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2019-04-01
Se sbagli ti premio. La cuccagna dei dirigenti statali. Aumenti a pioggia per fannulloni e assenteisti
Ansa
Per incentivare gli operatori ecologici a recarsi al lavoro con regolarità, a Roma, la municipalizzata che si occupa di rifiuti (Ama) si è inventata i premi per i non assenteisti. Grazie a un accordo con i sindacati, l'azienda, che da anni registra un tasso di assenteismo tragicamente stabile al 15% (ogni giorno mancano dal lavoro 1.200 netturbini) ha deciso, nell'estate del 2018, di investire nientemeno che sei milioni di euro per tentare di motivare i dipendenti a non sfruttare barbaramente malattie, permessi o agevolazioni da legge 104 per rimanere a casa a ridosso delle festività o delle ferie, come regolarmente accade. Così i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze dal servizio riceveranno, a fine anno, un bonus da 260 euro lordi in busta paga, come ringraziamento speciale per… aver fatto il proprio dovere.
Voglia di lavorare saltami addosso, diceva il proverbio e, a quanto sembra, nel nostro Paese, di quella voglia non ce n'è mai abbastanza. In barba alle riforme annunciate e agli inasprimenti delle sanzioni che i ministri (da Renato Brunetta a Marianna Madia) hanno reso legge, nella pubblica amministrazione il problema rimane. Aggravato, anzi, dal fatto che, spesso, chi lavora poco e male, non solo non viene punito ma viene addirittura premiato. In denaro o con avanzamenti di carriera: un vero toccasana per il senso di impunità degli scansafatiche. Qualche esempio? A Palermo lo scorso febbraio il Tribunale ha prosciolto «per la speciale tenuità del fatto», quattro commessi del Comune che, nell'ottobre del 2013, erano stati scoperti fuori dal posto di lavoro, anche se risultavano presenti. I tre sono stati ritenuti ritenuti «non punibili», grazie al fatto che l'amministrazione comunale, guidata da Leoluca Orlando, nell'immediatezza dei fatti, non ritenne necessario infierire. Non solo; nei confronti dei furbetti, non fu adottato alcun provvedimento disciplinare, ma uno dei tre, nonostante il processo in corso, venne adibito a «mansioni di maggiore prestigio», diventando nientemeno che «commesso del sindaco». Ragion per cui il Tribunale ha ritenuto di far prevalere la «particolare lievità del fatto».
Situazione simile a Catania, dove, da anni, il sindacato di base Usb denuncia l'elargizione a pioggia di bonus e prebende a tutti i dirigenti dell'ex provincia divenuta oggi città metropolitana. Dopo la riforma Delrio, «a fronte di 13 servizi», l'ente conta ancora 29 posti da dirigente. Nel 2019, «a tutti i dirigenti in carica è stata corrisposta non solo l'indennità di posizione ma anche quella di risultato», a prescindere dal grado di raggiungimento dei risultati stessi. «L'Organismo indipendente di valutazione che dovrebbe supervisionare le performance è venuto meno al proprio ruolo», ha denunciato con un esposto Sergio Giambertone «e dopo aver sostenuto in una relazione che “la maggior parte degli obiettivi premiati risultava riferibile all'ordinaria amministrazione" e che alcuni di questi non erano nemmeno stati svolti, ha comunque permesso che “i 200.000 euro del fondo premi venissero redistribuiti tra tutti dirigenti"». E se i Comuni piangono, la Regione Sicilia non ride.
Secondo un'indagine della Commissione europea, l'efficienza della pubblica amministrazione dell'isola è tra le peggiori d'Italia e d'Europa. Eppure, come riporta il Quotidiano di Sicilia, nel 2018, dei 1.395 burocrati in servizio, i premiati sono stati ben 1.360 (il 97,49% del totale), per la modesta cifra di 7,9 milioni di euro (5.900 euro in media per ciascun dirigente). Somme nettamente più alte di quelle della Lombardia, che nello stesso periodo ha speso per le indennità di risultato 3,8 milioni. Non va meglio in Molise, dove, all'inizio di marzo, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei conti, l'azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata citata per maxi premi che venivano pagati ai dirigenti, addirittura prima che qualcuno si occupasse di certificare i risultati ottenuti.
Come riportato durante la cerimonia, «l'illegittima erogazione della retribuzione di risultato, distribuita in spregio delle norme che prevedono una corresponsione in base ai risultati raggiunti», ha provocato un danno erariale da 3,7 milioni euro. I fatti risalgono al 2011, anno in cui l'azienda premiò, indistintamente, tutto il personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria non medica «con provvedimenti di liquidazione postumi rispetto ai pagamenti effettuati». Asrem, d'altro canto, non era nuova a questo tipo di situazioni: nel 2016 l'azienda sanitaria aveva accordato un aumento in busta paga, tra i 700 e i 1.200 euro annui, a 13 dipendenti «fannulloni» imputati in un processo per assenteismo.
Anche la Regione Umbria, dal canto suo, quando si tratta di premi non bada a spese. Come ha segnalato il consigliere Sergio De Vincenzi, la giunta Pd, lo scorso Natale, «ha lasciato sotto l'albero di 48 dirigenti regionali meritevoli, ricchi premi per un totale di 3,2 milioni di euro e nemmeno qualche traccia di carbone». Premi assegnati a funzionari che sono «in carica per nomina diretta» e che «dovevano occuparsi per esempio della progressiva decongestione ed estinzione delle liste d'attesa per le visite e gli interventi sanitari, ogni anno riproposta come obiettivo e che puntualmente resta frustrata» o della «prevenzione dei siti ad alto rischio idrogeologico che restano delle bombe a orologeria in molte zone del nostro territorio», ha precisato il civico.
Passando all'Emilia Romagna, qualche settimana fa, il sindacato degli insegnanti Gilda ha presentato un esposto all'Autorità anticorruzione. dopo che l'Ufficio scolastico ha emesso il Piano regionale di valutazione dei dirigenti scolastici, prevedendo più soldi in busta paga per i dirigenti che eviteranno le bocciature. L'ufficio l'ha definito «riduzione dei tassi di insuccesso», ma in sostanza il provvedimento monetizza le valutazioni più o meno positive degli alunni.
A poter usufruire di benefici economici in busta paga saranno i presidi che garantiranno la promozione del maggior numero di alunni e, secondo il sindacato, «questo rischia di minare l'imparzialità e il buon andamento di una pubblica amministrazione», incentivando i dirigenti e di conseguenza gli insegnanti a chiudere un occhio su determinate mancanze per far procedere i ragazzi.
Comunque sia, quando è il momento di distribuire prebende, tutto il mondo è paese. Nel solo 2017 la presidenza del consiglio dei Ministri ha speso più di 4 milioni di euro per premiare con i bonus di risultato i dirigenti di prima e seconda fascia, evidentemente tutti precisi ed efficaci. Sul totale dei dipendenti delle strutture, infatti, la percentuale dei dirigenti con punteggio inferiore a 100 centesimi è stata appena del 5%. Passando a Piacenza, nel giugno del 2017, la Guardia di finanza, con blitz in municipio, beccò fuori ufficio ben 50 dipendenti (su 600 complessivi), che, pur risultando presenti, erano invece affaccendati in commissioni personali. A quella vicenda, che portò anche ad alcuni licenziamenti, l'amministrazione comunale non reagì con durezza, anzi. Lo stesso anno, come nei successivi, «i dirigenti sono stati premiati», compresi «i vertici che dovevano vigilare sul corretto funzionamento degli uffici comunali e che non hanno vigilato», ricevendo tuttavia laute prebende a fine anno in busta paga. A proposito di premi, però, quello per l'originalità, se lo aggiudica certamente Napoli, dove dal 2013, grazie a una delibera di giunta firmata Luigi De Magistris, esiste la «produttività di gruppo», uno «strumento utile all'amministrazione comunale per remunerare le prestazioni dei dipendenti», in aggiunta al normale stipendio. E non parliamo di pochi spiccioli: per il 2018, lo stanziamento ammontava a 3,8 milioni di euro e, come era prevedibile, è andato tutto esaurito.
«E invece io che li ho denunciati sono stato perseguitato»
Un dipendente di un ufficio pubblico ogni giorno vedeva i colleghi timbrare il cartellino e poi sparire in palestra o al supermercato. Una mattina ha segnalato l'andazzo degli assenteisti ai superiori. Per lui, incredibilmente, sono arrivati solo calci nel sedere: nessuno dei colleghi lo salutava e sono stati avviati procedimenti disciplinari nei suoi confronti. Angherie che, a suo dire, continuano anche oggi, a 10 anni di distanza. Mentre i lazzaroni sono alle loro scrivanie, anzi hanno fatto carriera. La storia è quella del signor Ciro Rinaldi, napoletano trasferito a Bologna, funzionario ed ex sindacalista presso l'ispettorato emiliano del ministero dello Sviluppo economico.
Cominciamo dall'inizio.
«Nel 2009 ho denunciato i colleghi che si scambiavano i cartellini e andavano a farsi i fatti. Tanto lo Stato pagava lo stesso».
Perché lo ha fatto?
«Primo perché sono così e non riesco a chiudere gli occhi davanti a certe cose. E poi ero delegato sindacale e due impiegate si erano lamentate con me, perché si sobbarcavano il lavoro di quelli che se la spassavano. Cosa dovevo fare?».
Rivolgersi al suo capufficio prima che alla Procura.
«L'ho fatto, ma il mio dirigente ha cominciato a perseguitare me e una delle impiegate che mi avevano denunciato il fatto: è stata demansionata ed è stata costretta a chiedere il trasferimento in un altro ministero, che neppure volevano concederle».
E a lei cosa è successo?
«Il dirigente mi ha scritto valutazioni pessime e non vere, mi hanno bloccato le progressioni economiche e la carriera. Anche adesso mi hanno sbattuto a mettere dei timbri. E sa con chi lavoro, che è pure mio superiore? Con uno di quelli che avevo denunciato e che aveva contribuito a creare false accuse contro di me».
Quali accuse?
«Ho subito un provvedimento disciplinare e sono stato denunciato. Dicevano che con l'auto di servizio avevo fatto più chilometri del dovuto durante le ispezioni postali. L'esposto è stato archiviato».
La sua di denuncia com'è andata a finire?
«La Guardia di finanza ha messo le telecamere in ufficio e 29 persone sono finite indagate per truffa allo Stato».
E poi?
«Nel 2013 il giudice ha rinviato a giudizio 9 colleghi e prosciolto altri 20. Ma non perché non avevano commesso il fatto».
Perché allora?
«Il gip li ha scagionati perché l'ammontare della truffa documentata, in 40 giorni di controlli della Finanza, era inferiore agli 80 euro. Ma erano solo 40 giorni di appostamenti, loro sono andati avanti per anni a scappare in palestra o a fare la spesa».
Cosa ne pensa?
«Ci sono persone che vengono condannate per aver rubato una vaschetta di prosciutto al supermercato. Invece loro se la sono cavata con dei rimproveri verbali».
Gli altri 9 sotto processo?
«Condannati nel 2016 a 14 mesi di carcere a testa. Il giudice nella sentenza ha scritto che il mio ex dirigente, anche se non imputato, era il fulcro del sistema, era concorrente morale e che sarebbe dovuto finire anche lui alla sbarra».
Questi 9 ora cosa fanno?
«Il ministero ha licenziato due impiegate condannate, ma una era già in pensione mentre l'altra ha fatto ricorso ed è stata reintegrata al suo posto».
Ne mancano 7 all'appello…
«Sono tornati tutti al loro lavoro al Mise, anzi hanno fatto carriera. Una è diventata addirittura caposettore. Li hanno sospesi per qualche mese, ma poi hanno ripreso ruolo e stipendio. E la sa una cosa?».
Quale?
«Fino al giorno della condanna hanno continuato a percepire premi e gratifiche. Io, invece, mobbizzato per 10 anni per avere detto la verità».
Ma con il nuovo governo, secondo lei, qualcosa è cambiato?
«Nella pubblica amministrazione continuano a esserci persone che si ritengono al di sopra delle leggi. Che pensano di essere immuni e le leggi anticorruzione, anche se esistono non vengono applicate. Cambia il colore politico, ma non cambia nulla».
Ma allora il suo calvario non è servito?
«Almeno nel mio ufficio ora tutti timbrano il cartellino, hanno paura. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere: durante il processo una funzionaria si difese sostenendo che aveva un brutto rapporto con il badge, perché lei è uno spirito libero…».
Ma lei, sia sincero, rifarebbe quello che ha fatto?
«Certo che lo rifarei. Però è triste che chi si oppone a un sistema malato venga emarginato. Lo rifarei sicuro, ma mi creda che è dura».
Pure nel privato chi combina disastri viene gratificato. Con bonus milionari
I premi ai supermanager, ai cittadini le sofferenze.
Lo dimostra in modo plastico la dolorosa vicenda del ponte Morandi, che nel 2018 ha colpito la città di Genova, provocando la morte di 43 persone. Come è noto, per l'opera prestata in quello stesso anno, Atlantia, società che controlla Autostrade, ha remunerato lautamente i suoi manager, primo tra tutti Giovanni Castellucci, amministratore delegato nonché direttore generale di Atlantia, che ha incassato un compendio di 5,05 milioni di euro, incluso un bonus da 3,72 milioni. Insieme a lui, tra i premiati c'è anche il presidente Fabio Cerchiai, che ha percepito 1,28 milioni di euro, compreso un bonus da 560.000 euro.
La storia si ripete sempre uguale nelle grandi aziende private, comprese quelle che non brillano per eccellenze di risultato. A pagare per i disastri, i crac, i fallimenti o per i posti di lavoro persi non sono mai i responsabili, che anzi, molto spesso, anche dopo gestioni discutibili, se ne vanno con le tasche piene.
È certamente il caso delle dieci banche fallite a partire dal 2011, che secondo l'analisi sindacato dei bancari First Cisl, negli ultimi anni, tra default e aiuti pubblici, hanno bruciato 28 miliardi. A fronte di questo enorme buco, gli istituti hanno pagato appena 67 milioni di euro tra multe e sanzioni, versando, invece, 113 milioni di bonus ai manager che erano alla guida degli istituti, proprio mentre questi facevano crac. L'elenco è lungo: Monte dei Paschi, le due banche venete integrate in Intesa Sanpaolo (Popolare Vicenza e Veneto Banca), le quattro banche minori Etruria, CariChieti e Banca Marche poi passate a Ubi e Carife poi transitata a Bper e le tre casse acquisite da Cariparma (Carim, Carismi e Caricesena). Il loro destino ha creato 27,6 miliardi di perdite, 10,6 miliardi di soldi pubblici utilizzati per fronteggiare le emergenze, 3,4 miliardi bruciati dal Fondo Atlante, 4,7 miliardi stanziati dal Fondo di risoluzione, 14.000 posti di lavoro perduti e 470.000 azionisti che hanno visto andare in fumo i loro risparmi. Eppure i 67 milioni di sanzioni comminate, complessivamente, da Consob e Banca d'Italia, non valgono che la metà dei premi assegnati ai vertici nello stesso periodo. Come per esempio la Popolare di Vicenza, che ha ricevuto sanzioni per 28,5 milioni e nello stesso periodo, tra stipendi e benefit, ha versato 32,2 milioni ai suoi amministratori.
E come non ricordare la compagnia di bandiera, con il suo lento, inesorabile e costosissimo declino e il doloroso passaggio da pubblica a privata? In oltre 20 anni di conti in rosso e con 7 miliardi di costi pagati dai contribuenti, gli stipendi e le buonuscite per i supermanager non sono mai mancati. L'unico a rinunciare a quanto gli sarebbe stato dovuto, fu Gabriele Del Torchio , che, nel 2014, avendo appena annunciato 2.000 licenziamenti, rifiutò la prebenda per «per ragioni di opportunità e sensibilità sociale». A quanto risulta, invece, Cramer Ball, per lasciare la compagnia dopo 15 mesi di lavoro e un piano lacrime e sangue che rese furenti i sindacati, si sarebbe autoconcesso emolumenti pari a oltre 2 milioni di euro.
A Giancarlo Cimoli, in carica tra il 2005 e il 2007 come presidente e amministratore delegato, dopo la sua uscita andarono 3 milioni, a fronte di risultati non certo lusinghieri, considerato che secondo i calcoli, all'epoca la compagnia perdeva 51.000 euro ogni giorno. E, ancora Francesco Mengozzi, l'uomo che gestì la compagnia dopo l'11 settembre, avrebbe portato a casa, nel suo ultimo, anno tra liquidazione e stipendi, circa un milione. A Maurizio Prato andarono 350.000 euro nonostante il contratto di vendita ad Air France, che lui stesso aveva sottoscritto, finì per sfumare dopo le proteste dei sindacati francesi e, infine, generoso fu il trattamento per Augusto Fantozzi, che, a capo della bad company, avrebbe presentato una richiesta di liquidazione da 3 milioni di euro.
Ma anche Tim, il colosso della telefonia, non lesina in materia di premi e nemmeno di tagli al personale. Nel settembre 2017, per esempio, l'azienda avviò una procedura di licenziamento per 382 lavoratori per un «piano di ristrutturazione». Appena tre mesi prima, però, dopo soli 16 mesi di lavoro, il supermanager, Flavio Cattaneo, aveva lasciato, per tutti altri motivi, il colosso con una buonuscita da 25 milioni di euro. Allo stesso modo, lo scorso marzo, Italiaonline (ex Pagine Gialle), parte del gruppo controllato dal magnate egiziano Naguib Sawiris, annunciava il licenziamento di 400 dipendenti e la chiusura della storica sede torinese (già Seat Pagine gialle), mentre contemporaneamente distribuiva ai top manager incentivi per ben 6,7 milioni di euro.
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A Roma l'Ama dà incentivi a chi si presenta al lavoro. In Sicilia gratificato il 97,5% dei burocrati, compresi quelli che sparivano dall'ufficio A Napoli s'inventano la «produttività di gruppo». Ecco l'Italia dei lavativi impuniti, anzi, ricompensati.L'ex sindacalista: «I colleghi furbetti del cartellino hanno fatto carriera, mentre io subisco mobbing».Da Giovanni Castellucci a Banca Etruria, i responsabili dei fallimenti intascano felici. Alla faccia di chi perde il posto o i risparmi.Lo speciale contiene tre articoliPer incentivare gli operatori ecologici a recarsi al lavoro con regolarità, a Roma, la municipalizzata che si occupa di rifiuti (Ama) si è inventata i premi per i non assenteisti. Grazie a un accordo con i sindacati, l'azienda, che da anni registra un tasso di assenteismo tragicamente stabile al 15% (ogni giorno mancano dal lavoro 1.200 netturbini) ha deciso, nell'estate del 2018, di investire nientemeno che sei milioni di euro per tentare di motivare i dipendenti a non sfruttare barbaramente malattie, permessi o agevolazioni da legge 104 per rimanere a casa a ridosso delle festività o delle ferie, come regolarmente accade. Così i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze dal servizio riceveranno, a fine anno, un bonus da 260 euro lordi in busta paga, come ringraziamento speciale per… aver fatto il proprio dovere. Voglia di lavorare saltami addosso, diceva il proverbio e, a quanto sembra, nel nostro Paese, di quella voglia non ce n'è mai abbastanza. In barba alle riforme annunciate e agli inasprimenti delle sanzioni che i ministri (da Renato Brunetta a Marianna Madia) hanno reso legge, nella pubblica amministrazione il problema rimane. Aggravato, anzi, dal fatto che, spesso, chi lavora poco e male, non solo non viene punito ma viene addirittura premiato. In denaro o con avanzamenti di carriera: un vero toccasana per il senso di impunità degli scansafatiche. Qualche esempio? A Palermo lo scorso febbraio il Tribunale ha prosciolto «per la speciale tenuità del fatto», quattro commessi del Comune che, nell'ottobre del 2013, erano stati scoperti fuori dal posto di lavoro, anche se risultavano presenti. I tre sono stati ritenuti ritenuti «non punibili», grazie al fatto che l'amministrazione comunale, guidata da Leoluca Orlando, nell'immediatezza dei fatti, non ritenne necessario infierire. Non solo; nei confronti dei furbetti, non fu adottato alcun provvedimento disciplinare, ma uno dei tre, nonostante il processo in corso, venne adibito a «mansioni di maggiore prestigio», diventando nientemeno che «commesso del sindaco». Ragion per cui il Tribunale ha ritenuto di far prevalere la «particolare lievità del fatto». Situazione simile a Catania, dove, da anni, il sindacato di base Usb denuncia l'elargizione a pioggia di bonus e prebende a tutti i dirigenti dell'ex provincia divenuta oggi città metropolitana. Dopo la riforma Delrio, «a fronte di 13 servizi», l'ente conta ancora 29 posti da dirigente. Nel 2019, «a tutti i dirigenti in carica è stata corrisposta non solo l'indennità di posizione ma anche quella di risultato», a prescindere dal grado di raggiungimento dei risultati stessi. «L'Organismo indipendente di valutazione che dovrebbe supervisionare le performance è venuto meno al proprio ruolo», ha denunciato con un esposto Sergio Giambertone «e dopo aver sostenuto in una relazione che “la maggior parte degli obiettivi premiati risultava riferibile all'ordinaria amministrazione" e che alcuni di questi non erano nemmeno stati svolti, ha comunque permesso che “i 200.000 euro del fondo premi venissero redistribuiti tra tutti dirigenti"». E se i Comuni piangono, la Regione Sicilia non ride.Secondo un'indagine della Commissione europea, l'efficienza della pubblica amministrazione dell'isola è tra le peggiori d'Italia e d'Europa. Eppure, come riporta il Quotidiano di Sicilia, nel 2018, dei 1.395 burocrati in servizio, i premiati sono stati ben 1.360 (il 97,49% del totale), per la modesta cifra di 7,9 milioni di euro (5.900 euro in media per ciascun dirigente). Somme nettamente più alte di quelle della Lombardia, che nello stesso periodo ha speso per le indennità di risultato 3,8 milioni. Non va meglio in Molise, dove, all'inizio di marzo, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei conti, l'azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata citata per maxi premi che venivano pagati ai dirigenti, addirittura prima che qualcuno si occupasse di certificare i risultati ottenuti. Come riportato durante la cerimonia, «l'illegittima erogazione della retribuzione di risultato, distribuita in spregio delle norme che prevedono una corresponsione in base ai risultati raggiunti», ha provocato un danno erariale da 3,7 milioni euro. I fatti risalgono al 2011, anno in cui l'azienda premiò, indistintamente, tutto il personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria non medica «con provvedimenti di liquidazione postumi rispetto ai pagamenti effettuati». Asrem, d'altro canto, non era nuova a questo tipo di situazioni: nel 2016 l'azienda sanitaria aveva accordato un aumento in busta paga, tra i 700 e i 1.200 euro annui, a 13 dipendenti «fannulloni» imputati in un processo per assenteismo.Anche la Regione Umbria, dal canto suo, quando si tratta di premi non bada a spese. Come ha segnalato il consigliere Sergio De Vincenzi, la giunta Pd, lo scorso Natale, «ha lasciato sotto l'albero di 48 dirigenti regionali meritevoli, ricchi premi per un totale di 3,2 milioni di euro e nemmeno qualche traccia di carbone». Premi assegnati a funzionari che sono «in carica per nomina diretta» e che «dovevano occuparsi per esempio della progressiva decongestione ed estinzione delle liste d'attesa per le visite e gli interventi sanitari, ogni anno riproposta come obiettivo e che puntualmente resta frustrata» o della «prevenzione dei siti ad alto rischio idrogeologico che restano delle bombe a orologeria in molte zone del nostro territorio», ha precisato il civico. Passando all'Emilia Romagna, qualche settimana fa, il sindacato degli insegnanti Gilda ha presentato un esposto all'Autorità anticorruzione. dopo che l'Ufficio scolastico ha emesso il Piano regionale di valutazione dei dirigenti scolastici, prevedendo più soldi in busta paga per i dirigenti che eviteranno le bocciature. L'ufficio l'ha definito «riduzione dei tassi di insuccesso», ma in sostanza il provvedimento monetizza le valutazioni più o meno positive degli alunni. A poter usufruire di benefici economici in busta paga saranno i presidi che garantiranno la promozione del maggior numero di alunni e, secondo il sindacato, «questo rischia di minare l'imparzialità e il buon andamento di una pubblica amministrazione», incentivando i dirigenti e di conseguenza gli insegnanti a chiudere un occhio su determinate mancanze per far procedere i ragazzi.Comunque sia, quando è il momento di distribuire prebende, tutto il mondo è paese. Nel solo 2017 la presidenza del consiglio dei Ministri ha speso più di 4 milioni di euro per premiare con i bonus di risultato i dirigenti di prima e seconda fascia, evidentemente tutti precisi ed efficaci. Sul totale dei dipendenti delle strutture, infatti, la percentuale dei dirigenti con punteggio inferiore a 100 centesimi è stata appena del 5%. Passando a Piacenza, nel giugno del 2017, la Guardia di finanza, con blitz in municipio, beccò fuori ufficio ben 50 dipendenti (su 600 complessivi), che, pur risultando presenti, erano invece affaccendati in commissioni personali. A quella vicenda, che portò anche ad alcuni licenziamenti, l'amministrazione comunale non reagì con durezza, anzi. Lo stesso anno, come nei successivi, «i dirigenti sono stati premiati», compresi «i vertici che dovevano vigilare sul corretto funzionamento degli uffici comunali e che non hanno vigilato», ricevendo tuttavia laute prebende a fine anno in busta paga. A proposito di premi, però, quello per l'originalità, se lo aggiudica certamente Napoli, dove dal 2013, grazie a una delibera di giunta firmata Luigi De Magistris, esiste la «produttività di gruppo», uno «strumento utile all'amministrazione comunale per remunerare le prestazioni dei dipendenti», in aggiunta al normale stipendio. 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Per lui, incredibilmente, sono arrivati solo calci nel sedere: nessuno dei colleghi lo salutava e sono stati avviati procedimenti disciplinari nei suoi confronti. Angherie che, a suo dire, continuano anche oggi, a 10 anni di distanza. Mentre i lazzaroni sono alle loro scrivanie, anzi hanno fatto carriera. La storia è quella del signor Ciro Rinaldi, napoletano trasferito a Bologna, funzionario ed ex sindacalista presso l'ispettorato emiliano del ministero dello Sviluppo economico. Cominciamo dall'inizio. «Nel 2009 ho denunciato i colleghi che si scambiavano i cartellini e andavano a farsi i fatti. Tanto lo Stato pagava lo stesso». Perché lo ha fatto? «Primo perché sono così e non riesco a chiudere gli occhi davanti a certe cose. E poi ero delegato sindacale e due impiegate si erano lamentate con me, perché si sobbarcavano il lavoro di quelli che se la spassavano. Cosa dovevo fare?». Rivolgersi al suo capufficio prima che alla Procura. «L'ho fatto, ma il mio dirigente ha cominciato a perseguitare me e una delle impiegate che mi avevano denunciato il fatto: è stata demansionata ed è stata costretta a chiedere il trasferimento in un altro ministero, che neppure volevano concederle». E a lei cosa è successo? «Il dirigente mi ha scritto valutazioni pessime e non vere, mi hanno bloccato le progressioni economiche e la carriera. Anche adesso mi hanno sbattuto a mettere dei timbri. E sa con chi lavoro, che è pure mio superiore? Con uno di quelli che avevo denunciato e che aveva contribuito a creare false accuse contro di me». Quali accuse? «Ho subito un provvedimento disciplinare e sono stato denunciato. Dicevano che con l'auto di servizio avevo fatto più chilometri del dovuto durante le ispezioni postali. L'esposto è stato archiviato». La sua di denuncia com'è andata a finire? «La Guardia di finanza ha messo le telecamere in ufficio e 29 persone sono finite indagate per truffa allo Stato». E poi? «Nel 2013 il giudice ha rinviato a giudizio 9 colleghi e prosciolto altri 20. Ma non perché non avevano commesso il fatto». Perché allora? «Il gip li ha scagionati perché l'ammontare della truffa documentata, in 40 giorni di controlli della Finanza, era inferiore agli 80 euro. Ma erano solo 40 giorni di appostamenti, loro sono andati avanti per anni a scappare in palestra o a fare la spesa». Cosa ne pensa? «Ci sono persone che vengono condannate per aver rubato una vaschetta di prosciutto al supermercato. Invece loro se la sono cavata con dei rimproveri verbali». Gli altri 9 sotto processo? «Condannati nel 2016 a 14 mesi di carcere a testa. Il giudice nella sentenza ha scritto che il mio ex dirigente, anche se non imputato, era il fulcro del sistema, era concorrente morale e che sarebbe dovuto finire anche lui alla sbarra». Questi 9 ora cosa fanno? «Il ministero ha licenziato due impiegate condannate, ma una era già in pensione mentre l'altra ha fatto ricorso ed è stata reintegrata al suo posto». Ne mancano 7 all'appello… «Sono tornati tutti al loro lavoro al Mise, anzi hanno fatto carriera. Una è diventata addirittura caposettore. Li hanno sospesi per qualche mese, ma poi hanno ripreso ruolo e stipendio. E la sa una cosa?». Quale? «Fino al giorno della condanna hanno continuato a percepire premi e gratifiche. Io, invece, mobbizzato per 10 anni per avere detto la verità». Ma con il nuovo governo, secondo lei, qualcosa è cambiato? «Nella pubblica amministrazione continuano a esserci persone che si ritengono al di sopra delle leggi. Che pensano di essere immuni e le leggi anticorruzione, anche se esistono non vengono applicate. Cambia il colore politico, ma non cambia nulla». Ma allora il suo calvario non è servito? «Almeno nel mio ufficio ora tutti timbrano il cartellino, hanno paura. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere: durante il processo una funzionaria si difese sostenendo che aveva un brutto rapporto con il badge, perché lei è uno spirito libero…». Ma lei, sia sincero, rifarebbe quello che ha fatto? «Certo che lo rifarei. Però è triste che chi si oppone a un sistema malato venga emarginato. Lo rifarei sicuro, ma mi creda che è dura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-sbagli-ti-premio-la-cuccagna-dei-dirigenti-statali-aumenti-a-pioggia-per-fannulloni-e-assenteisti-2633315669.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-nel-privato-chi-combina-disastri-viene-gratificato-con-bonus-milionari" data-post-id="2633315669" data-published-at="1779109058" data-use-pagination="False"> Pure nel privato chi combina disastri viene gratificato. Con bonus milionari I premi ai supermanager, ai cittadini le sofferenze. Lo dimostra in modo plastico la dolorosa vicenda del ponte Morandi, che nel 2018 ha colpito la città di Genova, provocando la morte di 43 persone. Come è noto, per l'opera prestata in quello stesso anno, Atlantia, società che controlla Autostrade, ha remunerato lautamente i suoi manager, primo tra tutti Giovanni Castellucci, amministratore delegato nonché direttore generale di Atlantia, che ha incassato un compendio di 5,05 milioni di euro, incluso un bonus da 3,72 milioni. Insieme a lui, tra i premiati c'è anche il presidente Fabio Cerchiai, che ha percepito 1,28 milioni di euro, compreso un bonus da 560.000 euro. La storia si ripete sempre uguale nelle grandi aziende private, comprese quelle che non brillano per eccellenze di risultato. A pagare per i disastri, i crac, i fallimenti o per i posti di lavoro persi non sono mai i responsabili, che anzi, molto spesso, anche dopo gestioni discutibili, se ne vanno con le tasche piene. È certamente il caso delle dieci banche fallite a partire dal 2011, che secondo l'analisi sindacato dei bancari First Cisl, negli ultimi anni, tra default e aiuti pubblici, hanno bruciato 28 miliardi. A fronte di questo enorme buco, gli istituti hanno pagato appena 67 milioni di euro tra multe e sanzioni, versando, invece, 113 milioni di bonus ai manager che erano alla guida degli istituti, proprio mentre questi facevano crac. L'elenco è lungo: Monte dei Paschi, le due banche venete integrate in Intesa Sanpaolo (Popolare Vicenza e Veneto Banca), le quattro banche minori Etruria, CariChieti e Banca Marche poi passate a Ubi e Carife poi transitata a Bper e le tre casse acquisite da Cariparma (Carim, Carismi e Caricesena). Il loro destino ha creato 27,6 miliardi di perdite, 10,6 miliardi di soldi pubblici utilizzati per fronteggiare le emergenze, 3,4 miliardi bruciati dal Fondo Atlante, 4,7 miliardi stanziati dal Fondo di risoluzione, 14.000 posti di lavoro perduti e 470.000 azionisti che hanno visto andare in fumo i loro risparmi. Eppure i 67 milioni di sanzioni comminate, complessivamente, da Consob e Banca d'Italia, non valgono che la metà dei premi assegnati ai vertici nello stesso periodo. Come per esempio la Popolare di Vicenza, che ha ricevuto sanzioni per 28,5 milioni e nello stesso periodo, tra stipendi e benefit, ha versato 32,2 milioni ai suoi amministratori. E come non ricordare la compagnia di bandiera, con il suo lento, inesorabile e costosissimo declino e il doloroso passaggio da pubblica a privata? In oltre 20 anni di conti in rosso e con 7 miliardi di costi pagati dai contribuenti, gli stipendi e le buonuscite per i supermanager non sono mai mancati. L'unico a rinunciare a quanto gli sarebbe stato dovuto, fu Gabriele Del Torchio , che, nel 2014, avendo appena annunciato 2.000 licenziamenti, rifiutò la prebenda per «per ragioni di opportunità e sensibilità sociale». A quanto risulta, invece, Cramer Ball, per lasciare la compagnia dopo 15 mesi di lavoro e un piano lacrime e sangue che rese furenti i sindacati, si sarebbe autoconcesso emolumenti pari a oltre 2 milioni di euro. A Giancarlo Cimoli, in carica tra il 2005 e il 2007 come presidente e amministratore delegato, dopo la sua uscita andarono 3 milioni, a fronte di risultati non certo lusinghieri, considerato che secondo i calcoli, all'epoca la compagnia perdeva 51.000 euro ogni giorno. E, ancora Francesco Mengozzi, l'uomo che gestì la compagnia dopo l'11 settembre, avrebbe portato a casa, nel suo ultimo, anno tra liquidazione e stipendi, circa un milione. A Maurizio Prato andarono 350.000 euro nonostante il contratto di vendita ad Air France, che lui stesso aveva sottoscritto, finì per sfumare dopo le proteste dei sindacati francesi e, infine, generoso fu il trattamento per Augusto Fantozzi, che, a capo della bad company, avrebbe presentato una richiesta di liquidazione da 3 milioni di euro. Ma anche Tim, il colosso della telefonia, non lesina in materia di premi e nemmeno di tagli al personale. Nel settembre 2017, per esempio, l'azienda avviò una procedura di licenziamento per 382 lavoratori per un «piano di ristrutturazione». Appena tre mesi prima, però, dopo soli 16 mesi di lavoro, il supermanager, Flavio Cattaneo, aveva lasciato, per tutti altri motivi, il colosso con una buonuscita da 25 milioni di euro. Allo stesso modo, lo scorso marzo, Italiaonline (ex Pagine Gialle), parte del gruppo controllato dal magnate egiziano Naguib Sawiris, annunciava il licenziamento di 400 dipendenti e la chiusura della storica sede torinese (già Seat Pagine gialle), mentre contemporaneamente distribuiva ai top manager incentivi per ben 6,7 milioni di euro.
Un orfanotrofio cattolico in Mozambico (Getty Images)
Nel pomeriggio di giovedì 30 aprile, i jihadisti di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo affiliato allo Stato Islamico, hanno assaltato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I miliziani hanno incendiato la chiesa parrocchiale di São Luís de Monfort, simbolo storico della presenza cattolica nella regione fin dal 1946, insieme alla casa dei padri scolopi e all’asilo della missione. In poche ore l’intero complesso religioso è stato ridotto in macerie. A raccontare quanto accaduto è stata suor Laura Malnati, responsabile delle missionarie comboniane in Mozambico, intervistata da Avvenire. «Hanno bruciato la chiesa, la casa dei padri scolopi e l’asilo», ha spiegato la religiosa. I missionari erano riusciti a fuggire poco prima dell’arrivo dei terroristi grazie a un avvertimento ricevuto in anticipo. Diversi civili presenti nel villaggio sarebbero invece stati catturati e costretti ad assistere ai messaggi di propaganda dei jihadisti.
La conferma dell’attacco è arrivata anche da monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, capoluogo della provincia. Secondo il prelato, i miliziani sono entrati nella parrocchia nel tardo pomeriggio devastando tutto ciò che trovavano. «I missionari sono salvi, ma la comunità è sotto choc», ha dichiarato. «Ogni struttura è stata distrutta. Durante l’assalto i civili sono stati trattenuti e utilizzati come pubblico per messaggi d’odio». Nonostante la devastazione, il vescovo ha lanciato un messaggio di speranza: «La fede di questo popolo non sarà mai distrutta».
L’assalto di Meza rappresenta soltanto l’ultimo episodio della lunga offensiva jihadista che dal 2017 colpisce il nord del Mozambico. L’insurrezione è iniziata ufficialmente nell’ottobre di quell’anno con attacchi coordinati contro stazioni di polizia e sedi governative nella città di Mocímboa da Praia. Da allora la violenza si è progressivamente estesa in tutta la provincia di Cabo Delgado, trasformando la regione in uno dei principali fronti del jihadismo africano. Secondo le stime delle Nazioni Unite e del database internazionale Acled, il conflitto ha provocato circa 6.500 morti e oltre 1,3 milioni di sfollati. Interi villaggi sono stati abbandonati, migliaia di famiglie vivono nei campi profughi e vaste aree rurali sono ormai fuori dal controllo effettivo dello Stato.
Le autorità mozambicane hanno incontrato enormi difficoltà nel contrastare l’espansione dei jihadisti. Per anni l’esercito è stato accusato di scarsa preparazione, carenza di mezzi, corruzione e incapacità di controllare il territorio. I miliziani sfruttano infatti una geografia complessa fatta di foreste, villaggi isolati e aree costiere difficili da presidiare, riuscendo a spostarsi rapidamente e a colpire obiettivi civili prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. Dopo che gli insorti avevano conquistato aree strategiche come Mocímboa da Praia e attaccato la città costiera di Palma, il governo di Maputo chiese assistenza internazionale. Nel 2021 il Ruanda ha dispiegato circa 1.000 soldati e poliziotti, riuscendo in breve tempo a riconquistare alcune roccaforti jihadiste e a mettere in sicurezza diverse aree chiave. Negli anni successivi il contingente ruandese è cresciuto fino a superare i 4.000 uomini, diventando il pilastro delle operazioni antiterrorismo nel nord del Paese. Nel 2024 Kigali ha inoltre rafforzato la propria presenza per colmare il vuoto lasciato dal progressivo ritiro della missione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), anch’essa entrata in Mozambico nel 2021 ma indebolita da problemi logistici e finanziari. Tuttavia il futuro della missione ruandese appare incerto.
L’Unione europea aveva approvato nel 2024 un finanziamento di circa 23 milioni di dollari attraverso il Fondo europeo per la pace per sostenere le Forze di difesa del Ruanda impegnate a Cabo Delgado. I fondi erano destinati soprattutto a coprire costi logistici ed equipaggiamento. A marzo, però, funzionari europei hanno lasciato intendere che Bruxelles potrebbe non rinnovare il sostegno economico alla scadenza prevista per maggio. Il presidente ruandese Paul Kagame ha quindi avvertito che le truppe potrebbero ritirarsi in assenza di finanziamenti stabili e di lungo periodo mentre il portavoce del governo Yolande Makolo ha affermato che il costo reale del dispiegamento sarebbe almeno dieci volte superiore ai fondi europei ricevuti.
Le comunità cristiane sono diventate uno degli obiettivi principali della violenza jihadista. Chiese, scuole cattoliche, missioni e villaggi abitati da cristiani vengono frequentemente presi di mira come simboli della presenza occidentale e statale nella regione. In molte zone rurali sacerdoti, catechisti e religiosi vivono sotto costante minaccia. Numerosi villaggi sono stati svuotati dopo gli assalti e migliaia di famiglie cristiane sono fuggite verso le città costiere o nei campi per sfollati interni.
La guerra jihadista in Mozambico ha già colpito direttamente anche missionari e religiosi stranieri. Nel settembre 2022 venne uccisa suor Maria De Coppi, missionaria comboniana italiana originaria del Veneto, assassinata durante un attacco jihadista alla missione cattolica di Chipene, nella provincia di Nampula. I terroristi incendiarono la chiesa, l’ospedale e le opere della missione, mentre la religiosa, 83 anni, fu colpita mortalmente durante l’assalto. La sua morte scosse profondamente la Chiesa cattolica e divenne uno dei simboli della persecuzione contro le comunità cristiane nel nord del Mozambico.
Il Mozambico porta ancora oggi le profonde ferite della propria storia politica. Ex colonia portoghese fino al 1975, il Paese ottenne l’indipendenza dopo una lunga guerra guidata dal Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo), movimento marxista che prese il potere instaurando un sistema a partito unico vicino all’Unione sovietica e a Cuba. Poco dopo l’indipendenza scoppiò una devastante guerra civile contro la Renamo, gruppo ribelle sostenuto inizialmente dalla Rhodesia e poi dal Sudafrica dell’apartheid. Il conflitto, terminato ufficialmente nel 1992, provocò circa un milione di morti e lasciò il Paese distrutto economicamente e socialmente.
Nonostante gli accordi di pace e l’apertura al multipartitismo, il Mozambico non è mai riuscito a eliminare profonde disuguaglianze territoriali e sociali. Il Frelimo continua a dominare la vita politica nazionale, mentre molte regioni periferiche accusano il governo centrale di corruzione, esclusione economica e scarsa redistribuzione delle ricchezze. Cabo Delgado rappresenta l’esempio più evidente di questa frattura: una provincia ricchissima di risorse naturali ma tra le più povere del Paese. Sul fondo della guerra c’è infatti il controllo di una delle aree più ricche di risorse naturali dell’intera Africa australe. Cabo Delgado possiede enormi giacimenti di gas naturale offshore, oltre a rubini, grafite, oro, legname e altre materie prime strategiche. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nella regione, trasformandola in un territorio di enorme valore geopolitico ed economico senza però migliorare concretamente le condizioni della popolazione locale. Molti analisti ritengono che povertà estrema, marginalizzazione sociale, corruzione locale e competizione per le risorse abbiano favorito il radicamento del jihadismo. È in questo contesto di esclusione e fragilità che Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, nato come movimento islamista radicale nel nord del Paese e poi affiliatosi allo Stato Islamico nel 2019, è riuscito a trasformarsi in una delle organizzazioni jihadiste più pericolose dell’Africa australe.
Corsa a ostacoli per gas e terre rare
La provincia di Cabo Delgado, situata nell’estremo nord del Mozambico e affacciata sull’Oceano Indiano, è diventata negli ultimi anni uno dei territori più strategici dell’intero continente africano. L’area custodisce infatti enormi riserve di gas naturale offshore considerate tra le più importanti scoperte energetiche mondiali degli ultimi decenni. Secondo le stime internazionali, i giacimenti presenti nel bacino del Rovuma potrebbero trasformare il Mozambico in uno dei principali esportatori globali di gas naturale liquefatto, modificando profondamente gli equilibri energetici regionali, attirando l’interesse delle grandi potenze internazionali.
Accanto al gas, Cabo Delgado possiede anche immense ricchezze minerarie e naturali. La provincia è nota per i suoi giacimenti di rubini, considerati tra i più preziosi al mondo, ma dispone anche di grafite, oro, terre rare, legname pregiato e altre materie prime strategiche fondamentali per l’industria tecnologica e manifatturiera globale. La grafite, ad esempio, rappresenta una risorsa chiave per la produzione di batterie elettriche e tecnologie legate alla transizione energetica, aumentando ulteriormente il valore geopolitico della regione. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nello sviluppo dei progetti offshore e delle infrastrutture collegate. Aziende provenienti da Europa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente hanno avviato programmi per l’estrazione e l’esportazione di gas naturale liquefatto, mentre governi stranieri hanno rafforzato la propria presenza diplomatica e strategica nell’area. L’obiettivo è garantirsi accesso a risorse considerate decisive per il futuro energetico globale, soprattutto in una fase segnata dalle tensioni internazionali sui mercati dell’energia e dalla ricerca di alternative ai fornitori tradizionali.
Questa enorme ricchezza ha però trasformato Cabo Delgado anche in un territorio segnato da forti tensioni e instabilità. Negli ultimi anni la provincia è stata travolta dalla violenta insurrezione jihadista che ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. I gruppi armati affiliati allo Stato Islamico hanno colpito villaggi, infrastrutture e centri abitati, sfruttando il malcontento sociale, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze economiche presenti nella regione. Nonostante le enormi risorse naturali, gran parte della popolazione locale continua a vivere in condizioni estremamente difficili, con scarso accesso ai servizi essenziali e poche opportunità economiche. L’avanzata dei gruppi jihadisti ha messo in pericolo anche i grandi investimenti energetici internazionali. Alcuni progetti miliardari sono stati sospesi o rallentati a causa dell’insicurezza crescente, costringendo il governo mozambicano a chiedere supporto militare esterno. L’intervento delle forze straniere ha permesso di riconquistare alcune aree chiave, ma la situazione resta fragile e il rischio di nuovi attacchi continua a preoccupare governi e investitori.
La combinazione tra immense risorse naturali, interessi energetici globali, presenza jihadista e competizione geopolitica internazionale ha trasformato Cabo Delgado in uno dei fronti più delicati dell’Africa contemporanea. Il futuro della provincia non dipenderà soltanto dalla sicurezza militare, ma anche dalla capacità del Mozambico di distribuire in modo più equo la ricchezza generata dalle sue risorse naturali, evitando che il divario tra profitti miliardari e povertà locale continui ad alimentare instabilità e radicalizzazione. Ma su questo è lecito avere molti dubbi.
«Formiamo gli orfani perché investano sul loro territorio»
Fra Luca Santato è missionario cappuccino a Boane (Mozambico)
Fra Luca, da dove nasce l’idea di avviare il suo progetto in Mozambico e quali esigenze avete trovato sul territorio?
«Io sono arrivato in Mozambico nel 2016 e per i primi cinque anni ho vissuto al centro-nord del Paese, poi dal 2021 mi sono spostato nel sud, proprio nella capitale Maputo, e lì ho conosciuto la realtà delicata e nello stesso tempo preoccupante dei tanti bambini di strada, molti dei quali abbandonati e senza futuro. Di fronte a ciò nel gennaio del 2021 si è iniziato a studiare un progetto (che poi sono diventati due) per dare attenzione a loro: in modo particolare un’attenzione sanitaria adeguata e l’inserimento nella scuola. Il progetto “Fratelli tutti” (inaugurato nel maggio del 2024) si è posto tre obiettivi: centro pediatrico, centro nutrizionale e centro di alfabetizzazione. Il secondo progetto, “Casa San Francesco e Santa Chiara”, da gennaio 2027 ospiterà bambini e bambine orfani».
Temete che l’espansione del terrorismo nella regione possa rappresentare una minaccia anche per la vostra area operativa?
«La situazione della guerra nel nord del Paese preoccupa tantissimo, e dispiace per il grande dramma che stanno vivendo centinaia e centinaia di famiglie, molte di loro hanno perso o dovuto abbandonare la propria casa. È vero però che la guerra è distante circa 3.000 km da dove operiamo noi e questo ci rassicura sul presente e sul futuro. Fino ad oggi non abbiamo avuto nessun segnale o nessuna minaccia riguardo alla nostra presenza sul territorio e riguardo al nostro lavoro quotidiano».
Che cos’è la «Fattoria didattica per orfani» e quale ruolo svolge concretamente nella vita dei bambini che accoglie?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara”, l’orfanotrofio per bambini e bambine orfane, vuole avere la peculiarità di funzionare come una fattoria didattica, perché riteniamo che la conoscenza della terra e il poter offrire a loro, crescendo, una formazione agronoma, sia per gli orfani una possibilità per un domani di avere la capacità di lavorare la terra, e di poter investire proprio nel loro territorio. Noi ci crediamo parecchio all’agricoltura perché la terra del Mozambico è ricca d’acqua ed è molto fertile e queste sono risorse importanti per il futuro dei bambini e ragazzi. Per noi francescani la natura è molto importante, il cantico delle creature di San Francesco ci fa capire la bellezza e l’importanza del creato, speriamo che questo progetto possa trasmettere questi valori ai bambini che vivranno in questa casa, con la consapevolezza che la terra può essere ancora oggi una risorsa per la vita umana».
Quanti minori assistete oggi e quali sono le principali difficoltà che affrontano quotidianamente?
«Nel progetto “Fratelli tutti” ogni giorno accogliamo circa 500 tra bambini e ragazzi. La priorità è il centro pediatrico perché cerchiamo di assicurare a chi ha bisogno un’assistenza sanitaria adeguata, poi diamo attenzione al loro percorso scolastico, aiutandoli nello studio e procurando per i bambini e i ragazzi il materiale necessario per andare a scuola, e quando possiamo, in modo particolare il sabato e la domenica, offriamo loro un pasto caldo. Le spese sono davvero tante ma la Provvidenza mai ci ha abbandonato e l’attenzione è davvero tanta. Oltre a gestire queste attività nel progetto, quotidianamente, io vado nel campo “profughi” dove vivono circa 2.000 famiglie che hanno perso la loro casa a causa delle alluvioni che hanno colpito il Mozambico dal 2023 ad oggi, e lì la situazione è molto preoccupante: manca acqua e energia e il cibo scarseggia. Le condizioni igienico sanitarie sono preoccupanti e anche il percorso scolastico dei bambini e ragazzi che vivono in questa realtà non è garantito. Il lavoro da fare in questo campo è veramente tanto».
A che punto è il progetto e qual è l’obiettivo finale che vi siete prefissati?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara” è a buon punto, spero di completare il lavoro entro fine 2026 per accogliere i bambini già da gennaio 2027. Il refettorio, le cucine, le sale di studio e di formazione, il dormitorio maschile, le lavanderie e il posto medico sono quasi ultimati, ciò che facciamo fatica a completare è il dormitorio femminile, ci mancano circa 20.000 euro per poter pagare la ditta e costruire i padiglioni. Speriamo veramente che anche questa volta la Provvidenza ci aiuti. Una volta aperto il progetto, un’associazione italiana garantirà la permanenza dei bambini e bambine nel progetto con le adozioni a distanza».
Quando il progetto sarà completato, quale sarà il suo futuro impegno in Mozambico?
«L’esperienza di questi ultimi tre anni, legata alla progettazione e costruzione dei progetti, mi ha fatto conoscere la grande realtà di una rete sociale di carità e attenzione verso i nostri progetti. Fondazioni, banche, scuole, parrocchie, giornali, tv e privati hanno reso possibile tutto ciò seguendo e aiutando il percorso iniziale di queste nuove realtà della nostra presenza in Mozambico. Terminati i lavori mi piacerebbe tantissimo coltivare di più questi legami, condividendo il percorso futuro dei progetti, raccontando le storie dei bambini che ci vivranno, studiando insieme strategie future e dando la possibilità a chi potrà di poter vivere un’esperienza missionaria lì in Mozambico. Ci terrei veramente a costruire un ponte di idee, di risorse umane e strategie economiche per dare un cammino certo a tutto ciò che è stato costruito in questi ultimi tre anni. È stato importante chiedere aiuto, è importante ringraziare e sarà ancora più importante saper tener vivi questi legami di amicizia, di capacità e di disponibilità, in questo modo il Bene sarà ancora più grande. Mi vedo in futuro con un piede in Mozambico per seguire l’evolversi dei progetti, ma nello stesso tempo anche qui in Italia per tenere viva questa rete di solidarietà che è stata la carta vincente di questi nuovi progetti».
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Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec
Da 20 a 250 milioni di fatturato in meno di un decennio, poi la frenata, la ristrutturazione e una nuova partenza con basi più solide. Fino ai 370 milioni dell’esercizio 2025. Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec - gruppo quotato alla Borsa di Milano, attivo nella progettazione e produzione di sistemi complessi per il settore navale, residenziale e commerciale - va in controtendenza.
Presidente, Somec ha attraversato una fase difficile prima di tornare a crescere. Cosa ha messo più a dura prova il gruppo, e quando ha capito che il peggio era passato?
«Somec è nata nel 1978, ma quando l’ho acquisita alla fine del 2013 era un’azienda mono-cliente con un fatturato di circa 20 milioni di euro. La strategia era chiara: fare acquisizioni e crescere velocemente. E ci siamo riusciti - siamo passati da 20 a 250 milioni di fatturato, con una decina di aziende nel gruppo e 800 milioni di euro in portafoglio ordini».
Poi è arrivato il Covid…
«Eravamo nel pieno di un’espansione accelerata, e la pandemia ci ha colto in una fase delicata: gli ordini erano sostanzialmente piatti, i prezzi delle materie prime sono esplosi e la marginalità ha iniziato a calare. A questo si è aggiunto il fatto che la nostra organizzazione non era ancora adeguata a gestire un gruppo di quella dimensione. Condurre un’azienda che vale 250 milioni è completamente diverso rispetto a una da 20: cambiano la strategia, la velocità decisionale, le priorità. E poi sono arrivati i problemi geopolitici, che hanno ulteriormente complicato il quadro. Oggi siamo a 28 aziende nel gruppo. Abbiamo affrontato una fase di indebitamento e marginalità in calo che ci ha imposto una ristrutturazione profonda. Nel 2024 e nel 2025 abbiamo applicato una politica rigorosa di riduzione del debito, riuscendo a generare 50 milioni di cassa in due anni e a raggiungere i 370 milioni di fatturato. Per il 2026 l’obiettivo è aumentare utile e generazione di cassa per arrivare a una posizione finanziaria netta positiva. Solo a quel punto torneremo a valutare operazioni straordinarie».
Perché avete scelto di quotarvi in Borsa nel 2018?
«Inizialmente la quotazione era funzionale a un’operazione straordinaria negli Stati Uniti. Ma poi ho capito che aveva un valore in sé: ti obbliga a una disciplina gestionale che fa bene all’azienda, e ti dà visibilità che altrimenti sarebbe molto difficile ottenere. A volte ti demoralizza - i titoli delle Pmi sono spesso sottovalutati rispetto ai fondamentali, e c’è poco interesse strutturale da parte degli investitori istituzionali. Ma è uno strumento che, se usato bene, può fare la differenza».
Le Borse hanno rivisto i massimi, ma c’è un diffuso pessimismo legato alle tensioni geopolitiche, alla guerra in Ucraina, ai conflitti in Medio Oriente. Lo condivide, o ritiene che per chi sa posizionarsi bene esistano comunque opportunità?
«Io ogni mattina leggo cinque giornali, e ogni giorno mi trovo davanti a notizie che sembrano progettate per scoraggiare. Ma il mio lavoro - e quello di chiunque guidi un’azienda - è trasformare le notizie negative in opportunità. Il pessimismo è un lusso che non posso permettermi. Certo, le tensioni internazionali hanno un impatto reale: Medio Oriente e Russia fanno salire le materie prime e l’inflazione. Ma noi abbiamo una struttura geografica che ci permette di non essere esposti direttamente a nessun singolo mercato di crisi. Le opportunità ci sono per chi è posizionato bene e noi lavoriamo ogni giorno per esserlo».
Le tensioni internazionali hanno cambiato il modo in cui i vostri clienti decidono gli investimenti? Nei grandi committenti - cantieri navali, costruttori di edifici di pregio - vede un atteggiamento di attesa o la domanda tiene?
«Il rischio dell’attesa esiste ed è reale: conosco imprenditori con utili solidi e cassa abbondante che hanno bloccato gli investimenti in attesa di capire come si evolve la situazione. Questo meccanismo di paralisi è uno dei freni più pericolosi per l’economia, perché è autoreferenziale - più si aspetta, più si crea incertezza, e più si aspetta ancora. Nel nostro settore specifico, però, la domanda tiene. Sono appena tornato da una fiera del settore crocieristico a Miami, dove i quattro maggiori armatori al mondo - con un fatturato aggregato di circa 70 miliardi di dollari l’anno - si sono mostrati molto positivi. Hanno ordini di navi fermi fino al 2038. I numeri del comparto parlano chiaro: nel 1985 i passeggeri crocieristi nel mondo erano 1,9 milioni; nel 2025 siamo arrivati a 37 milioni. Questa crescita strutturale si traduce in ordini sui cantieri europei, che costruiscono la quasi totalità delle grandi navi da crociera del mondo».
Il settore navale è particolarmente esposto alle dinamiche geopolitiche. Come si comporta la domanda di navi da crociera e superyacht in un clima di incertezza globale?
«La domanda di superyacht è più ciclica e risente di più delle oscillazioni del sentiment dei grandi patrimoni, ma anche lì non vediamo una contrazione preoccupante. La verità è che chi ha grandi risorse continua a investire, anche in fasi di incertezza geopolitica - spesso anzi accelera, cercando beni rifugio o esperienze di alto valore».
Lei aveva detto che i dazi non la preoccupano perché producete negli Stati Uniti per il mercato americano. Ne vale davvero la pena, produrre negli Usa?
«Assolutamente sì. E non solo per i dazi. Produrre negli Stati Uniti significa essere vicini al cliente, rispondere rapidamente, non subire i costi e i ritardi della logistica internazionale. Significa anche capire il mercato dall’interno. Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è la velocità burocratica: negli Usa, se devo costruire un capannone, in un mese ho tutte le autorizzazioni. Da noi possono volerci anni. Questa differenza di velocità si traduce direttamente in competitività».
Gli Stati Uniti crescono a ritmi quattro o cinque volte superiori a quelli dell’eurozona. Lo vede anche nei vostri ordini? Da cosa dipende, secondo lei, questo divario così marcato?
«Lo vedo eccome. Il mio socio americano è molto ottimista: con tassi in calo si stanno riaprendo grandi investimenti e grandi progetti. La dinamica americana è quella di una crisi a V - scendi e risali altrettanto velocemente. Quella europea è una crisi a L: scendi, e poi resti lì. Il motivo fondamentale è la velocità delle decisioni. In Europa ci siamo ingessati in una burocrazia che rallenta tutto. Speriamo che qualche scossone - e qualcuno sta arrivando - possa spingere verso la costruzione di un’Europa vera, capace di decidere e agire. Perché oggi la debolezza dell’Unione europea è strutturale: non decide, non agisce, subisce. Prendiamo il tema delle energie rinnovabili e dell’automotive elettrico: sono obiettivi giusti, ma devono essere realizzati in modo da creare business, non da distruggerlo. Invece abbiamo consegnato tecnologie strategiche a potenze con interessi divergenti dai nostri, e abbiamo smantellato interi comparti industriali sulla base di decisioni di cui ancora non si capisce bene la paternità. Stiamo buttando via ottant’anni di lavoro industriale».
Il mercato Usa è ancora in espansione o comincia a dare segnali di saturazione?
«È ancora in espansione. La riduzione dei tassi d’interesse sta liberando una quantità enorme di investimenti che erano stati sospesi. I grandi progetti nel navale e nel residenziale di pregio stanno ripartendo. La domanda americana rimane la più dinamica al mondo in questo momento, e noi siamo ben posizionati per coglierla».
Quali sono, a suo giudizio, i tre ostacoli strutturali principali che frenano la competitività europea?
«Burocrazia e lentezza decisionale, prima di tutto. Poi la mancanza di una strategia industriale coerente: si inseguono obiettivi ambientali sacrosanti senza pensare alle conseguenze per la base produttiva, e si finisce per favorire i concorrenti invece di rafforzarsi. Terzo, il sistema finanziario: le banche europee stanno riducendo i prestiti alle imprese, il che ingessa le aziende e frena la crescita proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. Il risparmio privato esiste in abbondanza - il problema è che non viene incanalato verso l’economia reale».
Il gap di crescita tra Usa ed Europa è destinato ad allargarsi ancora, o c’è la possibilità di un’inversione di tendenza? Cosa servirebbe?
«Dipende dalla velocità con cui l’Europa deciderà di riformarsi. Oggi la traiettoria è quella di un allargamento del gap. Per invertirla servirebbe un piano serio di supporto alle piccole e medie imprese - che sono la spina dorsale dell’economia italiana ed europea - e una politica di incentivi che faccia lavorare il risparmio privato in modo produttivo. I Pir, per esempio, nel 2018 avevano creato un meccanismo interessante per portare capitali sulle Pmi quotate. Poi sono stati smontati male, e molti investitori si sono bruciati. Bisogna tornare a ragionare in quella direzione, ma farlo bene».
L’Italia, in questo quadro, ha ancora un ruolo specifico da giocare, o rischia di essere marginalizzata? Dove sta la vera forza competitiva del nostro Paese?
«L’Italia ha una forza competitiva che spesso non riconosciamo abbastanza: siamo bravi, creativi, e più veloci di quanto si pensi. Siamo più casinisti di un tedesco, ma questa apparente disorganizzazione nasconde una capacità di adattamento e di risposta che in molti ci invidiano. Sulla mia scrivania ogni giorno ci sono cinquanta lavori aperti in parallelo - e vanno avanti tutti. È un modello che funziona, a patto di saperlo gestire. Il problema dell’Italia non è la mancanza di capacità, ma la mancanza di sicurezza e stabilità nel contesto in cui le imprese operano. Quando manca quella certezza, gli imprenditori si bloccano. E un Paese che si blocca non cresce. L’Italia è tenuta in piedi dalle piccole e medie imprese: se le lasciamo senza supporto finanziario, senza incentivi e senza un sistema bancario che le accompagni, rischiamo davvero di perdere il nostro vantaggio competitivo».
E la Cina? È un mercato da presidiare o da guardare con cautela?
«Prima di Natale ero a Shanghai. La Cina costruirà navi più piccole, un segmento interessante in cui siamo già presenti con produzione locale e partnership locali. Sono avanti su molte cose - non bisogna sottovalutarli - ma la chiave è esserci, capire il mercato dall’interno e trovare i partner giusti. Noi lo stiamo facendo».
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Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro, secondo quanto riportano i media israeliani. Un commando della marina militare israeliana avrebbe abbordato una delle navi della Flotilla, partita dalla Turchia con circa 50 imbarcazioni dirette verso Gaza.
Poco prima, il ministero degli Esteri di Israele aveva scritto su X, riferendosi alla missione della Flotilla: «Ancora una volta, una provocazione fine a sé stessa: un’altra cosiddetta “flottiglia di aiuti umanitari” senza alcun aiuto umanitario. Israele non permetterà alcuna violazione del legittimo blocco navale di Gaza e invita tutti i partecipanti a questa provocazione a cambiare rotta e a tornare immediatamente indietro».