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2019-04-01
Se sbagli ti premio. La cuccagna dei dirigenti statali. Aumenti a pioggia per fannulloni e assenteisti
Ansa
Per incentivare gli operatori ecologici a recarsi al lavoro con regolarità, a Roma, la municipalizzata che si occupa di rifiuti (Ama) si è inventata i premi per i non assenteisti. Grazie a un accordo con i sindacati, l'azienda, che da anni registra un tasso di assenteismo tragicamente stabile al 15% (ogni giorno mancano dal lavoro 1.200 netturbini) ha deciso, nell'estate del 2018, di investire nientemeno che sei milioni di euro per tentare di motivare i dipendenti a non sfruttare barbaramente malattie, permessi o agevolazioni da legge 104 per rimanere a casa a ridosso delle festività o delle ferie, come regolarmente accade. Così i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze dal servizio riceveranno, a fine anno, un bonus da 260 euro lordi in busta paga, come ringraziamento speciale per… aver fatto il proprio dovere.
Voglia di lavorare saltami addosso, diceva il proverbio e, a quanto sembra, nel nostro Paese, di quella voglia non ce n'è mai abbastanza. In barba alle riforme annunciate e agli inasprimenti delle sanzioni che i ministri (da Renato Brunetta a Marianna Madia) hanno reso legge, nella pubblica amministrazione il problema rimane. Aggravato, anzi, dal fatto che, spesso, chi lavora poco e male, non solo non viene punito ma viene addirittura premiato. In denaro o con avanzamenti di carriera: un vero toccasana per il senso di impunità degli scansafatiche. Qualche esempio? A Palermo lo scorso febbraio il Tribunale ha prosciolto «per la speciale tenuità del fatto», quattro commessi del Comune che, nell'ottobre del 2013, erano stati scoperti fuori dal posto di lavoro, anche se risultavano presenti. I tre sono stati ritenuti ritenuti «non punibili», grazie al fatto che l'amministrazione comunale, guidata da Leoluca Orlando, nell'immediatezza dei fatti, non ritenne necessario infierire. Non solo; nei confronti dei furbetti, non fu adottato alcun provvedimento disciplinare, ma uno dei tre, nonostante il processo in corso, venne adibito a «mansioni di maggiore prestigio», diventando nientemeno che «commesso del sindaco». Ragion per cui il Tribunale ha ritenuto di far prevalere la «particolare lievità del fatto».
Situazione simile a Catania, dove, da anni, il sindacato di base Usb denuncia l'elargizione a pioggia di bonus e prebende a tutti i dirigenti dell'ex provincia divenuta oggi città metropolitana. Dopo la riforma Delrio, «a fronte di 13 servizi», l'ente conta ancora 29 posti da dirigente. Nel 2019, «a tutti i dirigenti in carica è stata corrisposta non solo l'indennità di posizione ma anche quella di risultato», a prescindere dal grado di raggiungimento dei risultati stessi. «L'Organismo indipendente di valutazione che dovrebbe supervisionare le performance è venuto meno al proprio ruolo», ha denunciato con un esposto Sergio Giambertone «e dopo aver sostenuto in una relazione che “la maggior parte degli obiettivi premiati risultava riferibile all'ordinaria amministrazione" e che alcuni di questi non erano nemmeno stati svolti, ha comunque permesso che “i 200.000 euro del fondo premi venissero redistribuiti tra tutti dirigenti"». E se i Comuni piangono, la Regione Sicilia non ride.
Secondo un'indagine della Commissione europea, l'efficienza della pubblica amministrazione dell'isola è tra le peggiori d'Italia e d'Europa. Eppure, come riporta il Quotidiano di Sicilia, nel 2018, dei 1.395 burocrati in servizio, i premiati sono stati ben 1.360 (il 97,49% del totale), per la modesta cifra di 7,9 milioni di euro (5.900 euro in media per ciascun dirigente). Somme nettamente più alte di quelle della Lombardia, che nello stesso periodo ha speso per le indennità di risultato 3,8 milioni. Non va meglio in Molise, dove, all'inizio di marzo, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei conti, l'azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata citata per maxi premi che venivano pagati ai dirigenti, addirittura prima che qualcuno si occupasse di certificare i risultati ottenuti.
Come riportato durante la cerimonia, «l'illegittima erogazione della retribuzione di risultato, distribuita in spregio delle norme che prevedono una corresponsione in base ai risultati raggiunti», ha provocato un danno erariale da 3,7 milioni euro. I fatti risalgono al 2011, anno in cui l'azienda premiò, indistintamente, tutto il personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria non medica «con provvedimenti di liquidazione postumi rispetto ai pagamenti effettuati». Asrem, d'altro canto, non era nuova a questo tipo di situazioni: nel 2016 l'azienda sanitaria aveva accordato un aumento in busta paga, tra i 700 e i 1.200 euro annui, a 13 dipendenti «fannulloni» imputati in un processo per assenteismo.
Anche la Regione Umbria, dal canto suo, quando si tratta di premi non bada a spese. Come ha segnalato il consigliere Sergio De Vincenzi, la giunta Pd, lo scorso Natale, «ha lasciato sotto l'albero di 48 dirigenti regionali meritevoli, ricchi premi per un totale di 3,2 milioni di euro e nemmeno qualche traccia di carbone». Premi assegnati a funzionari che sono «in carica per nomina diretta» e che «dovevano occuparsi per esempio della progressiva decongestione ed estinzione delle liste d'attesa per le visite e gli interventi sanitari, ogni anno riproposta come obiettivo e che puntualmente resta frustrata» o della «prevenzione dei siti ad alto rischio idrogeologico che restano delle bombe a orologeria in molte zone del nostro territorio», ha precisato il civico.
Passando all'Emilia Romagna, qualche settimana fa, il sindacato degli insegnanti Gilda ha presentato un esposto all'Autorità anticorruzione. dopo che l'Ufficio scolastico ha emesso il Piano regionale di valutazione dei dirigenti scolastici, prevedendo più soldi in busta paga per i dirigenti che eviteranno le bocciature. L'ufficio l'ha definito «riduzione dei tassi di insuccesso», ma in sostanza il provvedimento monetizza le valutazioni più o meno positive degli alunni.
A poter usufruire di benefici economici in busta paga saranno i presidi che garantiranno la promozione del maggior numero di alunni e, secondo il sindacato, «questo rischia di minare l'imparzialità e il buon andamento di una pubblica amministrazione», incentivando i dirigenti e di conseguenza gli insegnanti a chiudere un occhio su determinate mancanze per far procedere i ragazzi.
Comunque sia, quando è il momento di distribuire prebende, tutto il mondo è paese. Nel solo 2017 la presidenza del consiglio dei Ministri ha speso più di 4 milioni di euro per premiare con i bonus di risultato i dirigenti di prima e seconda fascia, evidentemente tutti precisi ed efficaci. Sul totale dei dipendenti delle strutture, infatti, la percentuale dei dirigenti con punteggio inferiore a 100 centesimi è stata appena del 5%. Passando a Piacenza, nel giugno del 2017, la Guardia di finanza, con blitz in municipio, beccò fuori ufficio ben 50 dipendenti (su 600 complessivi), che, pur risultando presenti, erano invece affaccendati in commissioni personali. A quella vicenda, che portò anche ad alcuni licenziamenti, l'amministrazione comunale non reagì con durezza, anzi. Lo stesso anno, come nei successivi, «i dirigenti sono stati premiati», compresi «i vertici che dovevano vigilare sul corretto funzionamento degli uffici comunali e che non hanno vigilato», ricevendo tuttavia laute prebende a fine anno in busta paga. A proposito di premi, però, quello per l'originalità, se lo aggiudica certamente Napoli, dove dal 2013, grazie a una delibera di giunta firmata Luigi De Magistris, esiste la «produttività di gruppo», uno «strumento utile all'amministrazione comunale per remunerare le prestazioni dei dipendenti», in aggiunta al normale stipendio. E non parliamo di pochi spiccioli: per il 2018, lo stanziamento ammontava a 3,8 milioni di euro e, come era prevedibile, è andato tutto esaurito.
«E invece io che li ho denunciati sono stato perseguitato»
Un dipendente di un ufficio pubblico ogni giorno vedeva i colleghi timbrare il cartellino e poi sparire in palestra o al supermercato. Una mattina ha segnalato l'andazzo degli assenteisti ai superiori. Per lui, incredibilmente, sono arrivati solo calci nel sedere: nessuno dei colleghi lo salutava e sono stati avviati procedimenti disciplinari nei suoi confronti. Angherie che, a suo dire, continuano anche oggi, a 10 anni di distanza. Mentre i lazzaroni sono alle loro scrivanie, anzi hanno fatto carriera. La storia è quella del signor Ciro Rinaldi, napoletano trasferito a Bologna, funzionario ed ex sindacalista presso l'ispettorato emiliano del ministero dello Sviluppo economico.
Cominciamo dall'inizio.
«Nel 2009 ho denunciato i colleghi che si scambiavano i cartellini e andavano a farsi i fatti. Tanto lo Stato pagava lo stesso».
Perché lo ha fatto?
«Primo perché sono così e non riesco a chiudere gli occhi davanti a certe cose. E poi ero delegato sindacale e due impiegate si erano lamentate con me, perché si sobbarcavano il lavoro di quelli che se la spassavano. Cosa dovevo fare?».
Rivolgersi al suo capufficio prima che alla Procura.
«L'ho fatto, ma il mio dirigente ha cominciato a perseguitare me e una delle impiegate che mi avevano denunciato il fatto: è stata demansionata ed è stata costretta a chiedere il trasferimento in un altro ministero, che neppure volevano concederle».
E a lei cosa è successo?
«Il dirigente mi ha scritto valutazioni pessime e non vere, mi hanno bloccato le progressioni economiche e la carriera. Anche adesso mi hanno sbattuto a mettere dei timbri. E sa con chi lavoro, che è pure mio superiore? Con uno di quelli che avevo denunciato e che aveva contribuito a creare false accuse contro di me».
Quali accuse?
«Ho subito un provvedimento disciplinare e sono stato denunciato. Dicevano che con l'auto di servizio avevo fatto più chilometri del dovuto durante le ispezioni postali. L'esposto è stato archiviato».
La sua di denuncia com'è andata a finire?
«La Guardia di finanza ha messo le telecamere in ufficio e 29 persone sono finite indagate per truffa allo Stato».
E poi?
«Nel 2013 il giudice ha rinviato a giudizio 9 colleghi e prosciolto altri 20. Ma non perché non avevano commesso il fatto».
Perché allora?
«Il gip li ha scagionati perché l'ammontare della truffa documentata, in 40 giorni di controlli della Finanza, era inferiore agli 80 euro. Ma erano solo 40 giorni di appostamenti, loro sono andati avanti per anni a scappare in palestra o a fare la spesa».
Cosa ne pensa?
«Ci sono persone che vengono condannate per aver rubato una vaschetta di prosciutto al supermercato. Invece loro se la sono cavata con dei rimproveri verbali».
Gli altri 9 sotto processo?
«Condannati nel 2016 a 14 mesi di carcere a testa. Il giudice nella sentenza ha scritto che il mio ex dirigente, anche se non imputato, era il fulcro del sistema, era concorrente morale e che sarebbe dovuto finire anche lui alla sbarra».
Questi 9 ora cosa fanno?
«Il ministero ha licenziato due impiegate condannate, ma una era già in pensione mentre l'altra ha fatto ricorso ed è stata reintegrata al suo posto».
Ne mancano 7 all'appello…
«Sono tornati tutti al loro lavoro al Mise, anzi hanno fatto carriera. Una è diventata addirittura caposettore. Li hanno sospesi per qualche mese, ma poi hanno ripreso ruolo e stipendio. E la sa una cosa?».
Quale?
«Fino al giorno della condanna hanno continuato a percepire premi e gratifiche. Io, invece, mobbizzato per 10 anni per avere detto la verità».
Ma con il nuovo governo, secondo lei, qualcosa è cambiato?
«Nella pubblica amministrazione continuano a esserci persone che si ritengono al di sopra delle leggi. Che pensano di essere immuni e le leggi anticorruzione, anche se esistono non vengono applicate. Cambia il colore politico, ma non cambia nulla».
Ma allora il suo calvario non è servito?
«Almeno nel mio ufficio ora tutti timbrano il cartellino, hanno paura. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere: durante il processo una funzionaria si difese sostenendo che aveva un brutto rapporto con il badge, perché lei è uno spirito libero…».
Ma lei, sia sincero, rifarebbe quello che ha fatto?
«Certo che lo rifarei. Però è triste che chi si oppone a un sistema malato venga emarginato. Lo rifarei sicuro, ma mi creda che è dura».
Pure nel privato chi combina disastri viene gratificato. Con bonus milionari
I premi ai supermanager, ai cittadini le sofferenze.
Lo dimostra in modo plastico la dolorosa vicenda del ponte Morandi, che nel 2018 ha colpito la città di Genova, provocando la morte di 43 persone. Come è noto, per l'opera prestata in quello stesso anno, Atlantia, società che controlla Autostrade, ha remunerato lautamente i suoi manager, primo tra tutti Giovanni Castellucci, amministratore delegato nonché direttore generale di Atlantia, che ha incassato un compendio di 5,05 milioni di euro, incluso un bonus da 3,72 milioni. Insieme a lui, tra i premiati c'è anche il presidente Fabio Cerchiai, che ha percepito 1,28 milioni di euro, compreso un bonus da 560.000 euro.
La storia si ripete sempre uguale nelle grandi aziende private, comprese quelle che non brillano per eccellenze di risultato. A pagare per i disastri, i crac, i fallimenti o per i posti di lavoro persi non sono mai i responsabili, che anzi, molto spesso, anche dopo gestioni discutibili, se ne vanno con le tasche piene.
È certamente il caso delle dieci banche fallite a partire dal 2011, che secondo l'analisi sindacato dei bancari First Cisl, negli ultimi anni, tra default e aiuti pubblici, hanno bruciato 28 miliardi. A fronte di questo enorme buco, gli istituti hanno pagato appena 67 milioni di euro tra multe e sanzioni, versando, invece, 113 milioni di bonus ai manager che erano alla guida degli istituti, proprio mentre questi facevano crac. L'elenco è lungo: Monte dei Paschi, le due banche venete integrate in Intesa Sanpaolo (Popolare Vicenza e Veneto Banca), le quattro banche minori Etruria, CariChieti e Banca Marche poi passate a Ubi e Carife poi transitata a Bper e le tre casse acquisite da Cariparma (Carim, Carismi e Caricesena). Il loro destino ha creato 27,6 miliardi di perdite, 10,6 miliardi di soldi pubblici utilizzati per fronteggiare le emergenze, 3,4 miliardi bruciati dal Fondo Atlante, 4,7 miliardi stanziati dal Fondo di risoluzione, 14.000 posti di lavoro perduti e 470.000 azionisti che hanno visto andare in fumo i loro risparmi. Eppure i 67 milioni di sanzioni comminate, complessivamente, da Consob e Banca d'Italia, non valgono che la metà dei premi assegnati ai vertici nello stesso periodo. Come per esempio la Popolare di Vicenza, che ha ricevuto sanzioni per 28,5 milioni e nello stesso periodo, tra stipendi e benefit, ha versato 32,2 milioni ai suoi amministratori.
E come non ricordare la compagnia di bandiera, con il suo lento, inesorabile e costosissimo declino e il doloroso passaggio da pubblica a privata? In oltre 20 anni di conti in rosso e con 7 miliardi di costi pagati dai contribuenti, gli stipendi e le buonuscite per i supermanager non sono mai mancati. L'unico a rinunciare a quanto gli sarebbe stato dovuto, fu Gabriele Del Torchio , che, nel 2014, avendo appena annunciato 2.000 licenziamenti, rifiutò la prebenda per «per ragioni di opportunità e sensibilità sociale». A quanto risulta, invece, Cramer Ball, per lasciare la compagnia dopo 15 mesi di lavoro e un piano lacrime e sangue che rese furenti i sindacati, si sarebbe autoconcesso emolumenti pari a oltre 2 milioni di euro.
A Giancarlo Cimoli, in carica tra il 2005 e il 2007 come presidente e amministratore delegato, dopo la sua uscita andarono 3 milioni, a fronte di risultati non certo lusinghieri, considerato che secondo i calcoli, all'epoca la compagnia perdeva 51.000 euro ogni giorno. E, ancora Francesco Mengozzi, l'uomo che gestì la compagnia dopo l'11 settembre, avrebbe portato a casa, nel suo ultimo, anno tra liquidazione e stipendi, circa un milione. A Maurizio Prato andarono 350.000 euro nonostante il contratto di vendita ad Air France, che lui stesso aveva sottoscritto, finì per sfumare dopo le proteste dei sindacati francesi e, infine, generoso fu il trattamento per Augusto Fantozzi, che, a capo della bad company, avrebbe presentato una richiesta di liquidazione da 3 milioni di euro.
Ma anche Tim, il colosso della telefonia, non lesina in materia di premi e nemmeno di tagli al personale. Nel settembre 2017, per esempio, l'azienda avviò una procedura di licenziamento per 382 lavoratori per un «piano di ristrutturazione». Appena tre mesi prima, però, dopo soli 16 mesi di lavoro, il supermanager, Flavio Cattaneo, aveva lasciato, per tutti altri motivi, il colosso con una buonuscita da 25 milioni di euro. Allo stesso modo, lo scorso marzo, Italiaonline (ex Pagine Gialle), parte del gruppo controllato dal magnate egiziano Naguib Sawiris, annunciava il licenziamento di 400 dipendenti e la chiusura della storica sede torinese (già Seat Pagine gialle), mentre contemporaneamente distribuiva ai top manager incentivi per ben 6,7 milioni di euro.
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A Roma l'Ama dà incentivi a chi si presenta al lavoro. In Sicilia gratificato il 97,5% dei burocrati, compresi quelli che sparivano dall'ufficio A Napoli s'inventano la «produttività di gruppo». Ecco l'Italia dei lavativi impuniti, anzi, ricompensati.L'ex sindacalista: «I colleghi furbetti del cartellino hanno fatto carriera, mentre io subisco mobbing».Da Giovanni Castellucci a Banca Etruria, i responsabili dei fallimenti intascano felici. Alla faccia di chi perde il posto o i risparmi.Lo speciale contiene tre articoliPer incentivare gli operatori ecologici a recarsi al lavoro con regolarità, a Roma, la municipalizzata che si occupa di rifiuti (Ama) si è inventata i premi per i non assenteisti. Grazie a un accordo con i sindacati, l'azienda, che da anni registra un tasso di assenteismo tragicamente stabile al 15% (ogni giorno mancano dal lavoro 1.200 netturbini) ha deciso, nell'estate del 2018, di investire nientemeno che sei milioni di euro per tentare di motivare i dipendenti a non sfruttare barbaramente malattie, permessi o agevolazioni da legge 104 per rimanere a casa a ridosso delle festività o delle ferie, come regolarmente accade. Così i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze dal servizio riceveranno, a fine anno, un bonus da 260 euro lordi in busta paga, come ringraziamento speciale per… aver fatto il proprio dovere. Voglia di lavorare saltami addosso, diceva il proverbio e, a quanto sembra, nel nostro Paese, di quella voglia non ce n'è mai abbastanza. In barba alle riforme annunciate e agli inasprimenti delle sanzioni che i ministri (da Renato Brunetta a Marianna Madia) hanno reso legge, nella pubblica amministrazione il problema rimane. Aggravato, anzi, dal fatto che, spesso, chi lavora poco e male, non solo non viene punito ma viene addirittura premiato. In denaro o con avanzamenti di carriera: un vero toccasana per il senso di impunità degli scansafatiche. Qualche esempio? A Palermo lo scorso febbraio il Tribunale ha prosciolto «per la speciale tenuità del fatto», quattro commessi del Comune che, nell'ottobre del 2013, erano stati scoperti fuori dal posto di lavoro, anche se risultavano presenti. I tre sono stati ritenuti ritenuti «non punibili», grazie al fatto che l'amministrazione comunale, guidata da Leoluca Orlando, nell'immediatezza dei fatti, non ritenne necessario infierire. Non solo; nei confronti dei furbetti, non fu adottato alcun provvedimento disciplinare, ma uno dei tre, nonostante il processo in corso, venne adibito a «mansioni di maggiore prestigio», diventando nientemeno che «commesso del sindaco». Ragion per cui il Tribunale ha ritenuto di far prevalere la «particolare lievità del fatto». Situazione simile a Catania, dove, da anni, il sindacato di base Usb denuncia l'elargizione a pioggia di bonus e prebende a tutti i dirigenti dell'ex provincia divenuta oggi città metropolitana. Dopo la riforma Delrio, «a fronte di 13 servizi», l'ente conta ancora 29 posti da dirigente. Nel 2019, «a tutti i dirigenti in carica è stata corrisposta non solo l'indennità di posizione ma anche quella di risultato», a prescindere dal grado di raggiungimento dei risultati stessi. «L'Organismo indipendente di valutazione che dovrebbe supervisionare le performance è venuto meno al proprio ruolo», ha denunciato con un esposto Sergio Giambertone «e dopo aver sostenuto in una relazione che “la maggior parte degli obiettivi premiati risultava riferibile all'ordinaria amministrazione" e che alcuni di questi non erano nemmeno stati svolti, ha comunque permesso che “i 200.000 euro del fondo premi venissero redistribuiti tra tutti dirigenti"». E se i Comuni piangono, la Regione Sicilia non ride.Secondo un'indagine della Commissione europea, l'efficienza della pubblica amministrazione dell'isola è tra le peggiori d'Italia e d'Europa. Eppure, come riporta il Quotidiano di Sicilia, nel 2018, dei 1.395 burocrati in servizio, i premiati sono stati ben 1.360 (il 97,49% del totale), per la modesta cifra di 7,9 milioni di euro (5.900 euro in media per ciascun dirigente). Somme nettamente più alte di quelle della Lombardia, che nello stesso periodo ha speso per le indennità di risultato 3,8 milioni. Non va meglio in Molise, dove, all'inizio di marzo, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei conti, l'azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata citata per maxi premi che venivano pagati ai dirigenti, addirittura prima che qualcuno si occupasse di certificare i risultati ottenuti. Come riportato durante la cerimonia, «l'illegittima erogazione della retribuzione di risultato, distribuita in spregio delle norme che prevedono una corresponsione in base ai risultati raggiunti», ha provocato un danno erariale da 3,7 milioni euro. I fatti risalgono al 2011, anno in cui l'azienda premiò, indistintamente, tutto il personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria non medica «con provvedimenti di liquidazione postumi rispetto ai pagamenti effettuati». Asrem, d'altro canto, non era nuova a questo tipo di situazioni: nel 2016 l'azienda sanitaria aveva accordato un aumento in busta paga, tra i 700 e i 1.200 euro annui, a 13 dipendenti «fannulloni» imputati in un processo per assenteismo.Anche la Regione Umbria, dal canto suo, quando si tratta di premi non bada a spese. Come ha segnalato il consigliere Sergio De Vincenzi, la giunta Pd, lo scorso Natale, «ha lasciato sotto l'albero di 48 dirigenti regionali meritevoli, ricchi premi per un totale di 3,2 milioni di euro e nemmeno qualche traccia di carbone». Premi assegnati a funzionari che sono «in carica per nomina diretta» e che «dovevano occuparsi per esempio della progressiva decongestione ed estinzione delle liste d'attesa per le visite e gli interventi sanitari, ogni anno riproposta come obiettivo e che puntualmente resta frustrata» o della «prevenzione dei siti ad alto rischio idrogeologico che restano delle bombe a orologeria in molte zone del nostro territorio», ha precisato il civico. Passando all'Emilia Romagna, qualche settimana fa, il sindacato degli insegnanti Gilda ha presentato un esposto all'Autorità anticorruzione. dopo che l'Ufficio scolastico ha emesso il Piano regionale di valutazione dei dirigenti scolastici, prevedendo più soldi in busta paga per i dirigenti che eviteranno le bocciature. L'ufficio l'ha definito «riduzione dei tassi di insuccesso», ma in sostanza il provvedimento monetizza le valutazioni più o meno positive degli alunni. A poter usufruire di benefici economici in busta paga saranno i presidi che garantiranno la promozione del maggior numero di alunni e, secondo il sindacato, «questo rischia di minare l'imparzialità e il buon andamento di una pubblica amministrazione», incentivando i dirigenti e di conseguenza gli insegnanti a chiudere un occhio su determinate mancanze per far procedere i ragazzi.Comunque sia, quando è il momento di distribuire prebende, tutto il mondo è paese. Nel solo 2017 la presidenza del consiglio dei Ministri ha speso più di 4 milioni di euro per premiare con i bonus di risultato i dirigenti di prima e seconda fascia, evidentemente tutti precisi ed efficaci. Sul totale dei dipendenti delle strutture, infatti, la percentuale dei dirigenti con punteggio inferiore a 100 centesimi è stata appena del 5%. Passando a Piacenza, nel giugno del 2017, la Guardia di finanza, con blitz in municipio, beccò fuori ufficio ben 50 dipendenti (su 600 complessivi), che, pur risultando presenti, erano invece affaccendati in commissioni personali. A quella vicenda, che portò anche ad alcuni licenziamenti, l'amministrazione comunale non reagì con durezza, anzi. Lo stesso anno, come nei successivi, «i dirigenti sono stati premiati», compresi «i vertici che dovevano vigilare sul corretto funzionamento degli uffici comunali e che non hanno vigilato», ricevendo tuttavia laute prebende a fine anno in busta paga. A proposito di premi, però, quello per l'originalità, se lo aggiudica certamente Napoli, dove dal 2013, grazie a una delibera di giunta firmata Luigi De Magistris, esiste la «produttività di gruppo», uno «strumento utile all'amministrazione comunale per remunerare le prestazioni dei dipendenti», in aggiunta al normale stipendio. 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Per lui, incredibilmente, sono arrivati solo calci nel sedere: nessuno dei colleghi lo salutava e sono stati avviati procedimenti disciplinari nei suoi confronti. Angherie che, a suo dire, continuano anche oggi, a 10 anni di distanza. Mentre i lazzaroni sono alle loro scrivanie, anzi hanno fatto carriera. La storia è quella del signor Ciro Rinaldi, napoletano trasferito a Bologna, funzionario ed ex sindacalista presso l'ispettorato emiliano del ministero dello Sviluppo economico. Cominciamo dall'inizio. «Nel 2009 ho denunciato i colleghi che si scambiavano i cartellini e andavano a farsi i fatti. Tanto lo Stato pagava lo stesso». Perché lo ha fatto? «Primo perché sono così e non riesco a chiudere gli occhi davanti a certe cose. E poi ero delegato sindacale e due impiegate si erano lamentate con me, perché si sobbarcavano il lavoro di quelli che se la spassavano. Cosa dovevo fare?». Rivolgersi al suo capufficio prima che alla Procura. «L'ho fatto, ma il mio dirigente ha cominciato a perseguitare me e una delle impiegate che mi avevano denunciato il fatto: è stata demansionata ed è stata costretta a chiedere il trasferimento in un altro ministero, che neppure volevano concederle». E a lei cosa è successo? «Il dirigente mi ha scritto valutazioni pessime e non vere, mi hanno bloccato le progressioni economiche e la carriera. Anche adesso mi hanno sbattuto a mettere dei timbri. E sa con chi lavoro, che è pure mio superiore? Con uno di quelli che avevo denunciato e che aveva contribuito a creare false accuse contro di me». Quali accuse? «Ho subito un provvedimento disciplinare e sono stato denunciato. Dicevano che con l'auto di servizio avevo fatto più chilometri del dovuto durante le ispezioni postali. L'esposto è stato archiviato». La sua di denuncia com'è andata a finire? «La Guardia di finanza ha messo le telecamere in ufficio e 29 persone sono finite indagate per truffa allo Stato». E poi? «Nel 2013 il giudice ha rinviato a giudizio 9 colleghi e prosciolto altri 20. Ma non perché non avevano commesso il fatto». Perché allora? «Il gip li ha scagionati perché l'ammontare della truffa documentata, in 40 giorni di controlli della Finanza, era inferiore agli 80 euro. Ma erano solo 40 giorni di appostamenti, loro sono andati avanti per anni a scappare in palestra o a fare la spesa». Cosa ne pensa? «Ci sono persone che vengono condannate per aver rubato una vaschetta di prosciutto al supermercato. Invece loro se la sono cavata con dei rimproveri verbali». Gli altri 9 sotto processo? «Condannati nel 2016 a 14 mesi di carcere a testa. Il giudice nella sentenza ha scritto che il mio ex dirigente, anche se non imputato, era il fulcro del sistema, era concorrente morale e che sarebbe dovuto finire anche lui alla sbarra». Questi 9 ora cosa fanno? «Il ministero ha licenziato due impiegate condannate, ma una era già in pensione mentre l'altra ha fatto ricorso ed è stata reintegrata al suo posto». Ne mancano 7 all'appello… «Sono tornati tutti al loro lavoro al Mise, anzi hanno fatto carriera. Una è diventata addirittura caposettore. Li hanno sospesi per qualche mese, ma poi hanno ripreso ruolo e stipendio. E la sa una cosa?». Quale? «Fino al giorno della condanna hanno continuato a percepire premi e gratifiche. Io, invece, mobbizzato per 10 anni per avere detto la verità». Ma con il nuovo governo, secondo lei, qualcosa è cambiato? «Nella pubblica amministrazione continuano a esserci persone che si ritengono al di sopra delle leggi. Che pensano di essere immuni e le leggi anticorruzione, anche se esistono non vengono applicate. Cambia il colore politico, ma non cambia nulla». Ma allora il suo calvario non è servito? «Almeno nel mio ufficio ora tutti timbrano il cartellino, hanno paura. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere: durante il processo una funzionaria si difese sostenendo che aveva un brutto rapporto con il badge, perché lei è uno spirito libero…». Ma lei, sia sincero, rifarebbe quello che ha fatto? «Certo che lo rifarei. Però è triste che chi si oppone a un sistema malato venga emarginato. Lo rifarei sicuro, ma mi creda che è dura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-sbagli-ti-premio-la-cuccagna-dei-dirigenti-statali-aumenti-a-pioggia-per-fannulloni-e-assenteisti-2633315669.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-nel-privato-chi-combina-disastri-viene-gratificato-con-bonus-milionari" data-post-id="2633315669" data-published-at="1773993558" data-use-pagination="False"> Pure nel privato chi combina disastri viene gratificato. Con bonus milionari I premi ai supermanager, ai cittadini le sofferenze. Lo dimostra in modo plastico la dolorosa vicenda del ponte Morandi, che nel 2018 ha colpito la città di Genova, provocando la morte di 43 persone. Come è noto, per l'opera prestata in quello stesso anno, Atlantia, società che controlla Autostrade, ha remunerato lautamente i suoi manager, primo tra tutti Giovanni Castellucci, amministratore delegato nonché direttore generale di Atlantia, che ha incassato un compendio di 5,05 milioni di euro, incluso un bonus da 3,72 milioni. Insieme a lui, tra i premiati c'è anche il presidente Fabio Cerchiai, che ha percepito 1,28 milioni di euro, compreso un bonus da 560.000 euro. La storia si ripete sempre uguale nelle grandi aziende private, comprese quelle che non brillano per eccellenze di risultato. A pagare per i disastri, i crac, i fallimenti o per i posti di lavoro persi non sono mai i responsabili, che anzi, molto spesso, anche dopo gestioni discutibili, se ne vanno con le tasche piene. È certamente il caso delle dieci banche fallite a partire dal 2011, che secondo l'analisi sindacato dei bancari First Cisl, negli ultimi anni, tra default e aiuti pubblici, hanno bruciato 28 miliardi. A fronte di questo enorme buco, gli istituti hanno pagato appena 67 milioni di euro tra multe e sanzioni, versando, invece, 113 milioni di bonus ai manager che erano alla guida degli istituti, proprio mentre questi facevano crac. L'elenco è lungo: Monte dei Paschi, le due banche venete integrate in Intesa Sanpaolo (Popolare Vicenza e Veneto Banca), le quattro banche minori Etruria, CariChieti e Banca Marche poi passate a Ubi e Carife poi transitata a Bper e le tre casse acquisite da Cariparma (Carim, Carismi e Caricesena). Il loro destino ha creato 27,6 miliardi di perdite, 10,6 miliardi di soldi pubblici utilizzati per fronteggiare le emergenze, 3,4 miliardi bruciati dal Fondo Atlante, 4,7 miliardi stanziati dal Fondo di risoluzione, 14.000 posti di lavoro perduti e 470.000 azionisti che hanno visto andare in fumo i loro risparmi. Eppure i 67 milioni di sanzioni comminate, complessivamente, da Consob e Banca d'Italia, non valgono che la metà dei premi assegnati ai vertici nello stesso periodo. Come per esempio la Popolare di Vicenza, che ha ricevuto sanzioni per 28,5 milioni e nello stesso periodo, tra stipendi e benefit, ha versato 32,2 milioni ai suoi amministratori. E come non ricordare la compagnia di bandiera, con il suo lento, inesorabile e costosissimo declino e il doloroso passaggio da pubblica a privata? In oltre 20 anni di conti in rosso e con 7 miliardi di costi pagati dai contribuenti, gli stipendi e le buonuscite per i supermanager non sono mai mancati. L'unico a rinunciare a quanto gli sarebbe stato dovuto, fu Gabriele Del Torchio , che, nel 2014, avendo appena annunciato 2.000 licenziamenti, rifiutò la prebenda per «per ragioni di opportunità e sensibilità sociale». A quanto risulta, invece, Cramer Ball, per lasciare la compagnia dopo 15 mesi di lavoro e un piano lacrime e sangue che rese furenti i sindacati, si sarebbe autoconcesso emolumenti pari a oltre 2 milioni di euro. A Giancarlo Cimoli, in carica tra il 2005 e il 2007 come presidente e amministratore delegato, dopo la sua uscita andarono 3 milioni, a fronte di risultati non certo lusinghieri, considerato che secondo i calcoli, all'epoca la compagnia perdeva 51.000 euro ogni giorno. E, ancora Francesco Mengozzi, l'uomo che gestì la compagnia dopo l'11 settembre, avrebbe portato a casa, nel suo ultimo, anno tra liquidazione e stipendi, circa un milione. A Maurizio Prato andarono 350.000 euro nonostante il contratto di vendita ad Air France, che lui stesso aveva sottoscritto, finì per sfumare dopo le proteste dei sindacati francesi e, infine, generoso fu il trattamento per Augusto Fantozzi, che, a capo della bad company, avrebbe presentato una richiesta di liquidazione da 3 milioni di euro. Ma anche Tim, il colosso della telefonia, non lesina in materia di premi e nemmeno di tagli al personale. Nel settembre 2017, per esempio, l'azienda avviò una procedura di licenziamento per 382 lavoratori per un «piano di ristrutturazione». Appena tre mesi prima, però, dopo soli 16 mesi di lavoro, il supermanager, Flavio Cattaneo, aveva lasciato, per tutti altri motivi, il colosso con una buonuscita da 25 milioni di euro. Allo stesso modo, lo scorso marzo, Italiaonline (ex Pagine Gialle), parte del gruppo controllato dal magnate egiziano Naguib Sawiris, annunciava il licenziamento di 400 dipendenti e la chiusura della storica sede torinese (già Seat Pagine gialle), mentre contemporaneamente distribuiva ai top manager incentivi per ben 6,7 milioni di euro.
Donald Trump (Ansa)
Invece la Casa Bianca ogni giorno si ritrova a dover alzare l’asticella della propaganda interna a corredo di un esibizionismo muscolare ben raffigurato da video e meme creati dalla Ia.
Ma ne valeva davvero la pena, dunque? Ad aver trascinato il famoso elefante nella stanza sono quegli stessi ambienti che avevano spinto Trump, a botte di endorsement, verso il bis alla Casa Bianca; è quella «destra» Maga per cui finalmente gli americani sarebbero arrivati prima di tutto il resto, inclusi i Paperoni delle banche d’affari, della finanza e di Big Tech. Cioè coloro che si stanno arricchendo a piene mani tra guerre, commesse militari, speculazioni. Persino le compagnie del Big Oil stanno incassando parecchi soldi a causa della volatilità dei prezzi, nonostante il rischio per gli investimenti in quelle stesse aree scenario di guerra. Al momento il gioco vale la candela.
Chi non ci guadagna invece è la platea dell’America first, la working class, soprattutto quegli operai bianchi «eroi» della Elegia americana di JD Vance, che non a caso è il più tiepido di tutti rispetto all’intervento armato. Chi resta fuori dai giochi è il ceto medio basso che sperava nel riscatto e che ora assiste al rifinanziamento dell’ennesima guerra in Medio Oriente.
Va detto che per il momento i sondaggi non puniscono Trump: la maggior parte dei repubblicani Maga approva la guerra in Iran nonostante in sia in contrasto con le promesse elettorali. Questo zoccolo però comincia a porsi le stesse domande dei «duri e puri»; si tratta di una narrazione scatenata dalle dimissioni di Joe Kent, ex capo del Centro antiterrorismo, e dalle parole di Tulsi Gabbard, numero uno dell’intelligence Usa, per i quali l’Iran non era una minaccia.
Poi c’è il pressing dei due ex presentatori di Fox News, Tucker Carlson e Megyn Kelly, con audience più alte dello share di molti canali tv tradizionali. Sono loro, dicevamo, ad aver infilato l’elefante nella stanza: ne valeva la pena? «È difficile dirlo, non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Carlson riportando a galla le forti perplessità che negli ambienti Maga esistono rispetto allo strapotere del lobbismo israeliano nei gangli vitali del sistema Usa. E Carlson non è l’unico a tirare pesantemente in ballo Bibi; lo aveva fatto anche Joe Kent, nella lettera di dimissioni dal vertice del Centro per l’antiterrorismo americano: «L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
Non mancano poi coloro che all’interno del Senato hanno smosso le viscere dell’elettorato più radicale del mondo Maga, contribuendo a dar vita a discussioni che uniscono i puntini più delicati, dagli Epstein files allo strapotere delle Big Tech. Questioni che sono arrivate anche al Congresso, attraverso Thomas Massie e Rand Paul (ai quali vanno aggiunte Marjorie Taylor Greene, Lauren Boebert e Nancy Mace, già note per essere la spina nel fianco del presidente rispetto alle ombre legate al finanziere pedofilo); e nella comunità degli influencer con Nick Fuentes, il quale aveva recentemente recuperato alcuni passaggi dei discorsi del compianto Charlie Kirk sul gioco di Netanyahu in Medio Oriente.
Si torna così alla questione politica legata all’elefante nella stanza, a quel «ne valeva la pena». Al di là dello scontro appena nato all’interno della destra americana, non mancano contributi meno di pancia rispetto alle parole di Tucker Carlson sul ruolo egemone israeliano; uno di questi porta la firma di uno dei massimi conoscitori delle dinamiche persiane e mediorientali, Trita Parsi, il quale ha commentato l’ennesima eliminazione dei vertici del potere iraniano: «Israele sta cercando letteralmente di bloccare le vie di fuga di Trump. Larijani non era solo una figura chiave del regime, ma era anche favorevole ai colloqui con gli Stati Uniti. Gli israeliani vogliono che la guerra continui. Hanno lottato per oltre due decenni per spingere gli Stati Uniti a dichiarare una guerra su vasta scala all’Iran e, avendo finalmente raggiunto l’obiettivo, non vogliono che Trump interrompa il conflitto». A chi giova?
Al concetto di Super Sparta sicuramente. Al concetto di America First molto meno.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 marzo con Flaminia Camilletti.
Ansa
«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria», hanno inoltre affermato i sei Paesi, che hanno poi assicurato il proprio sostegno alle nazioni più colpite dalla crisi attraverso il ricorso all’Onu e alle istituzioni finanziarie internazionali. Secondo fonti di Bruxelles, quella in fase di definizione potrebbe essere una missione difensiva da avviare a seguito di un eventuale cessate il fuoco. L’Iran ha tuttavia avvisato che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco sarà per il regime una prova di complicità all’aggressione.
La presa di posizione dei sei è arrivata più o meno nelle stesse ore in cui emergevano delle divergenze tra Stati Uniti e Israele. «Gli obiettivi che il presidente ha delineato sono diversi da quelli che il governo israeliano ha delineato», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana, Tulsi Gabbard, in audizione alla Camera dei rappresentanti. «Dalle operazioni in corso», ha aggiunto, «si evince chiaramente che il governo israeliano si è concentrato sull’indebolimento della leadership iraniana. Il presidente ha dichiarato che i suoi obiettivi sono distruggere la capacità di lancio di missili balistici dell’Iran, la sua capacità di produzione di missili balistici e la sua marina».
Del resto, che fossero spuntate delle tensioni tra Stati Uniti e Israele era noto da tempo. La scorsa settimana, Washington si era irritata per gli attacchi di Gerusalemme contro le infrastrutture petrolifere iraniane. Inoltre, quando mercoledì lo Stato ebraico ha bombardato il giacimento di gas di South Pars, dall’amministrazione americana erano arrivate posizioni discordanti. Funzionari statunitensi avevano detto ad Axios che l’operazione era stata coordinata con Israele, mentre Trump, su Truth, aveva esplicitamente dichiarato di non esserne stato informato in anticipo.
Lo stesso presidente americano, ieri, ha rivelato di aver detto a Benjamin Netanyahu di non colpire giacimenti di petrolio e gas in Iran. «Agiamo in modo indipendente, ma andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa, e se non mi piace... allora non lo facciamo più», ha affermato. Tutto questo mentre, sempre ieri, poco prima delle dichiarazioni della Gabbard, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva definito lo Stato ebraico un «partner incredibile e capace», sostenendo che l’attacco al giacimento di South Pars sarebbe stato un «avvertimento» al regime khomeinista. Insomma, da Washington sta emergendo scarsa compattezza in riferimento agli obiettivi dell’alleanza militare con Gerusalemme sulla crisi iraniana.
Certo, Trump e Netanyahu restano accomunati dalla volontà di impedire a Teheran non solo di possedere l’arma atomica ma anche di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. Dall’altra parte, però, i due leader puntano a obiettivi sensibilmente differenti per quanto concerne il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il premier israeliano propende per un regime change classico, considerando il regime khomeinista come una minaccia assoluta per Gerusalemme. Trump punta invece a una «soluzione venezuelana»: vorrebbe scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio governo decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Questo tipo di scenario è visto con scetticismo da Netanyahu, mentre il presidente americano ne ha bisogno sia per evitare d’impantanarsi sia per cooperare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Ricordiamo che, il 7 marzo, Trump aveva chiuso all’ipotesi di impiegare i curdi per un’operazione militare di terra: un’opzione, questa, che era stata invece caldeggiata da Netanyahu.
Per l’inquilino della Casa Bianca, il problema principale resta l’alto costo dell’energia. I pasdaran lo sanno. Ed è per metterlo in difficoltà con il prezzo della benzina in vista delle Midterm che hanno bloccato Hormuz. È in questo quadro che, secondo The Hill, Trump, nonostante ieri abbia escluso l’invio di truppe di terra, starebbe ipotizzando di impiegare dei soldati per prendere possesso delle strutture petrolifere presenti sull’isola di Kharg e costringere così gli iraniani a riaprire Hormuz. La strategia, ragionano alla Casa Bianca, è quella di mettere in ginocchio l’economia del regime, visto che l’isoletta gestisce circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Nel frattempo, ieri, Washington ha approvato la vendita di armamenti per oltre 16 miliardi di dollari a Emirati e Kuwait in funzione anti-iraniana. Certo, un eventuale coinvolgimento di terra sarebbe assai rischioso per la Casa Bianca. Ma Trump ha bisogno di scardinare il blocco di Hormuz. È da qui che passa il successo o il fallimento della sua operazione militare contro Teheran.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
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