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2024-05-17
Sequestro da record per la truffa sui bonus
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I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato.
Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center.
Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.
«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.
Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati
Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani.
«Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà».
La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
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Maxi operazione della Guardia di finanza: a Savona la centrale di smistamento dei crediti fiscali, ma le attività dell’organizzazione si estendevano da Nord a Sud. I prestanome delle ditte fantasma incassavano il reddito di cittadinanza oppure erano pregiudicati.Matteo Renzi fa dietrofront sul decreto. Dopo il primo ok, Iv vota contro la norma che spalma in 10 anni le deduzioni sui lavori.Lo speciale contiene due articoli.I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato. Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center. Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sequestro-record-truffa-bonus-2668294357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="renzi-fa-dietrofront-sul-decreto-tajani-vogliamo-essere-interpellati" data-post-id="2668294357" data-published-at="1715945786" data-use-pagination="False"> Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani. «Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà». La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.