-published-at="1727186364" data-use-pagination="False"> Il Made in Italy riscopre sé stesso ripartendo dall’alta artigianalità Artigianalità, stile, eleganza, modernità e classicità sono stati i termini più usati in questa Fashion week milanese. Rocco Iannone, direttore creativo di Ferrari, ne è una conferma. Settima collezione questa, è il frutto di un processo evolutivo che di stagione in stagione «ci ha portato a collezionare informazioni utili per definire che cos’è il guardaroba Ferrari, quali capi lo compongono, come sono costruiti, che valore hanno nelle nostre vite», spiega lo stilista. La gonna a matita, il bomber, il pantalone, il vestito leggero e tutto questo condito da una ricerca artigianale molto importante, sono alla base di una collezione accattivante. Come lo sono i pellami ispirati ai volanti in radica degli anni Settanta, lucidati al massimo del proprio potenziale, tamponati a mano, il denim che rappresenta la parte utilitaria del lessico Ferrari e poi una ricerca del rosso, un’armonia di rossi iconici Ferrari che dialogano tra di loro in modo sensuale. «Sono partito dagli interni delle auto degli anni Settanta, una combinazione tra cuoio, legno, cromo, una sofisticatezza cromatica per inserire novità nella collezione, poi il giallo che da qualche stagione mancava ma che ha un ruolo molto importante». Dal Teatro di piazza Vetra di Ferrari al Piccolo Teatro studio, storica location di Biagiotti, che festeggia i 50 anni del brand nella Milano della moda con la collezione «Fiori bianchi». «Quale marchio storico e emblematico del made in Italy sentiamo la responsabilità di dare un contributo nel fare “squadra e sistema” in uno scenario di cambiamenti epocali quale l’attuale, recuperando, insieme, un sentimento di fiducia nel futuro», ha sottolineato Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e Ceo di Biagiotti group. Anche Martino Midali ha una lunga storia di moda iniziata quando lui era giovanissimo. Non a caso continua il suo capitolo «Storia di donne» con la collezione per la prossima stagione calda dal nome manifesto E-Materica. «È un periodo difficilissimo per il settore», sostiene Midali, «bisogna uscirne con idee nuove e con capi che rendano facile la vita delle donne. I miei vestiti li lavi la sera e al mattino sono pronti, senza stirare. Con un accessorio diverso può essere usato in tutti i momenti della giornata. Ho dedicato la vita alle donne e il mio pubblico mi sostiene proprio perché conosce la mia moda facile e comprensibile. Sono partito con le radical chic milanesi ma oggi la mia moda è per tutte». John Richmond riparte dalle sue origini con la collezione Primavera/Estate 2025, che racchiude l’energia e il caos di una vita underground. Le influenze punk, profondamente radicate nel brand, si presentano con jeans skinhead decolorati con zip, biker in pelle tatuata dipinta a mano, giacche in denim scintillanti con borchie d’argento e abiti in cristallo impreziositi abbinati a minigonne di tulle nero. Anche Curiel attinge al patrimonio storico del brand che viene reinterpretato attraverso l’utilizzo di tessuti e lavorazioni innovative, che si uniscono armoniosamente con la natura. Questo non è solo fonte d’ispirazione estetica, ma anche il cuore della collezione. Gentryportofino presenta la collezione «Essence of faces», dove esplora i tratti del volto femminile. Pezzo iconico, sintesi d’eleganza e innovazione, anche grazie all’utilizzo di ricercate materie prime, è proprio uno chiffon di seta stampato con un volto di donna, dai lineamenti intimi. Izumi Ogino, direttore creativo di Anteprima, ha collaborato con l’artista giapponese Mika Tajima, che nelle sue opere si interroga sul rapporto tra umanità e tecnologia. Peserico ed Eleventy confermano la coerenza a uno stile ben preciso partendo da una qualità eccezionale. Manila Grace, brand di proprietà del Gruppo Casillo, ha puntato su sovrapposizioni e leggerezza mentre Twin Set su esperienza, competenza e savoir faire. Tra i costumi da bagno ecco quelli inconfondibili di Cristina Ferrari, ispirata dai colori vibranti e dinamici che richiamano le sfumature cangianti e magiche delle luci del Nord. Quelli di Miss bikini guardano a un viaggio multiculturale intorno al mondo. Da Pin Up si celebra lo spirito libero della cowgirl modern. Le sfilate milanesi passano il testimone a Parigi ma a chiudere la kermesse ci sarà il defilè di Kontatto tra qualche giorno.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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