Il direttore Maurizio Belpietro commenta il decreto sicurezza smontando il mito dello «scudo penale» e rilanciando il tema della tutela legale per le forze dell’ordine. Al centro anche il nodo della giustizia: errori giudiziari, responsabilità dei magistrati e un sistema che, secondo il direttore, applica pesi e misure diversi.
Mikhailo Podolyak (Ansa)
Il consigliere di Zelensky rivela l’intenzione di espellere i russofoni da ciò che rimarrà del territorio ucraino. Diktat pure all’Europa: «Vieti la propaganda pro Mosca». Bruxelles pronta a forzare i Trattati per il prestito da 90 miliardi, nonostante i veti di Orbán e Fico.
L’Ucraina ha un piano di pace: la pulizia etnica. Non sapremmo come altro definire il programma illustrato ieri da Mikhailo Podolyak. A Repubblica, che gli chiedeva «quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel “mondo russo”», il consigliere di Volodymyr Zelensky ha risposto che «non ci sarà alcun “mondo russo” in Ucraina» e che le «restrizioni alla propaganda russa devono essere totali». A meno che l’idea non sia quella di smembrare davvero il Paese, rinunciando all’intero Donbass e conservando solo la parte del territorio occidentalizzata, se ne deduce che la classe dirigente di Kiev intende risolvere il problema delle minoranze russofone eliminandole. Magari non fisicamente, come ai tempi di Slobodan Milosevic nei Balcani: basterà respingerle. Invitarle, come ha fatto Podolyak, ad andare a «vivere in Russia, finché esisterà».
Sarebbero questi i «nostri valori», per cui l’Unione europea è di nuovo in ebollizione, a causa del prestito da 90 miliardi a Zelensky. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico lo stanno tenendo fermo con il veto, nonostante l’accordo dello scorso dicembre, che già esentava Budapest, Bratislava e Praga dall’obbligo di partecipare alla sovvenzione, da erogare ricorrendo al debito comune anziché agli asset di Mosca. Il premier magiaro è tornato sulle barricate perché Kiev starebbe ritardando la riparazione dell’oleodotto Druzhba, danneggiato dai raid russi, lasciando quasi a secco i due Stati del blocco di Visegrád. Martedì, Ursula von der Leyen ha premuto sul comandante in capo ucraino affinché acceleri i lavori. Ieri, Orbán, che cerca di diversificare gli approvvigionamenti puntando su un collegamento con la Serbia, ha dichiarato che introdurrà misure aggiuntive per garantire la sicurezza degli impianti energetici nazionali, temendo che Zelensky tenti di interromperne il funzionamento per ritorsione. La portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha assicurato che è «attivo un dialogo» tra Bruxelles e l’Ungheria. Tuttavia, ha precisato che, «in un modo o nell’altro», la somma che serve a impedire il collasso finanziario del Paese invaso sarà erogata. È proprio il modo in cui ciò avverrà a fare la differenza.
Se è vero che Orbán e Fico si sono rimangiati l’intesa di due mesi fa, è vero pure che l’Europa forzerebbe i Trattati, qualora aggirasse l’opposizione di ungheresi e slovacchi. L’approvazione del prestito richiede l’unanimità, poiché comporta una modifica al bilancio dell’Ue. Andare avanti lo stesso significherebbe anticipare nei fatti la riforma che diversi Stati membri auspicano nel diritto: la sostituzione del criterio dell’unanimità con quello della maggioranza.
Eccoli, i «nostri valori». Stiamo valutando una corsia preferenziale per l’ingresso nell’Unione di un Paese, i cui leader dichiarano esplicitamente di voler espellere una minoranza etnica dal loro territorio. Anzi, non pago, Podolyak ha aggiunto che «i divieti sulla propaganda filorussa devono essere introdotti in tutta Europa». Fa il paio con Zelensky, che esattamente due anni fa aveva minacciato di stilare una lista dei putiniani d’Italia: vengono a comandare in casa nostra. Noi europei, intanto, ce ne infischiamo delle regole e delle procedure che dovrebbero garantire eguale rappresentanza ai membri dell’Ue, scordandoci, al solito, che le regole e le procedure servono più per i tempi eccezionali che per i tempi ordinari. Se saltano ogni volta che c’è un’«emergenza», vuol dire che erano una presa in giro. La Commissione blatera di «resilienza democratica»; ma quando la democrazia dà fastidio perché partorisce gli Orbán e i Fico, la si accantona.
Come se non bastasse, dalle fila della resistenza che vogliamo foraggiare a ogni costo, continuano a venir fuori soggetti poco raccomandabili. Ieri, alcuni alti funzionari dell’aeronautica e dei servizi ucraini sono stati arrestati per corruzione: nei guai sono finiti il colonnello Andriy Ukrainets, comandante della logistica per l’aviazione, e il numero uno degli 007 dell’Sbu nella regione di Zhytomyr, il colonnello Volodymyr Kompanichenko. Non siamo ai livelli dello scandalo dei water d’oro, ma i lupi non perdono il vizio.
Oggi, i negoziatori ucraini incontreranno i rappresentanti degli Usa per discutere di ricostruzione postbellica. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha comunicato che Donald Trump «nutre un certo ottimismo» in merito alla trattativa. Nella serata di ieri, il tycoon ha sentito al telefono Zelensky. Presto, ci saranno tavoli pure con i russi. La versione ufficiale vuole Mosca sull’orlo della sconfitta: le forze di Kiev hanno rivendicato la riconquista di 365 chilometri quadrati di aree occupate tra metà dicembre e febbraio; e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha notato che, in quattro anni, Vladimir Putin è riuscito a conquistare solo «il 18-19%» dell’Ucraina, Crimea compresa. Quel 18-19% corrisponde a Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Lazio messi insieme, o, se preferite, alla somma di Austria, Slovenia e Slovacchia. Vista così, la cosa fa più impressione. Ma almeno Podolyak saprà dove spedire le minoranze che non gradisce.
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2026-02-26
Referendum, Palamara: «Meno problemi nei rapporti tra Pm e giudice. Il Sì migliora la giustizia»
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Lo ha dichiarato Luca Palamara, ex magistrato e autore insieme ad Alessandro Sallusti del libro «Il Sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana», da cui ha preso spunto la rappresentazione teatrale di Edoardo Sylos Labini «Oltre il Sistema», andata in scena nella forma di un’intervista-spettacolo al Centre Joli-Bois di Bruxelles.
Mario Draghi e Ursula Von Der Leyen (Ansa)
Gli interessi sui prestiti valgono 2,85 miliardi quest’anno, e nel biennio successivo saliranno ancora Se ci fossimo indebitati noi sul mercato, avremmo potuto fissare tassi e scadenze molto più convenienti.
È dalla primavera del 2020 che su questo giornale abbiamo cominciato a spiegare i costi del Pnrr e smentire la leggenda della «pioggia di miliardi» e quindi non possiamo che accogliere con soddisfazione i dettagli forniti ieri dal quotidiano Milano Finanza. Che ci offre un primo quadro a consuntivo di quanto avevamo agevolmente previsto, in quasi splendida solitudine, sin dalla genesi del Next Generation Eu.
Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del ministero dell’Economia, è emerso che gli interessi sui prestiti del Pnrr ricevuti dall’Italia (circa 81 miliardi sui 123 ottenibili) frazionati nelle otto rate finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 e cominciare poi a scendere molto lentamente in relazione al piano di rimborso.
Si aprono così due fronti di analisi: quello della convenienza economica di tale operazione e quello dell’opportunità politica. Ed è difficile individuare quale dei due fronti sia stato più penalizzante per l’Italia.
Sotto il primo aspetto, abbiamo ricevuto la conferma che siamo completamente alla mercé delle scelte di emissione (quanto a tipologia di strumenti finanziari e loro scadenze) della Commissione, che poi presenta il conto degli interessi agli Stati membri, non senza caricarli di un «piccolo» contributo spese (nel 2026 3,5 milioni) per l’attività di intermediazione.
E quindi il Mef - ogni sei mesi - deve adeguare le proprie previsioni di spesa per interessi su quei prestiti che, includendo anche altri strumenti come il Sure, oggi concorrono per 123 miliardi al debito pubblico complessivo di 3.095 miliardi.
Stronchiamo subito sul nascere un’obiezione: se l’Italia si fosse indebitata autonomamente sui mercati avrebbe pagato tassi più alti. Obiezione respinta, perché avremmo dovuto e potuto indebitarci a lungo termine, evitando i successivi rialzi. Invece abbiamo rinunciato ad essere autonomi nella scelta delle scadenze e della strategia di indebitamento e abbiamo soltanto subìto le scelte della Commissione che ha incredibilmente emesso titoli anche su scadenze molto brevi, rinnovandoli ripetutamente a scadenza.
Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente a 1,28% e 2,31%. Chi e cosa avrebbe impedito al Mef di emettere titoli su tali scadenze, peraltro per importi del tutto compatibili con le normali emissioni medie mensili, ed evitare così l’impatto del rialzo dei tassi partito nell’estate 2022? Invece per noi ha deciso la Commissione, e ora ci ritroviamo a pagare il conto a piè di lista, che speriamo si sia fermato sui livelli da ultimo previsti dal Mef.
In qualsiasi azienda, il direttore finanziario autore di un simile errore di strategia e pianificazione sarebbe stato già accompagnato alla porta. In materia di finanza pubblica, la Corte dei Conti dovrebbe aprire una riflessione su come l’Italia sia stata espropriata della facoltà di accesso autonomo ai mercati finanziari, subendo in toto gli effetti di una strategia di rischio di tasso, rivelatasi fallimentare, arbitrariamente scelta dalla Commissione per tutti i malcapitati debitori.
Inoltre, gli effetti nefasti di tale scelta non si fermano ai prestiti. Perché anche il debito contratto dalla Ue per erogare i sussidi (finora l’Italia ha incassato quasi tutti i 71 miliardi previsti) sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni e si è resa necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri.
E veniamo quindi ai danni sul piano dell’opportunità politica. Con il Pnrr si è concretizzato un vero esproprio della politica di bilancio del nostro Paese, le cui direttrici di spesa sono state decise a Bruxelles ma con costi comunque a carico del contribuente italiano. Dopo la perdita di sovranità monetaria, una consistente erosione della sovranità di bilancio. E non ci si venga a proporre la foglia di fico del Pnrr comunque scritto da noi; perché il regolamento Ue poneva tali e tanti paletti (percentuali minime su transizione green e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata la stessa di chi sceglie solo il colore della tappezzeria in occasione di una totale ristrutturazione della casa. Con l’aggravante che il nostro Paese, per ristrutturare la casa come deciso a Bruxelles, ha compresso altre decisioni di spesa, che sarebbero magari state più allineate con l’interesse nazionale, come ad esempio un più massiccio intervento di alleggerimento sul Fisco.
La pericolosità di tale manovra è stata ben evidenziata dalla Corte Costituzionale tedesca nel dicembre 2022, quando ha definito limiti molto stringenti per accettare il Next Generation Eu. Esso è compatibile con la Legge fondamentale solo perché eccezionale, temporaneo e, soprattutto, deve rispettare la responsabilità di bilancio del Bundestag che non può trasferire sovranità fiscale senza un adeguato controllo democratico.
Noi invece ci siamo ridotti ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, assumendoci la responsabilità del debito e, dulcis in fundo, subendo in pieno anche le scelte in tema di rischio tasso. Tanto a Bruxelles sapevano che non c’era bisogno di ingegnarsi tanto: comunque avremmo pagato noi.
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