2026-05-16
India, dall’euforia alla disciplina: l’economia di Nuova Delhi entra in una nuova fase
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Una veduta del mercato di Karol Bagh a Nuova Delhi (Getty Images)
Tra volatilità dei mercati, pressioni sulla rupia e investimenti più selettivi, l’India affronta una fase di maggiore cautela. Il nodo ora è trasformare ambizioni economiche e peso geopolitico in crescita più solida e credibile.
L’India non è mai stata un mercato semplice. È troppo grande, troppo federale, troppo stratificata politicamente e troppo diseguale nel suo sviluppo per essere letta con categorie sbrigative. Chi ha immaginato di trovarvi la scala della Cina, la rapidità esecutiva del Golfo e le uscite finanziarie della Silicon Valley ha finito per scontrarsi con una realtà diversa. L’India non premia il capitale impaziente. Premia chi sa distinguere tra potenziale demografico e costruzione reale di valore.
La fase attuale va letta in questa chiave. Il rallentamento di alcuni flussi di investimento, la maggiore prudenza dei fondi, la volatilità dei mercati e le pressioni sulla rupia non indicano necessariamente un indebolimento strutturale del Paese. Segnalano piuttosto il passaggio da una stagione di entusiasmo a una stagione di selezione. Dopo anni in cui l’India ha beneficiato della liquidità globale, del riposizionamento delle catene produttive, della ricerca di alternative alla Cina e dell’attrazione politica di una grande democrazia asiatica, era inevitabile che alcuni prezzi venissero messi alla prova.
Questo non è un fallimento della storia indiana. È una sua maturazione.
Per diversi anni, una parte degli investimenti è stata sostenuta non solo dai fondamentali, ma anche dal racconto. Il mercato indiano è stato presentato come l’alternativa naturale alla Cina, il grande spazio del consumo futuro, il laboratorio digitale del Sud globale, il ponte tra demografia e tecnologia. Molto di questo è vero. Ma nessuna economia, per quanto promettente, può vivere a lungo di aspettative senza essere richiamata alla disciplina degli utili, della produttività e dell’esecuzione.
Una maggiore cautela degli investitori può persino essere salutare. L’India non ha bisogno di capitali che arrivano solo per inseguire il momentum e si ritirano al primo segnale di volatilità. Ha bisogno di capitali capaci di accompagnare cicli lunghi: infrastrutture, manifattura, transizione energetica, logistica, sanità, agricoltura, inclusione finanziaria, digitalizzazione dei consumi. Sono settori che non offrono sempre ritorni immediati, ma costruiscono capacità nazionale.
La critica sulle valutazioni merita attenzione. Molti asset indiani sono costosi. Molti imprenditori valutano le proprie società come se la crescita futura fosse già acquisita. I mercati pubblici hanno talvolta alimentato questa fiducia. È comprensibile, dunque, che gli investitori chiedano maggiore disciplina. Ma anche questa non è una cattiva notizia. Può obbligare imprese familiari, fondatori e fondi a un confronto più serio sul valore reale, sulla governance, sui margini e sulla qualità della crescita.
L’India sta pagando, come molte economie emergenti, un contesto internazionale meno favorevole. Le tensioni in Medio Oriente pesano sul prezzo dell’energia. La vulnerabilità delle rotte marittime incide sulle catene di approvvigionamento. L’incertezza monetaria globale rende più selettivo il capitale. Per un Paese che importa gran parte del proprio fabbisogno energetico, ogni scossa nel Golfo o nello Stretto di Hormuz può tradursi rapidamente in pressione su inflazione, conti esterni e bilanci familiari.
Ma vulnerabilità non significa fragilità.
Negli ultimi anni l’India ha costruito riserve, rafforzato il sistema bancario, contenuto il deficit delle partite correnti, ampliato la base fiscale e investito in infrastrutture con una continuità rara nella sua storia recente. Il sistema dei pagamenti digitali, la formalizzazione di parti dell’economia, l’espansione delle reti logistiche e la maggiore solidità del credito hanno modificato la capacità dello Stato e delle imprese di assorbire shock esterni. I rischi restano, ma non colpiscono più la stessa economia di dieci anni fa.
Il punto centrale è che l’India non può più essere giudicata solo come un mercato emergente promettente. Viene giudicata rispetto alle proprie ambizioni. Ed è un test più severo.
Per attrarre la prossima fase di capitale, non basteranno la demografia, la dimensione del mercato interno o la posizione geopolitica. Serviranno uscite più chiare per gli investitori, mercati obbligazionari più profondi, tempi giudiziari più rapidi, regole fiscali più prevedibili, migliore governance urbana, contratti più facilmente esigibili e costi logistici più bassi. Queste non sono richieste ostili all’India. Sono le condizioni perché l’ambizione indiana diventi pienamente credibile.
La trasformazione di fondo, tuttavia, resta intatta. Il mercato interno è ancora ampio e sotto-penetrato. Il ciclo infrastrutturale non è esaurito. Il sistema bancario è più sano. La spinta manifatturiera è imperfetta, ma reale. L’infrastruttura pubblica digitale ha creato una piattaforma che pochi Paesi emergenti possono eguagliare. La rilevanza geopolitica dell’India è aumentata, non diminuita, mentre governi e aziende cercano alternative a una dipendenza eccessiva dalla Cina.
Qui sta la differenza tra una correzione e un’inversione di rotta. Una correzione impone disciplina. Un’inversione segnala perdita di direzione. L’India oggi affronta la prima, non la seconda.
Esiste anche un equivoco frequente. L’India non sta cercando di crescere seguendo un modello puramente export-led. La sua strategia combina domanda interna, investimenti pubblici, politica industriale selettiva, welfare, digitalizzazione e posizionamento geopolitico. Questo rende il percorso più complesso, ma anche meno dipendente da una sola fonte di crescita. I capitali esteri sono importanti, portano disciplina e reti globali. Ma non definiscono da soli la traiettoria del Paese.
La vera questione non è se alcuni investitori stiano diventando più prudenti. La vera questione è se l’India saprà usare questa prudenza per migliorare la qualità della propria crescita. Un momento di maggiore selettività può diventare utile se accelera le riforme necessarie: energia più sicura, infrastrutture più efficienti, giustizia commerciale più rapida, mercati del lavoro e della terra più prevedibili, maggiore trasparenza regolatoria.
L’India non deve rispondere allo scetticismo con la retorica. Deve rispondere con l’esecuzione. Le grandi formule sul 2047 e sullo status di economia sviluppata hanno senso solo se accompagnate da risultati visibili nei porti, nella logistica, nella formazione, nell’industria, nella fiscalità, nelle città e nella fiducia istituzionale.
Un’India più matura sarà inevitabilmente meno spettacolare dell’India dei roadshow finanziari. Avrà correzioni, delusioni, valutazioni riviste, cicli meno euforici. Ma avrà anche scala, resilienza, risparmio interno, capacità tecnologica e una posizione strategica che pochi altri Paesi possono rivendicare.
La domanda, dunque, non è se la storia economica indiana si stia esaurendo. È se il mondo è pronto a guardarla con meno superficialità. L’India non è un miracolo da celebrare né una bolla da liquidare. È una grande economia in costruzione, con tutte le frizioni che questo comporta.
E proprio per questo, forse, la fase attuale non indebolisce il caso indiano. Lo rende più serio.
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Stefano Bonaccini, Michele De Pascale e Elly Schlein (Ansa)
I numeri della Regione rossa lo certificano: gli immigrati non diventano autosufficienti.
Cosa non si fa pur di avere una società multiculturale e inclusiva? Basta confezionare l’importazione di sacche di povertà e disagio in un fenomeno da affrontare con «approcci intersezionali», «interculturali».
Affinché «nessuno si possa sentire o percepire estraneo». Belle parole. Peccato che per il sistema Regione c’è un elemento imprescindibile. Mettere mano al portafogli e al welfare. Servizi sociali, case popolari e Naspi per la disoccupazione.
Un flop del modello accoglienza targato Emilia-Romagna raccontato dai dati contenuti nella relazione sull’attuazione della Legge regionale 5/2004 dedicata all’integrazione dei cittadini stranieri immigrati. Al di là dei toni rosei del programma «Emilia-Romagna plurale, equa ed inclusiva», dal quadro che emerge, c’è ben poco del romanticismo con cui la Regione rossa tenta di descrivere la proprie battaglie a favore delle «risorse» straniere.
Il 28,8% dei cittadini che ogni giorno si mettono in fila agli sportelli dei servizi sociali regionali sono stranieri. Con richieste che per circa il 30% servono a soddisfare bisogni primari: affitti, bollette, contributi e buoni spesa. E poi case e alloggi, in una misura almeno doppia rispetto agli italiani. Naturale conseguenza delle condizioni di generale povertà della popolazione straniera, dove il tasso di disoccupazione regionale è di almeno il 10%, contro solo il 3,3% dei cittadini italiani. Aspetto anche questo del tutto in linea con le basse scolarizzazione e qualificazione della popolazione immigrata, 579.000 cittadini in Emilia-Romagna, pari al 12,9% della popolazione. Considerando quanti lavorano, oltre il 75% si trova impegnato in mansioni operaie e senza specializzazione.
Nulla, però, che i dati di Inps e Istat non raccontassero da tempo, ammesso che si voglia leggerli senza paraocchi ideologici. Ossia che almeno un terzo degli stranieri si trova in condizioni di povertà assoluta e che la popolazione immigrata, mediamente, appartiene a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. In poche parole, rappresenta per buona parte una fascia di cittadini non autosufficiente per le funzioni base del welfare. Realtà che l’amministrazione regionale sembra, però, non voler vedere visto che l’inseguimento «della pluralità come valore» e «dell’equità come indirizzo strategico per ridurre le disuguaglianze» non è accompagnato da una seria analisi di quanto questo modello di pluralità assistenziale impatti sui contribuenti emiliano romagnoli. Un tema che riflette l’andamento nazionale, dove l’80% del peso fiscale italiano, di fatto, si regge su un risicato 27% di cittadini, con redditi dai 29.000 euro in su tra i quali non rientra di certo la maggioranza degli stranieri.
Come se non bastasse, i dati del report raccontano anche di un altro carico per il sistema Regione, a partire dalla scuola dove gli stranieri sono il 18,9% del totale, la quota più alta d’Italia. Il 47% degli studenti stranieri delle superiori, però, è in ritardo scolastico, contro il 16% degli italiani. Per non parlare dei licei, appannaggio di solo due studenti stranieri su dieci. Altro tasto dolente è quello dei sistemi di accoglienza, che di fatto offrirebbero una sponda allo sfruttamento lavorativo. Centri Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) spesso diventano luoghi privilegiati di primo contatto e avvio allo sfruttamento. Caporalato, lavoro nero in edilizia, logistica e ristorazione.
Fenomeno che non risparmia nemmeno i giovanissimi arrivati in qualità di minori stranieri non accompagnati e che dopo l’uscita dai percorsi di tutela vengono coinvolti in contesti lavorativi «grigi» o «neri», anche per la necessità di reperire una occupazione ai fini della conversione del permesso di soggiorno e della permanenza in Italia. Martedì prossimo la IV Commissione dedicata alle Politiche per la salute e sociali dovrà decidere se confermare la legge o cambiare rotta.
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Tifosi del Como (Ansa)
Niente esodo a Cremona per i tifosi del Como: ancora una volta invece di gestire l’ordine pubblico, si preferisce far pagare dazio a tutti. Ma è un modello illiberale.
La marcia del calcio italiano verso l’autodistruzione non conosce sosta. Dopo la surreale commedia dello spostamento (di mezz’ora) delle partite di domenica, causa improvvisa scoperta della finale degli Internazionali di tennis, il Como non potrà avere i suoi tifosi al seguito a Cremona per via di vecchie ruggini tra le due tifoserie. Dopo la penalizzazione di tre mesi inflitta quest’inverno a tutti i tifosi del Verona e del Pisa, si fa strada sempre più un modello di calcio plastificato, televisivo, asettico.
Come se non bastasse la settimana di ridicolo con il ping pong tra Lega, prefettura di Roma e Tar sugli orari del penultimo turno di Serie A, ieri è diventato praticamente ufficiale il divieto per i tifosi del Como di seguire la squadra in una trasferta a Cremona che può valere la Champions. Nella segnalazione dell’Osservatorio al Casms, il Comitato che analizza la sicurezza delle competizioni sportive, si consiglia di chiedere al prefetto di Cremona di bloccare l’accesso allo stadio a tutti i residenti nella provincia di Como e di prendere in considerazione tutti i provvedimenti restrittivi del caso. Scontato che il Cams farà propria questa linea e che la Prefettura si adeguerà, semplificando la vita a tutti quanti. L’Osservatorio fa notare che identico provvedimento fu preso per la partita di andata nei confronti dei tifosi grigiorossi. È vero, e infatti non successe nulla. Ma va ricordato che i tifosi della Cremonese, quella domenica, pagarono con quel divieto i disordini che erano avvenuti la settima prima, a poche ore dall’inizio della partita casalinga con il Parma.
Sarebbe anche giusto ricordare altri precedenti. In Cremonese-Como, giocata in serie B il 9 marzo 2024 (terminata 2-1 per il Como), il lariano Gabriel Strefezza fu espulso con un rosso diretto dopo 14 minuti del primo tempo, in una partita gagliarda ma dove non ci fu nessuno scontro tra tifosi. L’Osservatorio, per giustificare il presunto allarme per domani, torna allora indietro alla primavera del 2022 e parla di «gravi disordini». Come racconta La Provincia del 6 maggio 2022, la Cremonese ottenne la promozione in A proprio a Como e i tifosi grigiorossi erano ovunque. Alcuni furono persino spostati in tribuna, con una decisione che si è poi rivelata discutibile perché non riuscivano più a separare gli uni dagli altri. Ci fu qualche contatto tra le due tifoserie, ma il giornale annota che «nessuno è stato portato in ospedale» e «sono stati lanciati alcuni fumogeni e nulla più». Insomma, non sembra un gran precedente. Una delle asimmetrie che continuano a crearsi con questa filosofia di gestione delle partite in trasferta è che i club piccoli vanno a giocare fuori senza nessuno, mentre squadre come Juventus, Inter o Napoli riempiono mezzo stadio dappertutto. Non è una caso che la mano dura sia stata usata quest’anno anche con altri due club con tifosi tutti concentrati nelle province di appartenenza. Alla fine di ottobre, dopo una serie di scontri a Pisa causati anche da una gestione dell’ordine pubblico assai discussa (fu lasciata «scoperta» una stazione ferroviaria), i tifosi del Verona e dei nerazzurri toscani vennero bloccati dal Viminale per ben tre mesi. Questo giornale fu uno dei pochi a osservare che non aveva senso punire migliaia di sostenitori per bene e pacifici. E il ministro Andrea Abodi prese posizione: «Che questo tempo di riflessione (…) serva a comprendere quale dovrà essere il modello futuro nel quale ognuno deve rispondere del proprio comportamento e chi vuole andare a un evento sportivo in pace non veda limitata la propria libertà semplicemente perché la società, e non lo sport, ha qualche delinquente che passa da teppista ad assassino». Sono passati sette mesi e sembra che nessuno abbia riflettuto su niente.
L’unica buona notizia per l’ultima di campionato riguarda il traffico sulla A1 tra Milano e Bologna. Ci saranno solo i tifosi dell’Inter che vanno a Bologna. Niente unni comaschi in giro e Autogrill tutti per i campioni d’Italia.
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Fiera di armi a Bucarest, Romania
Viaggio tra gli stand della grande fiera militare appena chiusa nella capitale rumena: «Facili da usare, sembrano Playstation».
Si è chiusa ufficialmente ieri, 15 maggio 2026, l’edizione più imponente e carica di tensione della storia della Black sea defense aerospace and security (Bsda). Nata nel 2007, la fiera ha celebrato i suoi vent’anni trasformando l’area di Romaero Băneasa in un gigantesco catalogo a cielo aperto della distruzione e della Difesa, in un momento storico in cui il confine tra esposizione tecnologica e necessità del fronte non è mai stato così sottile.
Mentre a pochi chilometri di distanza era in pieno svolgimento il B9, con un summit tra i presidenti di Romania, Polonia ed Ucraina (dove si discuteva di diplomazia, guerra alla Russia e confini), tra gli padiglioni di Bucarest si respirava l’odore metallico dell’olio per armi, il ronzio elettrico dei droni e il rombo dei motori supersonici degli aerei da guerra. Per tre giorni, la capitale romena è stata l’epicentro di una corsa agli armamenti. Non un concetto astratto ma realtà. Toccabile con mano (in tutti i sensi) da delegazioni militari, esperti, capi di Stato e - nell’ultimo giorno - da comuni cittadini.
L’evento ha riunito oltre 550 aziende espositrici provenienti da 36 Paesi, attirando più di 30.000 visitatori e una fitta rete di oltre 350 alti funzionari governativi e militari. Tra le uniformi di mezzo mondo, l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano. È stata notata e seguita con attenzione la delegazione italiana, guidata dal generale di Squadra aerea Antonio Conserva, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare dal maggio 2025. Accompagnato dal suo omologo dell’esercito romeno, il generale Conserva ha visitato diversi stand, soffermandosi a lungo nell’area espositiva di Leonardo, il colosso italiano che presidia il mercato con il velivolo C-27J Spartan, già pilastro dell’aeronautica locale.
La presenza italiana non si è limitata ai vertici: aziende come Beretta hanno mostrato il meglio della produzione di armi leggere, attirando l’interesse di chi, sui campi di battaglia ucraini, ha imparato che l’affidabilità di un fucile può fare la differenza tra la vita e la morte. Era possibile fare raffronti. Impugnare una Colt o una Glock. Prendere la mira con Rgp o utilizzare i droni antidroni. Entrare all’interno di un F-35 o di un mezzo blindato.
Non è stata una fiera qualunque quella di quest’anno. La Bsda 2026 si è svolta in concomitanza con il vertice del Bucarest 9 (B9), l’alleanza nata nel 2015 per rafforzare il fianco orientale della Nato. Il clima politico è stato elettrizzato dalla presenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, arrivato a Bucarest per incontrare il suo omologo romeno Nicusor Dan (al centro di una grave crisi di Governo) e il presidente polacco, Karol Nawrocki. Zelensky ha visitato una base di addestramento per i piloti di F-16, gli stessi caccia che hanno sorvolato i cieli della fiera insieme agli Eurofighter Typhoon della Royal air force britannica. La Romania e la Polonia, motori del B9, hanno ribadito la necessità di una presenza permanente sul Mar Nero, trasformando l’area espositiva della Bsda nel banco di prova per i futuri contratti miliardari che ridisegneranno la sicurezza europea.
Se i carri armati restano i simboli della forza bruta, la Bsda 2026 ha sancito il dominio assoluto dei sistemi unmanned (senza pilota) e dell’Intelligenza aArtificiale. Camminando tra gli stand, l’impressione è stata quella di trovarsi in una fiera dell’elettronica con droni-cane che giravano per la fiera e umanoidi pronti ad abbracciare i fucili.
Sono i droni i protagonisti assoluti: dai celebri Bayraktar turchi ai nuovi prototipi di droni navali di superficie come l’Asmines, sviluppato dall’accademia navale «Mircea cel Bătrn». Ma la vera novità è stata l’integrazione massiccia dell’IA. Sistemi di sorveglianza e spionaggio capaci di analizzare migliaia di dati al secondo per identificare bersagli con una precisione chirurgica. I produttori hanno presentato interfacce di controllo che rendono l’atto di colpire un obiettivo simile a un videogioco. «È facile come giocare alla PlayStation», sussurrava un espositore mentre mostrava un sistema di puntamento remoto. Una semplificazione tecnica che nasconde la complessità e la letalità di proiettili super perforanti e bombe a guida laser pronte a essere sganciate da velivoli invisibili ai radar. Uno degli aspetti più d’impatto della Bsda è stata la possibilità, per i professionisti e i militari (ma anche di noi giornalisti), di imbracciare e maneggiare le armi che oggi vediamo nei reportage di guerra. Pistole, mitragliatrici di ultima generazione, cannoni e sistemi anti-drone erano «a portata di mano».
All’esterno, la mostra statica organizzata dall’esercito romeno ha offerto una panoramica completa del potenziale bellico attuale: Piranha V, i massicci trasporti truppe corazzati; Himars, i lanciarazzi che hanno cambiato le sorti di molti scontri in Ucraina; Patriot, il sistema di difesa missilistica che rappresenta lo scudo contro le minacce aeree; Gepard, il complesso antiaereo diventato fondamentale per abbattere i droni kamikaze.
La fiera è stata anche il luogo di accordi strategici che guardano al lungo periodo. La coreana Hanwha Aerospace ha firmato un protocollo con l’estone Milrem Robotics per produrre veicoli terrestri senza pilota direttamente in Romania, puntando a creare una filiera locale. Anche Hyundai Rotem ha mostrato i suoi muscoli, portando il carro armato K2 e il robot quadrupede senza pilota, dimostrando che la Corea del Sud è ormai un attore imprescindibile della Difesa europea (non parliamo, poi, dei sistemi missilistici). Interessante anche la partecipazione di Kia, che ha presentato in anteprima europea il Tasman, un veicolo di comando militare tattico derivato da un pickup, progettato per la massima mobilità fuoristrada e dotato di luci oscuranti per evitare la rilevazione notturna. L’israeliana ParaZero Technologies ha dato prova delle sue capacità con il sistema DefendAir, una soluzione antidrone che utilizza il lancio di reti per neutralizzare minacce ostili in contesti urbani o di battaglia.
La chiusura della Bsda 2026 lascia un’immagine potente: una folla di visitatori che, nell’ultimo giorno di apertura al pubblico, osserva con un misto di meraviglia e timore le macchine da guerra. In un momento di tensioni globali senza precedenti, la fiera di Bucarest ha dimostrato che la corsa agli armamenti è, oggi, il business più solido e tecnologicamente avanzato del pianeta.
Dalle motociclette elettriche per le forze speciali ai sistemi radar TPS 79 R, ogni pezzo esposto raccontava una storia di innovazione votata alla sicurezza. Ma oltre la tecnologia, rimane la consapevolezza che questi strumenti, oggi lucidati e pronti per i selfie dei visitatori, sono gli stessi che definiscono il destino dei confini europei.
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