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2021-12-26
Sempre più miliardari. Ma solo negli Usa sono «self made man»
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I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.
Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.
Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).
Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).
I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali
Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui.
La classifica
Al primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).
Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.
Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
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Secondo il report pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. Rispetto agli anni passati sono aumentati del 9,2% gli individui che possono vantare questo titolo sotto i 50 anni.I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali (dove il rapporto tra tasse e stipendio medio ti lascia un netto alto).Lo speciale contiene due articoli.I nuovi miliardari sono più giovani ma meno ricchi dei predecessori. Il loro patrimonio si attesta infatti su 1,4 miliardi di dollari contro 1,9 miliardi dei veterani della ricchezza. Secondo il report: Wealth X bilionaire census 2021 pubblicato da WealthX i nuovi paperoni hanno un’età media di 59 anni contro i 66 degli appartenenti al club mondiale della ricchezza. La novità è che sono aumentati i miliardari che possono vantare questo titolo con meno di 50 anni (20,4%, rispetto al 11,2 degli anni passati). Mentre c’è stato un calo tra i nuovi entrati per chi ha più di 70 anni (23% rispetto al 40%). Stessa dinamica per gli ultra miliardari; l’11,7% ha meno di 50 anni, il 56% tra i 50 e i 70 e il 31% più di 70 anni. Inoltre i nuovi arrivati per il 70,2% si sono auto prodotti la propria ricchezza (contro un 60%), vedendo dunque ridursi la percentuale che deve la propria fortuna ad un’eredità (7,4% contro l’11%). La costruzione della ricchezza è però fortemente influenzata anche dal contesto in cui si vive. Ci sono infatti fattori a livello Paese come la struttura economica, la politica, la demografia, il clima imprenditoriale e l’entità di ricchezza tra le generazioni che possono rendere più facile la scalata verso l’olimpo ereditando una fortuna o aprendo una propria azienda di successo. Se si analizzano per esempio Cina e Russia si nota come negli ultimi decenni sono emerse importanti opportunità di rapidi guadagni. E infatti il 96,4% (Russia) e il 92,9% (Cina) dei miliardari si è fatto da sé. Solo una piccola quota (3,6 Russia e 3,2 Cina) ha eredità la fortuna. Queste realtà sono però in netto contrasto con la Svizzera o la Germania dove c’è una forte ricchezza tra le famiglie. E infatti solo il 22% in Germania si è auto prodotto il patrimonio (41% in Svizzera), mentre il 60% dipende da un mix tra eredità e proprie capacità imprenditoriali (47% Svizzera), e il 17,7% è nel club dei paperoni solo grazie alla propria famiglia (11,8% Svizzera). Gli Usa sono invece una terra che rappresenta il giusto mix. Per il 66,6% i miliardari sono diventati tali grazie alle loro capacità, mentre per il 14% per l’eredità.Se si vuole spostare il focus sul genere si nota come la percentuale di peperoni donne è in crescita, ma la quota predominante rimane sempre in mano maschile. E infatti anche tra i nuovi miliardari troviamo 87,4% degli uomini e il 12,6% delle donne. Aspetto interessante è notare come al salire della fortuna, e quindi quando parliamo di «ultra miliardari» la percentuale femminile cresce al 16% e quella maschile scende al 84%. Il ruolo delle donne all’interno della ricchezza mondiale si sta sviluppando sempre di più anche grazie a un cambiamento culturale che sta iniziando a dare i suo frutti. E dunque sono sempre di più le figlie che sostituiscono i padri ai vertici dell’impresa di famiglia o che fondano una propria realtà. Un’altra differenza tra uomini e le donne miliardarie è il modo in cui sono arrivati al patrimonio. Negli uomini, sottolinea il report, la maggior part (75%) ha ottenuto da sé la propria ricchezza, contro un 37% femminile, e solo un 4,3% dipende dall’eredità della famiglia. Le donne presentano invece in questo caso un percentuale molto più alta, vicino al 30%.Ci sono 5 settori che hanno fatto nascere la maggior parte dei miliardari nel mondo. In generale i paperoni provengono per il 21% dal mondo bancario/finanziario, per il 10,7% dai conglomerati industriali, per il 7,5% dell’immobiliare, per il 7% dal mondo della tecnologia e per il 6,2% dalla manifattura. I nuovi miliardari hanno però portato alla ribalta la tecnologia. E infatti nel top 10 degli uomini più ricchi al mondo troviamo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Larry Page (Google). I nuovi paperoni provengono dunque per l’12% proprio dall’industria tecnologica. Una grossa fetta rimane ancorato al mondo della finanza (18,4%) e l’8% all’immobiliare. È cresciuta anche la manifattura, con il 7,6% dei nuovi miliardari. E poi proprio spinta dalla pandemia è entrata nei settori che sfornano i paperoni del futuro il mondo legato alla medicina (7%).Entro il 2030, 680.000 individui trasferiranno 18,3 trilioni di dollari. Significa dunque che quasi un quarto della popolazione ricca globale trasferirà il proprio patrimonio alle generazioni successive. Secondo il report in media un paperone andrà a trasferire circa 27 milioni di dollari alla sua discendenza. Il valore delle proprietà varierà però notevolmente in base ai livelli di ricchezza di partenza. E dunque poco più della metà di tutti i trasferimenti avverrà da individui con un patrimonio netto complessivo tra i 5 e i 10 milioni di euro, e un terzo riguarderà le fortune comprese tra i 10 e i 30 milioni. La classe degli «ultra miliardari» farà infine la parte del leone, con un trasferimento di circa 12,2 trilioni di dollari. Si parla di una media di circa 135 milioni a testa. Se si sposta il focus sulla geografia delle ridistribuzione si nota come il 91% delle eredità sarà concentrata tra il Nord America (10,6 trilioni), l’Europa (3,4 trilioni) e l’Asia (2,5 trilioni).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-miliardari-usa-selfmademan-2656073493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-15-paesi-con-i-migliori-regimi-fiscali" data-post-id="2656073493" data-published-at="1640002539" data-use-pagination="False"> I 15 Paesi con i migliori regimi fiscali Isole Vergini, Cayman, Qatar, Irlanda e Bermuda. Paesi che spesso finiscono all’interno delle classifiche internazionali dei paradisi fiscali ma che se analizzati più attentamente hanno molto spesso creato sistemi che attirano i paperoni di tutto il mondo grazie all’esistenza di un rapporto tasse/patrimonio che non soffoca la ricchezza. Ma attenzione però perché non tutte le giurisdizioni che sono classificate come «tax havens» per le multinazionali lo sono anche per i singoli. Merchant Machine, un società di pagamenti del Regno Unito, analizzando diversi territori tipicamente contrassegnati come paradisi fiscali ha evidenziato proprio questo aspetto, facendo emerge le realtà che hanno il miglior fisco per gli individui. La classificaAl primo posto c’è il Qatar, il paese con le tasse individuali più basse in assoluto. Secondo la ricerca il costo della vita per una persona è basso, circa sulle 637,16 sterline al mese. E si ha uno stipendio medio mensile di 3.000 sterline. La tassazione personale è del 10%, così come quella sulle eventuali plusvalenze. Da aggiungere come l’imposta di successione e i contributi previdenziali sono praticamente vicino allo 0. Al secondo posto ci sono le Isole Cayman. A differenza del Quatar non ci sono tasse personali da pagare se decidi di vivere nel territorio d’oltremare inglese. Il reddito mensile è però più basso (stipendio medio di circa 2.800 euro mensili) e il costo della vita è più alto (circa 1.000 al mese).Medaglia di bronzo per le isole Vergini Britanniche. Qui lo stipendio medio mensile si abbassa al 1.328 euro, il costo della vita si aggira sulle 622 sterline e dal punto di vista fiscale devi pagare il 4% di tasse per la sicurezza sociale e l’1,5% sulla proprietà. Al quarto posto troviamole Bahamas e al quinto gli Emirati Arabi che hanno uno stipendio medio di 3.800 euro ma un livello di tassazione, soprattutto per i contributi previdenziali, l’Iva e la tassa di proprietà più altro rispetto agli altri in classifica.Ci sono poi diversi paesi che rientrano ogni anno nella classifica dei paradisi fiscali ma che se analizzati più nel dettaglio non sono così favorevoli per i singoli. Molte giurisdizioni entrano in queste classifiche perché offrono dei regimi interessanti per le società (ma non per i paperoni). E infatti secondo i ricercatori l’Olanda, per esempio, è il paese peggiore in cui andare a vivere, nonostante sia considerato da sempre uno dei maggiori paradisi fiscali nel cuore dell’Ue. Partiamo dal fatto che lo stipendio medio mensile è di 4.000 sterline (si colloca nella media dei paesi analizzati). I residenti pagano tra il 10 e il 50% di imposte sul reddito e il 27,65% di contributi previdenziali. Per capire meglio la situazione: le tasse sul reddito personale che si pagano in Olanda sono il 9,45% più alte rispetto all’Irlanda e il 4,5% in più del Regno Unito. Da sottolineare che comunque Uk ha un Irpef che va a scaglioni in base al reddito e applica il 45% a quelli più alti. Stessa sorte l’Irlanda con un 40%. E dunque, i paesi dove è meglio non trasferirsi se si vogliono pagare meno tasse, stando alla ricerca sono: Olanda, Irlanda, Uk, Lussemburgo e Taiwan. Giurisdizioni che dunque son più volte finite all’interno di scandali fiscali internazionali, a causa delle agevolazione concesse alle multinazionali, ma che non presentano enormi vantaggi per i singoli individui.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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