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2018-08-09
Scivolone di Conte sul pareggio di bilancio
Ansa
Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.
Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo.
Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna.
Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione.
Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»?
Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte.
A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».
E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». Misura chiesta dalle banche, alle prese con la grana dei crediti inesigibili.
Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni
Il Consiglio dei ministri è stato preceduto da una riunione alla quale ha partecipato mezzo governo. Dal premier,
Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria passando per Matteo Salvini, Luigi Di Maio e pure Giancarlo Giorgetti. La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza».
Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax.
Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al
Sole 24 Ore dal ministro Tria.
In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles.
Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato
Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali».
Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione.
Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche.
Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
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Il premier Giuseppe Conte annuncia: «Il vincolo contenuto nella Costituzione lì è, e lì rimane». Ma il contratto gialloblù prevede «l'adeguamento» e poi è competenza del Parlamento, non sua. Su sanzioni all'Iran, Tav e vaccini l'«avvocato degli italiani» invece non si sbilancia.Manovra da 25 miliardi con sforbiciata alle detrazioni. Vertice a Palazzo Chigi per decidere i pilastri della Finanziaria: meno tasse alle piccole imprese e rimodulazione delle aliquote Iva.Lo speciale contiene due articoli.Ieri, in una conferenza stampa pre balneare, Giuseppe Conte ha sottolineato più volte, indirettamente e con l'eleganza che gli è propria, che è un fine giurista e un bravo avvocato. «Lo dico anche alla luce della mia competenza professionale», ha detto, per esempio, al momento di spiegare che intende procedere a una severa opera di semplificazione normativa e burocratica. Ma quando il premier ha liquidato il progetto di Lega e 5 stelle di togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, scolpendo che «c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando», l'avvocato Conte ha dimostrato di non aver letto il famoso contratto di governo che è stato chiamato a garantire e applicare.Certo, con lo spread ancora sopra quota 250 punti e una manovra da almeno 25 miliardi tutta da inventare, è chiaro che al premier e al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, tocca fare continuamente i pompieri agli occhi di Bruxelles. Ma l'obbligo del pareggio di bilancio, inserito nell'articolo 81 della Costituzione nel 2012, praticamente sotto dettatura dell'allora premier Mario Monti e di Angela Merkel, in tempi di crisi ha dimostrato di essere concettualmente sbagliato. Si basava sugli studi del 2010 di alcuni economisti di Harvard, in Italia sostenuti con forza da Alberto Alesina sul Corriere della Sera, che andavano sotto il nome di «austerità espansiva». Si partiva dalla convinzione che «consolidamento fiscale» (in soldoni, più tasse) e crescita economica andassero di pari passo. Ci cascò l'allora capo della Bce, il francese Jean Claude Trichet, che alzò ancora i tassi, mentre gli Usa già li abbassavano. Cinque premi Nobel per l'economia, nel 2012, convinsero il presidente Barack Obama a non inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione Usa e David Cameron, l'allora premier britannico che pure era il classico conservatore, bollò quella folle idea con una battuta perfetta: «Equivale a proibire John Maynard Keynes per legge», dove con l'economista inglese si intende la classica ricetta di uscire dalla stagnazione con investimenti e opere pubbliche, in modo da rilanciare la domanda interna. Va detto che già nel 2013 le tesi alla base dell'«austerità espansiva» sono state sbugiardate da alcuni giovani ricercatori che hanno rifatto tutti i calcoli delle serie storiche citate e hanno trovato perfino banali errori di foglio Excell. Ma il furore ideologico dietro all'austerity era stato più forte di tutti e di tutto e nel 2012 un Parlamento italiano spaventato e con la coda di paglia aveva votato a larga maggioranza l'auto incaprettamento finanziario della nazione. Bene, di fronte a un tema di simile importanza, ieri il soave Conte ha chiuso la porta con poche e infastidite parole: «Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è e lì rimane, non ci stiamo lavorando». A sua discolpa, va detto che, trattandosi di una riforma costituzionale, sarebbe forse più opportuno che ci pensassero i partiti in Parlamento. Ma allora perché il premier ha messo la faccia su un governo che a pagina 36 del suo contratto di programma recita testualmente: «Occorre prevedere una maggiore flessibilità dell'azione di governo, in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l'adeguamento della regola dell'equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un'efficace azione anticiclica dello Stato»? Oltre a tutto parole simili, da parte di Conte, suonano come una sconfessione di quanto dichiarato nei giorni scorsi da Claudio Borghi Aquilini, l'economista della Lega che presiede la commissione bilancio della Camera e ha dichiarato di puntare a cambiare l'articolo 81. E ieri pomeriggio identico stupore circolava tra i grillini, irritati per lo stop di Conte. A parte questo scivolone sul contratto, il premier avvocato ieri ha toccato in conferenza stampa tutti i temi del momento. Un po' a sorpresa, si è perfino intestato la scelta di Marcello Foa come presidente della Rai, quando ha affermato che «è una figura di gran valore, assolutamente adeguato alla presidenza. Non c'è stato consenso su di lui, valuteremo nel rispetto di tutti, ma non è semplice uscirne e non so se il cda possa indicare un nome diverso».E a parte il fronte manovra («seria e rigorosa»), il titolare di Palazzo Chigi ha promesso che per scovare le risorse necessarie a varare reddito di cittadinanza e flat tax «non andremo a toccare sanità, scuola e ricerca». Molti, poi, i «stiamo studiando» e i «stiamo valutando», dalla Tav al Tap, passando per la riforma del codice degli appalti, l'embargo iraniano e i vaccini. Insomma, ci si vede a settembre. Non senza un piccolo, ma sinistro, accenno «all'esigenza di lavorare alacremente per riformare il processo esecutivo». 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La ragione dell'incontro di ieri è oggettiva: mettere a punto una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. «Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme», ha detto parlando con i giornalisti Conte poche ore prima della riunione. E ancora: un «tassello importante» della manovra «sono anche riforma fiscale e reddito di cittadinanza». Le decisioni politiche sono rimandate a settembre ma comincia a prendere forma, nelle sue linee generali, la prima manovra del governo gialloblù, che dovrebbe contenere anche un primo intervento sulle pensioni e che si attesterebbe, al momento, poco sopra i 25 miliardi. Le risorse arriveranno dalla pace fiscale (rottamazione delle cartelle per 3,5 miliardi), da legare all'introduzione graduale della flat tax. Quanto alle coperture, il governo ricaverà le risorse necessarie «da un'attenta opera di ricognizione degli investimenti attualmente programmati e delle spese. Non andremo a toccare settori strategici come sanità, scuola, ricerca perché assicurano una prospettiva di sviluppo. Una fonte di risorse sarà un riordino delle tax expenditure, anche con una ridefinizione molto organica di queste agevolazioni», ha spiegato il premier, ribadendo le posizioni espresse ieri nell'intervista al Sole 24 Ore dal ministro Tria. In un contesto di rallentamento della crescita (nella nota di aggiornamento al Def si dovrebbe indicare 1,2% anziché 1,5% per il 2018 e 1-1,1% per il 2019), il governo punta a ridurre lo sforzo sui conti richiesto dalle regole Ue per poter finanziare la legge di Bilancio in deficit per 10-11 miliardi, confidando nel buon esito del dialogo con Bruxelles. Il primo impegno che il governo dovrebbe mantenere è quello di evitare l'aumento dell'Iva che, senza interventi, da gennaio porterebbe l'aliquota ordinaria dal 22% al 24,2% e quella agevolata dal 10% all'11,5%. Tutte le simulazioni in corso, ha assicurato Tria, si basano sulla sterilizzazione per intero delle clausole. Qualche intervento di riordino, ha ammesso sempre Tria, ci potrebbe essere creando «piccoli aumenti di gettito e qualche riduzione, ma con volumi assolutamente marginali». Come indicato nel contratto di governo, per il sostegno al reddito si partirà dalla riforma dei centri per l'impiego (costo stimato 2 miliardi) che si cercherà di finanziare anche con il Fondo sociale Ue. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere introdotto con una proposta di legge ad hoc, parallela alla manovra, ingloberà vari strumenti, compreso il reddito di inclusione. Sia Lega sia 5 stelle concordano ormai sull'avvio della flat tax. Partenza dal 2019 con un ampliamento della platea dell'attuale regime forfettario al 15% per le partite Iva, portando le soglie di ricavi da 30.000 euro a 65.000 euro. Obiettivo, abbassare le tasse a regime per 1,7 miliardi per oltre un milione di piccole e piccolissime imprese. Si starebbe valutando anche la possibilità di far salire a 100.000 euro la soglia, in un secondo momento e previo via libera Ue. La tassa piatta sostituisce Iva, Irpef, Irap e tasse locali e consentirebbe semplificazioni burocratiche. Ovviamente per finanziare l'operazione il governo metterà mano agli sconti fiscali, compresi quelli per le imprese. Il progetto però, politicamente molto delicato e finora sempre rimandato, dovrebbe essere legato all'intervento generale sul sistema fiscale, con l'introduzione della dual tax (al 15% e al 20%) anche per le famiglie che potrebbe essere già impostata per partire dall'anno d'imposta 2020. Le agevolazioni fiscali, indicate nell'ultimo rapporto allegato alla nota al Def 2017, valgono più di 175 miliardi di euro.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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