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2024-06-30
Eutanasia, sesso e soldi. Arrivano tre sentenze bomba
La «sala gialla» della Consulta (Imagoeconomica)
Per le questioni etiche, quella che inizia domani sarà una settimana cruciale. La Corte costituzionale presieduta da Augusto Barbera dovrebbe infatti pronunciarsi su due ricorsi, uno sul fine vita e uno sul «terzo sesso» nei documenti.
Il primo quesito è stato sollevato dal gip del tribunale di Firenze, dove sono alla sbarra gli attivisti Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, per aver accompagnato Massimiliano, un quarantaquattrenne affetto da sclerosi multipla, a compiere il suicido assistito in Svizzera. Il magistrato chiede alla Consulta se sia compatibile con la Carta fondamentale il requisito - fissato dalla stessa Corte - in virtù del quale, per accedere a quella pratica, il paziente debba essere dipendente da alimentazione e respirazione artificiali.
L’altra causa, invece, è stata presentata dai giudici di Bolzano, sollecitati da un sudtirolese che vorrebbe ottenere, allo stato civile, un’attribuzione di genere come «persona non binaria», poiché le opzioni attualmente presenti, «maschile» e «femminile», non riflettono la sua identità. La legge 164 del 1982, all’epoca all’avanguardia ma evidentemente superata dall’ideologia, prevede che nella rettificazione di sesso non si possa assegnare un genere diverso dal maschile o dal femminile. Strano, eh? La Corte, comunque, non sarebbe intenzionata ad assecondare la svolta woke dell’Italia: accogliere le obiezioni sul «non binarismo» equivarrebbe a imporre i dogmi dell’antropologia Lgbt.
Un atto politico, piuttosto che una maniera di tutelare i diritti autentici delle persone. Sarebbe troppo persino per un organismo che ormai -citiamo un adagio del suo ex presidente, Marta Cartabia - si è convertito alla filosofia delle Corti come fattori «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. E poi, così tanto si è investito nella retorica della «scienza» quando bisognava puntellare l’obbligo vaccinale, che oggi si faticherebbe a trovare giustificazioni plausibili per allontanarsi da un banale dato di realtà: esistono solo maschi e femmine.
Più articolata è la vicenda del fine vita. Nel 2019, dopo la morte in un cantone elvetico di Fabiano Antoniani, alias dj Fabo, episodio che vide sempre coinvolto il radicale Cappato, la Consulta scelse di ovviare al silenzio del Parlamento con una sentenza che fissava i requisiti d’accesso alla pratica del suicidio medicalmente assistito. Il paziente, secondo le toghe, deve soffrire di una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, essere in grado di esprimere il proprio consenso, ma anche dipendere da sostegni vitali. È proprio questo il limite che le campagne dell’Associazione Luca Coscioni vorrebbero superare. Ed è su questo punto che si è soffermato il giudice del capoluogo toscano, ritenendo che esso arrivi a discriminare «irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche», in virtù di un elemento che «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza», cioè essere o meno attaccati a una macchina, «rifletta un bisogno di protezione più accentuato». Chi respira, beve e mangia da sé non avrebbe meno diritto di morire.
Dopo ripetute aperture in senso libertario (nel merito) e giuristocratico (nel metodo), la Corte sarà propensa a spingersi ancora più in là? Ragioni tecniche, illustrate da Pietro Dubolino qui sotto, spiegano da dove origini il pasticcio giuridico creatosi, sul quale i media sono tornati a porre l’attenzione dopo l’udienza pubblica di una decina di giorni fa. Ma forse non occorre essere esperti per comprendere quanto sarebbe problematico seguire gli argomenti del magistrato di Firenze: la Consulta si troverebbe costretta ad ammettere di aver emesso, cinque anni fa, un verdetto in parte... incostituzionale. Sarebbe come se i suoi membri dichiarassero: ci siamo sbagliati, scusate, ora ci tocca rimediare.
A quanto risulta alla Verità, un altro fattore deporrebbe a sfavore degli attivisti pro eutanasia, non nuovi a manifestazioni controproducenti di zelo (come quando presentarono un quesito referendario sull’eutanasia sgangherato, che la Consulta stessa dovette bocciare, con tanto di severa reprimenda dell’ex presidente Giuliano Amato). Adesso, a irritare la Corte sarebbe stato il presenzialismo di Cappato, protagonista di tutti i casi portati in camera di consiglio e pure di quelli che potrebbero arrivarci prossimamente. Appena sei giorni fa, anche il giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha trasmesso alla Consulta gli atti di due procedimenti simili alla storia del paziente toscano: l’ex candidato progressista alle suppletive di Monza aveva aiutato Elena Altamira e il signor Romano - come Massimiliano, non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale - a raggiungere la Svizzera. E venerdì, l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato che alcune delle dieci nuove richieste di suicidio assistito, presentate di recente in varie regioni italiane, potrebbero finire alla Consulta, «a causa dell’ambiguità» di quella barriera innalzata dalla sentenza del 2019. Qualche toga avrebbe storto il naso, ritenendo che la Corte non debba occuparsi a tempo pieno delle battaglie di Cappato.
C’è da augurarsi, infine, che i giudici comprendano quali conseguenze avrebbe correre dietro ai desideri dei radicali: persino un anziano triste e solo diventerebbe un buon candidato per la «dolce morte». Ma l’Italia non è l’Olanda. A prescindere dalle convinzioni personali, alla Consulta se ne ricorderanno? Tra pochi giorni ne avremo un’idea.
Balla pure il no al payback sanitario. Conto per lo Stato da 3,6 miliardi
Lo scorso 22 maggio si è tenuta l’udienza decisiva della Corte costituzionale sugli extra costi sanitari che con il governo Draghi, per mano di Roberto Speranza e Daniele Franco, sono stati ribaltati sulle aziende del settore. I togati si sono riuniti grazie alla pioggia di ricorsi delle imprese di device sanitari su cui è ricaduta la tassa che in gergo tecnico si chiama payback. Dal 22 maggio alla prossima settimana si tratta di quasi un mese e mezzo, tanto tempo. Tantissimo tempo giustificato da un motivo semplice. La sentenza in arrivo potrebbe creare un buco da 3,6 miliardi se i giudici decidessero di dare ragione in toto alle aziende e imporre al legislatore e al governo di smontare in pieno lo schema messo in piedi nel 2022. Il 22 agosto, per la precisione, Speranza spiegava che grazie alla lezione del Covid «il Servizio sanitario nazionale avrà più risorse». Con grande coraggio l’allora titolare della Salute prometteva più welfare, mentre per sua firma, assieme al collega Franco, tre settimane prima infilava un articolo nel decreto Aiuti bis che in un sol colpo rappresentava un esproprio da 3,6 miliardi e di fatto un taglio secco al welfare. La scelta di applicare un «payback» alle aziende che forniscono ospedali e Asl dei dispositivi sanitari oltre a violare la Costituzione (questo se lo decideranno i giudici) ribalta pure le norme civilistiche che tengono in piedi i bilanci.
Dal 2015 il comparto, formato da circa 4.000 aziende, era in attesa della definizione di una particolare e molto discutibile tassa. L’idea era quella di imporre ai fornitori della Pa di concorrere a ritroso a eventuali inefficienze dello Stato o delle Regioni. A queste aziende, celebrate ai tempi del Covid, non è stata data la possibilità di organizzarsi (la tassa è retroattiva e incide sul fatturato) e, se l’imposta non venisse cassata dai giudici, sarà negata pure la possibilità di sfilarsi da contratti diventati un mero costo.
Un documento interno inviato nel settembre 2022 ai soci di Confindustria dispositivi sanitari spiega chiaramente l’origine dell’abominio fiscale in corso. «La prima motivazione che ha portato all’articolo (del dl Aiuti bis, ndr) riguarda la necessità di ripianare gli aumenti della spesa sanitaria delle Regioni legati alla gestione della pandemia. Si ricorda che la struttura commissariale ha acquistato (voce di spesa a carico del bilancio dello Stato) vaccini, test, dispositivi direttamente connessi con la pandemia», si legge nella mail, «ma altre spese dirette e indirette sono rimaste a carico delle Regioni. Sebbene ancora non siano stati pubblicati i dati relativi alla spesa sanitaria regionale 2021, da interlocuzioni con alcuni assessori si può affermare che le quote trasferite dallo Stato alle Regioni per la pandemia rappresentano mediamente il 50-55% delle spese effettivamente sostenute». È chiaro perché la coppia Speranza-Franco abbia deciso dopo anni di frigorifero di mettere in pista la tassa. L’obiettivo era tappare il buco di bilancio. Ciò che non hanno messo in conto è l’effetto sulle aziende e sulla capacità di queste di rifornire la Sanità pubblica con le attrezzature necessarie negli anni a seguire. Di fronte a ingenti perdite e al rischio di dover licenziare, molte imprese hanno così deciso di non pagare e avviare tutti i ricorsi del caso.
Nel frattempo il governo Draghi ha lasciato il passo ed è subentrato l’esecutivo Meloni. La prima manovra, quella licenziata a dicembre 2022, non ha potuto fare granché a favore delle aziende. Dei 3,6 miliardi circa 2 erano già stati messi a copertura. La maggioranza ha però trovato il modo nel gennaio successivo nel veicolo del Milleproroghe di dare altro tempo alle imprese. E, come dice il nome stesso del decreto, di prorogare di cinque mesi qualunque tagliola. Nella primavera del 2023, in parallelo, il governo è riuscito a stanziare un fondo da circa 1 miliardo. In gran parte destinato a rifinanziare il comparto. Una cifra chiaramente non sufficiente a risolvere i problemi di tutte le imprese travolte dal payback.
Così i ricorsi si sono canalizzati e dopo le prime risposte del Tar si è andati avanti e si è arrivati alla data del 22 maggio. E all’appuntamento bollente di questa settimana. Oltre alle sentenze su Marco Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria, la Consulta dovrà dire la sua sulla costituzionalità del payback.
Non sappiamo come andrà, ovviamente. Purtroppo ci sono precedenti sul tema pensioni in cui alla tutela dei diritti pregressi dei cittadini ha prevalso la ragion di Stato o meglio la tenuta dei conti pubblici. Se la Consulta smentisse la linea sulle pensioni, il governo si troverebbe a riavviare a ritroso il percorso: rimborsare chi ha pagato e dover trovare la differenza. Con il nuovo Patto di stabilità, impossibile che si scelga la via del deficit.
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In dirittura d’arrivo le sentenze su Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria.La Corte costituzionale si pronuncerà sugli extra costi del Ssn scaricati sulle aziende delle attrezzature da Speranza e Franco. In caso di bocciatura totale, il governo dovrà andare a caccia di risorse aggiuntive.Lo speciale contiene due articoli.Per le questioni etiche, quella che inizia domani sarà una settimana cruciale. La Corte costituzionale presieduta da Augusto Barbera dovrebbe infatti pronunciarsi su due ricorsi, uno sul fine vita e uno sul «terzo sesso» nei documenti.Il primo quesito è stato sollevato dal gip del tribunale di Firenze, dove sono alla sbarra gli attivisti Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, per aver accompagnato Massimiliano, un quarantaquattrenne affetto da sclerosi multipla, a compiere il suicido assistito in Svizzera. Il magistrato chiede alla Consulta se sia compatibile con la Carta fondamentale il requisito - fissato dalla stessa Corte - in virtù del quale, per accedere a quella pratica, il paziente debba essere dipendente da alimentazione e respirazione artificiali.L’altra causa, invece, è stata presentata dai giudici di Bolzano, sollecitati da un sudtirolese che vorrebbe ottenere, allo stato civile, un’attribuzione di genere come «persona non binaria», poiché le opzioni attualmente presenti, «maschile» e «femminile», non riflettono la sua identità. La legge 164 del 1982, all’epoca all’avanguardia ma evidentemente superata dall’ideologia, prevede che nella rettificazione di sesso non si possa assegnare un genere diverso dal maschile o dal femminile. Strano, eh? La Corte, comunque, non sarebbe intenzionata ad assecondare la svolta woke dell’Italia: accogliere le obiezioni sul «non binarismo» equivarrebbe a imporre i dogmi dell’antropologia Lgbt. Un atto politico, piuttosto che una maniera di tutelare i diritti autentici delle persone. Sarebbe troppo persino per un organismo che ormai -citiamo un adagio del suo ex presidente, Marta Cartabia - si è convertito alla filosofia delle Corti come fattori «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. E poi, così tanto si è investito nella retorica della «scienza» quando bisognava puntellare l’obbligo vaccinale, che oggi si faticherebbe a trovare giustificazioni plausibili per allontanarsi da un banale dato di realtà: esistono solo maschi e femmine.Più articolata è la vicenda del fine vita. Nel 2019, dopo la morte in un cantone elvetico di Fabiano Antoniani, alias dj Fabo, episodio che vide sempre coinvolto il radicale Cappato, la Consulta scelse di ovviare al silenzio del Parlamento con una sentenza che fissava i requisiti d’accesso alla pratica del suicidio medicalmente assistito. Il paziente, secondo le toghe, deve soffrire di una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, essere in grado di esprimere il proprio consenso, ma anche dipendere da sostegni vitali. È proprio questo il limite che le campagne dell’Associazione Luca Coscioni vorrebbero superare. Ed è su questo punto che si è soffermato il giudice del capoluogo toscano, ritenendo che esso arrivi a discriminare «irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche», in virtù di un elemento che «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza», cioè essere o meno attaccati a una macchina, «rifletta un bisogno di protezione più accentuato». Chi respira, beve e mangia da sé non avrebbe meno diritto di morire.Dopo ripetute aperture in senso libertario (nel merito) e giuristocratico (nel metodo), la Corte sarà propensa a spingersi ancora più in là? Ragioni tecniche, illustrate da Pietro Dubolino qui sotto, spiegano da dove origini il pasticcio giuridico creatosi, sul quale i media sono tornati a porre l’attenzione dopo l’udienza pubblica di una decina di giorni fa. Ma forse non occorre essere esperti per comprendere quanto sarebbe problematico seguire gli argomenti del magistrato di Firenze: la Consulta si troverebbe costretta ad ammettere di aver emesso, cinque anni fa, un verdetto in parte... incostituzionale. Sarebbe come se i suoi membri dichiarassero: ci siamo sbagliati, scusate, ora ci tocca rimediare. A quanto risulta alla Verità, un altro fattore deporrebbe a sfavore degli attivisti pro eutanasia, non nuovi a manifestazioni controproducenti di zelo (come quando presentarono un quesito referendario sull’eutanasia sgangherato, che la Consulta stessa dovette bocciare, con tanto di severa reprimenda dell’ex presidente Giuliano Amato). Adesso, a irritare la Corte sarebbe stato il presenzialismo di Cappato, protagonista di tutti i casi portati in camera di consiglio e pure di quelli che potrebbero arrivarci prossimamente. Appena sei giorni fa, anche il giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha trasmesso alla Consulta gli atti di due procedimenti simili alla storia del paziente toscano: l’ex candidato progressista alle suppletive di Monza aveva aiutato Elena Altamira e il signor Romano - come Massimiliano, non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale - a raggiungere la Svizzera. E venerdì, l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato che alcune delle dieci nuove richieste di suicidio assistito, presentate di recente in varie regioni italiane, potrebbero finire alla Consulta, «a causa dell’ambiguità» di quella barriera innalzata dalla sentenza del 2019. Qualche toga avrebbe storto il naso, ritenendo che la Corte non debba occuparsi a tempo pieno delle battaglie di Cappato.C’è da augurarsi, infine, che i giudici comprendano quali conseguenze avrebbe correre dietro ai desideri dei radicali: persino un anziano triste e solo diventerebbe un buon candidato per la «dolce morte». Ma l’Italia non è l’Olanda. A prescindere dalle convinzioni personali, alla Consulta se ne ricorderanno? Tra pochi giorni ne avremo un’idea.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenze-consulta-eutanasia-sanita-2668646519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="balla-pure-il-no-al-payback-sanitario-conto-per-lo-stato-da-36-miliardi" data-post-id="2668646519" data-published-at="1719691343" data-use-pagination="False"> Balla pure il no al payback sanitario. 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La sentenza in arrivo potrebbe creare un buco da 3,6 miliardi se i giudici decidessero di dare ragione in toto alle aziende e imporre al legislatore e al governo di smontare in pieno lo schema messo in piedi nel 2022. Il 22 agosto, per la precisione, Speranza spiegava che grazie alla lezione del Covid «il Servizio sanitario nazionale avrà più risorse». Con grande coraggio l’allora titolare della Salute prometteva più welfare, mentre per sua firma, assieme al collega Franco, tre settimane prima infilava un articolo nel decreto Aiuti bis che in un sol colpo rappresentava un esproprio da 3,6 miliardi e di fatto un taglio secco al welfare. La scelta di applicare un «payback» alle aziende che forniscono ospedali e Asl dei dispositivi sanitari oltre a violare la Costituzione (questo se lo decideranno i giudici) ribalta pure le norme civilistiche che tengono in piedi i bilanci. Dal 2015 il comparto, formato da circa 4.000 aziende, era in attesa della definizione di una particolare e molto discutibile tassa. L’idea era quella di imporre ai fornitori della Pa di concorrere a ritroso a eventuali inefficienze dello Stato o delle Regioni. A queste aziende, celebrate ai tempi del Covid, non è stata data la possibilità di organizzarsi (la tassa è retroattiva e incide sul fatturato) e, se l’imposta non venisse cassata dai giudici, sarà negata pure la possibilità di sfilarsi da contratti diventati un mero costo. Un documento interno inviato nel settembre 2022 ai soci di Confindustria dispositivi sanitari spiega chiaramente l’origine dell’abominio fiscale in corso. «La prima motivazione che ha portato all’articolo (del dl Aiuti bis, ndr) riguarda la necessità di ripianare gli aumenti della spesa sanitaria delle Regioni legati alla gestione della pandemia. Si ricorda che la struttura commissariale ha acquistato (voce di spesa a carico del bilancio dello Stato) vaccini, test, dispositivi direttamente connessi con la pandemia», si legge nella mail, «ma altre spese dirette e indirette sono rimaste a carico delle Regioni. Sebbene ancora non siano stati pubblicati i dati relativi alla spesa sanitaria regionale 2021, da interlocuzioni con alcuni assessori si può affermare che le quote trasferite dallo Stato alle Regioni per la pandemia rappresentano mediamente il 50-55% delle spese effettivamente sostenute». È chiaro perché la coppia Speranza-Franco abbia deciso dopo anni di frigorifero di mettere in pista la tassa. L’obiettivo era tappare il buco di bilancio. Ciò che non hanno messo in conto è l’effetto sulle aziende e sulla capacità di queste di rifornire la Sanità pubblica con le attrezzature necessarie negli anni a seguire. Di fronte a ingenti perdite e al rischio di dover licenziare, molte imprese hanno così deciso di non pagare e avviare tutti i ricorsi del caso. Nel frattempo il governo Draghi ha lasciato il passo ed è subentrato l’esecutivo Meloni. La prima manovra, quella licenziata a dicembre 2022, non ha potuto fare granché a favore delle aziende. Dei 3,6 miliardi circa 2 erano già stati messi a copertura. La maggioranza ha però trovato il modo nel gennaio successivo nel veicolo del Milleproroghe di dare altro tempo alle imprese. E, come dice il nome stesso del decreto, di prorogare di cinque mesi qualunque tagliola. Nella primavera del 2023, in parallelo, il governo è riuscito a stanziare un fondo da circa 1 miliardo. In gran parte destinato a rifinanziare il comparto. Una cifra chiaramente non sufficiente a risolvere i problemi di tutte le imprese travolte dal payback. Così i ricorsi si sono canalizzati e dopo le prime risposte del Tar si è andati avanti e si è arrivati alla data del 22 maggio. E all’appuntamento bollente di questa settimana. Oltre alle sentenze su Marco Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria, la Consulta dovrà dire la sua sulla costituzionalità del payback. Non sappiamo come andrà, ovviamente. Purtroppo ci sono precedenti sul tema pensioni in cui alla tutela dei diritti pregressi dei cittadini ha prevalso la ragion di Stato o meglio la tenuta dei conti pubblici. Se la Consulta smentisse la linea sulle pensioni, il governo si troverebbe a riavviare a ritroso il percorso: rimborsare chi ha pagato e dover trovare la differenza. Con il nuovo Patto di stabilità, impossibile che si scelga la via del deficit.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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