L'ambasciatore Riccardo Sessa con il direttore generale per l'Europa e le Americhe del Ministero degli Esteri del Qatar, Khaled Rasheed Al-Mansouri (Ansa)
L’ex ambasciatore a Teheran: «I governi passano, i rapporti col popolo americano rimarranno buoni. L’accordo con l’Iran è fragilissimo e a vincere sono stati i pasdaran».
Quando lavorava in Iran, dalla sua finestra a Teheran, oltre alla città che si estendeva a perdita d’occhio, l’ex ambasciatore Riccardo Sessa poteva vedere anche un’altra ambasciata, quella di Francia.
Difficile immaginare che 20 anni dopo, proprio nella cittadina francese di Evian, si sarebbe consumato uno degli scontri diplomatici più violenti della storia occidentale. Oggi presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale, già direttore generale per il Medio Oriente e ambasciatore a Belgrado, Teheran e Pechino, Sessa ricorda che i governi passano, ma tutti sapevano che la presidenza di Trump «non sarebbe stata una passeggiata. Ma ora abbiamo toccato il fondo».
Trump insiste nell’attaccare Meloni. Dal punto di vista diplomatico si ricorda se è mai successo niente di simile?
«Il momento richiede calma e chiarezza. I rapporti tra Usa e Italia sono rapporti tra popoli che si frequentano da oltre 200 anni. Quei rapporti non sono in crisi e non lo saranno mai: i governi, non soltanto negli Usa, passano, ma i cittadini, i popoli, ricordiamoci che restano».
Ma sbaglio o adesso sono diventati tutti antitrumpiani?
«Bisogna essere onesti perché tutti sapevamo che la nuova presidenza Trump non sarebbe stata una passeggiata, e purtroppo ora lo abbiamo capito meglio. Avremmo dovuto sapere fin dagli inizi di questo secondo mandato come si sarebbe sviluppata la gestione trumpiana. Ma è chiaro che con queste ultime reazioni di Trump abbiamo toccato il fondo, per dirla in gergo militare, l’underwater. Per molti non è una sorpresa, ma a questo punto è secondario: noi e i nostri partner europei sappiamo che è arrivato il momento di prendere in mano il nostro destino, e non badare a chi dimostra ogni giorno di più di non essere un riferimento credibile».
Come giudica la reazione di Meloni alle parole di Trump?
«La presidente Meloni ha reagito in una maniera eccezionale e a lei deve andare la sincera solidarietà di tutti gli italiani. A mio avviso c’è un solo modo di rispondere a quelle provocazioni: urge un silenzio radio totale. Non replicare più a Trump».
Possiamo parlare di una crisi della Nato ormai?
«L’Alleanza atlantica da anni sta attraversando una crisi di identità legata alle trasformazioni nel mondo: non da ieri gli americani ci invitano garbatamente a prendere in considerazione una partecipazione maggiore e indipendente degli europei con un maggiore sforzo per la difesa. Oggi Trump lo sta facendo a modo suo, e gli europei continuano a perdere tempo su questo tema. Quello che sta succedendo nella Nato è una conseguenza di quello che sta accadendo nel mondo, di cui le governance internazionali negli anni passati sono state responsabili. Le ultime trovate di Trump poco cambiano per il futuro dell’Alleanza atlantica, da tempo si discute del disimpegno Usa nei confronti degli alleati europei: diciamo che i nodi sono venuti al pettine».
C’è stato un accordo tra Usa e Iran. Chi ha vinto la partita?
«La partita, ormai è sotto gli occhi di tutti, è finita 1 a 0 per l’Iran. Non hanno vinto gli Stati Uniti che si ritrovano in una posizione di svantaggio rispetto alla fase pre guerra, non ha vinto il popolo iraniano che continuerà a soffrire. La vittoria va alla governance iraniana, perché la teocrazia è ancora in piedi e l’ala più fondamentalista dei guardiani della rivoluzione oggi governa saldamente il Paese. Illudersi che questo accordo, se si può definire tale, possa portare alla pace, fa venire la pelle d’oca, anche ai diplomatici della vecchia scuola come me».
Oggi l’Iran ha il controllo di Hormuz. Rispetto alla fase pre- guerra questo accordo pone gli Usa in una posizione di svantaggio?
«Ora diventa veramente difficile pensare o ritenere possibile che gli iraniani lascino ad altri la gestione dello Stretto di Hormuz: con la perenne minaccia di bombardare chi non rispetta gli accordi, gli ayatollah hanno in mano una chiave che prima non possedevano. E questa spada di Damocle è la più grande conferma della fragilità dell’accordo appena firmato».
L’annuncio della firma a metà cena dopo una conferenza stampa al G7 di Evian, dal punto di vista della forma cerimoniale si era mai visto?
«Sugli aspetti protocollari occorre parlare con sincerità: qui si sta discutendo su come chiamarlo, intesa, memorandum... Ma pensiamo prima di tutto: come è stata firmata questa tregua? Siamo ormai nel ridicolo più spinto perché i puristi del “vecchio testamento” diplomatico non sarebbero mai riusciti a immaginare il povero Rubio che arriva a metà di una cena e fa firmare a Trump l’originale di un accordo così importante, soprattutto in quel modo… neanche fossimo in un cartone animato. L’etichetta non esiste più o se c’è, è da brividi: per un diplomatico della prima ora come me siamo andati oltre. Ma quello che più mi importa ricordare è: la forma è sostanza. Una regola d’oro per interpretare tra chi è stato siglato l’accordo e che cosa ci aspetterà».
La verità è che i contrasti politici restano, l’Iran ha già preso le distanze dai 10 punti dell’accordo. C’è il rischio che la guerra riprenda?
«Gli Stati Uniti e l’Iran non hanno raggiunto un modus operandi definitivo su cui porre le basi per una pace solida. Trump, inoltre, avrà presto un grosso problema a spiegare al popolo dei Maga le sue decisioni e i pruriti di Netanyahu aumenteranno presto, perché Israele temeva si arrivasse a questo punto più di tutti. Israele, che cercherà di resistere fino a quando potrà, è il più grande problema che Trump dovrà presto affrontare».
Basti pensare alla sovranità sul Libano, contenuta negli accordi: ma se Israele non si ritira Netanyahu sarà presto il vero problema per Trump…
«Certo, noi continuiamo a vedere delle prese di posizione di Hezbollah e questa non è altro che la conferma di come Israele sarà sempre un problema crescente per Trump: il rispetto degli accordi passa anche per un’intesa con Netanyahu che ora scricchiola più che mai».
L’ambasciatrice italiana è rientrata a Teheran. Lei, che ha ricoperto lo stesso ruolo, come vede il futuro anche dei rapporti con il nostro Paese?
«Noi italiani, come gli altri europei, abbiamo sempre avuto dei rapporti corretti con gli iraniani e questi ultimi hanno da sempre lottato per essere formalmente riconosciuti come attori autorevoli e non soltanto come singole realtà regionali. Agli inizi degli anni 2000, come ambasciatore a Teheran, insieme ai colleghi europei ci adoperavamo per convincere gli iraniani a lasciare libero accesso alle ispezioni per l’agenzia nucleare per il loro programma. Oggi sembra che si rimetta in discussione tutto. Quando me ne andai a metà del 2003, l’aspirazione profonda degli iraniani era quella di essere considerati interlocutori credibili, possibilità che ora gli è stata concessa da Trump con le modalità che sappiamo. In realtà c’era stato un grosso passo avanti con gli accordi di Obama, finalizzati peraltro dopo anni e anni di difficili negoziati diplomatici».
Trump è peggio di Obama?
«Questa è una domanda che, se arrivasse alle orecchie di Trump, gli farebbe venire l’orticaria. Anche se il paragone con Obama sta tanto a cuore a Trump, non è proprio questo il punto. Per anni la diplomazia ha lavorato non soltanto per decidere se l’Iran potesse avere la bomba, ma anche per cercare di creare le condizioni di sviluppo sul piano interno. E questa amministrazione Usa, che proponeva il regime change, ha dimostrato di non conoscere minimamente la storia, perché altrimenti avrebbe saputo che i cambiamenti dei vertici, soprattutto in una teocrazia, non avvengono con i bombardamenti. Tanto è vero che le prime linee del regime sono state sostituite con l’ala più estremista dei pasdaran».
Ma in tutto questo l'Europa cosa dovrebbe fare?
«L’Europa ha fatto tanto sull’Iran. E alcuni Stati nel 2003 seguivano i dossier iraniani, parliamo del famoso formato E3, costituito da Francia, Gran Bretagna e Germania. Quando si iniziò seriamente ad affrontare con gli iraniani il problema del nucleare, su cui come ambasciatore lavoravo insieme al collega svizzero in veste di rappresentante degli interessi americani, venne richiesto anche all’Italia di entrare a far parte del formato, per creare un modello E4. Ma in quel periodo eravamo il Paese presidente di turno della Unione europea, quindi si ritenne fosse meglio evitare di compiere una scelta politica così significativa e l’occasione sfumò. Ma allora c’era ancora la diplomazia che funzionava, e tutti sapevano tutto. Non c’erano segreti, non c’erano partite singole o doppi giochi. Tutto veniva concordato attraverso le diplomazie dei vari Paesi. Oggi non è più così».
Sessanta giorni basteranno per negoziare l’accordo?
«Non saranno mai soltanto 60 giorni ma diventeranno sicuramente di più. E chi può sapere quali fattori entreranno in campo nelle prossime ore? Occorre guardare a questa intesa con prudente scetticismo, come a un accordo fragilissimo. Lasciamo decidere agli storici di chi è la colpa e chi abbia attaccato per primo: il risultato non cambia, l’Occidente ha perso un’occasione e gli iraniani continueranno a soffrire».
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Ci fu un tempo, nel quale fascisti (veri) e comunisti puri (sovietici) fecero amicizia. Ma tutti avevano una cosa in comune: erano aviatori.
Donald Trump e Ursula Von der Leyen (Ansa)
Dopo lo scontro, piovono prediche e suggerimenti al premier perché rompa con gli Usa: una follia economica e politica. Il cui vero obiettivo è far tornare l’Italia sotto il controllo di Bruxelles, e di quello sì c’è da aver paura. Vance in Svizzera cerca l’intesa con l’Iran. Libano e Donald complicano tutto.
Come immaginavo, a sinistra non hanno perso l’occasione per sfruttare cinicamente la polemica fra Donald Trump e Giorgia Meloni. Invece di difendere l’Italia, che nella persona del presidente del Consiglio è stata oggetto di frasi offensive e sgarbate, commentatori e politici hanno strumentalizzato la faccenda per rivolgerla politicamente contro il premier. La colpa del capo del governo? Non essersi schierata fin da subito contro il presidente americano. «Accorgersi solo ora di questa postura pazzotica e dispotica del commander in chief rivela un’ingenuità insopportabile», scrive Massimo Giannini su Repubblica. Sulle cui pagine elenca una serie di questioni che avrebbero dovuto spingere Giorgia Meloni a dichiarare guerra all’America già un anno fa. L’accoglienza riservata a Putin durante l’incontro ad Anchorge, il trattamento usato nei confronti di Zelensky, l’annunciato Anschluss della Groenlandia, l’invasione del Venezuela, il discorso di JD Vance a Monaco, eccetera. Non si capisce che cosa si spettasse l’editorialista di Repubblica dal presidente del Consiglio. L’interruzione dei rapporti diplomatici? Dichiarazioni forti o minacce di uscire dalla Nato o da altri organismi di cooperazione internazionale?
Premesso che se il premier avesse deciso qualche cosa del genere non credo che Trump si sarebbe spaventato, né penso che avrebbe fatto marcia indietro, e anche se Meloni avesse preso posizione nei confronti di qualche decisione del presidente degli Stati Uniti, nulla sarebbe cambiato. Così come niente è mutato quando altri leader europei hanno avuto scontri più o meno vivaci con il commander in chief. Macron, Merz, Starmer e Sánchez, che prima di Meloni sono finiti nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca, sono forse riusciti a fargli cambiare idea? Non mi pare. Dunque, una polemica con Trump al massimo avrebbe accelerato quello che poi nei giorni scorsi abbiamo visto.
Ma, dicono i critici alla Giannini, «ora paghiamo il prezzo di tanta sottomissione. Nessuno chiedeva alla ex militante del Msi di rompere con gli Stati Uniti, opzione impensabile per qualunque governo. Ma di dissentire con dignitosa fermezza, questo sì. E adesso, incassata la giusta solidarietà per l’oltraggio subito ma persa miseramente la scommessa americana, Meloni dovrebbe riconoscere l’errore e dire agli italiani come vuole rimediare». Lo stesso editorialista di Repubblica si rende conto che pretendere di entrare in guerra con l’America è un po’ azzardato e dunque si limita. Ma «dissentire con dignitosa fermezza» a che cosa ci avrebbe portato? Forse avrebbe fatto felici Giannini e quelli come lui, ma dal punto di vista politico, delle relazioni con gli Usa e degli interessi nazionali, che cosa avremmo guadagnato? Come è di tutta evidenza nulla, mentre al contrario avremmo avuto molto da perdere, in quanto gli Stati Uniti sono da sempre uno dei nostri principali partner, e rompere o anche solo rendere più complicati i rapporti costa.
Dunque, fino all’ultimo, cioè fino a quando Trump non è passato alle offese, Meloni ha preservato le relazioni con gli Usa, facendo un netto distinguo fra le uscite un po’ bizzarre del presidente americano e le entrate dovute agli scambi commerciali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La Germania resta sempre il Paese verso cui esportiamo di più, ma gli Stati Uniti continuano a crescere, al punto che l’America è diventata il principale partner extraeuropeo dell’Italia. Nel 2025 la crescita è stata del 7,2%, per un valore complessivo di 70 miliardi, il 50% in più di quel che importiamo da oltreoceano. E tutto ciò proprio nell’anno in cui Trump ha introdotto i dazi sulle merce in arrivo dall’Europa. Dunque, di cosa si dovrebbe scusare Meloni e quali errori dovrebbe ammettere? A differenza di quanto sostiene Giannini, l’Italia non ha pagato alcun prezzo per «tanta sottomissione», ma semmai ha guadagnato e quasi certamente continuerà a guadagnare, perché a prescindere dagli scontri verbali con Trump, le relazioni - politiche ed economiche - con gli Usa continuano a essere eccellenti. Perché dunque commentatori e politici insistono a descrivere una crisi che non c’è? La risposta è semplice. Da anni provano a spingere l’Italia fra le braccia di Bruxelles e verso l’accettazione di regole e regolette care ai vertici della Ue. Il disegno è quello di sempre, ovvero puntare alla completa sottomissione nei confronti di un’Europa dove socialisti e verdi la fanno da padrone. In tal caso sì, per usare le parole di Giannini, il nostro Paese pagherebbe a caro prezzo l’accettazione delle politiche Ue. Ma è proprio per evitare tutto ciò che un ruolo autonomo dell’Italia è la sola cosa che ci convenga.
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Il presidente Sergio Mattarella e il sindaco di Venezia Simone Venturini sull'Isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia, per il XIX Simposio (Ansa)
Caro Simone Venturini, le scrivo questa cartolina perché ho visto la sua prima mossa importante da sindaco di Venezia: vuole far pagare un biglietto da 50 euro a chiunque entri in città.
Insomma, prima la grande vittoria (alle elezioni) poi la grande stangata (ai turisti). Siccome mi sembra un’ottima ideami permetto di suggerire altri balzelli per scoraggiare i poveracci che si ostinano a venire in Laguna: 30 euro (ulteriori) per calpestare il suolo di piazza San Marco, 5 euro (ulteriori) per ogni ponte che si attraversa e 10 euro (ulteriori) per ogni gradino che si sale di Rialto. Insomma il messaggio dev’essere chiaro: a Venezia si entra solo col portafoglio pieno. Poi qualcuno te lo svuota. O i borseggiatori, o il Comune, chi lo sa.
So che lei è cresciuto nell’associazionismo cattolico e quindi sicuramente ricorderà il musical che tanto ha avuto successo sui papaboy. Si chiamava: Forza, venite gente. Lei si deve essere ispirato, ma lo ha cambiato in: Forza, venite ricchi. Ma sì, insomma, che cos’è quest’idea che le meraviglie del mondo, come Venezia, debbano essere a disposizione di tutti, persino a disposizione dei poveracci, degli operai, dei precari? Quelli fanno l’overtourism, il nuovo grande nemico da combattere a suon di ticket. Perché dev’essere chiaro una volta per tutte che il tourism, per non essere over, dev’essere riservato agli eletti. Ai danarosi. Quelli che possono permettersi la notte al Danieli, il pranzo all’Harry’s Bar e il caffè al Florian. Gli altri, pussa via. ‘Sti pezzenti. Pensano di venire a Venezia per ammirarne la bellezza senza fare nemmeno un po’ di shopping, come si permettono?
Mi conforta anche il fatto che lei sia giovane, appena 38 anni, e che sia stato festeggiato, meno di un mese fa, come il nuovo volto vincente del centrodestra. Giorni e giorni di trionfo, interviste a reti unificate, applausi e cori da stadio. Lei è stato bravissimo: ha tirato su il morale a una coalizione che era uscita piuttosto scossa dal referendum sulla giustizia. E con la sua bravura ha dimostrato che il centrodestra sa e può ancora vincere. E vince per fare cosa? Ovvio: una bella stangata. Cioè per aumentare il ticket per entrare a Venezia da 5-10 euro, com’è oggi, fino a 50 euro. Non è meraviglioso? Ma certo, alla sua prima mossa importante, lei indica al centrodestra la via: basta con le avventure, è l’ora dei Venturini. Più tasse per tutti. Almeno, per cominciare, per tutti i turisti.
Nato a Marghera il 1° ottobre 1987, diploma al liceo scientifico, laurea in giurisprudenza a Padova, consigliere comunale dall’età di 22 anni, lei è stato per quasi dieci anni assessore nella giunta Brugnaro, di cui è stato indicato come «delfino». Definizione che non le piace e che, in effetti, non le si addice. Meglio «pesce siluro» considerato il colpo basso che ha tirato a chiunque entri in città. Scout e cattolico, da sempre vicino alla Chiesa, ha detto di aver scelto la carriera di amministratore rinunciando ad un posto fisso in Regione. Le fa onore, anche se molti pensano che lei punti in futuro alla grande politica nazionale. Da Roma, in effetti, già la guardano con interesse. Subito dopo la sua vittoria elettorale, per esempio, Giorgia Meloni le ha telefonato promettendole di venirla a trovare a Venezia. Ma ci viene un dubbio: che ticket farà pagare alla premier?
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