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2018-08-09
Scivolone di Conte sul pareggio di bilancio
Ansa
Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.
Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo.
Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna.
Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione.
Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»?
Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte.
A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».
E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.
Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni
Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier,
Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza».
Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax.
Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al
Sole 24 Ore dal ministro Tria.
In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles.
Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato
Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali».
Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione.
Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche.
Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
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Il premier Giuseppe Conte annuncia: «Il vincolo contenuto nella Costituzione lì è, e lì rimane». Ma il contratto gialloblù prevede «l'adeguamento» e poi è competenza del Parlamento, non sua. Su sanzioni all'Iran, Tav e vaccini l'«avvocato degli italiani» invece non si sbilancia.Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni. Vertice a Palazzo Chigi per decidere i pilastri della Finanziaria: meno tasse alle piccole imprese e rimodulazione delle aliquote Iva.Lo speciale contiene due articoli.Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo. Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna. Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione. Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»? Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte. A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». 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La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza». Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax. Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al Sole 24 Ore dal ministro Tria. In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles. Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali». Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione. Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche. Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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