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2026-01-28
L’industria dello sport punta a 8,8 trilioni entro il 2050, ma la crescita non è garantita
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Secondo un report di Oliver Wyman e World Economic Forum, l’economia dello sport potrebbe quasi quadruplicare nei prossimi decenni. Ma inattività fisica e fattori operativi rischiano di pesare sulla tenuta della crescita già nel medio periodo.
L’economia dello sport continua a correre. Secondo le stime, nei prossimi venticinque anni il settore è destinato a quasi quadruplicare il proprio valore, passando dagli attuali 2,3 trilioni di dollari di ricavi annui a 8,8 trilioni nel 2050. Una traiettoria imponente, che conferma il peso crescente dello sport non solo come fenomeno culturale, ma come comparto industriale globale.
È quanto emerge dal report Sports for People and Planet, realizzato dalla società di consulenza Oliver Wyman insieme al World Economic Forum e presentato la scorsa settimana a Davos. Lo studio prevede già nel breve periodo una crescita significativa: entro il 2030 i ricavi complessivi dovrebbero salire a 3,7 trilioni di dollari, con un aumento del 10% nei prossimi cinque anni. Accanto a queste prospettive, il report segnala però una serie di criticità che, secondo gli analisti, potrebbero incidere sulla tenuta economica del settore. La prima riguarda la partecipazione. La diffusione di stili di vita sempre più sedentari, in particolare tra le fasce più giovani, rischia di ridurre nel tempo la base di praticanti e appassionati su cui si fondano molti dei ricavi dell’industria sportiva. Una dinamica che potrebbe riflettersi negativamente su ambiti come eventi, turismo sportivo, fitness, abbigliamento e attrezzature.
A questi elementi si affiancano fattori ambientali che, sempre secondo lo studio, rappresentano un ulteriore rischio operativo. Eventi meteorologici estremi, condizioni climatiche avverse e problemi legati all’inquinamento possono complicare l’organizzazione delle competizioni, incidere sull’affluenza del pubblico e aumentare i costi legati a infrastrutture, logistica e catene di approvvigionamento. Lo stesso comparto sportivo, osserva il report, comporta un utilizzo intensivo di risorse attraverso grandi eventi, viaggi e infrastrutture, elementi che gli analisti indicano come variabili da gestire sul piano industriale. Sommando questi fattori, Oliver Wyman stima che fino a 517 miliardi di dollari di ricavi potrebbero essere a rischio entro il 2030. Nel lungo periodo, in assenza di un’azione coordinata, le perdite potenziali potrebbero arrivare fino a 1,6 trilioni di dollari entro il 2050. Lo studio individua comunque i principali motori destinati a sostenere la crescita dell’economia sportiva nei prossimi decenni. Tra questi figurano l’espansione del turismo sportivo, il crescente interesse degli investitori che porta lo sport a essere considerato una vera e propria asset class, la diffusione dello sport femminile e un riequilibrio geografico della crescita verso le economie emergenti.
Per ridurre i rischi e sostenere lo sviluppo del settore, il report propone tre direttrici di intervento. La prima riguarda una gestione più efficiente e responsabile delle risorse. La seconda punta a rafforzare il ruolo dello sport come leva di sviluppo urbano, con effetti sull’attrattività delle città e sulla qualità della vita. La terza richiama la necessità di indirizzare flussi di capitale dedicati, in grado di sostenere investimenti coerenti con queste traiettorie. «Oltre ad analizzare i principali fattori di crescita che stanno plasmando la sua economia, questo report identifica tre percorsi distinti che riflettono l’impatto unico dello sport», ha spiegato Tony Simpson, partner e responsabile della practice Sport di Oliver Wyman, sottolineando come l’analisi possa supportare le organizzazioni sia nelle scelte di investimento sia nella gestione dei rischi. Secondo il World Economic Forum, il peso dello sport va oltre i numeri. «Lo sport fonde potere economico e influenza culturale in modi che pochi altri settori possono eguagliare», ha osservato Sebastian Buckup, managing director del Forum, indicando nel comparto una leva potenziale non solo di crescita economica, ma anche di sviluppo sociale.
Il quadro che emerge è quello di un’industria in forte espansione, ma non immune da fragilità. La corsa verso gli 8,8 trilioni di dollari è avviata, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del settore di affrontare, con strumenti concreti, i fattori che oggi ne mettono alla prova la crescita.
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Carlo Nordio (Ansa)
In assenza di un input del ministro, eventuali reati contro l’Arma non sono perseguibili.
L’episodio che ha coinvolto due carabinieri italiani in missione in Cisgiordania non è soltanto un incidente diplomatico, ma rivela le difficoltà strutturali dell’ordinamento italiano nel tutelare i militari impegnati all’estero, soprattutto in contesti di conflitto o forte instabilità.
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo le candele pirotecniche, nel Constellation sono stati rinvenuti anche petardi e strumenti per sparare fuochi d’artificio. Moretti: «Penso fossero di alcuni clienti». Intanto Berna assicura squadre investigative comuni con l’Italia entro il fine settimana.
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
Presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione dell’Esercito (CEPOLISPE) si è svolta la consegna del veicolo corazzato Lynx all’Esercito Italiano, destinato a rafforzare, in prospettiva, le unità della componente pesante della Forza Armata.
All’evento hanno partecipato il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Luciano Portolano, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, l’Amministratore Delegato di Leonardo Roberto Cingolani, il responsabile della divisione Vehicle System Europe di Rheinmetall Björn Bernhard, l’Amministratore Delegato della Joint Venture Laurent Sissmann, e il Presidente Esecutivo David Hoeder.
L'articolo contiene un video e una gallery fotografica.
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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