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2022-03-29
Prestiti e buchi: le carte sui disastri Mps
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Il 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare.
La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.
Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze.
Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office».
Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. A determinare il rosso sono stati 529 milioni di rettifiche sui circa 7,5 miliardi di crediti deteriorati acquistati da Mps alla fine del 2020.
Npl, l’indagine è alle battute finali
È stata un’inchiesta tortuosa quella della Procura di Milano sui crediti deteriorati di Monte dei Paschi. Iniziata nel 2019 non ha ancora visto la parola fine, dopo un duro scontro all’interno della Procura, tra chi avrebbe voluto subito archiviare e invece chi ha chiesto nuovi approfondimenti. Al momento le indagini stanno andando avanti. La proroga chiesta alla fine di febbraio scade il 31 maggio. A quanto trapela non ne saranno chieste altre.
È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali).
Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm.
È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri.
Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo».
Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
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I report mai pubblicati della Bce: nel 2017 contestavano all’istituto senese mancati accantonamenti per oltre 7 miliardi. Ecco tutti i crediti «allegri». Daniele Franco in Commissione resta vago sull’aumento di capitale. Riflettori sui crediti deteriorati. Indagati dieci ex manager della banca, tra cui Profumo e Viola. Si chiude il 31 maggio. La vicenda ha scatenato una guerra interna alla Procura.Lo speciale contiene due articoliIl 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare. La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze. Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office». Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. A determinare il rosso sono stati 529 milioni di rettifiche sui circa 7,5 miliardi di crediti deteriorati acquistati da Mps alla fine del 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scure-bce-prestiti-mps-2657054119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="npl-lindagine-e-alle-battute-finali" data-post-id="2657054119" data-published-at="1648506000" data-use-pagination="False"> Npl, l’indagine è alle battute finali È stata un’inchiesta tortuosa quella della Procura di Milano sui crediti deteriorati di Monte dei Paschi. Iniziata nel 2019 non ha ancora visto la parola fine, dopo un duro scontro all’interno della Procura, tra chi avrebbe voluto subito archiviare e invece chi ha chiesto nuovi approfondimenti. Al momento le indagini stanno andando avanti. La proroga chiesta alla fine di febbraio scade il 31 maggio. A quanto trapela non ne saranno chieste altre. È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali). Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm. È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri. Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo». Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
Stefano Bonaccini, Michele De Pascale e Elly Schlein (Ansa)
Affinché «nessuno si possa sentire o percepire estraneo». Belle parole. Peccato che per il sistema Regione c’è un elemento imprescindibile. Mettere mano al portafogli e al welfare. Servizi sociali, case popolari e Naspi per la disoccupazione.
Un flop del modello accoglienza targato Emilia-Romagna raccontato dai dati contenuti nella relazione sull’attuazione della Legge regionale 5/2004 dedicata all’integrazione dei cittadini stranieri immigrati. Al di là dei toni rosei del programma «Emilia-Romagna plurale, equa ed inclusiva», dal quadro che emerge, c’è ben poco del romanticismo con cui la Regione rossa tenta di descrivere la proprie battaglie a favore delle «risorse» straniere.
Il 28,8% dei cittadini che ogni giorno si mettono in fila agli sportelli dei servizi sociali regionali sono stranieri. Con richieste che per circa il 30% servono a soddisfare bisogni primari: affitti, bollette, contributi e buoni spesa. E poi case e alloggi, in una misura almeno doppia rispetto agli italiani. Naturale conseguenza delle condizioni di generale povertà della popolazione straniera, dove il tasso di disoccupazione regionale è di almeno il 10%, contro solo il 3,3% dei cittadini italiani. Aspetto anche questo del tutto in linea con le basse scolarizzazione e qualificazione della popolazione immigrata, 579.000 cittadini in Emilia-Romagna, pari al 12,9% della popolazione. Considerando quanti lavorano, oltre il 75% si trova impegnato in mansioni operaie e senza specializzazione.
Nulla, però, che i dati di Inps e Istat non raccontassero da tempo, ammesso che si voglia leggerli senza paraocchi ideologici. Ossia che almeno un terzo degli stranieri si trova in condizioni di povertà assoluta e che la popolazione immigrata, mediamente, appartiene a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. In poche parole, rappresenta per buona parte una fascia di cittadini non autosufficiente per le funzioni base del welfare. Realtà che l’amministrazione regionale sembra, però, non voler vedere visto che l’inseguimento «della pluralità come valore» e «dell’equità come indirizzo strategico per ridurre le disuguaglianze» non è accompagnato da una seria analisi di quanto questo modello di pluralità assistenziale impatti sui contribuenti emiliano romagnoli. Un tema che riflette l’andamento nazionale, dove l’80% del peso fiscale italiano, di fatto, si regge su un risicato 27% di cittadini, con redditi dai 29.000 euro in su tra i quali non rientra di certo la maggioranza degli stranieri.
Come se non bastasse, i dati del report raccontano anche di un altro carico per il sistema Regione, a partire dalla scuola dove gli stranieri sono il 18,9% del totale, la quota più alta d’Italia. Il 47% degli studenti stranieri delle superiori, però, è in ritardo scolastico, contro il 16% degli italiani. Per non parlare dei licei, appannaggio di solo due studenti stranieri su dieci. Altro tasto dolente è quello dei sistemi di accoglienza, che di fatto offrirebbero una sponda allo sfruttamento lavorativo. Centri Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) spesso diventano luoghi privilegiati di primo contatto e avvio allo sfruttamento. Caporalato, lavoro nero in edilizia, logistica e ristorazione.
Fenomeno che non risparmia nemmeno i giovanissimi arrivati in qualità di minori stranieri non accompagnati e che dopo l’uscita dai percorsi di tutela vengono coinvolti in contesti lavorativi «grigi» o «neri», anche per la necessità di reperire una occupazione ai fini della conversione del permesso di soggiorno e della permanenza in Italia. Martedì prossimo la IV Commissione dedicata alle Politiche per la salute e sociali dovrà decidere se confermare la legge o cambiare rotta.
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