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A ore l’annuncio dell’investimento a Novara: 1.600 nuovi posti. A breve previsti altri accordi di sviluppo sulla microelettronica.
Se non ci fosse stata la guerra in Medio Oriente, l’annuncio (è previsto per le prossime ore) di un investimento da 3,2 miliardi di uno dei colossi mondiali della microelettronica in Italia avrebbe avuto ben altra enfasi. Anche perché l’approdo di Silicon Box (Singapore) a Novara per realizzare una fabbrica di chip che dovrebbe dar lavoro a circa 1.600 persone rappresenta un unicum a livello europeo.
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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Imagoeconomica
Social e Web sotto accusa dopo i casi dei ragazzi aspiranti killer. Ma il virtuale diventa utile se somministra slogan progressisti.
È sempre suggestivo il paradosso dei giovani: è difficile spiegare che cosa siano esattamente, soprattutto oggi che li si vuole identificare come persone fra i 18 e i 34 anni, operazione poco sensata se ve n’è una. Epperò si parla sempre di loro, tornano buoni per ogni occasione nel dibattito politico e mediatico.
Negli ultimi giorni - come quasi sempre accade - vengono contemporaneamente blanditi e bastonati. Da una parte se ne celebra il fondamentale ruolo nella vittoria referendaria del No. I principali quotidiani progressisti ne glorificano il ritrovato afflato politico e militante, applaudono alla loro calata nelle piazze. Molti fini editorialisti sono rimasti piacevolmente turbati alla vista di ragazze e ragazzi che sfilavano come una variegata truppa riunita sotto lo slogan No Kings, e subito si sono precipitati a indicare in essi il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti.
Allo stesso tempo, però, gli stessi media riportano commenti addolorati e gonfi di preoccupazione sulla medesima - per quanto evanescente - categoria sociale. Soprattutto alla luce di alcuni episodi particolarmente brutali: l’aggressione a colpi di coltello a una professoressa da parte di un tredicenne bergamasco e l’ultimo caso di una triste serie, ovvero il fermo a Perugia di un diciassettenne che progettava attacchi terroristici sulla base di piani condivisi in un gruppo Telegram. Anche qui si tende a scomodare, spesso impropriamente, la politica: c’è pure chi dice che la violenza esplosiva e spesso inaspettata di questi minorenni sia diretta conseguenza della ferocia e della polarizzazione del dibattito pubblico. Per carità, può anche darsi che ciò influisca. Ma la sensazione è che tali analisi siano un filo viziate. Che si voglia cioè sfruttare alcuni casi estremi per suggerire che derivino dall’espansione delle destre politiche. Non è casuale che si insista con particolare compiacimento a rimarcare il carattere neonazista dei deliranti manifesti che alcuni attentatori o aspiranti tali, per lo più minorenni, diffondono online.
È bene dunque sgombrare il campo da alcuni equivoci. La destra identitaria e a maggior ragione la destra istituzionale non hanno nulla a che fare con le forme di neonazismo digitale a cui alcuni minori si abbeverano (tra questi sicuramente il diciassettenne di Perugia e forse pure il tredicenne di Bergamo). Lo dimostra il fatto che la Werwolf Division, a cui si rivolgeva lo stragista in erba fermato ieri, è già attenzionata da anni e nel 2024 alcuni dei suoi simpatizzanti italiani parlavano di uccidere Giorgia Meloni. Va inoltre ricordato che stiamo parlando di fenomeni che, per quanto spaventosi, sono circoscritti e non sono il necessario quanto inevitabile approdo del tanto discusso «disagio giovanile», che da decenni è uno scudo comodo dietro cui nascondere qualsiasi cosa. Ci sono ragazzi che pensano con la propria testa, che agiscono politicamente con consapevolezza, da una parte e dall’altra.
Tuttavia, se volessimo individuare un elemento che tenda ad accomunare i casi più problematici e che riemerge con costanza a ogni latitudine, forse dovremmo concentrarci sulla manipolazione. I cosiddetti giovani, soprattutto quelli che si collocano appena sotto o appena sopra il limite della maggiore età sono, e non da oggi, tra le fasce più malleabili della popolazione. E purtroppo l’attualità ce lo dimostra. Potremmo spingerci a dire, senza timore di esagerare troppo, che tra certe esplosioni di piazza e i casi dei singoli violenti vi sia soltanto una differenza di intensità di tale manipolazione. I social network hanno imposto a intere generazioni parole d’ordine che vengono ribadite pure nei cortei e che producono rivendicazioni in serie. Prima si va tutti in piazza contro il riscaldamento globale, poi per la Palestina, poi per questo o quel presunto diritto, poi ancora per dire un generico No al sistema o a ciò che viene presentato come tale. Solitamente, e con maggiore evidenza negli ultimi anni, la manipolazione fa leva sull’alienazione della realtà, sulla costruzione di un mondo artificiale che viene percepito come giusto e auspicabile. Nella forma più blanda tale alienazione si manifesta ad esempio nella convinzione che esistano non due ma decine di sessi, cosa smentita dalla realtà, dalla biologia e dal buonsenso. Nei frangenti più estremi - ed evidentemente molto più pericolosi - l’alienazione, unita all’isolamento sociale, crea bolle pazzesche di oscurità e perversione come quelle del nazi-satanismo accelerazionista deflagrato negli Usa e giunto anche in Italia, come dimostra la vicenda di Perugia. Parliamo di una ideologia di morte che in qualche modo trascende le divisioni politiche e punta alla concretizzazione del caos totale, che può essere raggiunto attraverso la perpetuazione di abiezioni di ogni genere.
Intendiamoci: non significa che tutto sia identico e che le spinte ideologiche si equivalgano, che certo attivismo sia analogo ai temibili satanisti digitali. Significa semmai che esistono tratti comuni, che i social network sono un potentissimo strumento di manipolazione e di separazione dalla realtà capaci di produrre mostri più o meno malvagi. Se si vuole comprendere l’alienazione di cui parliamo - in parte affrontata da serie tv come Adolescence (il cui creatore, guarda caso, ha scelto di recente di portare sullo schermo Il signore delle mosche, potentissimo racconto del Male che avvince i giovanissimi) - lo strumento ideale è il romanzo Amygdalatropolis, che racconta la discesa agli inferi di un giovane che si separa dal mondo e si immerge negli abissi del Web.
L’antidoto a questo tipo di degenerazioni è uno soltanto: il ripristino del contatto con la realtà, il ritorno al reale. Ed è esattamente qui che sta il punto: tale ritorno non può essere parziale. Detto altrimenti: non si possono condannare la manipolazione e la alienazione a corrente alternata. Non si può celebrare l’indottrinamento dei più giovani quando fa comodo alla causa (soprattutto progressista) e al contempo biasimarlo e piagnucolare per l’isolamento e il lavaggio del cervello quando tutto sfugge terribilmente di mano. Invece, la sensazione è che finché i cosiddetti giovani marciano con slogan triti e si intruppano a beneficio della retorica liberal-progressista dominante li si applaude perché sono funzionali. E ci si accorge dei danni da condizionamento social solamente in poche raccapriccianti occasioni, di cui poi si cercano gli inneschi sempre dove fa comodo, e cioè lontano dal cuore del problema.
Chi in questi anni e ancora oggi continua a magnificare lo strabiliante progresso agevolato dalla rivoluzione digitale, quando si spaventa per le bestie maligne che questo progresso genera suona leggermente ipocrita: o molto stupido o molto disonesto.
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Ecco #DimmiLaVerità del 31 marzo 2026. La nostra notista politica Flaminia Camilletti commenta il voto contrario alla fiducia dei parlamentari del generale Roberto Vannacci.
Tifosi della nazionale serba (Ansa)
Le tensioni in campo riflettono la geopolitica: Sarajevo vuole ritagliarsi spazio.
Sarebbe bello se tutto fosse dentro una sfida calcistica che decide chi tra Bosnia e Italia meriti maggiormente di accaparrarsi gli ultimi posti di un Mondiale che si annuncia extralarge non solo per le sedi, distribuite tra Stati Uniti, Messico e Canada (mai successo prima: tre nazioni per un solo torneo), ma anche perché quella del 2026 è la prima edizione allargatissima a 48 squadre.
Ma non tutto si ridurrà al campo e stasera nello stadio di Zenica, oltre al tifo delle curve, ci sarà quel rumore di fondo che è lo stesso che da anni echeggia in quei Balcani che l’Europa ha archiviato con disinvoltura e dimenticato troppo in fretta. Eppure quei Balcani rumoreggiano, borbottano rabbia e rancore. Così è bastata l’incosciente inquadratura sfuggita alla regia della Rai, che ritraeva l’esultanza di Dimarco, Esposito e Vicario in una saletta privata dello stadio di Italia-Irlanda del Nord, per aizzare gli animi e riempire di retorica politica la sfida calcistica. Aveva cominciato Edin Dzeko, una consolidata conoscenza italiana ancor oggi trascinatore della sua nazionale: «Noi giocheremo in uno stato molto molto caldo».
E per meglio capire l’elevata temperatura ci ha pensato l’ex romanista e juventino Miralem Pjanic: «A Zenica faremo il fuoco, non sarà piacevole per gli italiani essere lì». Ad aumentare il carico, infine, ecco il difensore del Sassuolo Muharemovic con un bel programmino: «Mangiarsi gli italiani, divorare chiunque verrà». Perché tanto livore? Davvero ci sono regolamenti di conti da saldare? No, evidentemente è il solito braciere balcanico che - ripeto - abbiamo sottovalutato e che spesso usa una retorica rude, scorbutica.
Che non ha mai regolato fino in fondo i conti interni e non ha trovato ancora pace. Il calcio che c’entra? C’entra come c’entrò per Maradona che punì con la sua mano - la mano de dios - i conti tra argentini e inglesi per le isole Malvinas/Falkland. Quell’Argentina che vide, proprio a Firenze in Italia 90, fallire un rigore e assieme l’epopea jugoslava: lo calciò malamente Faruk Hadzibegic, capitano dell’ultima nazionale slava piena di campioni e di rancori etnici che sarebbero esplosi da lì a poco, esattamente un anno dopo quel mondiale. Una guerra che durò 10 anni. L’eco di quei massacri torna nel rumore di fondo di Bosnia-Italia, così come entra ed esce in quella inchiesta che parla anche di nostri cittadini, cecchini a Sarajevo, che si divertivano a tirar schioppettate infami contro civili in fuga da altri cecchini e altre follie.
Nel brusio delle parole - troppe, esasperanti ed esasperate - dei giocatori ci sono echi dei rumori di Sarajevo o di Mostar o di Srebenica o di tutti quei luoghi teatro di un fine Novecento bestiale. L’Europa ha dimenticato la lezione dei Balcani, ha pensato che sarebbero bastati l’euro e un passaporto Ue per addomesticare quelle terre. Invece i calcoli potrebbero doversi rifare: ci sono richiami identitari che appartengono alle mappe politiche e culturali che sfuggono alle visioni di Bruxelles, convinta che la «taglia unica» vada bene a tutti. Invece no, e non bastano i richiami retorici. Serve la politica: chi sta monitorando la rotta balcanica? Non solo sotto il profilo migratorio ma anche per le connessioni con la Russia, con la Cina e con la Turchia che proprio con l’Unione europea si era impegnata - dietro il pagamento di tanti soldi - di tenere sotto controllo il traffico di umani. A Bruxelles andava bene così. Mentre Xi Jinping vede quelle zone come pezzi del proprio network infrastrutturale ma lo fa con un certo distacco, Vladimir Putin non ha mai smesso di parlare con i «suoi» Balcani, soprattutto dopo l’invasione in Ucraina, per evitare l’allargamento della «predicazione» Nato ed europeista. Lo ha fatto con la forza della fede e degli accordi energetici che vincolano non meno della identità. Lo stesso fa Erdogan con altrettanta retorica imperiale. I rancori che la vigilia della partita ha buttato fuori non sono la reazione all’esultanza di Dimarco. La cenere dei Balcani non è spenta: è sempre accesa, e i venti di guerra la alimentano. A due passi da noi.
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