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2022-03-29
Prestiti e buchi: le carte sui disastri Mps
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Il 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare.
La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.
Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze.
Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office».
Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. A determinare il rosso sono stati 529 milioni di rettifiche sui circa 7,5 miliardi di crediti deteriorati acquistati da Mps alla fine del 2020.
Npl, l’indagine è alle battute finali
È stata un’inchiesta tortuosa quella della Procura di Milano sui crediti deteriorati di Monte dei Paschi. Iniziata nel 2019 non ha ancora visto la parola fine, dopo un duro scontro all’interno della Procura, tra chi avrebbe voluto subito archiviare e invece chi ha chiesto nuovi approfondimenti. Al momento le indagini stanno andando avanti. La proroga chiesta alla fine di febbraio scade il 31 maggio. A quanto trapela non ne saranno chieste altre.
È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali).
Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm.
È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri.
Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo».
Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
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I report mai pubblicati della Bce: nel 2017 contestavano all’istituto senese mancati accantonamenti per oltre 7 miliardi. Ecco tutti i crediti «allegri». Daniele Franco in Commissione resta vago sull’aumento di capitale. Riflettori sui crediti deteriorati. Indagati dieci ex manager della banca, tra cui Profumo e Viola. Si chiude il 31 maggio. La vicenda ha scatenato una guerra interna alla Procura.Lo speciale contiene due articoliIl 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare. La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze. Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office». Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. 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È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali). Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm. È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri. Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo». Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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