Nel riquadro Gianni Guiducci
Nebbia e temporali come filo rosso di tragedie lontane nel tempo ma identiche nella dinamica. In Come se nulla fosse? Gianni Guiducci racconta gli errori che precedono gli incidenti di volo e invita a ripensare la sicurezza come cultura quotidiana.
La nebbia, quando è fitta davvero, non si limita a nascondere le cose: le cancella. Trasforma l’orizzonte in un’ipotesi, il paesaggio in un’astrazione. Nel febbraio del 2025, mentre l’elicottero di Lorenzo Rovagnati si sollevava lentamente dal suolo, quella nebbia aveva proprio questa qualità: non lasciava spiragli, non suggeriva vie di fuga. Era un ambiente chiuso, saturo, ostile. Uno di quei contesti in cui l’aviazione, anche la più moderna, torna improvvisamente primitiva. Il decollo non fu un gesto automatico, ma un atto di fiducia. Una fiducia che durò pochi minuti.
Quando, pochi mesi fa, la relazione tecnica ha messo nero su bianco le cause dell’incidente, le parole sono state quelle consuete del linguaggio aeronautico: errore di pilotaggio, condizioni meteorologiche proibitive, perdita di riferimento. Termini corretti, necessari, ma incapaci di restituire il senso profondo di ciò che era accaduto. Perché dietro quei termini si nasconde sempre una scelta iniziale, spesso silenziosa: decidere di partire anche quando tutto, dall’ambiente al buon senso, suggerirebbe di aspettare.
Questa dinamica non è un’eccezione. È, piuttosto, una costante che attraversa la storia del volo. Il 6 luglio 1986, Giorgio Aiazzone, imprenditore torinese di primo piano, salì a bordo del suo aereo per quello che avrebbe dovuto essere un trasferimento rapido, quasi banale. Il velivolo era efficiente, l’equipaggio esperto. Ma il cielo, quella sera, aveva un altro programma. Subito dopo il decollo, l’aereo entrò in un temporale violentissimo: celle convettive, forti correnti ascendenti e discendenti, pioggia intensa che saturava gli strumenti. In pochi istanti, l’assetto divenne instabile. Il tempo di reagire si ridusse a una manciata di secondi. L’aereo perse quota e si schiantò. Nessun sopravvissuto. Anche allora, le conclusioni ufficiali parlarono di condizioni meteo incompatibili con il volo e di scelte operative azzardate.
Ancora più indietro, il 10 dicembre 1979, la tragedia colpì Serafino Ferruzzi, uno dei più grandi protagonisti dell’industria italiana del Novecento. Il suo aereo stava rientrando verso l’aeroporto di destinazione quando una nebbia densissima avvolse la zona. L’avvicinamento strumentale diventò una sequenza di tentativi, correzioni, attese. I piloti cercavano un riferimento visivo che non arrivava mai. La pista era lì, ma invisibile. In quelle condizioni, ogni secondo aumentava la tensione, ogni decisione diventava più difficile. L’impatto avvenne a bassa quota, in un ambiente quasi irreale, dove il mondo sembrava ovattato, sospeso. Anche qui, l’elemento dominante fu l’assenza di visibilità e la difficoltà di interrompere una manovra quando ormai si è psicologicamente impegnati a portarla a termine.
Tre incidenti lontani nel tempo, tre contesti diversi, tre tipologie di volo differenti. Eppure, lo schema si ripete con una precisione inquietante: condizioni meteorologiche avverse, una pressione – esplicita o implicita – a proseguire, una fiducia eccessiva nelle proprie capacità o nei mezzi tecnici, regole interpretate come ostacoli più che come alleate. È come se l’aviazione, pur fondata su una cultura della sicurezza senza eguali, continuasse talvolta a comportarsi come se l’esperienza accumulata non fosse mai sufficiente.
È da questa contraddizione che prende forma Come se nulla fosse? Chiacchierate sulla sicurezza aeronautica. Suggerimenti per revisioni, aggiornamenti e implementazioni, il libro di Gianni Guiducci, pubblicato da LoGisma. Il titolo, già di per sé, contiene una critica sottile ma implacabile: l’atteggiamento di chi continua ad agire come se gli incidenti fossero eventi isolati, anomalie statistiche, e non messaggi ripetuti.
Guiducci parla con l’autorevolezza di chi ha volato per quarant’anni, ma soprattutto con l’onestà di chi conosce i limiti del fattore umano. «Non esiste il pilota infallibile», racconta , «esiste solo un sistema più o meno capace di intercettare l’errore prima che diventi irreversibile». È una frase che ribalta una retorica ancora diffusa, quella dell’eroismo individuale, e riporta la sicurezza alla sua dimensione corretta: collettiva, procedurale, culturale.
Nel libro, Guiducci insiste più volte su un punto chiave: la prevenzione non nasce dai grandi disastri, ma dall’analisi delle piccole deviazioni quotidiane. «Ogni volta che una procedura viene aggirata senza conseguenze», osserva, «si costruisce l’illusione che quella procedura non fosse poi così necessaria». È un meccanismo subdolo, che agisce lentamente, ma che alla lunga erode la disciplina operativa.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è la scelta di valorizzare gli episodi che non finiscono nelle cronache. Avvicinamenti instabili corretti all’ultimo momento, decolli interrotti per una sensazione “che non tornava”, anomalie risolte grazie all’intuito più che al manuale. «Queste storie», spiega Guiducci, «sono il vero patrimonio della sicurezza, perché mostrano dove il sistema ha rischiato di fallire senza farlo». Eppure, proprio perché non si concludono con un incidente, tendono a scomparire, a restare confinate nella memoria individuale.
Il libro denuncia con chiarezza questa dispersione di conoscenza. «Lasciamo che esperienze preziose si perdano», afferma l’autore, «perché non abbiamo canali adeguati per raccoglierle e condividerle». Da qui la proposta di un cambiamento culturale: creare spazi strutturati per il racconto degli “incidenti mancati”, incoraggiare testimonianze anonime, integrare queste esperienze nella formazione continua. Non come eccezioni, ma come parte integrante dell’addestramento.
Guiducci non risparmia una riflessione critica anche sul rapporto con la tecnologia. «Più i sistemi diventano sofisticati», ricorda, «più cresce il rischio che l’uomo si senta spettatore invece che attore». È una delega pericolosa, perché nei momenti critici è sempre l’essere umano a dover intervenire. E se non è allenato a farlo, se non ha interiorizzato le procedure, la tecnologia diventa improvvisamente fragile.
Nel finale, il libro torna idealmente ai cieli chiusi dalla nebbia, ai temporali improvvisi, alle condizioni “non ideali” che fanno parte del volo tanto quanto le giornate limpide. «La sicurezza», conclude Guiducci, «non è una checklist da spuntare, ma un modo di guardare il cielo, anche quando sembra innocuo». È una frase semplice, ma racchiude l’essenza di tutto il discorso.
Rileggendo gli incidenti di Rovagnati, Aiazzone e Ferruzzi alla luce di queste pagine, emerge un filo comune ancora più evidente: non la fatalità, non il destino avverso, ma una catena di decisioni prese in contesti difficili. Decisioni umane. Ed è proprio lì, suggerisce Guiducci, che si gioca la vera partita della sicurezza: nel riconoscere quando fermarsi, quando rinunciare, quando accettare che il cielo, quel giorno, non vuole concedere nulla.
«Ci sono diverse persone che hanno voglia, idee ed energia per prendere per mano Milano, che è una città eccezionale, e queste Olimpiadi lo hanno dimostrato, che però rischia di diventare una città per ricchi». Ad affermarlo il vicepremier e ministro dei Trasporti, a margine di una visita al Villaggio olimpico di Milano, confermando che di incontri con possibili candidati alle prossime elezioni comunali ce ne sono stati «più di uno, con persone diverse», ed «è andata bene».
Il ministro ha poi detto di aver «investito tanto» sulla trasformazione del Villaggio olimpico in uno studentato, «perché permettere a ragazzi che arrivano da altre regioni di studiare a Milano pagando 500 euro è qualcosa di importante. Il rischio della Milano dei prossimi anni è che diventi una grande via Montenapoleone allargata, dove se te lo puoi permettere ci vivi e ci lavori, altrimenti vieni allontanato ed espulso. Mi piacerebbe che Milano tornasse la città accogliente che era».
Ansa
- La sua «macchina» permette di mettere ordine rapidamente nel caos dei dati. Un servizio usato nelle guerre, nella lotta al terrorismo, ma anche dal governo inglese durante la pandemia da Covid.
- Contestazioni e sentenze giudiziarie sottolineano il rischio di un’assenza totale di privacy (e quindi di libertà) per i cittadini.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre le Big Tech hanno costruito la propria fortuna sulla monetizzazione dei dati dei consumatori attraverso pubblicità e intrattenimento su piattaforme proprietarie (Facebook, X, Instagram, Tik Tok e via socializzando), Palantir Technologies ha seguito una strada radicalmente diversa, posizionandosi come l’infrastruttura invisibile del potere statale moderno.
Il nucleo operativo di Palantir si divide in diverse piattaforme specifiche, progettate per risolvere quello che il fondatore Alex Karp definisce il problema del «caos dei dati». La prima, denominata Gotham, è stata concepita per le agenzie di intelligence e di difesa (infatti il Federal Bureau of Investigation, Fbi, è un prestigioso «cliente»). Il software non soltanto raccoglie informazioni, ma permette di integrare dati assai eterogenei (segnali radio, registri finanziari, immagini satellitari, rapporti sul campo) per identificare schemi e relazioni che sfuggono all’occhio umano. Un cliente noto di Palantir è il Dipartimento di Polizia di Los Angeles, ma secondo alcune fonti non confermate sono almeno una dozzina le entità del governo degli Stati Uniti ad utilizzare i software di Palantir (tra cui Cia, Nsa, il corpo dei Marines e l’aeronautica militare).
L’efficacia di questi strumenti ha trovato riscontro in operazioni di alto profilo. Si sa che il software di Palantir è stato utilizzato per mappare i flussi di finanziamento del terrorismo internazionale e, secondo diverse ricostruzioni, ha giocato un ruolo cruciale nella localizzazione di Osama bin Laden. Vi sono anche usi meno legati alla sicurezza, ad esempio Palantir è stato impiegato per esaminare quarant’anni di archivi legali e finanziari nel caso che portò alla condanna di Bernie Madoff.
Foundry è un’altra piattaforma Palantir dedicata al settore civile e industriale. Durante il periodo oscuro del Covid-19, il governo del Regno Unito e il sistema sanitario statunitense hanno utilizzato Foundry per gestire la logistica della distribuzione dei vaccini.
Palantir si distingue dai colossi tecnologici più noti per una scelta di campo esplicitamente politica. Mentre alcune Big Tech hanno affrontato tensioni interne e proteste dei dipendenti riguardo alla collaborazione con il Pentagono (ad esempio il tormentato Progetto Maven di Google, che durò circa un anno e fu fermato da una petizione di 4.000 dipendenti di Google), Karp ha consolidato il ruolo dell’azienda come arsenale digitale.
Questo posizionamento è diventato evidente nel conflitto in Ucraina. Palantir è stata una delle prime aziende tecnologiche occidentali a fornire supporto diretto a Kiev. Il software dell’azienda viene utilizzato dalle forze ucraine per il puntamento di precisione, l’analisi dei movimenti delle truppe russe e la valutazione dei danni di battaglia. In questo contesto, Karp ha dimostrato come il vantaggio tecnologico sia ormai strettamente collegato alla potenza militare tradizionale. La capacità di elaborare dati più velocemente dell’avversario è diventata la variabile decisiva sui campi di battaglia del XXI secolo, fisici o digitali.
Karp respinge l’idea che la tecnologia debba essere neutrale o universale, come abbiamo visto. La sua strategia riflette la convinzione che le aziende tecnologiche occidentali abbiano il dovere morale di sostenere i regimi liberali e i loro alleati. Questo posizionamento ha portato l’azienda a rifiutare sistematicamente contratti con la Cina e altre nazioni non liberali, una scelta che ha cementato la fiducia delle istituzioni di difesa degli Stati Uniti e dell’area Nato.
Secondo il fondatore di Palantir, delegare lo sviluppo delle tecnologie critiche a entità che non condividono i valori della democrazia occidentale rappresenta un rischio esistenziale per l’Occidente. In effetti, a questo punto diventa difficile pensare a Palantir come un mero fornitore di software. Si tratta di un attore politico che opera per garantire la superiorità tecnologica e strategica degli Stati Uniti nel nuovo (dis)ordine mondiale.
Nonostante le critiche riguardanti la privacy e il potenziale (enorme) di sorveglianza di massa, Karp ha sempre ribadito che il software di Palantir è progettato per operare entro i confini della legge, anche con rigorosi protocolli di tracciabilità delle operazioni. Non c’è modo per noi di sapere se ciò sia vero, naturalmente. Ma la scommessa industriale di Palantir è che in futuro nessun governo o grande istituzione potrà esercitare il potere senza un’infrastruttura software capace di distillare la complessità del mondo reale in poche e semplici opzioni. La riduzione del mondo a una goccia di sapere rappresenta la nuova via per il potere. In un’epoca in cui i dati sono la risorsa primaria, Karp ha posizionato la sua azienda come il raffinatore di questa materia prima grezza. La scalata di Palantir segna la fine dell’era del software come puro servizio e l’inizio dell’era del software come pilastro dell’autorità statale.
L’«algoritmo della sorveglianza» fa sempre più paura
Innovazione tecnologica ed esercizio del potere sovrano, ecco il confine su cui si colloca Palantir, la creatura di Alexander Karp. Il tema più controverso che circonda l’azienda è, inevitabilmente, la sorveglianza. In un’epoca di minacce asimmetriche e dati onnipresenti, la capacità di monitoraggio pervasivo offerta dai software della società di Denver ha sollevato interrogativi etici e politici che investono direttamente la tenuta delle libertà civili nelle democrazie liberali. Denver, sì, perché dopo la nascita dell’azienda in California Karp ha voluto distanziarsi anche fisicamente dall’ambiente tossico della Silicon Valley.
Karp non nega i rischi del controllo pervasivo né tenta di mascherarli dietro una retorica di marketing tesa a minimizzare. Al contrario, egli rivendica la sorveglianza come uno strumento necessario dello Stato moderno per garantire la sicurezza dei propri cittadini in un mondo instabile.
Questa visione sembra evocare una versione digitale del Leviatano di Thomas Hobbes, un’autorità sovrana a cui i cittadini affidano parte della propria libertà in cambio della protezione della vita. Per Karp, in un contesto di guerra asimmetrica, il sovrano deve possedere una spada tecnologica affilata per evitare il ritorno allo stato di natura, ovvero al caos dei conflitti non governati. La tesi di fondo è che, senza una tecnologia superiore in mano alle autorità legittime, lo Stato perderebbe il monopolio della forza a favore di attori occulti o potenze straniere.
Tuttavia, la portata della sorveglianza estesa che Palantir può attuare è regolarmente al centro di accese polemiche pubbliche. Le critiche richiamano spesso le analisi di Michel Foucault in Sorvegliare e punire, un filosofo che Karp conosce benissimo. Se Foucault descriveva il passaggio a una società disciplinare attraverso il modello del Panopticon , dove il controllo è invisibile ma costante, Palantir rappresenta per molti l’evoluzione algoritmica di quel modello. La capacità del software di integrare dati eterogenei crea un sistema di visibilità totale che rischia di trasformare la cittadinanza in una massa costantemente osservata e categorizzata.
Le polemiche sono pesanti e sollevano interrogativi profondi sulla natura del controllo sociale nel XXI secolo. Negli Stati Uniti, il software è stato associato alle operazioni dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), mentre in Europa una sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 2023 ha sollevato dubbi sull’analisi predittiva. I giudici hanno sottolineato che l’analisi automatizzata permette di creare profili talmente dettagliati da generare un’interferenza profonda nella vita delle persone. La Corte afferma che la sorveglianza estesa può avere un «effetto dissuasivo» sulla libertà di comportamento dei cittadini, che sentendosi osservati, potrebbero rinunciare a esercitare i propri diritti. Una sorta di applicazione concreta del mondo distopico immaginato da Philip K. Dick in Rapporto di minoranza.
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2026-02-23
Alex Karp. Il filosofo «prestato» alla Silicon Valley che teorizza l’alleanza tra Stato e industria
Alexander Karp (Ansa)
In un settore dominato da nerd e imprenditori orientati a soddisfare i consumi di massa, il numero uno di Palantir (che ha fondato con Peter Thiel) si colloca fuori dagli schemi tradizionali. La «neutralità» tecnologica è un’illusione: le imprese devono piuttosto collaborare con le istituzioni pubbliche per difendere la democrazia e l’Occidente nella sfida con le autocrazie. Focalizzandosi su difesa e intelligence.
Alexander Karp è uno dei dirigenti tecnologici più singolari della sua generazione. Amministratore delegato e co-fondatore di Palantir Technologies, Karp si distingue dagli altri big della Silicon Valley per un percorso formativo e culturale interamente radicato nelle discipline umanistiche e giuridiche. La reductio ad silicium, in altre parole, è certamente ingenerosa nei confronti di un soggetto molto distante dagli stereotipi del nerd occhialuto e un po’ sfigato genio dei computer.
Bill Gates, per fare un nome, ha mollato l’università di Harvard al terzo anno e non si è mai laureato, rapito da codici e personal computer. Karp invece, dopo la laurea all’Haverford College e il dottorato in giurisprudenza a Stanford (dove conosce Peter Thiel, futuro investitore e cofondatore di Palantir), sceglie di proseguire gli studi in Germania, attratto dal rigore della teoria sociale europea. Completa un dottorato di ricerca in filosofia a Francoforte, sede della celebre Scuola filosofica e della teoria critica. La sua tesi in teoria sociale, Aggression in der Lebenswelt (Aggressione nel mondo della vita), è una sorta di dialogo critico con le categorie di Jürgen Habermas, padre della teoria dell’agire comunicativo ed erede ancora vivente della Scuola di Francoforte.
Sull’interesse per la teoria critica europea ha certo influito l’ambiente culturale di provenienza di Karp, figlio di un pediatra ebreo di Filadelfia e di una madre afroamericana artista, entrambi attivisti progressisti radicali.
Certo non sfugge la contraddizione tra questa estrazione culturale di stampo liberal e la fondazione da parte di Karp di un’azienda, Palantir, diventata un pilastro tecnologico della difesa e dell’intelligence statunitense. Ma Karp rifiuta, per sé, la definizione di imprenditore, preferendo definirsi un «osservatore sociale», che utilizza la tecnologia come strumento per difendere i valori democratici.
Karp, in più occasioni, ha manifestato una posizione di rottura rispetto alla cultura predominante dei colossi tecnologici californiani. Secondo il ceo di Palantir, la Silicon Valley soffre di una forma di elitarismo tecnocratico che la porta a disinteressarsi delle sorti delle democrazie occidentali, preferendo concentrarsi su mercati globali o su prodotti di consumo marginali. L’accusa alle aziende Big Tech è di aver creato una sorta di bolla morale, dove l’innovazione è fine a sé stessa e slegata dalle responsabilità civili e militari.
Il suo ingresso nel settore tecnologico avviene nel 2003, quando partecipa alla fondazione di Palantir insieme a Peter Thiel e ad altri imprenditori provenienti dall’esperienza PayPal (quella che, con poco felice locuzione, viene chiamata in gergo PayPal Mafia, di cui fa parte anche Elon Musk). L’azienda nasce anche sull’onda emotiva degli attentati dell’11 settembre 2001, per dare al governo gli strumenti per distillare informazioni disperse ma disponibili.
Fin dalla nascita, quindi, Palantir non si propone come azienda orientata al mercato di massa, tutt’altro. Il modello scelto è invece quello della collaborazione con governi e istituzioni pubbliche, attraverso piattaforme software destinate all’integrazione e all’analisi di enormi quantità di dati.
Nei primi anni di attività, l’azienda ottiene contratti con agenzie governative statunitensi, tra cui strutture legate alla sicurezza e alla difesa. Questo orientamento segna una linea di demarcazione netta rispetto alla cultura dominante della Silicon Valley, tradizionalmente focalizzata su prodotti destinati al grande pubblico e su modelli di business fondati sulla pubblicità, sui social o sulle piattaforme.
Karp ha più volte chiarito che questa scelta non nasce da un’opportunità contingente ma da una convinzione precisa. In vari interventi pubblici ha sostenuto che la neutralità tecnologica sia un’illusione e che le infrastrutture digitali siano inevitabilmente inserite in un contesto politico. Sembra difficile dargli torto, su questo punto.
Secondo le sue dichiarazioni, le democrazie occidentali devono mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche per non perdere terreno nella competizione globale. Il lessico utilizzato da Karp nei suoi interventi pubblici è quindi molto distante da quello consueto nel mondo delle start-up. Nei suoi discorsi compaiono riferimenti espliciti alla difesa dell’Occidente, al ruolo dello Stato moderno, alla responsabilità delle istituzioni democratiche. In più occasioni ha affermato che le imprese tecnologiche non possono sottrarsi alle implicazioni politiche delle proprie attività. Un discorso che alle Big Tech non piace moltissimo.
Su questi argomenti il miliardario ha pure scritto un libro, The technological republic, pubblicato nel 2025 e scritto insieme al giornalista Nicholas W. Zamiska. Il testo sostiene che negli ultimi decenni si sia creata una frattura tra industria tecnologica e Stato, e che tale separazione abbia indebolito la capacità delle democrazie di affrontare sfide geopolitiche complesse. Karp dice in sostanza che la collaborazione tra settore tecnologico e apparati pubblici deve essere considerata una componente storica imprescindibile dello sviluppo occidentale.
Nel libro e in recenti presentazioni pubbliche, Karp ha indicato la competizione con potenze autoritarie come elemento centrale del nuovo scenario internazionale. In questo contesto, la capacità di raccogliere e analizzare dati viene descritta come una risorsa strategica comparabile alle infrastrutture tradizionali di difesa. Una specie di ombrello nucleare digitale, insomma.
Anche sul piano personale, Karp ha mantenuto un profilo diverso rispetto ai boss tecnologici più coccolati dai mass media. Dichiara di non identificarsi con la cultura libertaria che ha caratterizzato una parte della Silicon Valley a partire dagli anni Novanta, quella dell’Internet gratis e libero per tutti, in parole semplici.
Nel corso del tempo, questa impostazione ha contribuito a fare di Karp, che conduce anche una vita privata piuttosto ritirata, un esponente di pensiero che concepisce l’impresa come attore inserito in un sistema istituzionale più ampio. La sua azienda viene presentata non come semplice fornitore di software, ma come una sorta di snodo tra tecnologia, sicurezza e potere pubblico. All’atto pratico, certo, si tratta in fondo di ricchi contratti con il governo. Ma non solo: la gestione e l’analisi di masse enormi di dati comporta in sé una responsabilità politica e su questo Karp ha certamente ragione.
La figura di Alexander Karp si colloca dunque fuori dagli schemi tradizionali della Silicon Valley, anche se per questa serie di articoli ce lo abbiamo ricondotto. La sua formazione filosofica, l’influenza europea e quella dei genitori, il linguaggio politicamente esplicito e la scelta di lavorare con istituzioni statali ne fanno un caso atipico nel panorama dei grandi leader tecnologici contemporanei. In un settore dominato da nerd, ingegneri e imprenditori orientati al mercato di massa, Karp è un soggetto che si è collocato al centro del rapporto (sovra)strutturale tra tecnologia e Stato.







