Donald Trump (Ansa)
Trump le vuol dare il colpo di grazia, ma l’architettura globale era già in crisi: non promuoveva più gli interessi degli Usa egemoni, essendo esposta alle astuzie della Cina. A chiedere di tenerla in vita è un’élite di funzionari e miliardari che teme di essere sostituita.
Parlano come se a Washington fosse comparso l’Anticristo. Donald Trump non è la Bestia; semmai, è la moglie che, dopo anni di liti e tradimenti, trova il coraggio di lasciare il marito. Nell’analogia, il «marito» equivale a quell’ordine internazionale liberale che si stava sgretolando già da molto prima che il tycoon ridiventasse presidente. Da prima che scendesse in politica. E che oggi viene difeso da chi, in quel piatto, ci si abbuffa. L’inquilino della Casa Bianca, dal canto suo, sta semplicemente traendo le logiche conseguenze del movimento della storia. La direzione è giusta o sbagliata? Vedremo. Ma se un mondo sta finendo è perché quel mondo non è più riformabile. Le crepe sono troppo profonde per essere riparate. È ora di raccontarsi le cose come stanno, mettendo sul tavolo tre verità.
1 L’ordine globale liberale, specie per come si è definitivamente affermato dopo la guerra fredda, funziona con gli stessi criteri dei precedenti, benché avesse manifestato una pretesa di superiorità morale. L’hanno sostenuto una combinazione di autentica fede e opportunismo. Ma se si è imposto è perché serviva a promuovere gli interessi economici e politici della potenza egemone americana. A paragone con il passato, esso ha accresciuto lo iato tra i principi che venivano proclamati (i diritti umani, il diritto internazionale, la cooperazione, il disarmo) e la prassi. I freni all’esercizio della forza bruta sono stati rivendicati quando erano utili all’azionista di maggioranza, ma sono stati fatti saltare nei casi contrari. Pensateci: per le guerre di aggressione e le campagne di destabilizzazione a stelle e strisce, dall’Afghanistan all’Iraq al Nordafrica, sono stati trovati sempre pretesti coerenti con l’etica liberale.
2 L’ordine globale liberale è entrato in crisi quando ha cessato di favorire gli Stati Uniti. Era successo diverse volte che Paesi alleati degli Usa approfittassero della loro relazione speciale con il fondatore dell’impero. Ricordate gli anni Ottanta e il braccio di ferro con il Giappone per i processori? Altre questioni rimangono aperte: dal contributo degli europei alla Nato, agli squilibri import-export con la Germania. L’elemento dirompente, però, è stato un altro: il meccanismo si è inceppato quando anche le potenze concorrenti hanno imparato a sfruttare le possibilità offerte dalla globalizzazione. Il modo in cui la Cina è riuscita a manovrare e infiltrare le istituzioni multilaterali, dall’Organizzazione mondiale del commercio all’Oms, è emblematico. In più, il massimalismo della teoria liberale era destinato a rendere insostenibile quel modello. Quando i suoi valori, da mera copertura, diventano linee guida, conducono, come scrisse il politologo John Mearsheimer ne La grande illusione, a «una politica estera altamente interventista», che costringerà lo Stato egemone «a combattere e a fare un’intensa opera di ingegneria sociale in Paesi di tutto il mondo», pur di «ricostruire il sistema internazionale a propria immagine e somiglianza». «Al 2016», notava allarmato Stephen M. Walt in The hell of good intensions, L’inferno delle buone intenzioni, «gli Stati Uniti erano impegnati a difendere più Paesi di qualunque altro momento nella loro storia, mentre, al contempo, cercavano di pacificare numerose e distanti società lacerate da conflitti e di condurre violente operazioni antiterrorismo in molti altri luoghi. La “sfera d’influenza” dell’America non è mai stata più ampia, anche se quanta influenza effettivamente esercitassero gli Stati Uniti in quei luoghi è tutt’altro che chiaro». È chiaro, invece, che a Pechino sono stati bravissimi a utilizzare a loro vantaggio le possibilità offerte dal liberoscambismo e dalla globalizzazione.
3 Chi presidia le rovine dell’ordine internazionale liberale, picconato dal ritorno della politica di potenza, cui fanno ricorso sempre più spregiudicato proprio le nazioni che le regole del mondo postsovietico avrebbero dovuto addomesticare, lo fa anche - forse, soprattutto - per tutelare le proprie rendite di posizione. Ieri abbiamo scritto dei 180.000 euro netti all’anno che intascano i giudici della Corte penale internazionale, doppione di dubbia utilità del tribunale dell’Aia che è espressione diretta dell’Onu. I privilegi che garantisce l’ingresso nella stanza dei bottoni del multilateralismo sono giganteschi. Inoltre, c’è il bonus «montiano»: dentro l’Ue, il Fondo monetario, la Banca mondiale, l’Ocse e compagnia cantante, si possono combinar danni rimanendo «al riparo dal processo democratico». Grandi poteri, grandi godimenti, zero responsabilità.
Ora, il rullo compressore di Trump minaccia di falciare le vecchie classi dirigenti di funzionari e magnati, per sostituirle con le nuove. Il club di Davos, George Soros e la sua rete tentacolare, Bill Gates e i suoi piani per plasmare sanità e alimentazione, sfidati da una cordata di cui è divenuto il simbolo Elon Musk. Se Vilfredo Pareto aveva ragione e la storia è un cimitero di élite, The Donald è il tristo mietitore. Qualche resistenza era scontata.
Precisiamolo: tutto ciò non significa che - per citarne una - la battaglia per i diritti umani sia stata solamente una foglia di fico. Non significa che, ad animarla, ci fossero torbidi profittatori anziché personalità di spiccata levatura etica. Non significa che, dopo gli orrori di due guerre mondiali, i tentativi di costruire un sistema in cui le controversie fossero risolvibili senza massacri siano stati una pantomima. Si può discutere se, per evitare un terzo conflitto tra grandi potenze, sia stato più utile il deterrente nucleare o l’Onu; di certo, le democrazie liberali, nonostante le colpe e le contraddizioni, possono permettersi meno brutalità immotivate delle autocrazie. Ma oggi il re è nudo. Sul serio gli vogliamo mettere in testa una corona di plastica?
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Elon Musk (Getty Images)
Allarme libertà e fuga da X: una cortina fumogena. A muovere la protesta sono la filiera di Apple, Zuckerberg e la finanza collegata a Obama e Soros che da noi ha trovato sponda e megafono in Renzi, Prodi e gli Elkann.
La sfilata di vip e mezzi vip in uscita da X un po’ fa ridere, un po’ è patetica. Difficile che Elon Musk, ma anche il popolo di internet o delle periferie votanti, non dorma la notte perché Piero Pelù e Francesco Guccini non twittano più. Però al calduccio di questo falò delle vanità ci sono interessi politici, finanziari ed economici ben precisi. Interessi che stanno facendo i conti con una serie di misure promesse da Donald Trump e che «rischiano» di essere implementate dall’inventore di Tesla. Dazi, competizione dura con la Cina, ritorno a petrolio e combustibili fossili, lotta senza quartiere a burocrazie statali e regole inutili, disinteresse per gli allarmi sul debito pubblico. Tra i Re di denari italiani, specie chi esporta cibo, vestiti o beni di lusso negli Stati Uniti, oggi nessuno è così fesso da attaccare frontalmente Trump o Musk. Però basta ascoltare personaggi del centrosinistra come l’eterno quirinabile Romano Prodi e l’ex premier e attuale lobbista Matteo Renzi, oppure spiare le mosse di John Elkann, per capire che la guerricciola su X è solo una cortina fumogena.
«Elon Musk ha delle idee che sono lontane anni luce dalle mie. Non ho alcun interesse a comunicare su una piattaforma che contribuisce a plasmare narrazioni e a manipolare pensieri politici», ha scritto ieri Guccini. Ma a proposito di «plasmare narrazioni», ecco il papà italiano dello storytelling, Matteo Renzi: «Meno male che c’è Mattarella che gli ha risposto […] Musk è un miliardario e il governo del popolo ce l’ha con i miliardari, ma lui è uno che lavora per un’amministrazione straniera, da funzionario pubblico americano dà la linea ai sovranisti italiani». L’ex premier del Pd ha quindi cercato la rissa con uno che, al suo contrario, entrerà nei libri di storia per aver capovolto la direzione dell’auto (questo l’ha detto la settimana scorsa Davide Serra, fondatore di Algebris e grande amico di Renzi). Ma esce da X anche l’ex segretario del Pd? No, per carità: «Ho tre milioni di follower e me li tengo stretti uno a uno», ha detto. Come le consulenze milionarie nelle peggio dittature del mondo. Ma oggi rivedere le immagini del 2016 di Renzi premier con Tim Cook, planato a Napoli per aprire un centro Apple, fa capire da che parte sta la sinistra italiana. Sta contro Trump, ovvio, ma soprattutto con i miliardari che lo combattono. E lo stesso vale per l’appoggio entusiasta e incondizionato a Mark Zuckerberg di Meta. O per le fusa che periodicamente indirizza a Bill Gates, sostenitore della Harris e arcinemico di Musk, definito un amico «della disinformazione sui vaccini e delle bufale su di me che traccio le persone».
Anche Sergio Mattarella è meno astratto di quanto possa sembrare. Lo scorso 20 dicembre aveva indirettamente risposto alla presenza di Elon Musk alla festa di Atreju con queste parole: «Bisogna evitare che poche grandi multinazionali possano condizionare il mercato della politica». E aveva citato «gli oligarchi di diversa estrazione che si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri».
Uno che al Quirinale ha tentato di arrivarci in ogni modo è Prodi, 85 primavere, fresco di «cattedra Agnelli» all’università pubblica di Pechino. Da sempre sta con la Cina e proprio da Pechino, la scorsa settimana, ha sibilato: «Mi auguro per una volta che un politico non dica la verità, perché se Trump fa le cose che ha detto finisce male». Il 16 dicembre scorso, sempre a proposito della missione italiana di Mister Tesla, il Professore bolognese aveva un po’ rosicato: «Per me la visita di Musk alla Meloni è stata di un’importanza enorme, ma oggi non frega niente a nessuno».
Prodi è da sempre un terminale di interessi economici, non solo in agricoltura o nel commercio estero. E quello che ci aspetta con la seconda presidenza Trump è, probabilmente, uno scenario inverso alla globalizzazione spinta dell’ultimo quarto di secolo. La politica dei dazi Usa potrebbe dare un duro colpo all’economia che si appoggia sull’export e potrebbe favorire il ritorno di un’industria manifatturiera vicino a dove vengono acquistati e consumati i prodotti. Se lo si guarda dalla parte dei lavoratori dell’Occidente, si tratta di uno scenario che dovrebbe entusiasmare una sinistra degna di questo nome, ma in scia ai vari Blair, Prodi, Obama e a quella pagliacciata dell’«Ulivo mondiale», la sinistra che oggi se la prende con Musk aveva già scelto la globalizzazione, le delocalizzazioni, l’immigrazione selvaggia e l’ipertrofia burocratica di Bruxelles. Il tutto idolatrando un altro fan della Harris come George Soros, storico finanziatore di quel che resta dei radicali italiani ed ex investitore su Tesla.
La grande industria agroalimentare, per esempio, si prepara da mesi a possibili dazi, spostando il più possibile la produzione nel Nord America. Ma intanto c’è una vasta filiera agricola di medie dimensioni che teme per quel mezzo miliardo di euro che è il valore annuo delle esportazioni di cibo e bevande. L’ultima volta che gli Usa hanno messo i dazi agricoli, nel 2020, proprio con Trump, all’ultimo si sono salvati vino, olio e pasta. Poi, com’è ovvio, colossi come Ferrero e Barilla si sono ben guardati dall’interferire sul dibattito politico Usa. In questi casi meglio aumentare la produzione in loco. Un discorso simile vale per l’auto, anche se John Elkann, primo azionista della francese Stellantis, è stato meno prudente di altri miliardari «illuminati». La settimana prima del voto, il suo Economist ha invitato a votare Kamala Harris, paventando «rischi inaccettabili» in caso di vittoria di The Donald. Venti giorni prima, l’11 ottobre, lo stesso Elkann era corso a Los Angeles per applaudire Musk che presentava il suo robotaxi. Il nipote dell’Avvocato e Stellantis, però, oltre agli stabilimenti che volevano chiudere negli Usa (con i democratici) e al problema dei dazi, hanno l’imbarazzo di avere stipulato un anno fa una joint venture paritaria con la cinese LeapMotor. Chissà che fine farà, adesso che si profilano davvero i «rischi inaccettabili» che paventava l’Economist. Neppure il turismo è un settore dove conviene alzare tanto la cresta. La moda e il lusso italiani patiscono la frenata del mercato cinese e dipendono sempre più dagli acquisti dei turisti americani. Questo spiega le bocche cucite dei nostri stilisti, non solo su X. E poi ci sono piattaforme come Airbnb, colosso statunitense che sta lottando con decine di sindaci italiani per difendere le posizioni nelle città d’arte. La scorsa settimana, Airbnb figurava tra i grandi sponsor dell’assemblea dell’Anci, la lobby dei Comuni italiani, tradizionalmente in mano al centrosinistra. Giusto per ricordare che se i tweet cinguettano, i soldi cantano.
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True
2024-11-14
Se fanno comodo alla sinistra i miliardari e gli speculatori diventano alleati della politica
Paolo Gentiloni e George Soros (Ansa)
Fuga da X di Vip, dem e persino del «Guardian», a cui evidentemente vanno bene le censure di Meta. Dopo aver osannato Soros e Zuckerberg, ora il cattivone è Elon.
Mentre Enzo Paolo Turchi lascia la casa del Grande Fratello, con un filo meno di serietà e credibilità artisti, presunti intellettuali e Vip italiani hanno deciso di lasciare la piattaforma X in polemica con Elon Musk. Piero Pelù se ne va perché il fondatore di Tesla «sta restringendo le nostre libertà personali» a colpi di dichiarazioni «neo-totalitarie e neo-imperialiste». Elio e le storie tese mollano perché Musk «è un pericolo per la democrazia». Scrivono i giornali (e per fortuna perché altrimenti non ce ne saremmo accorti) che anche «pezzi di Pd» stanno emigrando. Particolarmente addolorato è il commiato di Sandro Ruotolo: «Questo che leggerete è il mio ultimo tweet. Ho deciso di lasciare X e lo faccio a malincuore. Mi dispiace innanzitutto per gli oltre 70.000 che mi seguivano ma le ultime prese di posizione del signor Musk contro i magistrati italiani, il suo rapporto stretto con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il suo ruolo politico nell’amministrazione Trump, mi impediscono di continuare a essere presente su X. Il silenzio della presidente Meloni a difesa dei magistrati presi di mira dal signor Musk è insopportabile. P.s. Navigate sugli altri social e mi troverete». Si accomiatano pure Milena Gabanelli e Vittorio Di Trapani, autorevole presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, che ha deciso di seguire l’esempio del quotidiano britannico The Guardian (quello che ha iniziato a chiamare i critici delle politiche green «negazionisti», giusto per ricordare quanto siano democratici da quelle parti).
Chissà, magari li ritroveremo tutti su altri social, probabilmente quelli che fanno capo a Meta, la compagnia di Mark Zuckerberg. Il che è piuttosto divertente, a proposito di censure, totalitarismi e democrazia. Non molti mesi fa, Zuck in persona ha raccontato di avere agito su richiesta dell’amministrazione Biden, per oscurare o direttamente censurare le voci critiche sulla gestione della pandemia da Covid, e per nascondere le informazioni sugli affari della famiglia Biden in Ucraina. Le dichiarazioni del capo di Meta, però, non hanno smosso nessuno dei nostri artisti democratici e anti imperialisti. Non stupisce: durante il Covid furono i primi a farsi megafoni della propaganda di regime e ad appoggiare la persecuzione dei presunti no vax. In quell’epoca non combattevano la censura: la approvavano.
Nessuno dei nostri ribelli del rock o dei nostri combattenti per la libertà, del resto, si è mai esposto per contestare la mordacchia woke imposta da Facebook nel corso degli anni. Anche sindacati e associazioni a tutela della stampa latitavano sul tema, e il motivo è piuttosto banale: Facebook e Twitter censuravano eccome, ma se la prendevano con i nemici della sinistra intellettuale. La quale, dunque, restava a guardare e applaudiva. Ora invece i nostri progressisti scoprono che le sorti degli Usa sono rette da oligarchi e feudatari tecnologici che mettono in pericolo le vite di tutti.
Intendiamoci: che i capoccia della rivoluzione digitale siano pericolosi oligarchi con idee folli è vero. Sia consentita a riguardo una divagazione personale. Chi scrive anni fa pubblicò un libretto intitolato Fermate le macchine, che elencava malefatte e deliri dei nuovi signorotti della tecnologia, Elon Musk compreso. Non fu difficile collezionare bestialità: dall’abolizione del lavoro al superamento della morte (sì, avete letto bene), i fondatori di Google, Facebook e Twitter hanno sfornato idee malsane per ogni palato. Sapete che cosa faceva la sinistra italiana in quegli anni? Applaudiva Matteo Renzi, allora segretario del Pd, che andava nella Silicon Valley per «imparare da quelli bravi». Sempre Renzi si scambiava dolcezze con Bill Gates (con il quale si è intrattenuto anche il presidente Sergio Mattarella in tempi non sospetti) e riceveva Mark Zuckerberg a Palazzo Chigi. Caduto Matteo, non è che la situazione sia migliorata molto. Gates ha continuato a dettare legge, e nessuno fra i progressisti gli ha mai rinfacciato di essere, per esempio, il gestore occulto dell’Oms.
Così come, del resto, nessuno a sinistra si è mai sognato di attaccare il magnate George Soros per le sue conclamate e rivendicate azioni di destabilizzazione degli Stati in mezzo mondo. Forse perché dal mondo sorosiano - precisamente dall’associazione no profit americana Agenda, sostenuta da Democracy & pluralism di Soros - sono piovuti denari a beneficio di vari esponenti del Partito democratico e non solo. Quando sganciano, sostengono l’immigrazione di massa e censurano la destra, i miliardari antidemocratici vanno benissimo.
Se scriviamo tutto ciò non è certo per difendere Elon Musk, su cui anzi abbiamo fin troppo da eccepire. Il problema è che egli viene contestato per ragioni sbagliate e strumentali. Di fatto è un transumanista, supporta la maternità surrogata e vi ricorre, spinge l’elettrico per ricchi e di sicuro non è il più limpido tra i filantropi. Solo che i progressisti italici mica lo contestano per questi motivi. No, loro lo osteggiano per le poche azioni giuste che mette in fila. Lo attaccano per le sue idee apparentemente destrorse, lo odiano perché spinge il free speech, vorrebbero abbatterlo perché assalta i loro feudi culturali. Tale manifestazione di ipocrisia è intollerabile. E lo è ancora di più lo sgarbo che ci fa la sinistra italiana: ci dà dei buoni motivi per apprezzare Elon Musk, uno che altrimenti detesteremmo al cento per cento.
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George Soros (Ansa)
Filantropi miliardari come George Soros sono convinti di avere la missione di rieducare l’umanità. I convegni da loro organizzati servono a lanciare tesi strampalate di medici, psicologi e antropologi. Che in pochi anni diventano le linee guida di Onu, Oms e Ue.
Chi paga i suonatori decide l’economia. Chi paga i suonatori decide la politica. Chi paga i suonatori decide la società. George Soros e la Open Society è il titolo del saggio di Roberto Pecchioli che cerca di spiegare in che maniera con fiumi di denaro venga modificata non solo la nostra economia, non solo la nostra politica, ma la nostra etica, la nostra struttura antropologica, la nostra società, il nostro corpo. Abortire è giusto, non riciclare la spazzatura è un crimine, danneggia l’ambiente. Ma anche mettere al mondo un bambino potrebbe danneggiarlo, in effetti abortire è un merito. Gay è fisiologico e sano e soprattutto bello, odiamo il razzismo ma se sei bianco sei un essere inferiore che dovrebbe fare spontaneamente il favore di non riprodursi, siamo aperti a tutte le religioni ma il cristianesimo fa schifo... Come ci siamo arrivati? Grazie al denaro di alcuni miliardari filantropi, di cui uno dei più famosi è Soros.
Soros è un miliardario di origine ungherese che influenza in maniera massiccia politica, economia e costume. Ha fondato una importantissima associazione che si chiama Open Society, a cui ha devoluto gran parte del suo patrimonio, più di 30 miliardi di dollari. Soros è di origine ebraica, nato in una famiglia molto laica. Riuscì a scampare alle persecuzioni naziste e dopo la guerra approdò a Londra, dove si è «innamorato» del filosofo Karl Popper e del suo concetto di società aperta, che detto in parole povere è stato il primo embrione di società fluida. La società aperta è l’idea di Popper, l’applicazione del liberismo, da non confondere con il liberalesimo. Il liberismo è radicalismo progressista, ateo e anticristiano. Queste parole descrivono anche le linee ideologiche di Soros. In un compianto passato i miliardari spendevano i loro quattrini comprando statue di Canova e quadri di Caravaggio, ville faraoniche, panfili grossi come corazzate. Il massimo era fare il mecenate, un po’ di soldi per costruire cattedrali oppure teatri, a seconda dell’epoca e del livello di religiosità. Oggi purtroppo gli straricchi sono filantropi. Il vezzoso termine con la sua rassicurante etimologia contiene il loro terrificante desiderio di rieducare l’umanità, renderla più simile a come loro vorrebbero, magari anche ridurla un po’ se, secondo loro, eccessiva di numero.
Queste persone hanno patrimoni enormi, superiori al Pil di molte nazioni, spesso nati impoverendo il Pil di molte nazioni, e quindi hanno enormi capacità di influenza sui popoli e sui loro governi. I mercati finanziari sono lo spauracchio che può far cadere un governo, come è successo al governo Berlusconi. I cosiddetti filantropi intervengono sulla politica indirettamente attraverso i mercati e direttamente attraverso le Ong che finanziano. Soros è il maggiore finanziatore del Partito democratico statunitense e del più modesto Partito radicale italiano che gli dette anche la tessera, e che ha avuto ed ha una capacità formidabile, con pochissimi voti, di modificare leggi e società: destrutturazione della famiglia, aborto, eutanasia, immigrazione incontrollata. Nostra signora degli aborti, Emma Bonino, è andata negli studi di Al Jazeera a dichiarare che abbiamo bisogno di milioni di migranti. Gli scopi della Open Society sono la diffusione e imposizione dei valori Lgbt, la diffusione capillare di contraccezione, aborto e eutanasia, e l’immigrazione massiva. L’immigrazione massiva ha tra le sue necessità il crollo della natalità. I primi due punti sono funzionali a questo scopo. È interessante notare come gli appartenenti al movimento Lgbt, e in particolare alle sue frange più estreme, e le appartenenti al movimento di liberazione femminile, e in particolare alle sue frange più estreme, siano ferocemente favorevoli a un’immigrazione incontrollata principalmente islamica, violentemente misogina e omofoba, a riprova che il benessere delle persone omoerotiche e delle donne non c’entrano nulla con le loro battaglie.
Le modificazioni culturali e antropologiche avvengono in varie maniere. Una è stata ricostruita dalla saggista Dale O’Leary nel suo libro La guerra del gender: gli esperti. Le varie società, la Open Society, la Fondazione Rockefeller, la Fondazione Ford e così via hanno organizzato congressi come quello di Pechino del 1994 e i successivi (Giacarta, Il Cairo, eccetera). In questi congressi parlano di medicina, psicologia, sociologia e antropologia i cosiddetti esperti. Chi li ha dichiarati esperti non si sa. Per poter ottenere il diritto di parlare a questi congressi occorre pagare decine di migliaia di dollari. Traduco: i vari Soros, Rockefeller eccetera arruolano alcuni professionisti, si tratta sempre di figure mediocri, li nominano esperti, strapagano congressi dove questi esperti dichiarano che padre e madre non sono indispensabili, il sesso è un’opinione, conta di più come ti senti e altre inenarrabili fesserie completamente prive di logica. L’aborto è ampollosamente chiamato salute riproduttiva, e in nome della salute riproduttiva vengono stabilite linee guida per spingere le donne ad avere figli sempre più tardi, allungando gli studi, spostando l’età cui si può avere uno stipendio decente. Importantissima la sessualizzazione dei bambini: la masturbazione deve essere insegnata a bambini di quattro anni, il rapporto anale deve essere raccontato a bambini di dieci con dovizia di particolari, con l’eccezione dei danni e del fatto che fa un male porco. Le conclusioni di questi strampalati congressi diventano le linee guida di Onu e Ue.
Esiste un preciso controllo del giornalismo. Esiste un progetto giornalistico che si chiama Carta di Roma realizzato in collaborazione con gli Ordini dei giornalisti dove si stabiliscono le parole che possono e non possono essere usate quando si parla di aborto, gender, immigrazione. I giornalisti che non vi si attengono sono sanzionati. I dottori Gilberto Gobbi e Gianfranco Ricci subirono un processo dai rispettivi Ordini degli psicologi in quanto osarono affermare che un bambino ha bisogno di papà e mamma. Grazie all’Oms, che è a controllo privato, abbiamo una medicalizzazione della vita, come si è dimostrato negli ultimi quattro anni di follia pandemica. Per inciso, i tamponi di rilevazione erano in gran parte prodotti da una società i cui soci sono Gates e Soros.
L’ attacco di Soros alla lira, il 16 settembre del 1992, fu una speculazione contro la nostra moneta che le fece perdere un quarto del suo valore in un giorno ed è uno degli eventi fondanti dell’Italia attuale. Il filosofo inglese Hobbes ha descritto benissimo il patto tra cittadini che rinunciano a una parte della libertà in cambio della protezione di uno Stato. Se lo Stato protegge l’arrivo di una popolazione irregolare fatta da maschi in età militare e impone mascherine inutili, segregazioni dannose, vaccini non efficaci e non innocui, il patto è saltato. Interessante il rapporto tra Soros e il «piano Kalergi». L’immigrazione in Europa di immigrati in quasi totalità islamici è stata ed è massicciamente sovvenzionata da Soros. Esiste un piano preciso, elaborato da Richard Nikolaus Coudenhovev Kalergi, (1894 – 1972). Nato a Tokyo, laureato in filosofia a Vienna nel 1917, Kalergi comincia a interessarsi al progetto del mondialismo e della globalizzazione a guida Usa sin dal 1919. Kalergi non ama l’Europa, la vuole diversa, una Nuova Europa unita, la Paneuropa o la Magna Europa. Ha spiegato in un libro uscito nel 1923 che «l’immigrazione di massa è una necessità che serve a cancellare i popoli e a controllare gli Stati». Il piano Kalergi quindi propone la distruzione totale della Vecchia Europa, della sua civiltà cristiana, e della sua struttura antropologica, mediante un’immigrazione di massa di milioni di musulmani provenienti da Asia e Africa. Capite perché sbarcano a Lampedusa? Perché tutto questo sia possibile è necessaria una denatalità mortale, che porta alla morte dei popoli. Capite perché le fanciulle di Non una di meno adorano l’aborto e inneggiano ai migranti?
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