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2021-12-26
Sempre più miliardari. Ma solo negli Usa sono «self made man»
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I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.
Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.
Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).
Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).
I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali
Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui.
La classifica
Al primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).
Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.
Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
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Secondo il report pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. Rispetto agli anni passati sono aumentati del 9,2% gli individui che possono vantare questo titolo sotto i 50 anni.I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali (dove il rapporto tra tasse e stipendio medio ti lascia un netto alto).Lo speciale contiene due articoli.I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-miliardari-usa-selfmademan-2656073493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-15-paesi-con-i-migliori-regimi-fiscali" data-post-id="2656073493" data-published-at="1640002539" data-use-pagination="False"> I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui. La classificaAl primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.