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2018-08-09
Scivolone di Conte sul pareggio di bilancio
Ansa
Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.
Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo.
Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna.
Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione.
Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»?
Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte.
A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».
E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.
Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni
Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier,
Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza».
Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax.
Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al
Sole 24 Ore dal ministro Tria.
In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles.
Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato
Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali».
Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione.
Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche.
Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
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Il premier Giuseppe Conte annuncia: «Il vincolo contenuto nella Costituzione lì è, e lì rimane». Ma il contratto gialloblù prevede «l'adeguamento» e poi è competenza del Parlamento, non sua. Su sanzioni all'Iran, Tav e vaccini l'«avvocato degli italiani» invece non si sbilancia.Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni. Vertice a Palazzo Chigi per decidere i pilastri della Finanziaria: meno tasse alle piccole imprese e rimodulazione delle aliquote Iva.Lo speciale contiene due articoli.Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo. Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna. Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione. Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»? Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte. A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scivolone-di-conte-sul-pareggio-di-bilancio-2594002633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="manovra-da-25-miliardi-con-sforbiciata-alle-detrazioni" data-post-id="2594002633" data-published-at="1778172061" data-use-pagination="False"> Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier, Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza». Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax. Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al Sole 24 Ore dal ministro Tria. In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles. Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali». Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione. Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche. Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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