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2018-08-09
Scivolone di Conte sul pareggio di bilancio
Ansa
Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.
Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo.
Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna.
Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione.
Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»?
Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte.
A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».
E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.
Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni
Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier,
Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza».
Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax.
Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al
Sole 24 Ore dal ministro Tria.
In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles.
Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato
Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali».
Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione.
Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche.
Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
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Il premier Giuseppe Conte annuncia: «Il vincolo contenuto nella Costituzione lì è, e lì rimane». Ma il contratto gialloblù prevede «l'adeguamento» e poi è competenza del Parlamento, non sua. Su sanzioni all'Iran, Tav e vaccini l'«avvocato degli italiani» invece non si sbilancia.Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni. Vertice a Palazzo Chigi per decidere i pilastri della Finanziaria: meno tasse alle piccole imprese e rimodulazione delle aliquote Iva.Lo speciale contiene due articoli.Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo. Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna. Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione. Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»? Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte. A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scivolone-di-conte-sul-pareggio-di-bilancio-2594002633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="manovra-da-25-miliardi-con-sforbiciata-alle-detrazioni" data-post-id="2594002633" data-published-at="1782354012" data-use-pagination="False"> Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier, Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza». Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax. Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al Sole 24 Ore dal ministro Tria. In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles. Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali». Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione. Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche. Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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