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2024-06-30
Eutanasia, sesso e soldi. Arrivano tre sentenze bomba
La «sala gialla» della Consulta (Imagoeconomica)
Per le questioni etiche, quella che inizia domani sarà una settimana cruciale. La Corte costituzionale presieduta da Augusto Barbera dovrebbe infatti pronunciarsi su due ricorsi, uno sul fine vita e uno sul «terzo sesso» nei documenti.
Il primo quesito è stato sollevato dal gip del tribunale di Firenze, dove sono alla sbarra gli attivisti Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, per aver accompagnato Massimiliano, un quarantaquattrenne affetto da sclerosi multipla, a compiere il suicido assistito in Svizzera. Il magistrato chiede alla Consulta se sia compatibile con la Carta fondamentale il requisito - fissato dalla stessa Corte - in virtù del quale, per accedere a quella pratica, il paziente debba essere dipendente da alimentazione e respirazione artificiali.
L’altra causa, invece, è stata presentata dai giudici di Bolzano, sollecitati da un sudtirolese che vorrebbe ottenere, allo stato civile, un’attribuzione di genere come «persona non binaria», poiché le opzioni attualmente presenti, «maschile» e «femminile», non riflettono la sua identità. La legge 164 del 1982, all’epoca all’avanguardia ma evidentemente superata dall’ideologia, prevede che nella rettificazione di sesso non si possa assegnare un genere diverso dal maschile o dal femminile. Strano, eh? La Corte, comunque, non sarebbe intenzionata ad assecondare la svolta woke dell’Italia: accogliere le obiezioni sul «non binarismo» equivarrebbe a imporre i dogmi dell’antropologia Lgbt.
Un atto politico, piuttosto che una maniera di tutelare i diritti autentici delle persone. Sarebbe troppo persino per un organismo che ormai -citiamo un adagio del suo ex presidente, Marta Cartabia - si è convertito alla filosofia delle Corti come fattori «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. E poi, così tanto si è investito nella retorica della «scienza» quando bisognava puntellare l’obbligo vaccinale, che oggi si faticherebbe a trovare giustificazioni plausibili per allontanarsi da un banale dato di realtà: esistono solo maschi e femmine.
Più articolata è la vicenda del fine vita. Nel 2019, dopo la morte in un cantone elvetico di Fabiano Antoniani, alias dj Fabo, episodio che vide sempre coinvolto il radicale Cappato, la Consulta scelse di ovviare al silenzio del Parlamento con una sentenza che fissava i requisiti d’accesso alla pratica del suicidio medicalmente assistito. Il paziente, secondo le toghe, deve soffrire di una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, essere in grado di esprimere il proprio consenso, ma anche dipendere da sostegni vitali. È proprio questo il limite che le campagne dell’Associazione Luca Coscioni vorrebbero superare. Ed è su questo punto che si è soffermato il giudice del capoluogo toscano, ritenendo che esso arrivi a discriminare «irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche», in virtù di un elemento che «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza», cioè essere o meno attaccati a una macchina, «rifletta un bisogno di protezione più accentuato». Chi respira, beve e mangia da sé non avrebbe meno diritto di morire.
Dopo ripetute aperture in senso libertario (nel merito) e giuristocratico (nel metodo), la Corte sarà propensa a spingersi ancora più in là? Ragioni tecniche, illustrate da Pietro Dubolino qui sotto, spiegano da dove origini il pasticcio giuridico creatosi, sul quale i media sono tornati a porre l’attenzione dopo l’udienza pubblica di una decina di giorni fa. Ma forse non occorre essere esperti per comprendere quanto sarebbe problematico seguire gli argomenti del magistrato di Firenze: la Consulta si troverebbe costretta ad ammettere di aver emesso, cinque anni fa, un verdetto in parte... incostituzionale. Sarebbe come se i suoi membri dichiarassero: ci siamo sbagliati, scusate, ora ci tocca rimediare.
A quanto risulta alla Verità, un altro fattore deporrebbe a sfavore degli attivisti pro eutanasia, non nuovi a manifestazioni controproducenti di zelo (come quando presentarono un quesito referendario sull’eutanasia sgangherato, che la Consulta stessa dovette bocciare, con tanto di severa reprimenda dell’ex presidente Giuliano Amato). Adesso, a irritare la Corte sarebbe stato il presenzialismo di Cappato, protagonista di tutti i casi portati in camera di consiglio e pure di quelli che potrebbero arrivarci prossimamente. Appena sei giorni fa, anche il giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha trasmesso alla Consulta gli atti di due procedimenti simili alla storia del paziente toscano: l’ex candidato progressista alle suppletive di Monza aveva aiutato Elena Altamira e il signor Romano - come Massimiliano, non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale - a raggiungere la Svizzera. E venerdì, l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato che alcune delle dieci nuove richieste di suicidio assistito, presentate di recente in varie regioni italiane, potrebbero finire alla Consulta, «a causa dell’ambiguità» di quella barriera innalzata dalla sentenza del 2019. Qualche toga avrebbe storto il naso, ritenendo che la Corte non debba occuparsi a tempo pieno delle battaglie di Cappato.
C’è da augurarsi, infine, che i giudici comprendano quali conseguenze avrebbe correre dietro ai desideri dei radicali: persino un anziano triste e solo diventerebbe un buon candidato per la «dolce morte». Ma l’Italia non è l’Olanda. A prescindere dalle convinzioni personali, alla Consulta se ne ricorderanno? Tra pochi giorni ne avremo un’idea.
Balla pure il no al payback sanitario. Conto per lo Stato da 3,6 miliardi
Lo scorso 22 maggio si è tenuta l’udienza decisiva della Corte costituzionale sugli extra costi sanitari che con il governo Draghi, per mano di Roberto Speranza e Daniele Franco, sono stati ribaltati sulle aziende del settore. I togati si sono riuniti grazie alla pioggia di ricorsi delle imprese di device sanitari su cui è ricaduta la tassa che in gergo tecnico si chiama payback. Dal 22 maggio alla prossima settimana si tratta di quasi un mese e mezzo, tanto tempo. Tantissimo tempo giustificato da un motivo semplice. La sentenza in arrivo potrebbe creare un buco da 3,6 miliardi se i giudici decidessero di dare ragione in toto alle aziende e imporre al legislatore e al governo di smontare in pieno lo schema messo in piedi nel 2022. Il 22 agosto, per la precisione, Speranza spiegava che grazie alla lezione del Covid «il Servizio sanitario nazionale avrà più risorse». Con grande coraggio l’allora titolare della Salute prometteva più welfare, mentre per sua firma, assieme al collega Franco, tre settimane prima infilava un articolo nel decreto Aiuti bis che in un sol colpo rappresentava un esproprio da 3,6 miliardi e di fatto un taglio secco al welfare. La scelta di applicare un «payback» alle aziende che forniscono ospedali e Asl dei dispositivi sanitari oltre a violare la Costituzione (questo se lo decideranno i giudici) ribalta pure le norme civilistiche che tengono in piedi i bilanci.
Dal 2015 il comparto, formato da circa 4.000 aziende, era in attesa della definizione di una particolare e molto discutibile tassa. L’idea era quella di imporre ai fornitori della Pa di concorrere a ritroso a eventuali inefficienze dello Stato o delle Regioni. A queste aziende, celebrate ai tempi del Covid, non è stata data la possibilità di organizzarsi (la tassa è retroattiva e incide sul fatturato) e, se l’imposta non venisse cassata dai giudici, sarà negata pure la possibilità di sfilarsi da contratti diventati un mero costo.
Un documento interno inviato nel settembre 2022 ai soci di Confindustria dispositivi sanitari spiega chiaramente l’origine dell’abominio fiscale in corso. «La prima motivazione che ha portato all’articolo (del dl Aiuti bis, ndr) riguarda la necessità di ripianare gli aumenti della spesa sanitaria delle Regioni legati alla gestione della pandemia. Si ricorda che la struttura commissariale ha acquistato (voce di spesa a carico del bilancio dello Stato) vaccini, test, dispositivi direttamente connessi con la pandemia», si legge nella mail, «ma altre spese dirette e indirette sono rimaste a carico delle Regioni. Sebbene ancora non siano stati pubblicati i dati relativi alla spesa sanitaria regionale 2021, da interlocuzioni con alcuni assessori si può affermare che le quote trasferite dallo Stato alle Regioni per la pandemia rappresentano mediamente il 50-55% delle spese effettivamente sostenute». È chiaro perché la coppia Speranza-Franco abbia deciso dopo anni di frigorifero di mettere in pista la tassa. L’obiettivo era tappare il buco di bilancio. Ciò che non hanno messo in conto è l’effetto sulle aziende e sulla capacità di queste di rifornire la Sanità pubblica con le attrezzature necessarie negli anni a seguire. Di fronte a ingenti perdite e al rischio di dover licenziare, molte imprese hanno così deciso di non pagare e avviare tutti i ricorsi del caso.
Nel frattempo il governo Draghi ha lasciato il passo ed è subentrato l’esecutivo Meloni. La prima manovra, quella licenziata a dicembre 2022, non ha potuto fare granché a favore delle aziende. Dei 3,6 miliardi circa 2 erano già stati messi a copertura. La maggioranza ha però trovato il modo nel gennaio successivo nel veicolo del Milleproroghe di dare altro tempo alle imprese. E, come dice il nome stesso del decreto, di prorogare di cinque mesi qualunque tagliola. Nella primavera del 2023, in parallelo, il governo è riuscito a stanziare un fondo da circa 1 miliardo. In gran parte destinato a rifinanziare il comparto. Una cifra chiaramente non sufficiente a risolvere i problemi di tutte le imprese travolte dal payback.
Così i ricorsi si sono canalizzati e dopo le prime risposte del Tar si è andati avanti e si è arrivati alla data del 22 maggio. E all’appuntamento bollente di questa settimana. Oltre alle sentenze su Marco Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria, la Consulta dovrà dire la sua sulla costituzionalità del payback.
Non sappiamo come andrà, ovviamente. Purtroppo ci sono precedenti sul tema pensioni in cui alla tutela dei diritti pregressi dei cittadini ha prevalso la ragion di Stato o meglio la tenuta dei conti pubblici. Se la Consulta smentisse la linea sulle pensioni, il governo si troverebbe a riavviare a ritroso il percorso: rimborsare chi ha pagato e dover trovare la differenza. Con il nuovo Patto di stabilità, impossibile che si scelga la via del deficit.
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In dirittura d’arrivo le sentenze su Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria.La Corte costituzionale si pronuncerà sugli extra costi del Ssn scaricati sulle aziende delle attrezzature da Speranza e Franco. In caso di bocciatura totale, il governo dovrà andare a caccia di risorse aggiuntive.Lo speciale contiene due articoli.Per le questioni etiche, quella che inizia domani sarà una settimana cruciale. La Corte costituzionale presieduta da Augusto Barbera dovrebbe infatti pronunciarsi su due ricorsi, uno sul fine vita e uno sul «terzo sesso» nei documenti.Il primo quesito è stato sollevato dal gip del tribunale di Firenze, dove sono alla sbarra gli attivisti Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, per aver accompagnato Massimiliano, un quarantaquattrenne affetto da sclerosi multipla, a compiere il suicido assistito in Svizzera. Il magistrato chiede alla Consulta se sia compatibile con la Carta fondamentale il requisito - fissato dalla stessa Corte - in virtù del quale, per accedere a quella pratica, il paziente debba essere dipendente da alimentazione e respirazione artificiali.L’altra causa, invece, è stata presentata dai giudici di Bolzano, sollecitati da un sudtirolese che vorrebbe ottenere, allo stato civile, un’attribuzione di genere come «persona non binaria», poiché le opzioni attualmente presenti, «maschile» e «femminile», non riflettono la sua identità. La legge 164 del 1982, all’epoca all’avanguardia ma evidentemente superata dall’ideologia, prevede che nella rettificazione di sesso non si possa assegnare un genere diverso dal maschile o dal femminile. Strano, eh? La Corte, comunque, non sarebbe intenzionata ad assecondare la svolta woke dell’Italia: accogliere le obiezioni sul «non binarismo» equivarrebbe a imporre i dogmi dell’antropologia Lgbt. Un atto politico, piuttosto che una maniera di tutelare i diritti autentici delle persone. Sarebbe troppo persino per un organismo che ormai -citiamo un adagio del suo ex presidente, Marta Cartabia - si è convertito alla filosofia delle Corti come fattori «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. E poi, così tanto si è investito nella retorica della «scienza» quando bisognava puntellare l’obbligo vaccinale, che oggi si faticherebbe a trovare giustificazioni plausibili per allontanarsi da un banale dato di realtà: esistono solo maschi e femmine.Più articolata è la vicenda del fine vita. Nel 2019, dopo la morte in un cantone elvetico di Fabiano Antoniani, alias dj Fabo, episodio che vide sempre coinvolto il radicale Cappato, la Consulta scelse di ovviare al silenzio del Parlamento con una sentenza che fissava i requisiti d’accesso alla pratica del suicidio medicalmente assistito. Il paziente, secondo le toghe, deve soffrire di una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, essere in grado di esprimere il proprio consenso, ma anche dipendere da sostegni vitali. È proprio questo il limite che le campagne dell’Associazione Luca Coscioni vorrebbero superare. Ed è su questo punto che si è soffermato il giudice del capoluogo toscano, ritenendo che esso arrivi a discriminare «irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche», in virtù di un elemento che «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza», cioè essere o meno attaccati a una macchina, «rifletta un bisogno di protezione più accentuato». Chi respira, beve e mangia da sé non avrebbe meno diritto di morire.Dopo ripetute aperture in senso libertario (nel merito) e giuristocratico (nel metodo), la Corte sarà propensa a spingersi ancora più in là? Ragioni tecniche, illustrate da Pietro Dubolino qui sotto, spiegano da dove origini il pasticcio giuridico creatosi, sul quale i media sono tornati a porre l’attenzione dopo l’udienza pubblica di una decina di giorni fa. Ma forse non occorre essere esperti per comprendere quanto sarebbe problematico seguire gli argomenti del magistrato di Firenze: la Consulta si troverebbe costretta ad ammettere di aver emesso, cinque anni fa, un verdetto in parte... incostituzionale. Sarebbe come se i suoi membri dichiarassero: ci siamo sbagliati, scusate, ora ci tocca rimediare. A quanto risulta alla Verità, un altro fattore deporrebbe a sfavore degli attivisti pro eutanasia, non nuovi a manifestazioni controproducenti di zelo (come quando presentarono un quesito referendario sull’eutanasia sgangherato, che la Consulta stessa dovette bocciare, con tanto di severa reprimenda dell’ex presidente Giuliano Amato). Adesso, a irritare la Corte sarebbe stato il presenzialismo di Cappato, protagonista di tutti i casi portati in camera di consiglio e pure di quelli che potrebbero arrivarci prossimamente. Appena sei giorni fa, anche il giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha trasmesso alla Consulta gli atti di due procedimenti simili alla storia del paziente toscano: l’ex candidato progressista alle suppletive di Monza aveva aiutato Elena Altamira e il signor Romano - come Massimiliano, non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale - a raggiungere la Svizzera. E venerdì, l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato che alcune delle dieci nuove richieste di suicidio assistito, presentate di recente in varie regioni italiane, potrebbero finire alla Consulta, «a causa dell’ambiguità» di quella barriera innalzata dalla sentenza del 2019. Qualche toga avrebbe storto il naso, ritenendo che la Corte non debba occuparsi a tempo pieno delle battaglie di Cappato.C’è da augurarsi, infine, che i giudici comprendano quali conseguenze avrebbe correre dietro ai desideri dei radicali: persino un anziano triste e solo diventerebbe un buon candidato per la «dolce morte». Ma l’Italia non è l’Olanda. A prescindere dalle convinzioni personali, alla Consulta se ne ricorderanno? Tra pochi giorni ne avremo un’idea.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenze-consulta-eutanasia-sanita-2668646519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="balla-pure-il-no-al-payback-sanitario-conto-per-lo-stato-da-36-miliardi" data-post-id="2668646519" data-published-at="1719691343" data-use-pagination="False"> Balla pure il no al payback sanitario. 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La sentenza in arrivo potrebbe creare un buco da 3,6 miliardi se i giudici decidessero di dare ragione in toto alle aziende e imporre al legislatore e al governo di smontare in pieno lo schema messo in piedi nel 2022. Il 22 agosto, per la precisione, Speranza spiegava che grazie alla lezione del Covid «il Servizio sanitario nazionale avrà più risorse». Con grande coraggio l’allora titolare della Salute prometteva più welfare, mentre per sua firma, assieme al collega Franco, tre settimane prima infilava un articolo nel decreto Aiuti bis che in un sol colpo rappresentava un esproprio da 3,6 miliardi e di fatto un taglio secco al welfare. La scelta di applicare un «payback» alle aziende che forniscono ospedali e Asl dei dispositivi sanitari oltre a violare la Costituzione (questo se lo decideranno i giudici) ribalta pure le norme civilistiche che tengono in piedi i bilanci. Dal 2015 il comparto, formato da circa 4.000 aziende, era in attesa della definizione di una particolare e molto discutibile tassa. L’idea era quella di imporre ai fornitori della Pa di concorrere a ritroso a eventuali inefficienze dello Stato o delle Regioni. A queste aziende, celebrate ai tempi del Covid, non è stata data la possibilità di organizzarsi (la tassa è retroattiva e incide sul fatturato) e, se l’imposta non venisse cassata dai giudici, sarà negata pure la possibilità di sfilarsi da contratti diventati un mero costo. Un documento interno inviato nel settembre 2022 ai soci di Confindustria dispositivi sanitari spiega chiaramente l’origine dell’abominio fiscale in corso. «La prima motivazione che ha portato all’articolo (del dl Aiuti bis, ndr) riguarda la necessità di ripianare gli aumenti della spesa sanitaria delle Regioni legati alla gestione della pandemia. Si ricorda che la struttura commissariale ha acquistato (voce di spesa a carico del bilancio dello Stato) vaccini, test, dispositivi direttamente connessi con la pandemia», si legge nella mail, «ma altre spese dirette e indirette sono rimaste a carico delle Regioni. Sebbene ancora non siano stati pubblicati i dati relativi alla spesa sanitaria regionale 2021, da interlocuzioni con alcuni assessori si può affermare che le quote trasferite dallo Stato alle Regioni per la pandemia rappresentano mediamente il 50-55% delle spese effettivamente sostenute». È chiaro perché la coppia Speranza-Franco abbia deciso dopo anni di frigorifero di mettere in pista la tassa. L’obiettivo era tappare il buco di bilancio. Ciò che non hanno messo in conto è l’effetto sulle aziende e sulla capacità di queste di rifornire la Sanità pubblica con le attrezzature necessarie negli anni a seguire. Di fronte a ingenti perdite e al rischio di dover licenziare, molte imprese hanno così deciso di non pagare e avviare tutti i ricorsi del caso. Nel frattempo il governo Draghi ha lasciato il passo ed è subentrato l’esecutivo Meloni. La prima manovra, quella licenziata a dicembre 2022, non ha potuto fare granché a favore delle aziende. Dei 3,6 miliardi circa 2 erano già stati messi a copertura. La maggioranza ha però trovato il modo nel gennaio successivo nel veicolo del Milleproroghe di dare altro tempo alle imprese. E, come dice il nome stesso del decreto, di prorogare di cinque mesi qualunque tagliola. Nella primavera del 2023, in parallelo, il governo è riuscito a stanziare un fondo da circa 1 miliardo. In gran parte destinato a rifinanziare il comparto. Una cifra chiaramente non sufficiente a risolvere i problemi di tutte le imprese travolte dal payback. Così i ricorsi si sono canalizzati e dopo le prime risposte del Tar si è andati avanti e si è arrivati alla data del 22 maggio. E all’appuntamento bollente di questa settimana. Oltre alle sentenze su Marco Cappato (che punta all’ok alla «dolce morte» pure per chi non dipende dalle macchine) e sullo sdoganamento dell’identità non binaria, la Consulta dovrà dire la sua sulla costituzionalità del payback. Non sappiamo come andrà, ovviamente. Purtroppo ci sono precedenti sul tema pensioni in cui alla tutela dei diritti pregressi dei cittadini ha prevalso la ragion di Stato o meglio la tenuta dei conti pubblici. Se la Consulta smentisse la linea sulle pensioni, il governo si troverebbe a riavviare a ritroso il percorso: rimborsare chi ha pagato e dover trovare la differenza. Con il nuovo Patto di stabilità, impossibile che si scelga la via del deficit.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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