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2024-05-17
Sequestro da record per la truffa sui bonus
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I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato.
Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center.
Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.
«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.
Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati
Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani.
«Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà».
La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
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Maxi operazione della Guardia di finanza: a Savona la centrale di smistamento dei crediti fiscali, ma le attività dell’organizzazione si estendevano da Nord a Sud. I prestanome delle ditte fantasma incassavano il reddito di cittadinanza oppure erano pregiudicati.Matteo Renzi fa dietrofront sul decreto. Dopo il primo ok, Iv vota contro la norma che spalma in 10 anni le deduzioni sui lavori.Lo speciale contiene due articoli.I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato. Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center. Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sequestro-record-truffa-bonus-2668294357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="renzi-fa-dietrofront-sul-decreto-tajani-vogliamo-essere-interpellati" data-post-id="2668294357" data-published-at="1715945786" data-use-pagination="False"> Renzi fa dietrofront sul decreto. Tajani: vogliamo essere interpellati Un giorno nella maggioranza, per poi tornare prontamente nei ranghi dell’opposizione. Matteo Renzi e la sua Italia viva, dopo aver salvato il governo in commissione al Senato tre giorni fa sul Superbonus, non si sono spinti fino a votare la fiducia all’esecutivo, ma ciò non ha impedito loro di essere il bersaglio principale degli interventi dei parlamentari d’opposizione ieri in aula a Palazzo Madama. Dove la fiducia sul decreto che ha fatto arrabbiare Forza Italia, tanto da non farla votare col resto del centrodestra, è passata con 101 sì, 64 no e nessun astenuto. Non c’è stato nemmeno il ventilato Aventino degli azzurri nel voto di ieri: i numeri hanno retto, le presenze sono state congrue, il caso politico può ritenersi chiuso, anche se la questione di merito, rispetto alla norma voluta a tutti i costi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che spalma su dieci anni le rateizzazioni delle deduzioni relative al Superbonus a partire dal 2024, per Fi non è chiusa, come fatto presente da Antonio Tajani. «Sul Superbonus», ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, «continuiamo ad avere molte perplessità. Avremmo preferito una maggiore collegialità. Siamo contro qualsiasi ipotesi di legge retroattiva, in qualunque settore, è una questione di principio. Noi non rinunciamo alle difesa dei nostri principi. Detto questo», ha proseguito, «per un emendamento che non condividiamo non viene assolutamente meno la fiducia nel governo. Voteremo sempre la fiducia a questo governo di cui siamo parte protagonista ma continueremo sempre a dire quello che pensiamo con grande trasparenza e lealtà». La questione, come detto, sarebbe stata ben più ingarbugliata se la senatrice renziana Dafne Musolino non avesse tolto le castagne dal fuoco al governo votando in commissione Finanze assieme al centrodestra, e se alla votazione non avesse irritualmente preso parte il presidente Massimo Garavaglia. Renzi, intervenendo in aula, ha spiegato le ragioni di questa scelta: «Dopo il voto in Commissione», ha detto l’ex premier, «in cui grazie al nostro sostegno abbiamo impedito di innalzare la sugar tax siamo stati accusati di favorire questo governo. Dico forte e chiaro che siamo contro questo governo, non votiamo la fiducia e rimarchiamo le divisioni interne di una maggioranza che si atteggia a populista ed è in campagna elettorale permanente. Noi non siamo la stampella del governo», ha concluso, «ma siamo quelli che se hanno una stampella da dare la danno agli imprenditori italiani». Nonostante ciò, sono arrivati gli attacchi del Pd e del M5s: il pentastellato Stefano Patuanelli ha accusato Renzi di aver sventato la crisi di governo, mentre il capogruppo dem Francesco Boccia si è soffermato sulle contraddizioni interne alla maggioranza: «In questi giorni», ha detto, «abbiamo assistito alla guerra tra Lega e Fi. La fiducia posta a questo provvedimento è una fiducia posta sulla stessa maggioranza». Tesi contestata dal ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, per il quale «101 voti a favore e 64 contrari sono numeri che non lasciano dubbi né interpretazioni: la maggioranza era presente, erano assenti solo gli assenti giustificati, questo conferma che non c’è nessun problema politico e che la maggioranza non e mai stata in discussione, né il governo». «Le questioni interne e il dibattito sul Superbonus», ha concluso, «si è risolto senza né vincitori né vinti ma con soddisfazione di tutti». Il leghista Garavaglia, entrando nel merito del provvedimento (che scade il 28 e deve essere nuovamente approvato alla Camera) ha difeso l’operato di Giorgetti: «Sul Superbonus era necessario mettere uno stop. Potevamo fare un altro giro di valzer sul Titanic per prendere qualche voto in più? Secondo noi, no. Ha fatto bene il ministro Giorgetti. La serietà paga. La festa è finita», ha concluso, «ogni misura va coperta con tagli di spesa o più tasse».
Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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