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2022-03-29
Prestiti e buchi: le carte sui disastri Mps
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Il 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare.
La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.
Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze.
Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office».
Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. A determinare il rosso sono stati 529 milioni di rettifiche sui circa 7,5 miliardi di crediti deteriorati acquistati da Mps alla fine del 2020.
Npl, l’indagine è alle battute finali
È stata un’inchiesta tortuosa quella della Procura di Milano sui crediti deteriorati di Monte dei Paschi. Iniziata nel 2019 non ha ancora visto la parola fine, dopo un duro scontro all’interno della Procura, tra chi avrebbe voluto subito archiviare e invece chi ha chiesto nuovi approfondimenti. Al momento le indagini stanno andando avanti. La proroga chiesta alla fine di febbraio scade il 31 maggio. A quanto trapela non ne saranno chieste altre.
È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali).
Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm.
È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri.
Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo».
Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
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I report mai pubblicati della Bce: nel 2017 contestavano all’istituto senese mancati accantonamenti per oltre 7 miliardi. Ecco tutti i crediti «allegri». Daniele Franco in Commissione resta vago sull’aumento di capitale. Riflettori sui crediti deteriorati. Indagati dieci ex manager della banca, tra cui Profumo e Viola. Si chiude il 31 maggio. La vicenda ha scatenato una guerra interna alla Procura.Lo speciale contiene due articoliIl 4 marzo 1472 con 196 voti a favore e solo 14 contrari, il Consiglio della Campana del Comune di Siena approva l’istituzione di un Monte di Pietà o Monte pio, al fine di concedere il prestito alle «povare o miserabili o bisognose persone» con un tasso d’interesse minimo. Viene fondato così il Monte dei Paschi. Sono passati 550 anni, e ora Mps vive il suo ennesimo anno di svolta. Con un nuovo ad, Luigi Lovaglio che deve trovare un cavaliere bianco per far scendere lo Stato dal Monte. Impresa ambiziosa, per usare un eufemismo. Perché i fantasmi del passato tornano sempre e pesano ancora sui conti della banca, tecnicamente fallita già nel 2013 come ammise a fine dicembre di quell’anno lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E quei fantasmi risputano dalle inchieste e dai processi ancora aperti che vedono citati ex presidenti e amministratori delegati dal 2007 al 2020. Tutte ruotano attorno agli aumenti di capitale e agli escamotage contabili fatti per cercare di tappare la falla aperta dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta autorizzata dalla Bankitalia di Mario Draghi e costata quasi 17 miliardi. Ma a minare le fondamenta dell’istituto più antico del mondo - complici i «grovigli armoniosi» tra finanza e politica - non è stato solo il dolo, presunto o accertato. È stata anche una gestione pessima della vera bomba a orologeria che prima o poi sarebbe scoppiata, e che l’affaire Antonveneta del 2007 ha solo innescato più velocemente. La bomba sono i crediti deteriorati. E quanto fosse pericolosa, anche per chi ha cercato per anni di continuare a tenere in vita la banca a caro prezzo per i contribuenti, lo si capisce proprio dalle carte delle inchieste più recenti che La Verità ha potuto consultare. La chiave di tutto è il rapporto della Bce (al tempo già presieduta da Draghi) che il 2 giugno 2017 riportava a Rocca Salimbeni i risultati dell’ispezione fatta dal 17 maggio 2016 al 17 febbraio 2017. Ma anche la sterminata perizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che vengono incaricati dal gip Guido Salvini di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Dalla maxiperizia, assunta come prova nel processo con incidente probatorio, emerge che nell’arco di quegli anni Mps non aveva contabilizzato tempestivamente nei propri bilanci rettifiche su crediti per complessivi 11,42 miliardi di euro, pari a 7,77 miliardi al netto dell’effetto fiscale, cifra «di importo pressoché analogo» agli 8 miliardi chiesti al mercato con gli «aumenti di capitale avvenuti fra il 2014 ed il 2015». La perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe indurre la Commissione Ue a interpretare come aiuti di stato i 5,4 miliardi che il Tesoro, nel 2017, versò a Mps come ricapitalizzazione precauzionale per evitarne la chiusura. Al netto delle conseguenze, ancora imprevedibili, ciò che sicuramente mostrano le carte è come venivano gestiti ancora nel 2015 i crediti difficili da riscuotere o già in sofferenza di clienti e aziende.Partiamo dalle 85 pagine del rapporto delle ispezioni della Bce redatto il 2 giugno 2017. Il team ispettivo aveva preso in esame un campione di 1.534 posizioni creditorie in bonis e/o deteriorate presenti nel bilancio del gruppo Mps al 31 dicembre 2015. L’ispezione stima che saranno necessari ulteriori accantonamenti per 7,55 miliardi, rispetto ai 22,7 miliardi esistenti a fine 2015. Cosa non ha funzionato nella gestione dei rischi da parte del Monte? I rilievi sono impietosi. «Il processo per individuare le esposizioni al rischio di credito che hanno subito una riduzione di valore non funziona correttamente: di conseguenza, la probabilità di default non è stimata correttamente», si legge nel rapporto della Banca centrale. «L’esame della documentazione delle garanzie nella documentazione creditizia campionata ha rivelato un conteggio doppio o multiplo», il cda della banca «non è sufficientemente informato del deterioramento della qualità del rischio di credito», sono evidenziate lacune nei processi di raccolta e aggregazione dei dati, e «carenze nei sistemi informatici della banca». Non solo. Le verifiche sulle garanzie immobiliari effettuate dagli ispettori hanno evidenziato che mancano i dati catastali di un numero significativo di garanzie immobiliari nei database del gruppo e «si può trovare la stessa garanzia immobiliare con numeri identificativi diversi in diverse società del gruppo o nella stessa società del gruppo riferito a debitori diversi». Per esempio, al cliente Nuova Orli Sri nel 2007 è stato concesso un prestito ipotecario da Mps capital services ma nel 2012 la controllante Mps ne ha concesso un altro; l’immobile utilizzato come garanzia immobiliare era il medesimo, con un’ipoteca di secondo grado; alla stessa garanzia immobiliare è stato dato un numero identificativo diverso nei sistemi informatici della controllata e della controllante». Falle che hanno comportato una sottostima dei fabbisogni di capitale e mostrato in «bonis» crediti che erano invece già deteriorati o diventati sofferenze. Da questa verifica ispettiva parte un intero capitolo della relazione di 5.662 pagine dei periti Bellavia e Ferradini consegnata al Tribunale di Milano il 26 aprile 2021. Nella maxiperizia inoltrata al gip, centinaia di pagine sono dedicate all’esame delle singole posizioni creditorie dopo i rilievi della Bce che in alcuni casi hanno rivisto la classificazione dei casi e in altri hanno corretto - aumentandolo - l’importo degli accantonamenti necessari. Tra le posizioni «riviste» da Francoforte c’è di tutto. Grandi clienti come Sorgenia, Lucchini o Unicoop Tirreno, ma anche pizzerie, agriturismo, produttori vinicoli, aziende dello shipping, società immobiliari e molti altri nomi all’apparenza meno noti come le società riconducibili al defunto ex proprietario del Palermo, Maurizio Zamparini, o come la Credsec spa dell’avvocato Giovanni Lombardi Stronati (riclassificata da inadempienza probabile a sofferenza con quasi 8 milioni di euro di accantonamenti stimati) che nella primavera del 2007 aveva rilevato il Siena Calcio (di cui Mps era sponsor) e in cui nel 2007 aveva investito anche la Intermedia di Giovanni Consorte. Nel lungo elenco compare anche Alberto Parri, coinvolto nell’inchiesta sul fallimento dell’Ac Siena, la cui posizione è stata riclassificata da Utp a sofferenze anche perché la valutazione della barca («Squadrone 78») diventata di proprietà della banca dopo la revoca del contratto di leasing «è inferiore ai prezzi delle stesse barche sui siti specializzati», si legge negli atti. Alla pagina 3623 c’è anche la Arti grafiche dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (passata da performing a inadempienza probabile). E tra le classificazioni a «inadempienza probabile» confermate dalla Bce ma con un accantonamento di 1 milione di euro in più rispetto ai 401.000 euro preventivati dall’istituto, spunta anche Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti che, viene spiegato, «si occupa delle esposizioni residue come family office». Sono passati molti anni ma gli effetti di quella gestione disastrosa, e le macerie lasciate, si vedono ancora oggi. Sia perché la perizia mette anche in dubbio la correttezza dei conti 2016 e 2017, e questo in caso di imputazione potrebbe complicare le trattative con la Commissione Ue nonché l’avvicinamento di un possibile nuovo partner. Sia perché il Montepaschi sta mandando in rosso i conti di Amco, la controllata del Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati: ha chiuso l’esercizio 2021 con una perdita di 422 milioni, che ne ha ridotto il patrimonio netto da 2,8 a 2,4 miliardi. A determinare il rosso sono stati 529 milioni di rettifiche sui circa 7,5 miliardi di crediti deteriorati acquistati da Mps alla fine del 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scure-bce-prestiti-mps-2657054119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="npl-lindagine-e-alle-battute-finali" data-post-id="2657054119" data-published-at="1648506000" data-use-pagination="False"> Npl, l’indagine è alle battute finali È stata un’inchiesta tortuosa quella della Procura di Milano sui crediti deteriorati di Monte dei Paschi. Iniziata nel 2019 non ha ancora visto la parola fine, dopo un duro scontro all’interno della Procura, tra chi avrebbe voluto subito archiviare e invece chi ha chiesto nuovi approfondimenti. Al momento le indagini stanno andando avanti. La proroga chiesta alla fine di febbraio scade il 31 maggio. A quanto trapela non ne saranno chieste altre. È probabile quindi che a breve possano arrivare le conclusioni dei nuovi procuratori incaricati, Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri. A quel punto sarà il giudice dell’udienza preliminare a doversi esprime. Non solo. La vicenda Mps ha lasciato lunghi strascichi. Non bisogna dimenticare infatti l’inchiesta parallela di Brescia, dove è indagato per abuso d’ufficio anche l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Greco insieme con i pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio che nel 2019 chiesero l’archiviazione dell’indagine. A fine febbraio di quest’anno sono finiti nel registro degli indagati altri 7 ex amministratori di Mps, dopo gli avvisi di garanzia per Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori (questi 3 già condannati in primo grado sul filone derivati Alexandria e Santorini con le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni sociali). Sulla mancata contabilizzazione dei crediti deteriorati le accuse sono a vario titolo di falso in bilancio e aggiotaggio. Ci sono dentro anche Marco Morelli, ex ad tra il 2016 e il 2020 su indicazione del governo Renzi e Massimo Tononi presidente a Siena tra il 2015 e il 2016 e ora presidente di Bpm. È merito del giudice milanese Guido Salvini se si è arrivati fino a questo punto. Perché nel 2019, prima dello scontro sulla loggia Ungheria e le dichiarazioni dell’ex avvocato Eni, Piero Amara, dentro la Procura di Milano si consumò un’altra guerra senza esclusioni di colpi. Nell’estate 2019, infatti, Salvini, da giudice per le indagini preliminari, decise di rigettare la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura su Profumo, Viola e Salvadori. E affidò un incarico ai periti Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini. Su questa nuova perizia, contestata dai pm Baggio, Civardi e Clerici, si fonda parte della nuova inchiesta dei pm Fontana e Cavalleri. Nella perizia di Bellavia veniva scritto nero su bianco come «le procedure e le direttive in tema di contabilizzazione dei crediti deteriorati di Mps sino al 2017» erano «risultate generiche, lacunose e, di conseguenza, totalmente inefficienti per una corretta classificazione e valutazione dei crediti», consentendo «comportamenti quantomeno non omogenei e discrezionali da parte dei “valutatori del credito”» della banca «con conseguente violazione della normativa e dei principi contabili internazionali in materia» e produzione di «impatti quantitativi di assoluto rilievo». Anche per questo motivo «la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura» non offriva una risposta «soddisfacente in quanto si limita a riportare nella motivazione le dichiarazioni soprattutto di alcuni funzionari della Banca d’Italia senza ricostruire in modo organico la complessa vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati». E soprattutto, «se tutte le rettifiche a partire dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Monte dei Paschi si sarebbe ridotto quasi a zero e la Banca avrebbe avuto serie difficoltà a continuare ad operare».
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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