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2021-12-26
Sempre più miliardari. Ma solo negli Usa sono «self made man»
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I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.
Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.
Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).
Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).
I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali
Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui.
La classifica
Al primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).
Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.
Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
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Secondo il report pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. Rispetto agli anni passati sono aumentati del 9,2% gli individui che possono vantare questo titolo sotto i 50 anni.I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali (dove il rapporto tra tasse e stipendio medio ti lascia un netto alto).Lo speciale contiene due articoli.I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-miliardari-usa-selfmademan-2656073493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-15-paesi-con-i-migliori-regimi-fiscali" data-post-id="2656073493" data-published-at="1640002539" data-use-pagination="False"> I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui. La classificaAl primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
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Secondo il report dell’Ufficio Studi di idealista, nel primo trimestre 2026 i prezzi delle abitazioni in Lombardia crescono dello 0,7% e raggiungono 2.380 euro al metro quadrato. Lodi guida i rialzi tra le province, Milano e Como ai massimi storici. Tutti i capoluoghi chiudono il trimestre in aumento.
Il mercato immobiliare lombardo continua a crescere anche nel primo trimestre del 2026, confermando un trend positivo che si protrae ormai da tempo. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi di idealista, i prezzi delle abitazioni nella regione segnano un aumento dello 0,7%, portando il valore medio a 2.380 euro al metro quadro. Un livello che resta superiore alla media nazionale, pari a 1.891 euro al metro quadrato.
Su base annua la crescita è del 9,8%, mentre rispetto al trimestre precedente l’incremento è dell’1,4%, a conferma di un mercato che continua a mostrare una certa solidità, trainato da una dinamica dei prezzi diffusa su gran parte del territorio.
A livello provinciale il quadro è quasi interamente positivo. L’aumento più marcato si registra a Lodi, con un +4,3%, seguita da Sondrio (+4%), Como (+2,5%), Monza-Brianza (+2,3%), Cremona (+2,2%) e Brescia (+2%). Crescite più contenute si osservano a Lecco (+1,8%), Varese (+1,2%), Milano (+1,1%), Pavia (+0,9%) e Bergamo (+0,8%). L’unica eccezione è Mantova, che chiude il trimestre in calo del 2,2%.
Sul fronte dei valori assoluti, Milano si conferma la provincia più cara della Lombardia con 3.751 euro al metro quadro, seguita da Como (2.348 euro/m²), Brescia (2.233 euro/m²) e Monza-Brianza (2.156 euro/m²). Più bassi i valori a Bergamo (1.568 euro/m²), Lodi (1.504 euro/m²) e Varese (1.621 euro/m²), mentre Pavia (1.117 euro/m²) e Mantova (1.121 euro/m²) restano le province più accessibili. Milano e Como raggiungono inoltre i massimi storici dall’inizio delle rilevazioni.
Anche nei capoluoghi lombardi prevale un andamento positivo, con tutti i mercati in crescita nel trimestre. L’incremento più forte si registra a Cremona (+6,9%), seguita da Lecco (+6,4%) e Monza (+5%). Più contenuti i rialzi a Lodi (+3,5%), Bergamo (+1,9%) e Brescia (+1,7%). Crescite più moderate riguardano Varese (+1,1%), Pavia (+1%), Como (+0,4%), Milano (+0,2%) e Mantova (+0,1%).
Milano si conferma nettamente il capoluogo più caro della regione con 5.192 euro al metro quadro, davanti a Como (2.956 euro/m²), Monza (2.819 euro/m²) e Bergamo (2.796 euro/m²). Seguono Lecco (2.457 euro/m²) e Pavia (2.429 euro/m²), poi Brescia (2.127 euro/m²). Più contenuti i prezzi a Lodi (1.977 euro/m²), Varese (1.777 euro/m²), Mantova (1.550 euro/m²) e Cremona (1.440 euro/m²). Anche in questo caso emergono nuovi massimi storici per Como, Bergamo e Brescia.
Il quadro nazionale conferma una dinamica analoga, con un aumento dell’1,5% dei prezzi delle abitazioni usate nel primo trimestre e un valore medio di 1.891 euro al metro quadro. La crescita interessa la maggioranza del territorio, con l’80% dei capoluoghi e il 76% delle province in aumento. Secondo l’Ufficio Studi di idealista, il mercato residenziale italiano continua dunque a mostrare segnali di espansione, anche se nei prossimi mesi potrebbe risentire di fattori macroeconomici legati all’andamento dei tassi d’interesse.
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6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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