
Il mondo resta col fiato sospeso mentre il Pakistan si accinge a ospitare un secondo round di colloqui tra Washington e Teheran. Il New York Times ha riferito che oggi si recheranno a Islamabad sia una delegazione americana, guidata dal numero due della Casa Bianca JD Vance, sia il team negoziale della Repubblica islamica, capitanato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf.
La testata ha aggiunto che il governo pakistano sta preparando il meeting, che dovrebbe tenersi in settimana. La notizia della svolta è arrivata alcune ore dopo che il ministero degli Esteri iraniano aveva affermato di non aver ancora deciso se Teheran avrebbe preso parte o meno alla nuova tornata di negoziati.
La posta in gioco è alta, anche perché, a meno che non venga concordata una proroga, Donald Trump ha sottolineato ieri come la scadenza del cessate il fuoco tra Usa e Iran sia fissata per domani sera. L’inquilino della Casa Bianca ha detto che «inizieranno a esplodere molte bombe», in caso di mancata intesa con gli ayatollah. E poi ha aggiunto: «Sto vincendo alla grande». Dall’altra parte, il presidente Usa si è mostrato conciliante, aprendo alla possibilità di incontrare i leader della Repubblica islamica, qualora si registrassero dei progressi diplomatici significativi. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca sarebbe anche disposto a prendere in considerazione un’eventuale revoca del blocco statunitense ai porti iraniani: una mossa, questa, consigliatagli dal capo delle Forze di difesa pakistane, Asim Munir, secondo cui proprio il blocco decretato da Washington rappresenterebbe uno dei principali scogli per un eventuale avanzamento dei negoziati.
Non è d’altronde un mistero che Hormuz e l’uranio arricchito abbiano rappresentato i due principali punti su cui si erano incagliati i colloqui tenutisi lo scorso 11 aprile tra Stati Uniti e Repubblica islamica. Ed è da qui che le due delegazioni dovranno prevedibilmente ripartire. Per riaprire lo Stretto, gli iraniani esigono che Washington revochi il blocco ai loro porti. Un blocco che, almeno fino a ieri, Trump voleva mantenere in vigore come leva negoziale per mettere sotto pressione il regime khomeinista. Dall’altra parte, la Casa Bianca vuole che Teheran ceda le proprie scorte di uranio arricchito: una richiesta che finora gli ayatollah hanno ripetutamente respinto al mittente. Non a caso, ieri Trump è tornato a criticare la Repubblica islamica sulla questione del nucleare. «Israele non mi ha mai convinto a entrare in guerra con l’Iran, ma sono stati i risultati del 7 ottobre, assieme alla mia convinzione di lunga data che l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare a farlo», ha affermato su Truth. «L’accordo che stiamo stipulando con l’Iran sarà molto migliore del Jcpoa, comunemente noto come “Accordo sul nucleare iraniano”, redatto da Barack Hussein Obama e da Sleepy Joe Biden, uno dei peggiori accordi mai conclusi in materia di sicurezza nazionale», ha aggiunto, riferendosi al trattato da cui lui stesso si ritirò nel 2018.
Ieri, anche Mosca si è mostrata favorevole a una soluzione diplomatica della crisi in corso. Durante una telefonata con l’omologo di Teheran, Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha auspicato che gli sforzi diplomatici proseguano, sperando inoltre che il cessate il fuoco venga mantenuto. Più in generale, uno dei nodi riguarda la spaccatura in seno al regime khomeinista, diviso tra un’ala dialogante, facente principalmente capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e un’altra, legata ai pasdaran, che preme per mantenere la linea dura nei confronti di Washington. Ghalibaf è chiamato a trovare una difficile sintesi tra queste due anime. Pezeshkian è preoccupato della pressione economica sul regime khomeinista e per questo è maggiormente favorevole alla diplomazia. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, vogliono far leva sulla chiusura di Hormuz per mantenere alto il costo della benzina negli Usa e infliggere così un duro colpo a Trump in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Ed è proprio per questo che, pur tenendo sul tavolo l’opzione militare, il presidente è più propenso al rilancio dell’iniziativa diplomatica. Il che non può non riverberarsi anche sugli equilibri interni. Se Vance e il segretario di Stato, Marco Rubio, propendono per la diplomazia, temendo un impantanamento, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è storicamente più scettico.





