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2024-05-17
Sequestro da record per la truffa sui bonus
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I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato.
Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center.
Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.
«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.
Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati
Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani.
«Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà».
La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
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Maxi operazione della Guardia di finanza: a Savona la centrale di smistamento dei crediti fiscali, ma le attività dell’organizzazione si estendevano da Nord a Sud. I prestanome delle ditte fantasma incassavano il reddito di cittadinanza oppure erano pregiudicati.Matteo Renzi fa dietrofront sul decreto. Dopo il primo ok, Iv vota contro la norma che spalma in 10 anni le deduzioni sui lavori.Lo speciale contiene due articoli.I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato. Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center. Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sequestro-record-truffa-bonus-2668294357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="renzi-fa-dietrofront-sul-decreto-tajani-vogliamo-essere-interpellati" data-post-id="2668294357" data-published-at="1715945786" data-use-pagination="False"> Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani. «Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà». La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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